Governo amico delle lobby. Di questo passo preparano il ritorno di Berlusconi o di qualcosa di simile

Ancora una volta il governo cede sulle liberalizzazioni alla volontà bipartisan dei partiti. Non passano i provvedimenti relativi a taxi, farmacie e gas. Scompare anche l’annunciata norma per imporre  l’Ici alla Chiesa. E sul tema lavoro ieri è stata giornata di polemiche. Il ministro Fornero ha ribadito che la riforma si farà indipendentemente dai partiti scatenando la reazione del Pd.
Possiamo dire, viste le mille chiacchere e i mille retromarcia, che siamo difronte ad un governo inconcludente,”fannullone” ,che proprio non fa nulla per i ceti poveri.
Molta eleganza e tanta prosopopea…Di questo passo preparano il ritorno di Berlusconi o di qualcosa di simile.

pubblicato da don Franco Barbero

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Per tornare alla normalità bisogna licenziare tre B.

di Raniero La Valle

 I “comportamenti che ammorbano l’aria”, secondo la forte affermazione fatta dal cardinale Bagnasco al recente Consiglio della CEI, sono stati tolti di scena con il loro titolare, finalmente rimosso dal suo incarico per l’azione congiunta dei mercati, dei suoi deputati ormai stufi, e del presidente della Repubblica, auspice, naturalmente, l’opposizione. Meno male, sarebbe stato imbarazzante per il capo dei vescovi se dopo essere arrivato a una simile impietosa condanna del premier, tutto fosse continuato come prima. Dunque il cardinale può essere contento. Ma forse dovrebbe anche rammaricarsi che questo grido di verità abbia tanto tardato. Ciò ha infatti permesso a Berlusconi di continuare a governare, anche quando, ormai giudicato all’interno e all’estero, non avrebbe avuto più a quale santo votarsi, se non avesse potuto contare sul silenzio della Chiesa, rimasta quasi da sola a sostenerla. E se questo governo fosse più presto caduto, forse la situazione non sarebbe arrivata a un punto così estremo; forse “la crisi economica e sociale che iniziò a mordere tre anni or sono” non sarebbe stata “più vasta e potenzialmente più devastante di quanto potesse di primo acchito apparire”, come il presidente della CEI aveva detto nella sua durissima diagnosi, e non avrebbe “presentato un costo ineludibile per tutti i cittadini di questo Paese”. E allora perché, per quali principi irrinunciabili si è data copertura al governo Berlusconi oltre ogni ragionevole termine? Forse perché, come ha detto Formigoni, quello che si deve chiedere a un governante non è quante “fidanzate” abbia ma se i treni arrivano in orario? Ma un’entità politica che rivendica la propria intimità con la Chiesa, come CL, può dire una cosa simile? E se non i treni, quale altra Parigi valeva bene una Messa?

Adesso occorre ricostruire, come dice Bersani. Per ricostruire bisogna capire cosa è successo e che cosa c’è da fare. Quello che è successo è che le tre “I” che Berlusconi aveva inalberato come insegne del suo buongoverno, si sono rivoltate contro di lui e lo hanno travolto: Inglese, Impresa, Internet. L’inglese è la lingua dei mercati (spread, rating, default ecc.) ed è la lingua che parlavano i “Grandi” al momento della disfatta berlusconiana di Cannes. L’impresa è quella che lo ha abbandonato, perché le sole imprese che si sono avvantaggiate del suo governo sono state le sue. E Internet è stata la puntura di spillo che ha fatto scoppiare il pallone del suo monopolio mediatico; se lui dominava la comunicazione, dall’editoria, alla pubblicità, alle televisioni, ai giornali di regime, la gente ha comunicato con Internet, e il suo controllo è finito.

Quello che c’è da fare per ricostruire, è di licenziare tre “B”. Non c’è solo la B di Berlusconi. Un’altra B è quella del bipolarismo, che ha prodotto Berlusconi, ha spaccato l’Italia, ha seminato l’odio, ha portato nel modo di essere del Paese lo “sbigottimento culturale e morale” denunciato dal cardinale Bagnasco. E la terza B è quella dei BOT al 6 per cento: il debito che si accumula, il denaro che produce e distrugge denaro, i prestiti che diventano usura. Per uscirne sul serio occorre una riforma di sistema, una riforma economica che non abbia paura di mettere in questione il tabù del capitalismo globalizzato e selvaggio, e metta il lavoro, che è la cifra della irrinunciabile dignità dell’uomo, al centro di tutto, a fondamento della Repubblica, come dice la Costituzione. Cinque milioni senza lavoro, soprattutto donne e giovani, significa che la Repubblica non è per loro, e perciò che la Repubblica non è vera.

