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La Chiesa, la pedofilia e quel tabù del celibato. Preti sposati necessari alle diocesi

Articolo di Alexander Stille (Repubblica 28.4.19)

“”La chiesa cattolica mentre tenta di affrontare lo scandalo dei preti pedofili — dibattendo le misure da prendere in caso di abuso sessuale e le responsabilità dei vescovi — si rifiuta di affrontare il problema di fondo: il fatto che l’istituzione del celibato è fallita. Secondo alcune ricerche, molti preti sono sessualmente attivi, chi con donne, chi con altri uomini, chi con minori. Un clero che ha tanti scheletri negli armadi non è in posizione favorevole per disciplinare i casi di predazione sessuale. Prendiamo il caso dell’arcivescovo americano Rembert Weakland: ha fatto pagare sottobanco circa 450 mila dollari a un suo amante ( un uomo adulto) per farlo tacere; allo stesso tempo ha minimizzato il problema dei preti pedofili, trasferendoli in altre diocesi (come facevano tutti allora) senza cacciarli dal clero o denunciarli alle autorità. È difficile dire se il suo segreto personale ha influito nella sua gestione dei preti predatori ma certamente l’ha reso letteralmente ricattabile.
Il papa emerito Benedetto XVI ha appena pubblicato un saggio denunciando il permessivismo degli anni Sessanta per il “ crollo dei valori” nella chiesa. Il tasso di preti gay è sicuramente alto: secondo le varie stime ( che non sono scientifiche e variano da un paese all’altro) si attestano tra i 20 e il 50 percento. “Essere preti è o sta diventando una professione gay”, ha scritto il reverendo Donald B. Cozzens, rettore di un seminario cattolico nell’Ohio, in un suo libro del 2000.
Ma in realtà, le politiche repressive di papa Ratzinger e dei suoi predecessori (Paolo VI e Giovanni Paolo II) hanno molto contribuito alla crisi attuale. Per molti secoli la chiesa ha praticato una politica di “ ipocrisia saggia”, chiudendo un occhio sul fatto che una forte percentuale di preti era incapace di rispettare il voto del celibato. La figura del prete o della suora libidinosi nel Decameron di Boccaccio non era solo una trovata letteraria ma una realtà sociale. Molti preti vivevano in concubinaggio con una “ donna di servizio”; alcuni preti usavano l’intimità della confessione per sedurre le devote con tanti casi di figli illegittimi. Ma tutto ciò fu in genere relegato a voce di paese e passò sotto il silenzio generale del “si fa ma non si dice”.
L’omosessualità non era sconosciuta: nella disciplina dell’ordine benedettino i monaci che dividevano una stanza dovevano dormire vestiti e con le luci accese. Ambienti “homosocial” — seminari, collegi unisex, carceri — tendono a favorire l’omosessualità. “L’uomo è un animale che ama”, ha detto Richard Sipe, un ex prete psicologo che ha lasciato la chiesa per sposarsi.
Al momento del Concilio Vaticano II ( 1962- 65), molti vescovi, soprattutto quelli in Sud America e in Africa, speravano che il concilio, nel suo tentativo di “aggiornare” la chiesa, avrebbe permesso ai preti di sposarsi, normalizzando la situazione di “concubinaggio” dilagante nei loro territori. Ma Paolo VI, che ha ereditato il Concilio da papa Giovanni XXIII, si è spaventato dalla rapidità dei cambiamenti nella chiesa e ha bloccato il dibattito, ignorando il parere di una commissione papale che sosteneva che non esistesse un impedimento teologico alla figura del prete sposato. Paolo VI ha invece impedito che si discutesse la questione e ha emanato la sua famosa enciclica contro la contraccezione artificiale Humanae Vitae.
La delusione fu grande. Cominciò un esodo dal clero. Secondo Sipe, circa 125 mila preti hanno lasciato la chiesa per sposarsi. In compenso, la percentuale di preti gay è salita: è molto più facile nascondersi in una comunità tutta maschile con una cultura della segretezza e un’avversione allo scandalo. Molti giovani cattolici sinceramente devoti sono entrati nel seminario sperando di fuggire ai loro impulsi sessuali prendendo il voto del celibato. Ma vivendo con tanti altri uomini con lo stesso orientamento si sono trovati in ambienti spesso pieni di attività sessuale e anche di abusi. Circa il 10 percento dei giovani seminaristi vengono abusati o sedotti da preti, amministratori o altri seminaristi, secondo Thomas Doyle, prete cattolico che come esperto di diritto canonico ha aiutato a gestire il problema dei preti pedofili per la chiesa americana.
Secondo i tradizionalisti come Benedetto XVI, è tutta colpa dell’abbandono di valori chiari e del lassismo generale della cultura. Ma secondo Sipe “ l’enfasi sui preti gay è uno schermo per il fallimento del celibato. I preti gay violano il celibato nelle stesse proporzioni di quelli etero”. La chiesa chiede ai preti una cosa che poche persone sono capaci di fare. Anche San Paolo, quando i primi devoti gli chiedevano se bisogna rinunciare alle donne, rispondeva: “ Io sono celibe, ma non è per tutti. È meglio sposarsi che bruciare”. Uno studio del 1985 ha stimato che se il celibato non fosse obbligatorio, le domande per entrare nel clero aumenterebbero del 400 percento.
Anche se il celibato è una tradizione e non un principio che ha fondamenta nel Vangelo, i conservatori non hanno torto quando dicono che abbandonare le tradizioni è un segno di debolezza tipica di una chiesa in declino. La sociologia della religione insegna che le chiese “ severe” tendono a essere più forti. Le chiese protestanti moderate — dove i preti sono sposati e a volte gay — stanno perdendo quota pure loro. Le chiese evangeliche — che hanno un’ideologia rigida ma permettono ai loro sacerdoti di sposarsi — vanno molto meglio. La chiesa cattolica, secondo Laurence Iannaccone, un economista e sociologo della religione, con il Concilio Vaticano II ha creato “il peggio dei due mondi”. Ha eliminato elementi che distinguono il cattolicesimo da altre religioni — il rito latino, l’obbligo di mangiare pesce il venerdì, gli abiti elaborati delle monache — ma ha tenuto le differenze che rappresentavano dei veri ostacoli: il matrimonio per i preti, l’ordinazione per le donne.
Le alternative per papa Francesco, a questo punto, sono tentare una riforma audace subendo una rivolta, oppure adottare piccole mezze misure assecondando il lento declino. Tra le poche cose che può fare Francesco è rivitalizzare il diaconato, dove non ci sono veti né per gli uomini sposati né per le donne.””

Mons. Camisasca: a Reggio Emilia un suo prete sparisce per amore e un altro prete favorevole ai preti sposati

La notizia pubblicata da “reggionline.com”: dal titolo “Reggio Emilia: uccelli di rovo nella parrocchia di Sant’Agostino. Preti in crisi di castità”.

Mons. Camisasca intransigente con i preti sposati… Non ha esitato a ostacolare e a discriminare in passato nella sua diocesi  le famiglie dei preti sposati. Ora si trova davanti a due casi che lo scuotono profondamente. Un Membro della Fraternità Sacerdotale S. Carlo, da lui fondata, sparisce per amore e un suo parroco missionario dal Brasile si schiera a favore dei preti sposati (ndr).

Un sacerdote spagnolo, che operava nella parrocchia di via Reverberi, è sparito improvvisamente perché aveva una storia d’amore con una donna reggiana. Dal Brasile don Paolo Cugini, ex parroco di Regina Pacis, scrive: “Se mi fossi sposato, la mia vita sarebbe stata più vera”. Due storie che stanno scuotendo la diocesi

REGGIO EMILIA – Alcuni casi spinosi stanno scuotendo la Chiesa reggiana. Un prete spagnolo, viceparroco in Sant’Agostino è tornato in Spagna dopo un flirt con una donna conosciuta in città e don Paolo Cugini, ex parroco di Regina Pacis, dal Brasile fa sapere che se avesse avuto una moglie la sua missione sarebbe stata più vera.

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Parrocchia di Sant’Agostino, in città a due passi dal Seminario e a tre dal Vescovado. Sei mesi fa per aiutare don Guido Mortari, parroco da decenni, arriva un prete spagnolo, don Luis Barge. Fa parte della fraternità san Carlo, la comunità fondata da monsignor Camisasca che ha sacerdoti in tutto il mondo. Don Luis è laureato in filosofia, a Reggio insegna in una scuola superiore ed è brillante e affabile. Intorno a Natale però, da un giorno all’altro, sparisce. E’ successo che lo spirito era forte, la carne debole eppure la carne ha vinto. Il bel sacerdote spagnolo ha ceduto alle grazie di una donna reggiana molto conosciuta in città e il Vescovo è stato irremovibile e l’ha rimandato in Spagna immediatamente. A quel punto, forse anche in conseguenza di questo, l’arrivo di altri preti della fraternità san Carlo in centro storico, è stato stoppato. Il consiglio presbiterale, una sorta di gruppo di sacerdoti che interloquiscono più da vicino col Vescovo, ha chiesto a monsignor Camisasca di non affidare le parrocchie del centro a preti della sua comunità. Meglio dirottarli altrove. E il Vescovo si è detto d’accordo.

Eppure anche tra i preti diocesani, il tema della castità è di moda. Don Paolo Cugini, fino al settembre scorso parroco di Regina Pacis,dall’Amazzonia dove è stato mandato in missione ha scritto: “E’ difficilissimo parlare di sessualità e del bisogno di affetto che ho percepito in alcune occasione della mia vita ministeriale”, e aggiunge “non venitemi a dire che i preti dovrebbero vincere la solitudine vivendo in comunità. Io lo farei se ci fossero anche delle donne. Altrimenti preferisco stare solo”. Infine don Cugini annota: “Faccio fatica a ringraziare Dio quando mi ha tolto la possibilità di essere padre”. Forse mai come ora la Chiesa reggiana si sta interrogando sul celibato dei sacerdoti per smentire un famoso umorista che diceva che la castità è una virtù che i preti si trasmettono di padre in figlio.

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Figli di preti ovunque. Ora Vaticano ammetta i preti sposati e renda celibato facoltativo

tio.ch
Il Vaticano ha linee guida su cosa fare quando un prete rompe il voto del celibato e dal rapporto sessuale nascono dei figli. «Posso confermare che queste linee esistono», ha detto il portavoce della Santa Sede Alessandro Gisotti in risposta ad una richiesta del New York Times.

La rivelazione arriva alla vigilia del summit in Vaticano sulla crisi della pedofilia nel clero. «E’ il prossimo scandalo. Ci sono figli dappertutto», ha detto al giornale Vincent Doyle, uno psicoterapeuta irlandese che a 28 anni ha scoperto di essere figlio di un sacerdote e che dopo lo shock iniziale ha creato un gruppo di sostegno per persone nelle sue condizioni.

Le linee guida del “documento interno” del 2017 sintetizzano decenni di procedure con «il principio fondamentale la protezione del bambino», ha detto Gisotti al New York Times. Le direttive prevedono che il padre lasci il sacerdozio e assuma le sue responsabilità di genitore dedicandosi esclusivamente al bambino. Un altro esponente vaticano, il sottosegretario della Congregazione per il Clero mons. Andrea Ripa, ha tuttavia detto al giornale che è impossibile imporre il licenziamento di un prete, considerazione avallata da esperti di diritto canonico.

Per alcuni religiosi e cattolici progressisti, casi come quello di Doyle tornano a sollevare la questione se non sia giunto il tempo di rendere il voto del celibato, codificato dalla Chiesa nel 12esimo secolo ma mai necessariamente rispettato anche ai livelli più alti, «una opzione come in altre chiese cristiane».

Doyle, che prima della scoperta pensava che suo padre fosse in realtà il suo padrino, è uno dei protagonisti della nuova crisi che ha investito la Chiesa. Ora è in viaggio verso Roma in vista del vertice che si aprirà giovedì e si chiuderà domenica: con lui, altri figli di preti, vittime di molestie sessuali di religiosi pedofili e suore aggredite sessualmente da sacerdoti.

Non ci sono stime su quanti siano i figli dei preti. Doyle ha detto al Times che il gruppo di sostegno online Coping International da lui creato conta 50 mila iscritti in 175 Paesi. Lo psicoterapeuta ha detto di aver preso visione delle linee guida vaticane per la prima volta nell’ottobre 2017 quando a mostrargliele sarebbe stato l’arcivescovo Ivan Jurkovic, nunzio Vaticano presso l’Onu a Ginevra: «Siete chiamati i ‘figli degli ordinati’», gli avrebbe detto il nunzio: «Fui scioccato dall’apprendere che avevano un termine per definirci».

L’Osservatore Romano apre a ordinazione di persone sposate come preti… Ma non alla riammissione dei preti sposati

Grande clamore ma tutto fumo e niente arrosto. La notizia dell’Osservatore Romano non è nuova e di fatto non rimuove l’immobilismo di Papa Francesco per la riforma della Chiesa che riaccolga nel suo impegno pastorale i preti sposati con dispensa dal celibato e matrimonio religioso (ndr)

Città del Vaticano, 6 feb. (askanews) – Dopo l’apertura del Papa, l’Osservatore Romano ha pubblicato nella edizione del sei febbraio un articolo nel quale descrive la “proposta per i preti di domani” (titolo) formulata “dal vescovo tedesco Fritz Lobinger” (sottotitolo), che consiste nella possibilità di “reintrodurre, a fianco del presbitero diocesano tradizionale, un secondo tipo di prete che – fa presente – esisteva nei primi secoli della Chiesa: un uomo di fede provata che, avendo famiglia e lavoro, si dedichi part time ai servizi religiosi della parrocchia”.