E che deve fare la Chiesa? “Pregare e fare ciò che è giusto fra gli uomini”, come diceva Bonhoeffer. Non chiedersi quali governi fare o disfare, non fare l’elenco delle quattro cose non negoziabili di cui dovrebbero occuparsi i cattolici, tutto il resto lasciando andare alla malora, ma confermando nella fede i cristiani che in scienza, coscienza e libertà, scelgono i fini, i contenuti e gli strumenti della loro azione politica, a servizio degli uomini e ascoltando il Vangelo.

domani.arcoiris.tv

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Per tornare alla normalità bisogna licenziare tre B.

di Raniero La Valle

 I “comportamenti che ammorbano l’aria”, secondo la forte affermazione fatta dal cardinale Bagnasco al recente Consiglio della CEI, sono stati tolti di scena con il loro titolare, finalmente rimosso dal suo incarico per l’azione congiunta dei mercati, dei suoi deputati ormai stufi, e del presidente della Repubblica, auspice, naturalmente, l’opposizione. Meno male, sarebbe stato imbarazzante per il capo dei vescovi se dopo essere arrivato a una simile impietosa condanna del premier, tutto fosse continuato come prima. Dunque il cardinale può essere contento. Ma forse dovrebbe anche rammaricarsi che questo grido di verità abbia tanto tardato. Ciò ha infatti permesso a Berlusconi di continuare a governare, anche quando, ormai giudicato all’interno e all’estero, non avrebbe avuto più a quale santo votarsi, se non avesse potuto contare sul silenzio della Chiesa, rimasta quasi da sola a sostenerla. E se questo governo fosse più presto caduto, forse la situazione non sarebbe arrivata a un punto così estremo; forse “la crisi economica e sociale che iniziò a mordere tre anni or sono” non sarebbe stata “più vasta e potenzialmente più devastante di quanto potesse di primo acchito apparire”, come il presidente della CEI aveva detto nella sua durissima diagnosi, e non avrebbe “presentato un costo ineludibile per tutti i cittadini di questo Paese”. E allora perché, per quali principi irrinunciabili si è data copertura al governo Berlusconi oltre ogni ragionevole termine? Forse perché, come ha detto Formigoni, quello che si deve chiedere a un governante non è quante “fidanzate” abbia ma se i treni arrivano in orario? Ma un’entità politica che rivendica la propria intimità con la Chiesa, come CL, può dire una cosa simile? E se non i treni, quale altra Parigi valeva bene una Messa?

Adesso occorre ricostruire, come dice Bersani. Per ricostruire bisogna capire cosa è successo e che cosa c’è da fare. Quello che è successo è che le tre “I” che Berlusconi aveva inalberato come insegne del suo buongoverno, si sono rivoltate contro di lui e lo hanno travolto: Inglese, Impresa, Internet. L’inglese è la lingua dei mercati (spread, rating, default ecc.) ed è la lingua che parlavano i “Grandi” al momento della disfatta berlusconiana di Cannes. L’impresa è quella che lo ha abbandonato, perché le sole imprese che si sono avvantaggiate del suo governo sono state le sue. E Internet è stata la puntura di spillo che ha fatto scoppiare il pallone del suo monopolio mediatico; se lui dominava la comunicazione, dall’editoria, alla pubblicità, alle televisioni, ai giornali di regime, la gente ha comunicato con Internet, e il suo controllo è finito.

Quello che c’è da fare per ricostruire, è di licenziare tre “B”. Non c’è solo la B di Berlusconi. Un’altra B è quella del bipolarismo, che ha prodotto Berlusconi, ha spaccato l’Italia, ha seminato l’odio, ha portato nel modo di essere del Paese lo “sbigottimento culturale e morale” denunciato dal cardinale Bagnasco. E la terza B è quella dei BOT al 6 per cento: il debito che si accumula, il denaro che produce e distrugge denaro, i prestiti che diventano usura. Per uscirne sul serio occorre una riforma di sistema, una riforma economica che non abbia paura di mettere in questione il tabù del capitalismo globalizzato e selvaggio, e metta il lavoro, che è la cifra della irrinunciabile dignità dell’uomo, al centro di tutto, a fondamento della Repubblica, come dice la Costituzione. Cinque milioni senza lavoro, soprattutto donne e giovani, significa che la Repubblica non è per loro, e perciò che la Repubblica non è vera.

E che deve fare la Chiesa? “Pregare e fare ciò che è giusto fra gli uomini”, come diceva Bonhoeffer. Non chiedersi quali governi fare o disfare, non fare l’elenco delle quattro cose non negoziabili di cui dovrebbero occuparsi i cattolici, tutto il resto lasciando andare alla malora, ma confermando nella fede i cristiani che in scienza, coscienza e libertà, scelgono i fini, i contenuti e gli strumenti della loro azione politica, a servizio degli uomini e ascoltando il Vangelo.