“Le parrocchie avrebbero così sempre disponibili gruppi di preti a presiedere le funzioni religiose. Questi uomini non eserciterebbero il ministero in forma individuale ma sempre in équipe”, scrive Giampaolo Mattei sul giornale vaticano.

Fritz Lobinger, novantenne missionario tedesco fidei donum che è stato anche vescovo in Sudafrica, “ci ha ragionato tutta la vita su questa idea”, scrive l’Osservatore Romano, e “le ha dedicato studi su studi, partendo dall’esperienza sul campo. Alle sue proposte – ricorda il quotidiano diretto da Andrea Monda – Papa Francesco ha fatto esplicito riferimento nell’incontro con i giornalisti durante il volo di ritorno da Panamá, rispondendo a una domanda sul celibato sacerdotale: ‘C’è un libro di Padre Lobinger, interessante e forse può aiutare a come rispondere al problema’. Lobinger ha sviluppato in diversi libri questa sua proposta di ordinare in ogni comunità cristiana “équipes di anziani”: in particolare, nel 2003, ha pubblicato Priests for Tomorrow. A plea for teams of “Corinthian Priests” in the parishes. (Preti per domani. Nuovi modelli per nuovi tempi, Editrice missionaria italiana, 2009).

Lobinger, spiega ancora l’Osservatore Romano, “ha sviluppato queste idee negli anni Settanta, incontrando comunità prive di un prete residente ma guidate, appunto, da laici. Finendo per chiedersi se non fosse opportuno conferire ad alcuni di loro anche l’ordinazione, in modo da far loro celebrare anche l’Eucaristia e amministrare sacramenti. Badando bene a non clericalizzare i laici. Con un impegno chiaro per tutti: salvaguardare il tesoro del sacerdote totalmente dedicato, soprattutto come guida spirituale, formatore e animatore delle comunità, supervisore della comunione ecclesiale”.

Per Lobinger “l’impegno prioritario è di costruire comunità cristiane autentiche, formate da persone che imparano a collaborare e condividere i compiti. Del resto, sostiene, nella Chiesa l’ordinazione di leader locali è stata per secoli la norma. Negli Atti degli Apostoli (14, 23) si legge che per le nuove Chiese venivano designati ‘alcuni anziani’ che non erano inviati alla comunità, ma venivano dal suo interno. Insomma, è la domanda di partenza del libro di Lobinger, ‘come sarebbero le parrocchie se in ognuna di esse venissero ordinati preti tre, sette o più leader locali provati, sposati’ e cioè ‘preti di comunità’ o ‘preti di Corinto’?’. Certo, riconosce, non sarà facile per tutti superare ‘l’abitudine di avere un parroco interamente a disposizione per la propria comunità’. Su questa strada, insiste, Nord e Sud devono camminare insieme perché dipendono l’uno dall’altro. Sì, antiche e nuove chiese devono comprendersi a vicenda, nelle rispettive situazioni, per giungere a una soluzione che trovi tutti d’accordo. E forse sta proprio al Nord fare il primo passo”.

askanews

Preti sposati con sessualità normale spesso discriminati e cacciati

“I preti sposati sono ottimi sacerdoti. La Chiesa dovrebbe aver a cuore la loro riammissione al ministero”. I sacerdoti sposati rilanciano in Italia tesi del teologo Eugen Drewermann pubblicate su settimananews

Il vescovo di Hildesheim, Heiner Wilmer, ha fatto recentemente riferimento a Eugen Drewermann nelle sue affermazioni a proposito dello scandalo degli abusi. La sua opera in tre parti Strutture del male è stata, a suo dire, secondo il modo di vedere attuale, profetica quanto il suo libroFunzionari di Dio. Psicogramma di un ideale. Che cosa ne dice lo stesso Drewermann? Katholisch.de glielo ha chiesto – e ha parlato con lui di clericalismo e di crisi della Chiesa.

– Professor Drewermann, il vescovo di Hildesheim Heiner Wilmer l’ha definita recentemente un profeta. Che cosa ne pensa?

Mi sembra un concetto esagerato. Conosco persone che per la verità sono andate incontro alla morte. Non so se io lo farei. Ad ogni modo non mi vedrei come un profeta.

– Nei suoi libri scrive che il clericalismo sarebbe la porta d’accesso all’abuso. Il vescovo Wilmer la pensa allo stesso modo?

I preti dovrebbero essere un ponte tra cielo e terra, invece commettono crimini orrendi. Il discorso autoritario, dall’alto verso il basso, nella Chiesa non funziona più. La santità dello stato clericale è finita. Quando un vescovo prende sul serio queste riflessioni, ciò ha conseguenze di vasta portata. Il vescovo Wilmer non avrà vita facile se le applicherà alle strutture ecclesiali. Alcuni dei suoi confratelli gli stanno già addosso. Ma lui sarà in grado di sopportarlo.

– Lo incoraggia?

Sì, assolutamente. Suppongo che abbia a lungo riflettuto su questo e che non lo abbia detto solo per un capriccio. È un combattente e uomo credibile, ed è ancora giovane. Dovrebbe continuare a dire chiaramente ciò che pensa e ciò che vede. E non dovrebbe lasciarsi dissuadere da altri vescovi o lasciarsi intimidire da loro.

– Che cosa dovrebbe cambiare nella preparazione dei preti per ristabilire la fiducia nei loro confronti?

Alcune cose. I numeri dei preti sono in calo e quindi anche ciò che si pretende da coloro che vengono ordinati. La chiesa richiede al clero continenza sessuale come ideale. Già i protestanti hanno fortemente criticato questo ideale. Solo la Chiesa cattolica ritiene di potersi ancora permettere di tenere sotto controllo pulsioni e inclinazioni. Ogni sensazione di piacere viene dichiarata peccato mortale e deve essere repressa. Come può un prete sviluppare allora una sana sessualità? La fissazione nevrotica che ne deriva viene addirittura definita come una particolare elezione per il presbiterato. La maggior parte dei reati sessuali vengono commessi su ragazzi, questo è sufficientemente allarmante.

– Qual è la sua spiegazione?

Posso spiegarmelo solo così: per i preti e per coloro che vogliono diventarlo i contatti con le donne o con le ragazze sono vietati, ma non lo sono con i ragazzi. Così si mette in moto uno sviluppo sbagliato che può far nascere profondi sensi di colpa. Pochi sono i preti che all’inizio della loro preparazione commetterebbero abusi su bambini. Per lo più un crimine così si sviluppa lentamente e in seguito sfugge a qualsiasi controllo. Le persone che vivono queste pulsioni nevrotiche non possono esserne distolte con dei trasferimenti. Sono dei malati! Se al contrario un prete sviluppa una sessualità normale e prova dei sentimenti per una donna o per un uomo, e lo riconosce, allora viene cacciato. Trovo questo doppiamente strano.

– Ritiene che l’obbligo del celibato dovrebbe essere tolto?

Sì, urgentemente. Conosco uomini meravigliosi che potrebbero essere ottimi curatori d’anime perché sono sposati. La Chiesa dovrebbe aver a cuore questo.

– Che cosa fa lei attualmente?

In questo momento mi occupo di una prospettiva cristiana sul diritto penale: come ci si comporta con persone che si sono rese fortemente colpevoli senza averlo voluto? Questo vale anche per molti preti. Sono loro stessi vittime di una tragedia. Non ci sono autori di reato che non siano diventati essi stessi vittime. Come ci si comporta con loro? Questa è per me una questione importante. Gesù dice: «Non giudicate». Ma se fosse così, perché avremmo bisogno di un diritto penale?

– A questo punto, crede nella resurrezione?

Sono convinto che la morte ci apra la barriera verso l’eternità di Dio e ci farà incontrare in un movimento d’amore.

– Pensa che in cielo potrà riconciliarsi anche con l’arcivescovo Johannes Degenhardt che le ha tolto l’autorizzazione ad insegnare e a predicare e l’ha sospesa a divinis?

Anche i vescovi sono per me solo persone costrette, forzate, limitate. Non vorrei stare neanche un giorno al loro posto. Contro il defunto arcivescovo Degenhardt non ho assolutamente nessun rancore. Non ho mai avuto alcuna difficoltà con lui. È stato messo sotto pressione dall’allora cardinal Joseph Ratzinger e mi ha quindi dovuto condannare. Lo posso capire. Il suo comportamento mi mostra però quanta paura debba aver avuto allora. I miei libri non li ha mai letti, ne sono convinto. È una tragedia, come la paura possa cambiare le persone. A mio avviso ciò è successo anche a Ratzinger. Sicuramente pensava di agire bene. È molto colto, scrive molti libri, ma avrebbe avuto urgente bisogno di reali esperienze con le persone. Il problema è che questo pensiero non si pone mai psicologicamente in discussione. Tutto l’inconscio viene rimosso unilateralmente dalla ragione.

– Che cosa pensa di papa Francesco?

È una persona retta, onesta. Ma quando in una conferenza stampa in aereo una volta ha detto: «Chi sono io per giudicare altri?», ha dovuto poi nel giro di poco tempo far marcia indietro sulla sua affermazione. Gli è stato segnalato chiaramente dalla Congregazione della fede: «Tu non sei una persona qualsiasi, signor Bergoglio, non hai un’opinione privata, tu sei il papa. L’omosessualità è un peccato mortale, questo devi insegnare e null’altro». La sua umanità, la trovo commovente. Spero che la mantenga. Ma anche lui ha urgente bisogno di buoni consiglieri.

– Vorrebbe assumersi questo impegno?

Intendo prima di tutto teologicamente – tutta la teologia sui temi principali dovrebbe cambiare. Cerco di farlo da 40 anni. Da un punto di vista psicoterapeutico, non si può consigliare nessuno che non scelga personalmente di farsi consigliare. E per farlo ci vuole un buon motivo. Per lo più dietro ci sono vere sofferenze o una crisi che diventa molto gravosa a livello personale. Ma qui, in seguito all’abuso da parte del clero, si tratta del tacere, del trasferire, della preclusione di accedere alla giustizia dello Stato. I vescovi locali sono coloro che, agendo in questo modo, hanno permesso la prosecuzione dei comportamenti criminali. Tacere sull’abuso sessuale l’aveva già ordinato papa Giovanni Paolo II. Anche il suo successore ha continuato, per allontanare il danno dalla Chiesa. Non fu un errore di singoli vescovi, era lo stile della Chiesa. Papa Francesco adesso lo ha riconosciuto e si è impegnato ad opporvisi. In questo lo sosterrei.

L’intervista al teologo e psicanalista tedesco Eugen Drewermann (78) è apparsa su katholisch.de il 14 gennaio 2019. La traduzione è del sito web Fine Settimana.

Riammettere i preti sposati per fedeltà al Concilio contro gli abusi dei preti. Presto novità nella Chiesa a partire dalla Germania

I sacerdoti sposati diffondono in Italia l’intervento dei vertici della Chiesa Cattolica tedesca sulla riforma della Chiesa (ndr).

Il cardinale tedesco Reinhard Marx  ha chiesto un cambiamento nella tradizione ecclesiastica di vecchia data mentre la conferenza episcopale tedesca si prepara a un dibattito  per “rivedere” la questione del celibato per i sacerdoti.

Nella sua omelia alla Messa di Capodanno presso la Cattedrale di Nostra Signora a Monaco, Marx ha detto che la chiesa deve “alla luce del fallimento” che circonda la crisi di abuso di sesso del clero, modificare la tradizione in risposta al cambiamento dei tempi moderni.

“Credo che sia giunta l’ora di impegnarci profondamente per aprire la via della Chiesa al rinnovamento e alla riforma”, ha detto Marx, secondo un testo dell’omelia pubblicato sul sito dell’arcidiocesi. “L’evoluzione nella società e le esigenze storiche hanno reso chiari i compiti e l’urgente necessità di rinnovamento”.

Il cardinale, che è presidente della conferenza episcopale tedesca, ha affermato che le attuali misure per affrontare gli abusi sessuali non sono sufficienti senza adattare gli insegnamenti della chiesa.

“Sono certo che il grande impulso di rinnovamento del Concilio Vaticano II non è stato veramente portato avanti e compreso nella sua profondità, dobbiamo continuare a lavorare su questo”, ha detto. “Sono necessari ulteriori adattamenti degli insegnamenti della chiesa.”

Le dichiarazioni del cardinale coincidono con i piani per discutere apertamente la questione del celibato nella riunione del consiglio permanente dei vescovi tedeschi in primavera. I vescovi hanno affermato che il seminario durante l’incontro è una risposta diretta alla crisi degli abusi.

La pressione per porre fine al celibato sacerdotale obbligatorio è aumentata in Germania in seguito al rinnovo dello scandalo sugli abusi sessuali lo scorso anno. La storia e lo scopo del celibato sacerdotale è ora un tema molto dibattuto in Germania, poiché la libertà sessuale è un principio fondamentale della moderna cultura tedesca. Lo scorso novembre, il Comitato centrale laico dei cattolici tedeschi ha votato a larga maggioranza l’abolizione del celibato obbligatorio per i sacerdoti.

“La verità non è definitiva, possiamo riconoscerla più profondamente nel percorso condiviso della chiesa”, ha detto Marx nella sua omelia. Ha detto che prenderà nuove posizioni sulle questioni perché è suo “dovere come prete e vescovo” farlo.

Ha aggiunto che i cattolici devono “lasciarsi alle spalle categorie come sinistra e destra, liberali e conservatrici e concentrarsi sulla via del Vangelo in un momento concreto”.

In conclusione, Marx ha detto che il 2019 sarà pieno di “disordini e opposizioni” all’interno della chiesa a causa di eventuali cambiamenti proposti nella tradizione della chiesa, “ma questo nuovo pensiero è necessario”.

tratto da ncronline.org

traduzione a cura di sacerdotisposati@alice.it

 

Preti sposati nella Chiesa. Libro-inchiesta di Enzo Romeo travisa le problematiche

Il Movimento Internazionale dei sacerdoti lavoratori sposati commenta l’intervista di Alessandra Stoppini a Enzo Romeo pubblicata dal settimanale online della dioocesi di Bergamo e riportata nel post: “Nel libro manca l’idea dei preti sposati con regolare percorso di essere riammessi nella Chiesa”.

Enzo Romeo, vaticanista del Tg2, ha scritto il volume “Lui, Dio e lei” (Rubbettino Editore 2018, Collana “Problemi aperti”, pp. 256, 16,00 euro, introduzione di Gianni Gennari), nel quale il giornalista e saggista parla del «celibato nella Chiesa», come recita il sottotitolo.
Il libro contiene una sintesi storica del celibato, che «non è un’esclusiva della Chiesa cattolica», ed elenca le posizioni dei papi dell’ultimo secolo, da Pio XI a Francesco. Inoltre l’autore ha intervistato alcuni esperti, come il religioso-psicologo prof. Giuseppe Crea specialista nella cura dei disagi di persone consacrate, e la teologa Stella Morra, che insegna ai futuri candidati all’episcopato. Riporta anche la bella testimonianza di padre Alejandro Solalinde Guerra, prete psicologo messicano candidato al Nobel per la Pace 2017. Famoso per la battaglia in difesa degli immigrati indocumentados che risalgono il Messico dal Centro America per tentare di superare il confine con gli Stati Uniti, padre Alejandro, braccato dai narcos messicani, ha dichiarato a Romeo che «il celibato va vissuto come una vocazione».
Non solo un libro-inchiesta, perché il vaticanista dà voce ai protagonisti: preti che hanno lasciato il ministero dopo avere scoperto di amare una donna, e mogli di ex sacerdoti. I loro racconti offrono parecchi spunti di dibattito e di riflessione, perché nelle parole degli “spretati”, com’erano chiamati un tempo, traspare forte il desiderio di continuare a rappresentare una risorsa per la Chiesa ed essere utili alla Comunità cristiana.
Abbiamo intervistato l’autore.
Quanti sono in Italia i sacerdoti che hanno rinunciato all’abito talare?
«Non ci sono dati ufficiali ma solo delle stime. In ogni caso si tratta di cifre alte: c’è chi parla di quattromila, chi di ottomila preti, che sono stati dimessi dallo stato clericale negli ultimi decenni».
Ha intervistato padre Carlo Travaglino, francescano, missionario fra i lebbrosi in Etiopia anche grazie all’aiuto di Franca, la donna che poi è diventata sua moglie. La loro è una storia emblematica?
«Sì, perché nel loro caso l’amore tra due persone non ha soffocato l’amore per il prossimo. Carlo conobbe Franca e condivise con lei il progetto di servire i lebbrosi in Eritrea. Amava questa donna e voleva sposarsi senza rinunciare a essere un sacerdote missionario. Il suo vescovo, il cardinale Ursi, comprese quel desiderio e ne parlò con Paolo VI, che dopo aver considerato attentamente il caso, concesse a Carlo una dispensa speciale. Carlo e Franca hanno vissuto una vita bella e piena, creando una rete di solidarietà che ha consentito la costruzione di dispensari e ospedali per la cura delle persone più povere ed emarginate».
Chi sono i “viri probati”?
«Sono persone adulte di “provata fede”, anche sposate, alle quali nella Chiesa primitiva venivano affidati alcuni compiti oggi riservati all’ordine sacro, quindi ai presbiteri. Oggi si discute della possibilità di riproporre queste figure, definendone meglio il ruolo. Se ne parlerà con ogni probabilità nel prossimo ottobre durante il Sinodo sull’Amazzonia, dove la mancanza cronica di sacerdoti rende estremamente urgente la questione».
Un capitolo del volume è dedicato ai preti sposati di rito orientale come “Papàs” Gabriel, prete “uxorato”. Ce ne vuole parlare?
«Il celibato è una norma che riguarda esclusivamente i preti cattolici di rito latino. Quelli di rito orientale, invece, possono sposarsi, a patto che lo facciano prima dell’ordinazione. In Italia ce ne sono parecchi; sono quelli delle “eparchie” di Lungro in Calabria e Piana degli Albanesi in Sicilia, dove vivono le comunità che risalgono all’immigrazione albanese di molti secoli or sono. Nonostante una così antica tradizione, però, anche in queste Chiese il celibato rimane un argomento scomodo, quasi un tabù. Il fatto è che rimane sullo sfondo l’idea – distorta – che sacerdozio e matrimonio siano dei sacramenti in concorrenza fra loro, con una primazìa del primo sul secondo».
Per quanto riguarda la questione femminile nella Chiesa, “potranno le donne un giorno entrare nella stanza dei bottoni”?
«In occasione del recente Sinodo sui giovani è stato chiesto a gran voce che le donne possano essere ammesse al voto nell’assise sinodale. Come fare? Il Sinodo è l’assemblea dei vescovi, che sono solo uomini, chiamati alla successione apostolica. Anche qui, ciò che servirebbe è un cambio di mentalità. Finora nella Chiesa, specie tra il clero, la donna è stata posta tra due estremi: o una figura celeste a cui affidarsi (vedi la devozione alla Vergine Maria) o una persona con ruoli ancillari, umili, secondari. Cosa accadrebbe se ci fossero più donne e contassero sul serio nella gestione, ad esempio, di una parrocchia? Gli strumenti ci sono (vedi i consigli pastorali), ma vanno fatti funzionare. Poi si potrà discutere di diaconato o addirittura di sacerdozio femminile, ma senza farne una conditio sine qua non».
L’11 novembre 2016, durante il Giubileo, per l’ultimo “Venerdì della Misericordia”, Bergoglio si recò a Ponte di Nona, quartiere all’estrema periferia di Roma est per incontrare sette famiglie, tutte formate da persone che hanno lasciato, nel corso di questi ultimi anni, il sacerdozio. Il celibato resta sempre un problema aperto nell’agenda di Papa Francesco?
«Credo che papa Francesco attribuisca al celibato un grande valore e dunque non abbia voglia di rimetterlo in discussione. Bergoglio, però, si rende conto che è un “dono” che va accolto in modo pieno e convinto. Ciò che va evitata – ripete spesso – è “la doppia vita”: sacerdoti che continuano a esercitare il ministero avendo una o un amante. Non si tratta allora di abolire il celibato, semmai di renderlo facoltativo, come del resto già avviene tra i cattolici di rito orientale».

Invito a rinnovare l’impegno a vivere nel celibato e nella castità: e la crisi dei preti?. Ancora tabù i preti sposati

La frase tradizionalista è del card. Filoni, a sacerdoti, religiosi e religiose delle diocesi di Luanda, Caxito e Viana, nel primo incontro della sua visita pastorale in Angola. Per il Movimento Internazionale dei Sacerdoti Lavoratori Sposati i vertici vaticani tacciono sui preti sposati che potrebbero essere una grande risorsa per la Chiesa.

Il Prefetto del Dicastero Missionario, card. Filoni,  ha messo in guardia, facendo eco al Santo Padre, da una certa mondanità che colpisce la Chiesa di ogni continente, “questa mondanità non è altro che mediocrità. Dobbiamo superare questa mediocrità”. Il cardinale si è quindi soffermato sulla mediocrità nel campo della castità e della vita pastorale e religiosa, invitando i sacerdoti, i religiosi e le religiose “a rinnovare l’impegno a vivere nel celibato e nella castità”, aiutati dalla preghiera umile e fiduciosa. “Rinunciando al secolarismo e alla mediocrità, attraverso il nostro incontro con Cristo possiamo, di conseguenza, rinnovare la Chiesa e tutte le dinamiche pastorali e missionarie”.

vaticannews

GR: parroco innamorato, petizione a Papa contro celibato

Gli abitanti del piccolo comune di Breil/Brigels (GR) non si rassegnano e si appellano a Papa Francesco per sostenere il loro parroco, che a 35 anni ha dovuto lasciare il sacerdozio per potere vivere una relazione d’amore.

Una ragione non sufficiente per i parrocchiani che hanno così lanciato una petizione online lo scorso 14 settembre, che chiede al pontefice di liberare i sacerdoti dall’obbligo del celibato.

Le firme raccolte fino ad oggi, nel comune di poco meno di 1’300 abitanti, sono ben 3’776. L’obiettivo è di arrivare a 8’000 sottoscrizioni, come si legge sul sito della petizione.

Il parroco era molto apprezzato dalla comunità e considerato una persona impegnata, aperta e autorevole. A metà luglio, dopo aver celebrato la messa, il religioso aveva detto ai fedeli di aver deciso di vivere pubblicamente la propria relazione, con la conseguenza di una sospensione immediata.

tvsvizzera.it

Per i preti sposati causa abusi preti anche il celibato

«Il cardinale arcivescovo di Vienna Christoph Schoenborn,  ha definito il celibato dei preti utile a spiegare in parte gli atti di pedofilia commessi da religiosi cattolici, come noi sosteniamo da molto tempo». È quanto scrive, in una nota, il Movimento Internazionale dei Sacerdoti lavoratori sposati, fondato da don Giuseppe Serrone, scrittore, teologo e giornalista free lance. «In una pubblicazione per la sua diocesi – prosegue la nota -, interrogandosi sulle cause degli abusi, emersi a cascata in Germania e in Austria, il cardinale Schoenborn sostiene che le cause vadano ricercate ‘sia nell’educazione dei preti, sia negli strascichi della rivoluzione sessuale della generazione del 1968, sia nel celibato. Su quest’ultimo punto sollecita un ‘cambiamento di visionè da parte della Chiesa cattolica». Secondo l’Associazione, l’intervento dell’arcivescovo di Vienna, potrebbe essere utile a riaprire il dibattito «sul celibato facoltativo nella Chiesa o almeno ad indurre i vescovi a rivolgere la loro attenzione a quanti di noi sarebbero felici di tornare al ministero attivo, soprattutto per dare una mano in luoghi in cui i cristiani hanno più fame della parola di Dio e dei sacramenti».

Recentemente anche il teologo Vito Mancuso affermava l’«insostenibilità del voto di castità. È il principio di realtà che impone alla Chiesa di vivere il nuovo tempo decretando la rottura».

Su posizioni tradizionaliste invece il gesuita Padre James Martin pubblicato sul sito del settimanale gesuita America (Stati Uniti) il 15 dicembre 2017: “Il celibato sacerdotale non è la causa degli abusi sessuali”.

Preti sposati / non siamo “spretati”

Preti sposati / non siamo spretati

Spesso molti vaticanisti usano un linguaggio improprio per trattare dei preti sposati. E’ il caso del vaticanista de “Il Fatto Quotidiano” che oggi presentando benevolmente il libro di un altro vaticanista del TG2 Enzo Romeo sul celibato dei preti li chiama erroneamente “spretati”.

Nell’ultimo venerdì della misericordia del Giubileo straordinario, Papa Francesco ha visitato sette famiglie di altrettanti preti sposati. Un segnale eloquente che questi uomini non sono stati abbandonati dalla Chiesa, o per meglio dire non lo sono più. Un tema, quello del celibato dei preti, che è tornato recentemente al centro del dibattito grazie alle parole del Segretario di Stato, il cardinale Pietro Parolin, che ha affermato: “Sono convinto che occorra oggi interrogarsi se il celibato sia vissuto in tutte le sue potenzialità e se sia apprezzato e valorizzato in ciascuna Chiesa particolare.

Non mi aspetterei nessun drastico cambiamento su questo aspetto, se non in un’ottica di un suo graduale approfondimento a beneficio del popolo di Dio e in particolare dell’esigenza principale della fede: l’annuncio del Vangelo all’uomo”. E’ proprio per adempiere a questo mandato evangelico i preti sposati, delle cui esigenze si è fatto partecipe don Giuseppe Serrone, prete sposato anche lui con un regolare percorso di dispensa e matrimonio religioso, hanno recentemente richiesto a Papa Francesco e ai Vescovi di tutto il mondo di essere riammessi a celebrare la S. Messa.