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Per tornare alla normalità bisogna licenziare tre B.

di Raniero La Valle

 I “comportamenti che ammorbano l’aria”, secondo la forte affermazione fatta dal cardinale Bagnasco al recente Consiglio della CEI, sono stati tolti di scena con il loro titolare, finalmente rimosso dal suo incarico per l’azione congiunta dei mercati, dei suoi deputati ormai stufi, e del presidente della Repubblica, auspice, naturalmente, l’opposizione. Meno male, sarebbe stato imbarazzante per il capo dei vescovi se dopo essere arrivato a una simile impietosa condanna del premier, tutto fosse continuato come prima. Dunque il cardinale può essere contento. Ma forse dovrebbe anche rammaricarsi che questo grido di verità abbia tanto tardato. Ciò ha infatti permesso a Berlusconi di continuare a governare, anche quando, ormai giudicato all’interno e all’estero, non avrebbe avuto più a quale santo votarsi, se non avesse potuto contare sul silenzio della Chiesa, rimasta quasi da sola a sostenerla. E se questo governo fosse più presto caduto, forse la situazione non sarebbe arrivata a un punto così estremo; forse “la crisi economica e sociale che iniziò a mordere tre anni or sono” non sarebbe stata “più vasta e potenzialmente più devastante di quanto potesse di primo acchito apparire”, come il presidente della CEI aveva detto nella sua durissima diagnosi, e non avrebbe “presentato un costo ineludibile per tutti i cittadini di questo Paese”. E allora perché, per quali principi irrinunciabili si è data copertura al governo Berlusconi oltre ogni ragionevole termine? Forse perché, come ha detto Formigoni, quello che si deve chiedere a un governante non è quante “fidanzate” abbia ma se i treni arrivano in orario? Ma un’entità politica che rivendica la propria intimità con la Chiesa, come CL, può dire una cosa simile? E se non i treni, quale altra Parigi valeva bene una Messa?

Adesso occorre ricostruire, come dice Bersani. Per ricostruire bisogna capire cosa è successo e che cosa c’è da fare. Quello che è successo è che le tre “I” che Berlusconi aveva inalberato come insegne del suo buongoverno, si sono rivoltate contro di lui e lo hanno travolto: Inglese, Impresa, Internet. L’inglese è la lingua dei mercati (spread, rating, default ecc.) ed è la lingua che parlavano i “Grandi” al momento della disfatta berlusconiana di Cannes. L’impresa è quella che lo ha abbandonato, perché le sole imprese che si sono avvantaggiate del suo governo sono state le sue. E Internet è stata la puntura di spillo che ha fatto scoppiare il pallone del suo monopolio mediatico; se lui dominava la comunicazione, dall’editoria, alla pubblicità, alle televisioni, ai giornali di regime, la gente ha comunicato con Internet, e il suo controllo è finito.

Quello che c’è da fare per ricostruire, è di licenziare tre “B”. Non c’è solo la B di Berlusconi. Un’altra B è quella del bipolarismo, che ha prodotto Berlusconi, ha spaccato l’Italia, ha seminato l’odio, ha portato nel modo di essere del Paese lo “sbigottimento culturale e morale” denunciato dal cardinale Bagnasco. E la terza B è quella dei BOT al 6 per cento: il debito che si accumula, il denaro che produce e distrugge denaro, i prestiti che diventano usura. Per uscirne sul serio occorre una riforma di sistema, una riforma economica che non abbia paura di mettere in questione il tabù del capitalismo globalizzato e selvaggio, e metta il lavoro, che è la cifra della irrinunciabile dignità dell’uomo, al centro di tutto, a fondamento della Repubblica, come dice la Costituzione. Cinque milioni senza lavoro, soprattutto donne e giovani, significa che la Repubblica non è per loro, e perciò che la Repubblica non è vera.

E che deve fare la Chiesa? “Pregare e fare ciò che è giusto fra gli uomini”, come diceva Bonhoeffer. Non chiedersi quali governi fare o disfare, non fare l’elenco delle quattro cose non negoziabili di cui dovrebbero occuparsi i cattolici, tutto il resto lasciando andare alla malora, ma confermando nella fede i cristiani che in scienza, coscienza e libertà, scelgono i fini, i contenuti e gli strumenti della loro azione politica, a servizio degli uomini e ascoltando il Vangelo.

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Deve ancora sedersi sulla poltrona di B, ma sul Giornale, Tg1, i giornalisti a stipendio pronti a saltargli addosso

di Cristiano Gatti

 

Ancora non abbiamo letto che cammina sulle acque e moltiplica prodotti ittici con un semplice schiocco delle dita, ma tutto il resto ricorda molto una biografia già nota. Prima ancora che Monti entri in scena, dilaga per il Paese la febbre alta per il nuovo idolo.