Preti Sposati / “Gesù non ha chiesto il celibato ai preti” Marco Antonio Rubino è pastore evangelico. Marito e padre di tre figlie

VITTORIO VENETO – Da ragazzino suonava la batteria. Ora è un marito, un padre di famiglia, un operaio e un pastore evangelico. Marco Antonio Rubino è sposato, ha tre figlie ed è il pastore della chiesa cristiana evangelica di Vittorio Veneto. Prete e padre? Un binomio che suona strano. Almeno qui, dove il celibato dei preti è la norma.

 

“Noi non ci chiamiamo preti, ma pastori – precisa Marco Antonio – Eppure quando dico quello che faccio e aggiungo che sono sposato e ho dei figli in molti si stupiscono. La chiesa evangelica non prevede il celibato dei sacerdoti: Gesù non ha mai chiesto questo sacrificio. Il celibato non è biblico: anche Pietro era sposato. Io credo, anzi, che avere una famiglia possa aiutare a capire molte cose e ad acquisire esperienze e conoscenze che possono essere utili quando si conduce una comunità”.

 

Originario di Lentini, in Sicilia, Rubino è arrivato in Veneto negli anni’80, per questioni di lavoro. “Avevo amici che lavoravano qui – racconta – e mi hanno detto che c’erano molte opportunità. Io in Sicilia facevo il giornalista per il quotidiano regionale, ma la paga non bastava. A Vittorio Veneto ho trovato un impiego come operaio, mi trovo bene, e anche la comunità evangelica della zona mi ha subito accolto”.

 

Come è diventato pastore?

“Sono stato scelto: diciamo che, nel gruppo, si nota l’attitudine al servizio, la persona che ha le caratteristiche per diventare pastore”. Quanto tempo dedica alla comunità evangelica? “Io sono sempre disponibile per ogni cosa, ma noi ci riuniamo nella nostra sede di via Roma, a Fregona, due volte la settimana. Il giovedì sera si tiene un momento di preghiera e di studio biblico, mentre la domenica mattina alle 9.30 c’è l’attività dedicata ai bambini e alle 10.30 il culto di adorazione, che è aperto a tutti”.

 

Come si svolge questo culto?

“Preghiamo, leggiamo e studiamo la bibbia, un tesoro sempre attuale e moderno, suoniamo e cantiamo. Ogni tanto, quando ne sentiamo il bisogno, condividiamo la Santa Cena. Ricordando il sacrificio di Gesù, consumiamo un pezzetto di pane e un sorso di vino. Ma non lo facciamo ad ogni cerimonia, non vogliamo che diventi un rito con il rischio che perda il proprio significato”.

 

Le sue figlie sono credenti?

“La speranza è quella che scelgano la strada della mia fede ma l’incontro con Gesù è personale, richiede tempo e presa di coscienza. E’ per quello che noi facciamo il battesimo in età adulta, quando la persona matura decide in maniera autonoma che è il momento. Il battesimo deve essere una scelta consapevole e avviene per immersione”.

 

Quanto persone fanno parte della comunità?

“Siamo circa 20, 22 persone del circondario di Vittorio Veneto. Altre comunità cristiane evangeliche si trovano a Conegliano, Pieve di Soligo, Treviso, Castelfranco”.

 

Negli anni, come è cambiata la fede e la partecipazione?

“La comunità evangelica è in continua crescita. E questa è opera di Dio”.

oggitreviso.it

Apertura sui preti sposati Cardinale Rainer Maria Wölki, Arcivescovo di Colonia, incoraggia riflessioni su “diritto divino” e “celibato preti”

Il teologo tedesco Vogels ha scritto il 7 Giugno 2018 una lettera al cardinale Lorenzo Baldisseri, Prefetto della Commissione Preparatoria per il Sinodo dell’Amazzonia, che potrebbe portare, come auspica da anni il Movimento Internazionale dei Sacerdoti Lavotori Sposati, importanti novità del Diritto Canonico sul celibato dei preti, la teologia del sacerdozio e la riammissione dei preti sposati nella Chiesa.

Il Cardinale Arcivescovo di Colonia Wölki tramite il suo Vescovo ausiliare Puff, ha incoraggiato Vogels a trasmettere a Baldisseri le sue riflessioni.

Un vescovo coraggioso riaccolga i preti sposati e ordini uomini sposati al sacerdozio. Vaticano e Papa non sarebbero contrari

Il Movimento Internazionale dei Sacerdoti Lavoratori Sposati rilancia in Italia il tema dei preti sposati nella Chiesa ( a partire da un testo pubblicato su Settimana News) che non può rimanere senza preti, fenomeno di tutta l’Europa e non solo dell’Italia. Si vendono le chiese e non si risponde ai bisogni delle comunità cristiane solo perché il Papa e i Vescovi non hanno il coraggio di cambiare una legge ecclesiale.

Da Settimana News:

“«Die Priester sterben aus» (= I preti scompaiono): è il titolo di un articolo a firma del padre gesuita tedesco, Stephan Kiechle, pubblicato nel numero di maggio 2018 nella rivista Stimmen der Zeit.

La progressiva scomparsa dei preti non è un fenomeno solo della Germania, ma di tutta l’Europa (compresa l’Italia) e, in senso più ampio, del mondo occidentale, ma la Chiesa tedesca registra delle cadute definite drammatiche e persino «catastrofiche», come ha affermato nei giorni scorsi in un’intervista al giornale domenicale Welt am Sonntag il presidente del Comitato centrale dei cattolici tedeschi (ZdK), Thomas Sternberg. «In breve tempo – ha detto – ci mancheranno i preti in misura catastrofica, così che presto per noi non ci sarà altro problema più grave di questo da affrontare».

Il dramma dei numeri

Le cifre sono inquietanti: secondo un sondaggio pubblicato dall’agenzia cattolica KNA, mercoledì scorso, nelle 27 diocesi tedesche quest’anno si ritiene che saranno ordinati 61 nuovi sacerdoti diocesani. Nel 2017 erano stati 74, e nel 2015 (la punta più bassa) 58: comunque pochi, se si tiene conto che, nel 1995, le ordinazioni (escludendo i religiosi) erano state 186.

I sacerdoti in Germania, compresi i religiosi, sono attualmente, secondo i dati più recenti, 13.856 di cui 8.786 in servizio attivo (nel 2015 erano 14.087).

Il dramma della mancanza di preti si riflette non solo sulla vendita di centinaia chiese, ma anche sulle misure con cui si cerca di ovviare ai bisogni pastorali delle comunità. «Nel sud della Foresta Nera, vicino alla mia terra di origine – scrive padre Kiechle – 6 grandi comunità, tra l’altro anche importanti luoghi turistici, sono state accorpate in un’unica unità pastorale. Attualmente c’è un solo sacerdote che cerca di provvedere ai bisogni, tra l’altro, dopo aver superato un infarto».

Come avviene però anche altrove, ci sono dei preti in pensione che cercano di dare una mano, tenuto presente che oggi la medicina viene loro in soccorso, ma – sottolinea il padre – questa situazione «durerà pochi anni».

Il numero delle celebrazioni dell’eucaristia è così destinato a crollare «fino oltre la soglia del dolore». Soltanto nelle città con sede episcopale o con facoltà teologiche ci sono ancora numerosi preti, però «spesso, stranamente, sono poco presenti nelle comunità».

I centri amministrativi – prosegue padre Kiechle – mettono mano con buona volontà «a riforme strutturali». Per esempio, nella diocesi di Treviri, le 863 parrocchie sono state ridotte a 36; e nella diaspora, di oltre 40 parrocchie, se ne fa una sola. Un esempio tipico è Saarbrücken, che è diventata una sola parrocchia per 100 mila cattolici. Il più delle volte una comunità di tale proporzioni ha un «parroco» affiancato da uno o più coadiutori che lo aiutano nella pastorale.

Arriveranno in “viri probati”?

Alcune parrocchie si servono dei laici come amministratori; altre, invece, rifiutano questa scelta che definiscono un «manicheismo pastorale» nel senso che l’aspetto spirituale non può essere separato da quello materiale. È necessario pertanto che, a loro modo di vedere, a guidare la parrocchia ci sia un prete.

Con queste riforme comunque – osserva padre Kiechle – vengono buttate a mare tradizioni pastorali millenarie.

Il padre sottolinea che, anche nel secolo XVI e all’inizio del XIX, non c’era quasi più nessun prete per la cura pastorale dei fedeli. Ma passate le crisi, si era verificata una forte rinascita. «Ma noi oggi non possiamo aspettare per un tempo così lungo» – ha aggiunto.

Attualmente, solo poche grandi parrocchie potranno essere ancora «con fatica» occupate. Per il momento ci sono ancora preti sotto i 40 anni e dei seminaristi. Ma, nel giro di 15-20 anni, anche questa struttura giungerà al collasso. Tuttavia le amministrazioni sembra preferiscano non pensarci.

In questo modo viene a mancare l’eucaristia che rimane sempre «la fonte e il culmine della vita ecclesiale» e della «la struttura sacramentale della Chiesa».

Al posto dell’eucaristia si prevedono delle celebrazioni della Parola, anche se si esita a formare dei laici che dovrebbero gestirle. Tuttavia, molti cattolici, formati allo spirito postconciliare, non le frequentano.

Di fronte a questa drammatica situazione, sia padre Kiechle sia il Comitato dei cattolici tedeschi, interpretando l’intenzione di molti nella Chiesa, affermano che bisogna ora tornare a parlare pubblicamente della possibilità di ordinare dei viri probati.

Padre Kiechle tuttavia osserva che questa scelta, «presumibilmente buona», finirebbe col creare altri problemi. E sono molti a sostenere che non costituirebbe comunque la soluzione del problema.

Thomas Sternberg, si è detto convinto che, «se un vescovo tedesco ordinasse per la prima volta dei viri probati, non troverebbe una forte contrarietà né a Roma né in Germania. «Ciò di cui abbiamo bisogno – ha sottolineato – è che ci sia un vescovo coraggioso che azzardi il primo passo».

Se ne parlerà al prossimo Katholikentag?

In tutte queste discussioni, è riaffiorato anche problema dell’ordinazione delle donne, anche se il discorso appare chiuso dopo l’intervento del 1994 di Giovanni Paolo II. Tuttavia, alcune teologhe e il movimento femminista si domandano se non sia possibile un ripensamento, tenendo conto delle nuove acquisizioni maturate in questi ultimi anni.

Sul tavolo viene posto nuovamente anche il problema del celibato. Padre Kiechle fa notare tuttavia che se cambiassero le norme per l’ammissione al sacerdozio, ci sarebbe da aspettarsi un gran clamore da parte dei reazionari – tra l’altro molto efficienti nell’uso dei media – i quali si metterebbero a gridare che «la dottrina della Chiesa viene sovvertita» e che l’Occidente andrebbe in rovina.

Al di là di tutte queste discussioni, è certo però che la Chiesa non può rimanere senza preti. Sarebbe un’immensa perdita – conclude padre Kiechle – non solo per essa stessa, ma anche per l’umanità intera.

È probabile comunque che il discorso venga ripreso nel corso del Katholikentag – la grande assemblea dei cattolici tedeschi – che inizierà mercoledì prossimo, 9 maggio, a Münster, e si concluderà domenica 13.”

Comportamenti ‘moralmente inaccettabili’, allontanato parroco. Decisione arcidiocesi di Trento, prete ha già lasciato comunità

 © ANSA

“Venuto a conoscenza di comportamenti moralmente inaccettabili e incompatibili con l’esercizio del ministero sacerdotale e pastorale, l’arcivescovo di Trento, monsignor Lauro Tisi, ha allontanato dalle parrocchie di Borgo Valsugana, Castelnuovo e Olle il parroco don Daniele Morandini”. Lo riferisce in una nota l’arcidiocesi di Trento.
“Quest’ultimo, assumendosi le proprie responsabilità – viene aggiunto – ha già provveduto a lasciare le comunità, i cui rappresentanti sono stati avvisati nella serata di ieri dal vicario generale, don Marco Saiani”.
“L’arcivescovo Lauro, a nome della Chiesa di Trento – conclude la nota – esprime profondo rammarico per l’accaduto e la vicinanza alle comunità coinvolte”. (ANSA).

Valsugana, parroco rimosso «Una tempesta ha colpito l’intera nostra comunità»

La porta della canonica è chiusa. Da martedì il paese è senza il suo parroco. L’altra mattina, come tutti i giorni, lo aspettavano in chiesa per la prima Messa del giorno. Al suo posto, però, è arrivato don Renato Tomio.

Da diverse ore don Daniele Morandini aveva lasciato la canonica. Con lui se ne erano andati anche i suoi genitori Tullio e Rosy che, da tre anni e mezzo, erano arrivati in Valsugana. Il breve comunicato dell’Arcidiocesi parla chiaro. Già lunedì sera, all’oratorio parrocchiale, il vicario generale don Marco Saiani aveva informato il Consiglio Pastorale delle tre comunità di Borgo, Olle e Castelnuovo.

«È un vero fulmine a ciel sereno. Anzi, quella che si è abbattuta su Borgo è una tempesta». Così il sindaco Fabio Dalledonne che ha accolto la notizia poco dopo la seduta della giunta comunale. «Non voglio e non posso entrare nel merito della decisione del vescovo ma quello che mi sento di dire è che in questi tre anni e mezzo di presenza a Borgo don Daniele ha dato una svolta alla comunità. Un prete moderno, sempre a contatto con la gente e che, rispetto al passato, è riuscito a riportare i fedeli in chiesa». La decisione è del vescovo è stata presa «a causa di comportamenti moralmente inaccettabili e incompatibili con esercizio del ministero sacerdotale e pastorale».

Come ogni mercoledì mattina, anche ieri a Borgo c’era il mercato. Poche bancarelle, poca gente. Ma soprattutto poca voglia di parlare.

«Mi hanno appena informata – ci racconta una anziana signora – e quello che farò sarà di pregare il Signore affinché aiuti il nostro parroco in questo difficile momento».

Il nostro parroco. Don Daniele, dal suo ingresso su un sidecar davanti alla chiesa di S. Anna, è entrato nei cuori della gente. Tanta gente ieri mattina si è rivolta presso gli uffici parrocchiali per chiedere informazioni. Volti tesi, tirati. «Sono profondamente dispiaciuto, incredulo per quello che è successo. In questi anni c’è stata una proficua collaborazione con il parroco – rimarca il sindaco di Castelnuovo Ivano Lorenzin – che si era fatto ben volere dai suoi fedeli».

Dopo un primo incontro con don Saiani, mercoledì sera il Consiglio Pastorale è tornato a riunirsi. Bisogna andare avanti, guardare al futuro anche per proseguire con le innumerevoli attività e progetti messi in campo da don Daniele. In attesa delle nomine del nuovo parroco, decisione che, presumibilmente, verrà presa verso le fine dell’estate o all’inizio dell’autunno, toccherà ai sacerdoti ed ai diaconi presenti sul territorio gestire le tre parrocchie.

Ci penseranno don Renato Tomio, attuale cappellano dell’ospedale e della casa di riposo di Borgo, ed i due diaconi Aldo Campestrin e Pierino Bellumat. Da Trento è stato deciso di affiancare a loro anche don Ferruccio Furlan, vicario per il clero e che già in passato, nei primi anni ‘90, era stato a Borgo con l’allora decano don Giorgio Hueller. «Nessuno, ripeto, mai nessuno in questi anni si era lamentato per il comportamento del parroco. In comune non era mai arrivata nessuna segnalazione – conclude Fabio Dalledonne – solo commenti positivi. Per Borgo e Olle è una perdita gravissima. Prima che prete, don Daniele era un uomo ed una persona dinamica che ha dato tutto per nostra comunità. E questo, indipendentemente da quello che è successo, non scalfirà la stima, l’affetto e la grande simpatia che abbiamo e che avremo sempre per lui»

ladige.it

Chiesa immobile. La rivoluzione mancata delle riforme di Papa Francesco, anche sui preti sposati

Il Movimento internazionale dei Sacerdoti Lavoratori Sposati condivide i motivi della mancata riforma, analizzati da Settimana News: la riforma della curia romana, il mutamento dell’etica sessuale e affettiva, l’abolizione del celibato obbligatorio per i presbiteri e il nodo della questione femminile

“Credo si possa essere senz’altro grati a Marco Marzano, docente di sociologia presso l’Università di Bergamo e da diversi anni studioso non banale di quello che, fino a qualche tempo fa, veniva chiamato mondo cattolico (Quel che resta dei cattolici, 2012, Missione impossibile, 2013).

In primo luogo perché, stavolta, ha puntato al bersaglio grosso, dedicandosi a descrivere e analizzare quella che definisce nel sottotitolo del suo ultimo libro la rivoluzione mancata di papa Francesco, con un titolo che è tutto un programma: La Chiesa immobile (Laterza 2018, pp. 163, € 18,00).

L’ha fatto da par suo, vale a dire senza sconti di alcun genere e dopo un cospicuo lavoro di raccolta di materiali, testi su Bergoglio e documentazioni varie, soprattutto di taglio sociologico. Comprensibilmente: la sua lettura è dichiaratamente una lettura sociologica, che affronta la Chiesa cattolica come qualsiasi altra istituzione sociale. O come un’impresa, che viene valutata sui numeri, i profitti e i dividendi.

Da questo punto di vista, l’operazione è ovviamente legittima, e l’interpretazione dello studioso torinese potrebbe apparire impeccabile: dopo cinque anni, a suo parere, è lecito sostenere che le grandi attese che avevano accompagnato la salita al soglio pontificio del primo papa gesuita siano del tutto deluse. Anzi, egli argomenta apertamente che, con la sua capacità di occupare la scena internazionale e di sedurre populisticamente le masse (cattoliche e non), papa Francesco sta furbescamente portando la Chiesa a prendere due piccioni con una fava: «da un lato, aumenta immensamente la sua popolarità, dà smalto alla sua immagine, cattura l’attenzione delle opinioni pubbliche di tutto il mondo; dall’altro, non solo fa scomparire del tutto dal dibattito pubblico il tema della secolarizzazione e della sempre minor rilevanza del cristianesimo, ma oscura, quasi fosse una cosa irrilevante, l’esistenza e il funzionamento dell’organismo che dirige, della macchina ecclesiastica, cioè delle prassi politiche, religiose, culturali e normative nelle quali è immerso quel mezzo milione di preti che non si chiamano papa Francesco» (p. 148). Queste le sue conclusioni, in buona sostanza.

I motivi del fallimento

Nei tre corposi capitoli che costituiscono il volume, ritroviamo i motivi per cui – secondo Marzano – il papa argentino avrebbe fatto cilecca: mancando le riforme che davvero contano (quattro, a suo parere: la riforma della curia romana, il mutamento dell’etica sessuale e affettiva, l’abolizione del celibato obbligatorio per i presbiteri e il nodo della questione femminile), in un contesto di crisi più apparente che reale, almeno sul piano statistico e di quella che, con P. Jenkins, ci siamo abituati a definire Chiesa globale, e limitandosi a una debole politica dell’amicizia con tutti e comunque, a destra e a sinistra (per adottare le categorie della politica, che peraltro ormai neppure la politica tende più ad adottare; romanescamente, verrebbe da dire, insomma: un papapiacione…). In realtà, a proposito di crisi, tale condizione, per i cristiani, dovrebbe essere una situazione – per dir così – normale.

In un testo preparatorio alla conferenza del Consiglio missionario internazionale (IMC) di Tambaram del 1938, il missiologo olandese Hendrick Kraemer sosteneva tale idea nei seguenti termini: «Rigorosamente parlando, si dovrebbe dire che la Chiesa si trova costantemente in uno stato di crisi e che il suo più grave limite è che ne è consapevole soltanto di tanto in tanto». Cosa che avviene – proseguiva – a motivo della «tensione permanente fra la (sua) natura essenziale e la sua condizione empirica».

Perché allora questo elemento di crisi e di tensione lo percepiamo solo di tanto in tanto? Perché la Chiesa «ha sempre avuto bisogno dell’insuccesso e della sofferenza manifesti per divenire pienamente cosciente della sua vera natura e missione». Se intende essere fedele alla sua vocazione, essa è chiamata dunque a fungere – come il suo Signore, del resto – da «segno di contraddizione» (Lc 2,34).

Tornando a Marzano, il tutto è condito, ripetiamolo, di molti riferimenti bibliografici, e con uno stile ficcante, efficace, convincente.

tratto da Settimana News

Sondaggio su preti sposati e celibato 79,8 % di si

Il Sondaggio: “Basta celibato per i preti siete d’accordo?”
79,8%
No
17,8%
Non so
2,5%

 

AVVERTENZA: le rilevazioni online de Il Gazzettino.it non hanno un valore statistico. Si tratta di rilevazioni aperte a tutti, non basate su un campione elaborato scientificamente. Hanno quindi l’unico scopo di permettere ai lettori di esprimere la propria opinione sui temi di attualità.

Requisito del celibato come onere, il rischio di abusi sui minori può aumentare. Meglio i preti sposati

Sul numero di marzo-aprile di Mensaje il padre gesuita cileno Agustín Moreira Hudson ha sintetizzato il vastissimo materiale che la “Royal Commission” australiana ha raccolto in oltre cinque anni di indagini sugli abusi sessuali perpetrati sui minori. L’articolo si sofferma in particolare su quanto è accaduto  nella Chiesa cattolica ad opera di preti e fedeli. E indica alcune vie d’uscita.

Un prezioso passo avanti verso misure più adeguate di riparazione e di giustizia nei confronti delle vittime di abusi, nonché per un rinnovamento della Chiesa cattolica, è rappresentato dalRapporto che il 15 dicembre 2017 la “Royal Commission” ha consegnato come risposta istituzionale agli abusi sessuali commessi su minori in Australia. È la risposta di quella nazione alle numerose denunce registrate da anni in questa materia. La “Royal Commission” viene attivata quando si tratta di questioni di interesse nazionale.

L’Australia, il settimo paese più grande con i suoi 7,7 milioni di chilometri quadrati, conta circa 24 milioni di abitanti, di cui il 22,6% si dichiara cattolico. Negli ultimi decenni, questa popolazione è stata scossa dalle notizie di abusi sessuali su minori, che hanno portato l’allora presidente del Consiglio, la prima ministra Julia Gillard, a convocare la “Royal Commission” per esaminare, analizzare e presentare proposte sull’argomento.

Sei commissari di alto prestigio e di riconosciuta capacità nel servizio pubblico sono stati incaricati di portare a termine l’inchiesta. Nei suoi poco più di cinque anni di intenso ed esauriente lavoro a livello nazionale, la Commissione ha ricevuto 42.000 chiamate, ha effettuato oltre 8.000 sessioni private di ascolto e ha catalogato – dal 1950 al 2017 – 6.875 minori vittime di abusi sessuali, 2.489 delle quali studiavano in istituzioni legate alla Chiesa cattolica.

Su quest’ultimo aspetto, la Commissione ha effettuato un esame ampio e approfondito. NelRapporto finale, 926 pagine sono dedicate all’analisi della sua struttura e del suo modo di operare, oltre a presentare importanti proposte di miglioramento, in un’ottica di protezione dei minori. In Australia, le istituzioni legate alla Chiesa accolgono un bambino su cinque in età scolare. La Commissione ha rivelato che il 36% delle vittime di abusi sessuali su minori apparteneva a questo ambito.

Della Chiesa cattolica fanno parte 1.880 abusatori di minori, il 96% dei quali maschi. Tra di loro ci sono sacerdoti, religiosi fratelli, laici e volontari. L’età media del primo abuso si è verificata all’età di 10 anni circa, con il 74% delle vittime maschili. Il tempo medio trascorso tra l’abuso e la denuncia è stato di 33 anni.

abusi sui minori

Dicembre 2017: il Ministro della Giustizia Peter McCellan e il Governatore Generale Peter Cosgrove durante la firma del rapporto.

Primi passi

Dal 1940 si parla della propensione degli abusanti a reiterare questo comportamento. Lo stile consueto di vescovi e superiori religiosi di fronte alle accuse di abuso è stato il trasferimento del molestatore in altre parrocchie o scuole. Per lungo tempo, la pedofilia non è stata capita, né si sapeva come procedere nei confronti di un pedofilo. Non si sapeva se questa tendenza fosse compulsiva, ripetitiva e se creava dipendenza. È stata trattata come una colpa morale. Veniva consumata di nascosto ed era messa a tacere per evitare lo scandalo. Fino al 1984 era diffusa la convinzione che i disordini sessuali tra i chierici potessero essere curati con trattamenti psicologici, con una terapia adeguata e con un opportuno sostegno spirituale. A partire dal 1988, il tema dell’abuso sessuale sui minori inizia a essere discusso nella Conferenza episcopale australiana. Sono emerse diverse iniziative; ne riprendiamo solo alcune. Nel 1990 è stato stilato un Protocollo di prevenzione. Si è trattato di un grande sforzo, anche se troppo concentrato sulla difesa della Chiesa e del suo clero, a scapito delle vittime. Nel 1992 c’è stata anche una lettera pastorale sull’argomento. Un punto di rottura con le vecchie pratiche si è verificato con l’iniziativa “Towards Healing” del 1996. Lì si è stabilito che qualsiasi comportamento sessuale con un minore è immorale ed è un crimine. La Chiesa si è impegnata a fare maggiore verità e trasparenza, a risarcire le vittime, a prestare assistenza alle altre persone coinvolte, a dare una risposta efficace agli accusati e ai colpevoli e a migliorare le misure di prevenzione. A ciascuna diocesi o congregazione è stato chiesto di istituire un “Profetional Standards Resource Group” che affronti radicalmente il problema.

Nel 2000, i rappresentanti della Conferenza dei vescovi australiani e i rappresentanti della Santa Sede si sono incontrati a Roma per risolvere alcune questioni dibattute. Gli australiani ritengono che la Santa Sede sia in ritardo di vent’anni in materia di abusi sessuali su minori. Un grosso problema da risolvere è quello delle prescrizioni e del rapporto tra diritto civile e diritto canonico. E non possiamo dimenticare i 570 vescovi presenti a Roma in quella circostanza, i quali hanno chiesto che si applichi la normativa civile in caso di abusi sui minori. Nel 2001, la Congregazione per la dottrina della fede, attraverso il documento Sacramentorum sanctitatis tutela, si riservava il diritto di esaminare e di sanzionare tutti i casi.