Monta il montismo. Nel giro di poche ore, il grande corso dell’adulazione e del servilismo è già esondato, devastando beni preziosi come la prudenza, il distacco, l’equilibrio. Trionfa solo una certezza: il Paese è salvo.
Sventurato il popolo che ha bisogno di eroi, diceva Brecht. Noi siamo talmente sventurati che per il Prof abbiamo già dato fondo a tutte le riserve nazionali di aggettivi. Evidentemente lui non c’entra nulla. Anzi, il più infastidito, se è vera la metà della metà di quanto si racconta sulla sua anima d’inflessibile calvinista, dev’essere proprio lui. Ma questo, agli agiografi scatenati, non interessa nulla. Hanno una grande impellenza: portarsi avanti. E allora sotto con la santificazione – in fondo, gli agiografi sono storicamente i biografi dei santi – senza nemmeno passare per il processo di beatificazione. Rispetto a Gesù, che ogni tanto usciva dai gangheri di fronte alla deficienza umana, Mario Monti è nettamente più padrone delle emozioni. Lucido, calmo, socratico. E lo stile di vita: quale esempio di rigore. Sempre rispetto a Nostro Signore, che aveva il brutto vizio di frequentare gentaglia e pure donnacce, il nuovo premier (col timer) frequenta solo luoghi giusti e gente giusta. Nell’ordine: università Bocconi, Corriere della Sera, la Scala, Cernobbio, Roma quasi niente, tanta Bruxelles, e persino in vacanza se ne sta sul laghetto di Silvaplana, che a me è sempre sembrato il laghetto di Sankt Moritz, ma in realtà – leggo testualmente sulla Stampa- «è assai lontano dai suoi fasti». In linea d’aria, trecento metri.
Mentre l’Italia dei lavoratori e dei risparmiatori spera che quest’uomo sia soprattutto un saggio gestore dell’emergenza, capace di intimorire i fetenti speculatori dei mercati con le sue acclarate competenze e il suo indiscutibile prestigio, ai violinisti della corte interessa soltanto montare velocemente il nuovo monumento. Ovviamente, sono gli stessi che ridevano di Emilio Fede incantato davanti al beato Silvio. Ma c’è adorazione e adorazione. Italia, rallegrati: finalmente trionfa la borghesia sobria e misurata. In un abile gioco di contrapposizioni con gli ultimi anni, il nuovo che avanza riluce di austerità e di vintage. Basta villazze: Monti abita in un normalissimo appartamento in zona Magenta (sì, prova tu a comprare in zona Magenta). Basta cappotti di cachemere: Monti veste pervicacemente e orgogliosamente il Loden verde. Basta festini: la domenica, Monti va a messa nella chiesa di Santa Maria delle Grazie. Difetti? Per favore, non scherziamo. Stando ai suoi spietati biografi, Monti è il tipico esponente della Milano migliore, per la quale oggi il vero lusso è girare in bicicletta, trovando assai volgare l’auto con l’autista.
Diamine, senza falsa modestia, posso dire sinceramente d’essere pure io un autorevole candidato premier: circolo in bici da una vita, saltuariamente vado a messa nella chiesa di Santa Maria delle Grazie, vivo in un normalissimo appartamento, neppure in zona Magenta, e quanto al Loden trovo persino che cominci a costare troppo. Da quanto leggo, evidentemente pago una debolezza imperdonabile: come a Bertinotti, ogni tanto anche a me piace il cachemere.
Altra stoffa, Mario Monti. Neppure nel Libro della Sapienza, neppure nelle pagine più alte dello stoicismo di Seneca ho trovato un identikit d’uomo pari al suo. Fossi nel Prof, come minimo mi guarderei le spalle. Restiamo pur sempre in Italia, dove conformismo e adulazione sono i veri sport nazionali, prima del calcio e del ciclismo.
Tutti conoscono i talenti richiesti: fiutare l’aria che tira e avere una certa agilità per saltare subito sul carro giusto.

Stessa agilità serve per scendere, quando non è più aria… Adesso però bando al disfattismo: ancora prima di cominciare, Monti è già un mito. Standing ovation per il Prof. Certo il fenomeno non è nuovo, ma anche stavolta grava su violinisti e adulatori la solita domanda. Vi piacciono tanto i personaggi sobri, austeri, dignitosi: e provare una volta ad esserlo?

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Deve ancora sedersi sulla poltrona di B, ma sul Giornale, Tg1, i giornalisti a stipendio pronti a saltargli addosso

di Cristiano Gatti

 

Ancora non abbiamo letto che cammina sulle acque e moltiplica prodotti ittici con un semplice schiocco delle dita, ma tutto il resto ricorda molto una biografia già nota. Prima ancora che Monti entri in scena, dilaga per il Paese la febbre alta per il nuovo idolo.