Che cosa contribuisce all’abuso nella Chiesa

Le prove confermano che l’abuso sessuale sui minori è un problema molto esteso nella Chiesa cattolica. Esso implica elementi individuali e sociali, aspetti teologici, la struttura gerarchica dell’istituzione, la formazione del clero e la cultura clericale. Più sotto svilupperò alcuni di questi fattori.Tra gli abusatori di bambini in genere bisogna distinguere tra abusatori seriali, abusatori opportunisti e abusatori atipici. I fattori individuali di rischio che possono predisporre agli abusi includono: confusione nell’orientamento sessuale, interessi puerili, mancanza di relazioni tra pari, esperienze sessuali estreme, esperienze di abuso, personalità passivo-dipendenti e immaturità psicosessuale. È stato ribadito con forza che il clericalismo è un fattore che contribuisce ad alimentare gli abusi sessuali. E anche l’idealizzazione del sacerdozio e dell’istituzione della Chiesa cattolica. Essa è caratterizzata da una leadership autoritaria, da una rigida visione gerarchica del mondo e dalla sacralità dello stato sacerdotale, con sentimenti di superiorità. Questa sacralità dei sacerdoti, che assumono il ruolo di Dio, li ha resi oggetto di fiducia e di autorità indiscussa, che qualcuno ha utilizzato per abusare dei minori. Quando si abusa del potere e dei privilegi, viene a mancare il servizio al popolo di Dio. A ciò si aggiunge una cultura clericale che cercava di evitare lo scandalo e che si preoccupava della reputazione della Chiesa, attraverso il silenzio e l’occultamento, schierandosi più dalla parte dei carnefici che delle vittime. Per molto tempo, la pedofilia è stata ritenuta una colpa morale e non un crimine. A livello di struttura organizzativa, la Chiesa assomiglia ad una monarchia assoluta. Il potere è concentrato nel papa e poi nei vescovi o nei superiori religiosi, che governano le loro diocesi o le loro congregazioni con un’autonomia quasi totale, senza i controlli e i contrappesi delle organizzazioni civili. Ciò è dovuto alla presenza schiacciante di chierici di sesso maschile, mentre i laici e le donne sono esclusi dai processi decisionali.Le prove mostrano una carenza di leadership sia nei vescovi sia nei superiori religiosi, e una mancanza di preparazione e di formazione in materia di leadership e di processi decisionali. Nello stesso tempo, il livello di responsabilità riguardante le loro decisioni e le loro gestioni è assai ridotto. Tutto ciò ha reso possibile la segretezza, la mancanza di trasparenza e gli errori ripetuti.

Nel campo del diritto, la Chiesa cattolica è governata dal Codice di diritto canonico del 1983, che considera l’abuso sessuale dei minori una colpa morale e non un crimine. Prevale il segreto che tutela l’aggressore ed evita lo scandalo (presente in 24 canoni). Il tempo di prescrizione del crimine è stato un fattore che ha reso più difficile il cammino della giustizia. Tutto ciò è cambiato negli ultimi anni. È chiaro che lo standard del Codice di diritto canonico della Chiesa è inferiore a quello del campo dei diritti civili di molti paesi. Nel 2016, il card. Sean O’Malley ha detto, citando papa Francesco, che i crimini contro i minori non possono rimanere segreti e che esiste l’obbligo morale di segnalarli all’autorità civile.

Molto si è discusso sull’incidenza che il celibato potrebbe avere sull’abuso sessuale dei minori. È bene chiarire che la maggior parte dei casi di abusi sessuali su minori avviene all’interno della famiglia. Non esiste una relazione di causa diretta tra il celibato e la propensione ad abusare dei bambini. Tuttavia, quando vi sono fattori di rischio preesistenti, a cui viene aggiunto il requisito del celibato come onere, il rischio di abusi sui minori può aumentare. Studiando la crisi dovuta agli abusi sessuali, si è concluso che v’è stata una cattiva teologia del corpo e della sessualità nella dottrina della Chiesa cattolica e nella formazione religiosa. C’è immaturità e repressione nell’esperienza della sessualità. Per molti sacerdoti il celibato richiesto è un martirio silenzioso e vorrebbero che fosse dichiarato facoltativo.

Alla luce delle informazioni che conosciamo oggi, è chiaro che, prima dell’anno 1970, i processi di selezione, di formazione iniziale, di accompagnamento e di preparazione ad una vita da celibe e al lavoro pastorale erano inadeguati nell’ambito della sessualità, della consapevolezza dei propri limiti, della custodia della propria intimità e delle relazioni.

I candidati, a partire dai dodici anni, entravano in un collegio dove lo sviluppo emotivo-psicosessuale era scarso, inadeguato e fonte di squilibri. I seminari erano isolati e seguivano un modello monastico, la cui formazione era rigida, con un’enfasi sulla parte intellettuale, sulla pietà e sull’obbedienza delle regole. Era normale che sacerdoti e confratelli appena ordinati fossero assegnati a parrocchie o a collegi senza una previa preparazione pastorale. Molti hanno sperimentato la solitudine, l’isolamento, la scarsa vita di comunità, nessuna intimità, scarsa amicizia tra pari, stress, immaturità sessuale ed emotiva, sovraccarico di lavoro, mancanza di controlli e di supporti. I fattori menzionati hanno aumentato il rischio di abusi sessuali sui minori.

La confessione di abusi sessuali su minori – sia per le vittime sia per i molestatori – nell’ambito del sacramento della riconciliazione, ha relegato questo crimine nella segretezza del sigillo sacramentale e ha reso difficile farlo emergere dalla sfera privata. Ciò ha aumentato il rischio di abuso. Abbiamo ricordato che, per lungo tempo, l’abuso sessuale sui minori è stato considerato un peccato e non un crimine. È stato confinato nell’ambito della confessione, è stata raccomandata più preghiera, senza mai essere denunciato alla polizia. La confessione era un atto che permetteva ai molestatori di continuare ad abusare. Una figlia ha detto che suo padre era un penitente regolare e un molestatore permanente.

Proposte di prevenzione

La Commissione è stata critica nei confronti della concentrazione del potere nella gerarchia della Chiesa cattolica. E chiede l’inclusione dei laici, in particolare delle donne, sia nelle strutture di governo sia nel processo decisionale. Propone che la selezione dei vescovi sia un processo che veda un’ampia partecipazione dei laici, maggiore trasparenza, una scelta responsabile dinanzi alla comunità del popolo di Dio e che siano abbandonati i titoli onorifici. Per il buon governo di una diocesi, la Commissione invita ad una frequente celebrazione dei sinodi diocesani, come momento di partecipazione, di consultazione, di dialogo e di ascolto.Per quanto riguarda la selezione dei candidati alla vita sacerdotale e religiosa, la Commissione raccomanda un approccio multidisciplinare, che comprenda le seguenti dimensioni: medica, psicologica, spirituale e sociale. Prima dell’accettazione di un candidato, vengano eseguiti esami specifici da professionisti qualificati. Inoltre, ci sia un’ampia consultazione prima dell’ordinazione sacerdotale e un controllo attitudinale per lavorare con i minori. Poiché ogni relazione pastorale implica implicitamente uno squilibrio di potere, viene sottolineata l’importanza di una formazione permanente che includa corsi obbligatori sull’etica del ministero, sui limiti sulla sessualità, sulla cura dei ragazzi, sulla riservatezza e sull’esercizio responsabile del potere.
Vi è, inoltre, la necessità di una supervisione professionale delle attività legate alla cura delle persone e alla gestione amministrativa e pastorale della comunità, attraverso processi di valutazione formale.

La Commissione raccomanda che i reati di abuso sessuale sui minori siano denunciati ai tribunali civili competenti e che l’identità della vittima venga tutelata con la massima riservatezza. Sostiene la modifica del Codice di diritto canonico del 1983 per quanto riguarda gli atteggiamenti di occultamento e propone che l’abuso sessuale sui minori sia riconosciuto come un reato che non cada in prescrizione. Suggerisce che la Congregazione per la dottrina della fede istituisca dei tribunali locali per eseguire sul posto questi processi giudiziari.

La Commissione ha ricavato abbondanti prove del fatto che il celibato era spesso un peso che provocava isolamento emotivo, solitudine, depressione e malattie mentali. Raccomanda che il celibato sia facoltativo.

Se, durante il sacramento della riconciliazione, un minore confessa di essere stato vittima di abusi sessuali o una persona confessa abusi sui minori, il sacerdote deve convincerli a riferire questi fatti al di fuori dell’ambito della segretezza del sigillo sacramentale, parlandone con persone che possano adeguatamente perseguire questo crimine. Raccomanda poi che la pratica del sacramento della riconciliazione con i minori avvenga in spazi aperti e sotto la sorveglianza di altri adulti.

Alla ricerca di una Chiesa accogliente

L’abuso sessuale sui minori è emerso con forza in diversi paesi, causando irritazione e scandalo. La Chiesa cattolica è stata duramente criticata perché alcuni dei suoi ministri e alcuni fedeli sono stati coinvolti in questi crimini.

settimananews

La Commissione australiana ha studiato a fondo questo problema nel suo paese, inclusa la realtà strutturale e operativa della Chiesa cattolica. Si è trattato di un lavoro obiettivo e di qualità, di cui siamo profondamente grati. Ha rivelato la gravità di questo crimine e l’enorme danno causato alle vittime e alle loro famiglie.

La Commissione esorta a cercare le giuste misure di riparazione per le vittime e ad attivare opportuni cambiamenti nella Chiesa, sia nella sua struttura di governance sia nel suo modo di procedere, per essere davvero la Chiesa di Gesù, che accoglie tutti, specialmente i più deboli.

Il sacerdote se ne va a nozze. Il celibato dei preti nuovo terreno di scontro in Vaticano

Non è un matrimonio usuale. Don (ora ex) Achille Melegari, 57 anni, parroco in tre frazioni del reggiano fino ad agosto, si sposerà tra pochi giorni con Gerardina Bellassai, 56 anni, che guida a Reggio Emilia i City Angels, volontari che aiutano senzatetto ed emarginati. Lui ha chiesto di rimanere prete, anche da coniugato. Ovviamente il vescovo ha negato questa opportunità ma all’ormai ex sacerdote stanno arrivando numerosi messaggi di solidarietà dall’interno della Chiesa e sta nascendo un movimento che senza enfasi ma anche disquisendo di teologia chiede a Papa Francesco di riconsiderare la faccenda dei preti sposati, magari con un primo passo, quello di collocarli a fianco dei sacerdoti celibi che reggono le parrocchie, un po’ come avviene coi diaconi.

Melegari ha scritto una lettera ai suoi ex parrocchiani: «Quando circa 32 anni fa scelsi di entrare in seminario e lasciare il lavoro di programmatore di computer un cliente mi scrisse un bigliettino con una frase che diceva all’incirca così: lasci questo lavoro per un programma più umano. In effetti la mia ricerca è sempre stata quella di una vita con un senso che andasse oltre, e la vita sacerdotale mi sembrava in grado di darlo in abbondanza».

Poi la crisi: «Quando il mio ministero è stato totalmente dedicato al lavoro nelle parrocchie l’impianto istituzionale delle chiese locali mi è sembrato eccessivamente e anacronisticamente sbilanciato in senso giuridico-amministrativo per un parroco». Infine: «È stato in questo tempo di nuova ricerca di un senso che andasse oltre, che il cuore mi ha portato a fare la scelta, non compatibile con l’abito sacerdotale, di amare una donna. Avrei potuto continuare a stare all’altare la domenica e nei giorni feriali vivere more uxorio, come qualcuno fa, ma ho preferito chiedere al vescovo di essere sospeso dal ministero e percorrere senza sotterfugi il cammino necessario a vivere come Dio comanda».

Non si aspettava di ricevere, per esempio, la solidarietà da don Antonio Mazzi, fondatore della comunità Exodus: «Don Melegari ha seguito il suo cuore. Non mi scandalizza affatto. Credo non debba essere un problema. Capisco che per tanti possa essere una bomba, ma dovrebbe diventare un fatto normale. Io lascerei libertà di scelta ai parroci di potersi sposare. Ci rendiamo conto che il celibato e la verginità dei sacerdoti risale al Concilio di Trento? I tempi sono cambiati. Oggi la priorità è la testimonianza di fede attraverso gli esempi. E chi dice che un sacerdote sposato non possa darla migliore di uno votato alla castità?».

Anche un sacerdote di punta del clero reggiano, don Ercole Artoni, fondatore del centro sociale Papa Giovanni XXIII, si schiera a fianco dell’ex parroco: «Voglio esprimergli le mie congratulazioni. Sono d’accordo con lui. I preti dovrebbero essere completamente liberi anche di sposarsi. La disciplina del celibato ecclesiastico è superata. La Chiesa trarrebbe molti vantaggi dall’abolirlo. Si potrebbero stimolare tante vocazioni fra i laici e i diaconi permanenti. Il celibato fu istituito nel Medioevo con la riforma gregoriana. Oggi è anacronistico».