Monta il montismo. Nel giro di poche ore, il grande corso dell’adulazione e del servilismo è già esondato, devastando beni preziosi come la prudenza, il distacco, l’equilibrio. Trionfa solo una certezza: il Paese è salvo.
Sventurato il popolo che ha bisogno di eroi, diceva Brecht. Noi siamo talmente sventurati che per il Prof abbiamo già dato fondo a tutte le riserve nazionali di aggettivi. Evidentemente lui non c’entra nulla. Anzi, il più infastidito, se è vera la metà della metà di quanto si racconta sulla sua anima d’inflessibile calvinista, dev’essere proprio lui. Ma questo, agli agiografi scatenati, non interessa nulla. Hanno una grande impellenza: portarsi avanti. E allora sotto con la santificazione – in fondo, gli agiografi sono storicamente i biografi dei santi – senza nemmeno passare per il processo di beatificazione. Rispetto a Gesù, che ogni tanto usciva dai gangheri di fronte alla deficienza umana, Mario Monti è nettamente più padrone delle emozioni. Lucido, calmo, socratico. E lo stile di vita: quale esempio di rigore. Sempre rispetto a Nostro Signore, che aveva il brutto vizio di frequentare gentaglia e pure donnacce, il nuovo premier (col timer) frequenta solo luoghi giusti e gente giusta. Nell’ordine: università Bocconi, Corriere della Sera, la Scala, Cernobbio, Roma quasi niente, tanta Bruxelles, e persino in vacanza se ne sta sul laghetto di Silvaplana, che a me è sempre sembrato il laghetto di Sankt Moritz, ma in realtà – leggo testualmente sulla Stampa- «è assai lontano dai suoi fasti». In linea d’aria, trecento metri.
Mentre l’Italia dei lavoratori e dei risparmiatori spera che quest’uomo sia soprattutto un saggio gestore dell’emergenza, capace di intimorire i fetenti speculatori dei mercati con le sue acclarate competenze e il suo indiscutibile prestigio, ai violinisti della corte interessa soltanto montare velocemente il nuovo monumento. Ovviamente, sono gli stessi che ridevano di Emilio Fede incantato davanti al beato Silvio. Ma c’è adorazione e adorazione. Italia, rallegrati: finalmente trionfa la borghesia sobria e misurata. In un abile gioco di contrapposizioni con gli ultimi anni, il nuovo che avanza riluce di austerità e di vintage. Basta villazze: Monti abita in un normalissimo appartamento in zona Magenta (sì, prova tu a comprare in zona Magenta). Basta cappotti di cachemere: Monti veste pervicacemente e orgogliosamente il Loden verde. Basta festini: la domenica, Monti va a messa nella chiesa di Santa Maria delle Grazie. Difetti? Per favore, non scherziamo. Stando ai suoi spietati biografi, Monti è il tipico esponente della Milano migliore, per la quale oggi il vero lusso è girare in bicicletta, trovando assai volgare l’auto con l’autista.
Diamine, senza falsa modestia, posso dire sinceramente d’essere pure io un autorevole candidato premier: circolo in bici da una vita, saltuariamente vado a messa nella chiesa di Santa Maria delle Grazie, vivo in un normalissimo appartamento, neppure in zona Magenta, e quanto al Loden trovo persino che cominci a costare troppo. Da quanto leggo, evidentemente pago una debolezza imperdonabile: come a Bertinotti, ogni tanto anche a me piace il cachemere.
Altra stoffa, Mario Monti. Neppure nel Libro della Sapienza, neppure nelle pagine più alte dello stoicismo di Seneca ho trovato un identikit d’uomo pari al suo. Fossi nel Prof, come minimo mi guarderei le spalle. Restiamo pur sempre in Italia, dove conformismo e adulazione sono i veri sport nazionali, prima del calcio e del ciclismo.
Tutti conoscono i talenti richiesti: fiutare l’aria che tira e avere una certa agilità per saltare subito sul carro giusto.

Stessa agilità serve per scendere, quando non è più aria… Adesso però bando al disfattismo: ancora prima di cominciare, Monti è già un mito. Standing ovation per il Prof. Certo il fenomeno non è nuovo, ma anche stavolta grava su violinisti e adulatori la solita domanda. Vi piacciono tanto i personaggi sobri, austeri, dignitosi: e provare una volta ad esserlo?

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Deve ancora sedersi sulla poltrona di B, ma sul Giornale, Tg1, i giornalisti a stipendio pronti a saltargli addosso

di Cristiano Gatti

 

Ancora non abbiamo letto che cammina sulle acque e moltiplica prodotti ittici con un semplice schiocco delle dita, ma tutto il resto ricorda molto una biografia già nota. Prima ancora che Monti entri in scena, dilaga per il Paese la febbre alta per il nuovo idolo.

Monta il montismo. Nel giro di poche ore, il grande corso dell’adulazione e del servilismo è già esondato, devastando beni preziosi come la prudenza, il distacco, l’equilibrio. Trionfa solo una certezza: il Paese è salvo.
Sventurato il popolo che ha bisogno di eroi, diceva Brecht. Noi siamo talmente sventurati che per il Prof abbiamo già dato fondo a tutte le riserve nazionali di aggettivi. Evidentemente lui non c’entra nulla. Anzi, il più infastidito, se è vera la metà della metà di quanto si racconta sulla sua anima d’inflessibile calvinista, dev’essere proprio lui. Ma questo, agli agiografi scatenati, non interessa nulla. Hanno una grande impellenza: portarsi avanti. E allora sotto con la santificazione – in fondo, gli agiografi sono storicamente i biografi dei santi – senza nemmeno passare per il processo di beatificazione. Rispetto a Gesù, che ogni tanto usciva dai gangheri di fronte alla deficienza umana, Mario Monti è nettamente più padrone delle emozioni. Lucido, calmo, socratico. E lo stile di vita: quale esempio di rigore. Sempre rispetto a Nostro Signore, che aveva il brutto vizio di frequentare gentaglia e pure donnacce, il nuovo premier (col timer) frequenta solo luoghi giusti e gente giusta. Nell’ordine: università Bocconi, Corriere della Sera, la Scala, Cernobbio, Roma quasi niente, tanta Bruxelles, e persino in vacanza se ne sta sul laghetto di Silvaplana, che a me è sempre sembrato il laghetto di Sankt Moritz, ma in realtà – leggo testualmente sulla Stampa- «è assai lontano dai suoi fasti». In linea d’aria, trecento metri.
Mentre l’Italia dei lavoratori e dei risparmiatori spera che quest’uomo sia soprattutto un saggio gestore dell’emergenza, capace di intimorire i fetenti speculatori dei mercati con le sue acclarate competenze e il suo indiscutibile prestigio, ai violinisti della corte interessa soltanto montare velocemente il nuovo monumento. Ovviamente, sono gli stessi che ridevano di Emilio Fede incantato davanti al beato Silvio. Ma c’è adorazione e adorazione. Italia, rallegrati: finalmente trionfa la borghesia sobria e misurata. In un abile gioco di contrapposizioni con gli ultimi anni, il nuovo che avanza riluce di austerità e di vintage. Basta villazze: Monti abita in un normalissimo appartamento in zona Magenta (sì, prova tu a comprare in zona Magenta). Basta cappotti di cachemere: Monti veste pervicacemente e orgogliosamente il Loden verde. Basta festini: la domenica, Monti va a messa nella chiesa di Santa Maria delle Grazie. Difetti? Per favore, non scherziamo. Stando ai suoi spietati biografi, Monti è il tipico esponente della Milano migliore, per la quale oggi il vero lusso è girare in bicicletta, trovando assai volgare l’auto con l’autista.
Diamine, senza falsa modestia, posso dire sinceramente d’essere pure io un autorevole candidato premier: circolo in bici da una vita, saltuariamente vado a messa nella chiesa di Santa Maria delle Grazie, vivo in un normalissimo appartamento, neppure in zona Magenta, e quanto al Loden trovo persino che cominci a costare troppo. Da quanto leggo, evidentemente pago una debolezza imperdonabile: come a Bertinotti, ogni tanto anche a me piace il cachemere.
Altra stoffa, Mario Monti. Neppure nel Libro della Sapienza, neppure nelle pagine più alte dello stoicismo di Seneca ho trovato un identikit d’uomo pari al suo. Fossi nel Prof, come minimo mi guarderei le spalle. Restiamo pur sempre in Italia, dove conformismo e adulazione sono i veri sport nazionali, prima del calcio e del ciclismo.
Tutti conoscono i talenti richiesti: fiutare l’aria che tira e avere una certa agilità per saltare subito sul carro giusto.

Stessa agilità serve per scendere, quando non è più aria… Adesso però bando al disfattismo: ancora prima di cominciare, Monti è già un mito. Standing ovation per il Prof. Certo il fenomeno non è nuovo, ma anche stavolta grava su violinisti e adulatori la solita domanda. Vi piacciono tanto i personaggi sobri, austeri, dignitosi: e provare una volta ad esserlo?