È prevedibile un’accesa contrapposizione nel mondo ecclesiale tra coloro che ritengono inviolabile il celibato e la castità e chi invece è propenso ad ammettere il matrimonio, al pari degli ortodossi. Una discussione, anche accesa, è prevista nel 2019 in occasione del Sinodo sull’Amazzonia (si terrà a Roma). Nel documento preparatorio che sta elaborando il cardinale Claudio Hummes, 82 anni, già prefetto della Congregazione per il clero, è inserita l’opzione di trasformare i diaconi permanenti che operano in quella parte del Brasile in veri e propri sacerdoti. Il clero brasiliano si è già dichiarato in larga parte favorevole. Si tratterebbe di una svolta storica, seppure attuata con prudenza. In territori come l’Amazzonia e il Chiapas, nei quali le comunità cristiane sono visitate dai sacerdoti solo alcune volte all’anno, si vorrebbero infatti «ordinare alcuni dei leader laici che guidano le comunità». Secondo monsignor Antonio José de Almeida, professore presso la Pontificia Università Cattolica del Paranà e dottore in Teologia alla Pontificia Università Gregoriana, sarebbe «la decisione più giusta, perché l’obiettivo è dotare una precisa comunità di un presbitero proprio, a partire da ciò che già esiste in quella comunità».

Del resto nella Chiesa già operano sacerdoti sposati poiché nel 2009 Benedetto XVI ha riaccolto intere comunità della Chiesa anglicana coi i loro pastori, vescovi e preti, molti dei quali coniugati. Vi è pure un’associazione (Sacerdoti lavoratori sposati) fondata nel 2003 da un ex parroco nel viterbese, Giuseppe Serrone, che interviene per lodare la condotta di Melegari che non ha tenuto nascosta la sua relazione: «Il fenomeno dei preti costretti a lasciare l’abito talare per questioni affettive è più vasto di quanto si pensi, noi stimiamo che in Italia vi siano quasi 10 mila preti sposati. Non chiediamo di stravolgere il diritto canonico ma solo di potere tornare a esercitare il ministero». Per la prima volta, lo scorso marzo, a un’assemblea dei preti sposati è intervenuto un vescovo, quello di Ascoli Piceno, monsignor Giovanni D’Ercole, che ha detto: «Dobbiamo abituarci a non interpretare la volontà divina secondo schemi per noi ovvii, ma a ricercarla con umiltà e pazienza, sempre disposti a essere guidati verso lidi non previsti dalla nostra navigazione umana e spirituale».

Insomma, acque agitate sul fronte del celibato mentre l’ex don Melegari prepara la cerimonia di nozze. Che cosa ne pensa Papa Francesco? Si era così espresso in un colloquio col rabbino Abraham Skorka quando era cardinale: «Sono a favore del mantenimento del celibato, con tutti i pro e i contro che comporta, perché sono dieci secoli di esperienze positive più che di errori… La tradizione ha un peso e una validità. I ministri cattolici scelsero gradualmente il celibato. Fino al 1100 c’era chi lo sceglieva e chi no… è una questione di disciplina e non di fede. Si può cambiare. Personalmente a me non è mai passata per la testa l’idea di sposarmi».

italiaoggi.it

“Un prete, un matrimonio”: la vicenda del sacerdote con la dispensa del celibato

Sabato 3 marzo alle17.00 l’Aula Lignea della Biblioteca Malatestiana verrà presentato il libro  “Un prete un matrimonio – pagine di diario di sofferenza, di rinascita” di Chino Piraccini.

Accanto all’autore interverranno la psicologa Graziella Zuffi, il magistrato Vincenzo Andreucci e l’editore Roberto Casalini.

Storico docente del liceo scientifico “Augusto Righi”, dove ha insegnato storia e filosofia dal 1970 al 2006, persona impegnata nella vita cittadina (è stato, fra le altre cose, presidente del Quartiere Cervese Sud), Chino Piraccini vive la condizione di prete sposato e in questo libro  “ci affida la testimonianza di una vita non comune, caratterizzata da tensioni e sofferenze, da inquietudini e speranze, infine da una salvezza lungamente attesa”, come scrive nell’introduzione al volume Roberto Casalini

“Dalla sua esperienza di prete e senza mai rinunciare alla sua fede, Piraccini ottenne infatti la dispensa dall’obbligo del celibato per avvicinarsi agli affetti di una donna che diventerà prima sua moglie e poi madre di due figli: un percorso che lo condurrà alla felicità, considerata un vero e proprio dono del Signore. Un’esperienza che l’autore sente il dovere di raccontare, anche in nome dei confratelli nelle sue stesse condizioni, delle incomprensibile difesa da parte della Chiesa romana (ormai l’unica nel mondo tra le Chiese di confessione cristiana) di una norma peraltro del tutto priva di fondamenti evangelici e patristici”.

cesenatoday.it

 

Il celibato dei preti diocesani ha ancora un senso? Il Movimento dei preti sposati offre collaborazione alla diocesi di Cuneo

Una cinque giorni di riflessione per i preti della diocesi di Cuneo è l’occasione per il Movimento Internazionale dei sacerdoti lavoratori sposati offerta per lanciare un invito ai vescovi italiani e al Vaticano: “siamo pronti a vivere insieme ai Parroci nelle parrocchie con le nostre famiglie. Siamo una grande risorsa da valorizzare nella Chiesa”.

Di seguito la notizia.

“Dal 22 al 26 gennaio 2018 i preti della diocesi di Cuneo rifletteranno sul tema del celibato. Il tema si ispira alla lettera di papa Francesco, Amoris Laetitia e intende collegare il ministero del prete e la sua identità personale all’esperienza dell’amore umano. Il ministero del prete con le famiglie gli fa vedere la grazia e la fragilità dell’amore umano (filiale, sponsale, materno, paterno, fraterno …) e gli fa scoprire la propria collocazione peculiare di uomo celibe. Il prete celibe non è estraneo all’amore umano, ma ne partecipa in modo particolare. Questa sua posizione richiede una grazia speciale e mette in conto anche sofferenze e difficoltà. Nel corso della settimana residenziale si intende aiutare il clero diocesano a riflettere sulla propria esperienza per dare una nuova consapevolezza della vocazione personale. Interverrannno: il teologo Pierangelo Sequeri, il prof. Perez-Soba,, don Vittorio Conti, sacerdote diocesano e studioso presso l’Istituto di Psicologia dell’Università Gregoriana di Roma. All’intervento di esperti esterni, si aggiunge quello di alcuni preti diocesani cuneesi che offriranno integrazioni sul tema dell’amore umano nella Bibbia (don Carlo Cravero), nella letteratura (don Martino Pellegrino), nella musica (don Ezio Mandrile), nelle canzoni ascoltate dai giovani (don Paolo Revello). Alcuni laici, inoltre, porteranno una loro meditazione su aspetti dell’amore vissuto in famiglia. Sono previste due serate cinematografiche dedicate ai film Calvario (2014) e Silence (2017)” (laguida.it).

Papa Francesco lavori con promulgazione di nuove leggi ecclesiastiche sul matrimonio dei preti e sulla riammissione nella Chiesa dei preti sposati

Il giornale on line “sussidiario.net” ha riportato un articolo

“Crisi vocazioni nella Chiesa: “è colpa del celibato imposto ai preti. Se si potessero sposare, di certo non ci sarebbe questa fuga dalla propria tonaca..”.

In Italia ci sono ben 5mila preti che si sono dimessi a fronte di un totale di 50mila sacerdoti consacrati. Insomma, uno su 10 non arriva a compiere il proprio progetto di vocazione nella verginità, nella povertà e nella fedeltà alla Chiesa di Cristo.

Papa Francesco finora ha tentennato come afferma uno dei tanti preti sposati italiani: “perché una volta dice che l’argomento è nella sua agenda, un’altra dice che il celibato è dono prezioso che non si sente di toccare, una volta visita famiglie di preti sposati, un’altra non risponde neanche ad una delle decine di lettere che ha ricevuto sull’argomento, una volta dice ai vescovi che sono le conferenze episcopali che se ne devono occupare, un’altra – quando un vescovo italiano sollecita l’argomento nell’assemblea generale della CEI – lo zittisce dicendogli che i preti sposati facciano i buoni laici..” (Miragoli).

Il Movimento Internazionale dei Sacerdoti Lavoratori Sposati rivolge a Papa Francesco un invito: “lavori con promulgazione di nuove leggi ecclesiastiche sul matrimonio dei preti e sulla riammissione nella Chiesa dei preti sposati”.

Un aspetto molto interessante dei maroniti è il fatto di avere preti sia celibi che sposati

Quando si pensa a Simon Pietro lo si associa immediatamente, oltre che ai Vangeli, a Roma, dove subì il martirio. Senza pensare che l’apostolo, prima di arrivare nella capitale del mondo antico, visse quasi certamente per alcuni anni ad Antiochia, la metropoli siriana dove per la prima volta i discepoli di Cristo furono chiamati cristiani (At 11,26). Oggi Antiochia si chiama Antakya ed è una cittadina turca della provincia di Hatay. Non resta nulla, se non un piccolo museo, della terza città dell’Impero romano (dopo Roma ed Alessandria), che all’epoca di san Pietro contava quasi mezzo milione di abitanti.

Con ottimi argomenti, quindi, i cristiani siriaci ritennero fin dall’antichità che san Pietro, prima di diventare vescovo di Roma, fosse vescovo di Antiochia. Ed è per questo che anche oggi il patriarca maronita di Antiochia, quando viene eletto, aggiunge al proprio, anche il nome di “Pietro”. Ho specificato “maronita” perché di patriarcati di Antiochia oggi ce ne sono almeno cinque, anche se nessuno di loro ha più sede ad Antakya: oltre a quello cattolico maronita, ci sono infatti un patriarcato antiocheno-siriaco (ortodosso), uno greco-ortodosso, uno siro-cattolico e uno greco-cattolico (melchita). Senza entrare nei particolari, peraltro complicatissimi, delle suddivisioni antiche e meno antiche dei cristiani, è interessante soffermarsi sulla Chiesa maronita.

Il nome deriva da un monaco siriaco, Maroun, vissuto tra il 350 e il 410 nella regione di Antiochia. Amico di Giovanni Crisostomo, Maroun fondò un monastero vicino ad Apamea, che per la fama di santità di Maroun e dei monaci che lo seguirono raccolse le simpatie e la stima di molti fedeli. I monasteri si moltiplicarono anche dopo la morte di mar Maroun (mar significa santo in siriaco). Le vicende storiche dei secoli V-VII furono dolorosamente segnate dai numerosi scismi che spaccarono la Chiesa, e nel 634-638 dalla conquista islamica della Siria.

Soprattutto per sfuggire alle violenze di altri cristiani, alcuni monaci maroniti lasciarono la Siria e si rifugiarono a Sud, nelle allora disabitate valli del Libano, insediandosi soprattutto in una stretta valle che da loro prese il nome di Wadi Qadisha, la valle santa. Più tardi, nel 694, un altro monaco maronita, Giovanni Maroun, che era divenuto patriarca di Antiochia, per sfuggire a un’altra persecuzione raggiunse anch’egli il Libano portando con sé il cranio di mar Maroun. Da quel momento la sede dei patriarchi maroniti di Antiochia rimase in Libano, anzi per alcuni secoli, e in due riprese, la Qadisha nascose il patriarca nelle sue grotte, per sottrarlo alle persecuzioni. Fu l’ultimo califfo omayyade di Damasco, Marwan II (744-750), a riconoscere alla “nazione” maronita un’identità propria. In 16 secoli di vita la chiesa maronita ha conosciuto numerose persecuzioni, alcune anche durissime al tempo degli ottomani, ma è sempre rimasta fedele alla comunione con il vescovo di Roma, tanto che i maroniti costituiscono l’unica Chiesa orientale che è sempre rimasta cattolica.

Oggi i fedeli maroniti nel mondo sono circa 3,2 milioni, metà dei quali vivono in Libano. Le diocesi sono 27, sparse in 13 nazioni, tutte molto vive e con un’attiva partecipazione dei fedeli non solo alla liturgia ma anche alla vita ecclesiale. La liturgia maronita conserva alcune tracce di siriaco (aramaico), in omaggio alle origini, ma utilizza normalmente le lingue parlate dai fedeli. Il patriarca viene eletto dal sinodo maronita e successivamente riceve il riconoscimento del papa. Gli ultimi 4 patriarchi sono stati nominati cardinali dal pontefice romano, a partire da Paolo VI nel 1965.