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Viva l'Italia! – Viva la Democrazia! – Viva la Costituzione! Passiamo parola

Ore 13,45: Berlusconi entra a Palazzo Chigi per l'ultima volta come presidente del Consiglio. Vi rientrerà solo per qualche ora per riunire il Consiglio dei ministri, come vuole la prassi. C'è una piccola folla che man mano si andrà infittendo. Ma lui non scende dall'auto, non saluta, non sorride. Quando ha lasciato Palazzo Grazioli il volto del cavaliere esprimeva un senso di smarrimento più che di rabbia, quasi non riuscisse a capacitarsi come la sua vicenda, la sua " scesa in campo", in quel 26 gennaio del 1964, quando nasce Forza Italia e poi dieci anni di governo, si concludesse in un modo così brusco. Insomma, non con l'onore delle armi ma come un leader isolato nel panorama internazionale, contestato anche nel suo stesso partito, messo sotto accusa dal mercato. Già proprio il partito da lui inventato salendo nel famoso predellino lo ha addirittura messo sotto tutela, tanto da dover spostare il suo appuntamento con Napolitano per dare le dimissioni. Prima di salire al Colle ha dovuto riferire al gruppo dirigente del partito da lui inventato del colloquio avuto con Monti, sulla composizione del governo e sul programma. Berlusconi avrebbe insistito in particolare su due questioni: un ruolo di primo piano per Gianni Letta nel governo e l'assicurazione che non vi sarà alcuna patrimoniale. Mentre le voci che circolano dicono che i ministri dovrebbero essere tutti" tecnici", ma la parola non rende il vero significato, meglio parlare di professionalità di grande livello nei vari settori governativi.

Il pranzo con Monti e il " giallo" sul ritardo nelle dimissioni

Insomma Berlusconi è stato messo sotto tutela, tanto da ritardare le sue dimissioni, creando un vero e proprio giallo, lasciando con il fiato sospeso, fra l'altro, quella folla che lo ha atteso a Piazza del Quirinale, non certo per dargli il benvenuto. Le dimissioni arriveranno così nella tarda serata, attese per diverse ore dal Capo dello Stato che domenica mattina inizierà le consultazioni..

Soprattutto il cavaliere non avrebbe mai pensato di dover invitare a pranzo proprio colui che è destinato a prendere il suo posto, Mario Monti. Un pranzo, come si dice di lavoro, durato circa due ore, presenti anche Gianni Letta e Angelino Alfano. Poi lascia Palazzo Chigi per continuare il suo "calvario". Nell'aula del governo di Montecitorio dove si vota la legge di stabilità incontra Maroni, Calderoli, i leghisti che a più riprese hanno dichiarato che mantengono la loro contrarietà ad un governo di emergenza guidato da Mario Monti. Con il cavaliere ci sono anche Alfano, Verdini,il factotum,Lupi. Cercano in ogni modo di non rendere traumatica la separazione da Bossi ormai disinteressato dalla vicenda che deciderà il futuro prossimo del nostro Paese. Anzi lui dice che fare l'opposizione può essere "divertente" Nel frattempo Monti prima di tornare nel suo ufficio a Palazzo Giustiniani si prende un attimo di riposo per poi mettere ordine negli "appunti verbali "che ha messo insieme dopo gli incontri non ufficiali, con Berlusconi e prima con Bersani, Enrico Letta, Mario Draghi, poi con Casini..

La Camera approva la legge di stabilità

Alla Camera si chiude il capitolo relativo alla legge di stabilità che viene approvata con 380 voti a favore, vota anche l' Udc, mentre non partecipano o votano contro le altre forze dell'opposizione. Una decisione concordata in base a complicati calcoli di tattica parlamentare, sapendo bene che questa legga sarà immediatamente rivista del nuovo governo, se nascerà ovviamente. Non manca episodi di vero e proprio becerume politico che hanno per protagonisti gli uomini che salvarono Berlusconi fondando il gruppo dei responsabili. Scilipoti, il loro leader a proposito del nascituro governo parla di " colpo di stato". Ma si tratta ormai degli ultimi fuochi di un regime decadente.

Più di tre miliardi di ore di cassa integrazione

Approvata la legge di stabilità si apre l'ultima fase della tragicommedia che, come rileva la Cgil, è costata all'Italia, dall'ottobre del 2008 più di tre miliardi di ore di cassa integrazione che hanno interessato mediamente circa 500 mila lavoratori. La perdita di salario è stata di ben 11 miliardi, 22 milioni per ogni lavoratore. A conclusione della giornata arriva un appello di "Libertà e Giustizia" che cosi recita:"Appena saranno ufficiali le dimissioni di Berlusconi, esponiamo alla finestra la bandiera italiana (o in mancanza, un panno). Sarà il segno del nostro attaccamento per la Costituzione, che ha resistito al più violento attacco mai subito da quando i nostro Padri ce l'hanno affidata. Viva l'Italia! – Viva la Democrazia! – Viva la Costituzione! Passiamo parola".

paneacqua.eu

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Viva l'Italia! – Viva la Democrazia! – Viva la Costituzione! Passiamo parola