Un aspetto molto interessante dei maroniti è il fatto di avere preti sia celibi che sposati (uxorati), pur appartenendo a pieno titolo a una Chiesa cattolica. Nei secoli in cui i contatti con i latini si erano persi a causa delle persecuzioni e della distanza, i maroniti non recepirono i decreti latini sul celibato dei sacerdoti e quindi mantennero la prassi orientale di consentire il matrimonio prima dell’ordinazione diaconale. Oggi poco meno della metà dei preti maroniti ha legittimamente moglie e figli, così come avviene peraltro anche in altre Chiese orientali sia ortodosse che cattoliche.

cittanuova.it

 

Tradizionalisti contro preti sposati: tesi da un libro con prefazione di un cardinale

Ecco in basso un brano tratto dal sito la vocedidoncamillo.com (in alto la copertina del vlume) (ndr)

“Il Sacerdote è votato al celibato, non perché nella procreazione umana vi sia qualcosa di male, ma perché egli deve potersi dedicare interamente a una forma più altra di generazione: la generazione di nuovi figli in Cristo, portando a Lui quelli che non lo hanno mai conosciuto, riportando a Lui quelli che si sono perduti col peccato, suscitando in quelli che già amano il Cristo l’attrattiva a servirLo con maggior completezza come Religiosi e Sacerdoti. L’energia che altrimenti egli metterebbe a servizio della carne non è frustrata, ma messa a servizio della casta generazione dello Spirito. Troppo spesso il voto di castità è presentato sotto un aspetto negativo, come impegno di evitare i piaceri sensuali e peccaminosi. Forse che l’acqua è pura solo per l’assenza di sudiciume e un diamante è bianco per semplice mancanza di carbonio? A volte la castità è definita fredda, ma tale non è per Francis Thompson, che la proclama una ‘passione senza passione, una tranquillità eroica’. La castità è fuoco. Nessuna vita può essere prodotta senza fuoco. Persino la Concezione Immacolata della Vergine ebbe il suo fuoco: non fuoco umano, s’intende, ma il fuoco dello Spirito Santo. In quel momento ella fu indubbiamente rapita in estasi, ma era un’estasi dell’anima superiore all’estasi della carne di tutti gli esseri umani messi assieme. Perché tale è la gioia di generare mediante il puro Amore dello Spirito”.
(Venerabile Fulton J. Sheen, Il sacerdote non si appartiene, p. 65)

Prete psichiatra Anatrella schierato contro i preti sposati a processo in Francia per aggressioni sessuali verso pazienti

La notizia diffusa dal Sir. L’arcidiocesi di Parigi ha deciso di aprire un processo canonico nei confronti di padre Tony Anatrella, noto sacerdote psichiatra e psicanalista, di 75 anni, accusato di aggressione sessuale nel quadro della sua attività professionale. A confermalo al Sir è l’arcidiocesi stessa. “Nel 2006 – spiega l’arcidiocesi di Parigi – padre Tony Anatrella è stato accusato per via mediatica da suoi ex pazienti per pratiche che sarebbero state utilizzate nel quadro della sua attività professionale come psicoanalista”.
“Di fronte a queste accuse anonime, l’arcivescovo di Parigi, nel mese di maggio, ha incoraggiato queste persone ad uscire fuori dall’anonimato, a mettersi in contatto personalmente con la diocesi di Parigi e presentare denuncia alla giustizia”. A quel punto la diocesi di Parigi è stata contattata da diverse persone tra maggio e ottobre 2016. “All’inizio dell’estate, il cardinale André Vingt-Trois – spiega ancora la diocesi di Parigi – ha istituito una commissione con il compito di raccogliere le denunce e valutare tutti gli elementi insieme. La Commissione, presieduta dal vescovo Eric de Moulins-Beaufort, vescovo ausiliare di Parigi, ha ricevuto tutti coloro che lo desideravano. Ha anche ascoltato padre Anatrella ed un rapporto è stato presentato all’arcivescovo alla fine dell’anno”. “Sulla base di tale rapporto – precisa la diocesi – il cardinale Vingt-Trois ha ritenuto necessario aprire un processo canonico. Ne ha informato le autorità romane interessate. Poiché Tony Anatrella ha collaborato in passato con il Tribunale ecclesiastico provinciale di Parigi, il cardinale Vingt-Trois ha chiesto al Tribunale della Segnatura Apostolica di affidare la procedura ad un altro Tribunale. Quest’ultimo ha designato alla fine di gennaio il Tribunale ecclesiastico inter-diocesano di Tolosa, al quale sono stati trasmessi i documenti. Sul piano civile, il cardinale Vingt-Trois, alla fine del 2016, ha segnalato al procuratore di Parigi di aver aperto il processo canonico”. La diocesi ricorda anche che padre Anatrella è un sacerdote della diocesi di Parigi, in una missione per lo studio e la ricerca. Non ha esercitato il suo ministero nella diocesi e saltuariamente ha dato lezioni al Collège des Bernardins, che “sono state sospese”.

Per riflettere su attualità e valore del  celibato la Pontificia Università Gregoriana aveva  promosso lo scorso febbraio 2016 un convegno. Lo psichiatra Tony Anatrella, era stato uno dei relatori, parlando di celibato sacerdotale come di carisma  e di scelta d’amore e di libertà. Ecco di seguito quanto dichiarato ad Agenzia Sir dallo psichiatra ora accusato di aggressioni sessuali verso i pazienti…

Al convegno parteciparono anche  “due cardinali: Marc Ouellet, prefetto della Congregazione per i vescovi, che ha svolto il 4 febbraio l’intervento di apertura, e Pietro Parolin, Segretario di Stato vaticano, che conclude l’incontro. Abbiamo chiesto a mons. Tony Anatrella di inquadrare la questione.

In che senso il celibato è un cammino di libertà e non la privazione di qualcosa?
Il celibato sacerdotale è un carisma, il segno concreto e visibile del dono totale di sé a Dio per il servizio della sua Chiesa.

Non si tratta di una privazione o di un divieto che graverebbe sul matrimonio dei preti, ma di una significativa scelta di vita, di un modo per esprimere anche attraverso il proprio corpo la totale appartenenza a Dio,

enunciata proprio dalle parole di Gesù in Mt19,12: “.. e vi sono altri che si sono fatti eunuchi per il regno dei cieli”. Per questo è inscritto nel Dna della vocazione sacerdotale, è del tutto praticabile e viene vissuto con serenità dalla maggioranza dei sacerdoti, fedeli alla parola data alla loro ordinazione.

Chi ne vorrebbe l’abolizione, sostiene però che il celibato impedirebbe alla persona di esprimersi sessualmente e sarebbe così fonte di squilibrio, frustrazioni e nevrosi…
No, il celibato non è, di per sé, causa di alcuno squilibrio. Quando queste condizioni si manifestano, si tratta di stati preesistenti all’ordinazione sacerdotale. Per questo ritengo che non dovrebbero essere ammesse al sacerdozio personalità immature dal punto di vista affettivo-sessuale-relazionale. Uno degli aspetti problematici della formazione dei futuri sacerdoti è costituito proprio da questa dimensione della personalità.

Secondo alcuni, le solitudini affettive causate dal celibato spingono dei preti ad avviare relazioni amorose etero/omosessuali, o a sposarsi, o ad abusare di minori, o a cercare sollievo nell’alcol…

La paura della solitudine è indicativa della paura di sé e del vivere con se stessi. Anch’essa non dipende dalla scelta celibataria ma dalla capacità o meno dell’individuo di vivere se stesso.

L’affettività e la sessualità del sacerdote rimangono, ma proprio la maturazione affettivo-sessuale – che è la traduzione della messa in atto di una pluralità di strutture nel funzionamento psichico della personalità – gli consente di assumerle nella coerenza del suo stato di vita.

E poi, nessun abuso su minori è collegabile al celibato. Qui entrano in gioco personalità dipendenti da sessualità infantile, turbe nevrotiche, perversioni.

Eppure a volte si incontrano sacerdoti tristi, stanchi, non sereni…
Sui preti pesa spesso una mole di superlavoro o la mancanza di mezzi per svolgere gli incarichi pastorali, a volte l’ostilità dell’ambiente. Anche il carico di problemi, inquietudini e angosce che le persone affidano loro.

Pensa che l’abolizione del celibato frenerebbe, almeno in parte, il calo delle vocazioni?
Ritenere che la semplice abolizione del celibato possa costituire una risposta all’attuale crisi di vocazioni e all’abbandono del ministero sacerdotale da parte di alcuni è pura illusione.

Come dovrebbe vivere un sacerdote?
E’ bene che non sia lasciato solo ma possa vivere in un legame fraterno con altri e, se possibile, in una comunità sacerdotale. Momenti di preghiera, condivisione, attività apostoliche e di formazione permanente sono anche occasioni per arricchire e approfondire le relazioni reciproche.

Dove inizia l’ “equilibrio di vita” di un prete?
L’equilibrio di vita (anche affettiva) di un prete e

la preparazione al celibato comincia dalla formazione in seminario e dall’esempio/guida di formatori e sacerdoti che lo accompagnano.

In certi casi può essere utile un accompagnamento psicologico o un discorso di prevenzione in presenza di personalità immature, instabili. Importante è anche la selezione, ossia la verifica se il candidato al sacerdozio possieda le attitudini richieste”.

Lo scandalo dei preti a luci rosse di Padova e la questione del celibato dei preti

Sulle vicende a luci rosse dei due giovani parroci padovani si è scritto e commentato di tutto e di più. Sono stati già processati dall’opinione pubblica. Ma ancora una volta i vertici della chiesa hanno sorvolato e nemmeno toccato il problema del celibato dei preti. Solo il cardinale Carlo Maria Martini (gesuita come il Papa Francesco) ha avuto il coraggio di proporre una timida apertura vista la carestia di vocazioni, ma venne subito stoppato dai cardinali conservatori.

Rolando Marchi
Padova
lettera a ilgazzettino.it

Preti, frati e suore lasciano in massa la Chiesa, che sia l’ora di rivedere la regola del celibato?

Nell’anno 306, il Concilio di Elvira dichiarò che ai più alti funzionari della Chiesa, vescovi, diaconi e presbiteri, fosse di fatto vietato accoppiarsi con le proprie mogli e concepire. Chissà che dispiacere, quei poveri cristi che si sono visti privare della sessualità in corsa. Non fu una vera novità, anche durante l’Impero Romano, quando il cristianesimo era ancora illegale, i suoi pastori non potevano sfiorare le proprie mogli neanche con un dito.

Un paio di cenni storici giusto per dire che il celibato e nubilato nella religione cattolica è una tradizione assolutamente consolidata e i vari preti, frati o suore l’accettano di buon grado al fine di servire il Signore senza distrazioni terrene.

Ora però, saranno i tempi che cambiano, metteteci la crisi di valori e i costumi sempre più licenziosi, ma spesso preti, frati e suore abbandonano la Santa Chiesa per tornare in borghese, liberi da vincoli e finalmente in grado di amare sì Dio, ma anche di farsi un viaggio nel paese delle gioie carnali.

Come riporta l’Ansa, il Papa ha denunciato una vera e propria emorragia di frati e suore nella sua azienda. Negli anni 2015 e 2016 ci sono stati 2300 abbandoni all’anno e centinaia di dispense dal celibato.

In molti abbandonano per sopraggiunta consapevolezza di non aver fede in Dio, un po’ come il Young Pope nella serie tv di Paolo Sorrentino, altri a causa della vita dura del celibato o nubilato forzato. Se insieme a questi dati ci aggiungiamo anche i casi scandalosi degli abusi sessuali operati da personale ecclesiastico ai danni dei fedeli, spesso minori, si fa presto a tracciare unostato di salute non proprio ottimale della Chiesa Cattolica.

La Onlus L’Abuso riunisce in Italia le vittime dei preti pedofili e cerca di seguire le tracce di quei casi insabbiati o già noti, che al momento sono 200 di cui 120 con condanne definitive, che è un po’ quello che faceva la redazione del Boston Globe per smascherare i preti pedofili, storia ripresa da Il caso Spotlight, che ha vinto l’Oscar come miglior film nel 2016 e che comunque non sembra abbia scalfito di una virgola le convinzioni in fatto di celibato di madre Chiesa.

Il celibato dei preti non è un dogma per la Chiesa Cattolica e cambiare una regola vecchia di duemila anni sarebbe senz’altro un processo faticoso, che però potrebbe dare i suoi frutti. Permettere a preti, frati e suore di crearsi una famiglia potrebbe fermare l’emorragia di abbandoni, ma anche diminuire gli abusi che spesso nascono dalla frustrazione sessuale totale alla quale è sottoposto il personale ecclesiastico.

dailybest.it

Prete accusato orge: mons. Moraglia, chiede verità e assolve celibato… ma

“La sensazione che si intercetta come credente è di angoscia, disappunto, in certi momenti di rabbia; dall’altra parte, c’è l’atteggiamento del vescovo, di colui che si sente responsabile, e che in questa situazione deve fare una vera operazione di verità”. A dirlo il patriarca di Venezia, mons. Francesco Moraglia, ricordando gli interventi del vescovo di Padova, in merito alle vicende che investono un sacerdote padovano accusato di violenze sessuali da una parrocchiana, ma che ha tirato in causa anche altri sacerdoti.
“Non c’è – ha aggiunto – da ricorrere alla questione del celibato come causa di questi comportamenti che, se sono veri, non solo non sono cristiani ma non sono neanche umani”: Per il patriarca c’è da capire come possano essere maturati “comportamenti così inquietanti” che non sembrano investire solo un singolo comportamento o un singolo atto “ma qualcosa di organizzato”. “Come vescovo – ha poi aggiunto – ho l’obbligo di capire. Dobbiamo capire chi bussa alle porte dei nostri seminari”.

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