Ore 13,45: Berlusconi entra a Palazzo Chigi per l'ultima volta come presidente del Consiglio. Vi rientrerà solo per qualche ora per riunire il Consiglio dei ministri, come vuole la prassi. C'è una piccola folla che man mano si andrà infittendo. Ma lui non scende dall'auto, non saluta, non sorride. Quando ha lasciato Palazzo Grazioli il volto del cavaliere esprimeva un senso di smarrimento più che di rabbia, quasi non riuscisse a capacitarsi come la sua vicenda, la sua " scesa in campo", in quel 26 gennaio del 1964, quando nasce Forza Italia e poi dieci anni di governo, si concludesse in un modo così brusco. Insomma, non con l'onore delle armi ma come un leader isolato nel panorama internazionale, contestato anche nel suo stesso partito, messo sotto accusa dal mercato. Già proprio il partito da lui inventato salendo nel famoso predellino lo ha addirittura messo sotto tutela, tanto da dover spostare il suo appuntamento con Napolitano per dare le dimissioni. Prima di salire al Colle ha dovuto riferire al gruppo dirigente del partito da lui inventato del colloquio avuto con Monti, sulla composizione del governo e sul programma. Berlusconi avrebbe insistito in particolare su due questioni: un ruolo di primo piano per Gianni Letta nel governo e l'assicurazione che non vi sarà alcuna patrimoniale. Mentre le voci che circolano dicono che i ministri dovrebbero essere tutti" tecnici", ma la parola non rende il vero significato, meglio parlare di professionalità di grande livello nei vari settori governativi.

Il pranzo con Monti e il " giallo" sul ritardo nelle dimissioni

Insomma Berlusconi è stato messo sotto tutela, tanto da ritardare le sue dimissioni, creando un vero e proprio giallo, lasciando con il fiato sospeso, fra l'altro, quella folla che lo ha atteso a Piazza del Quirinale, non certo per dargli il benvenuto. Le dimissioni arriveranno così nella tarda serata, attese per diverse ore dal Capo dello Stato che domenica mattina inizierà le consultazioni..

Soprattutto il cavaliere non avrebbe mai pensato di dover invitare a pranzo proprio colui che è destinato a prendere il suo posto, Mario Monti. Un pranzo, come si dice di lavoro, durato circa due ore, presenti anche Gianni Letta e Angelino Alfano. Poi lascia Palazzo Chigi per continuare il suo "calvario". Nell'aula del governo di Montecitorio dove si vota la legge di stabilità incontra Maroni, Calderoli, i leghisti che a più riprese hanno dichiarato che mantengono la loro contrarietà ad un governo di emergenza guidato da Mario Monti. Con il cavaliere ci sono anche Alfano, Verdini,il factotum,Lupi. Cercano in ogni modo di non rendere traumatica la separazione da Bossi ormai disinteressato dalla vicenda che deciderà il futuro prossimo del nostro Paese. Anzi lui dice che fare l'opposizione può essere "divertente" Nel frattempo Monti prima di tornare nel suo ufficio a Palazzo Giustiniani si prende un attimo di riposo per poi mettere ordine negli "appunti verbali "che ha messo insieme dopo gli incontri non ufficiali, con Berlusconi e prima con Bersani, Enrico Letta, Mario Draghi, poi con Casini..

La Camera approva la legge di stabilità

Alla Camera si chiude il capitolo relativo alla legge di stabilità che viene approvata con 380 voti a favore, vota anche l' Udc, mentre non partecipano o votano contro le altre forze dell'opposizione. Una decisione concordata in base a complicati calcoli di tattica parlamentare, sapendo bene che questa legga sarà immediatamente rivista del nuovo governo, se nascerà ovviamente. Non manca episodi di vero e proprio becerume politico che hanno per protagonisti gli uomini che salvarono Berlusconi fondando il gruppo dei responsabili. Scilipoti, il loro leader a proposito del nascituro governo parla di " colpo di stato". Ma si tratta ormai degli ultimi fuochi di un regime decadente.

Più di tre miliardi di ore di cassa integrazione

Approvata la legge di stabilità si apre l'ultima fase della tragicommedia che, come rileva la Cgil, è costata all'Italia, dall'ottobre del 2008 più di tre miliardi di ore di cassa integrazione che hanno interessato mediamente circa 500 mila lavoratori. La perdita di salario è stata di ben 11 miliardi, 22 milioni per ogni lavoratore. A conclusione della giornata arriva un appello di "Libertà e Giustizia" che cosi recita:"Appena saranno ufficiali le dimissioni di Berlusconi, esponiamo alla finestra la bandiera italiana (o in mancanza, un panno). Sarà il segno del nostro attaccamento per la Costituzione, che ha resistito al più violento attacco mai subito da quando i nostro Padri ce l'hanno affidata. Viva l'Italia! – Viva la Democrazia! – Viva la Costituzione! Passiamo parola".

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Viva l'Italia! – Viva la Democrazia! – Viva la Costituzione! Passiamo parola

Ore 13,45: Berlusconi entra a Palazzo Chigi per l'ultima volta come presidente del Consiglio. Vi rientrerà solo per qualche ora per riunire il Consiglio dei ministri, come vuole la prassi. C'è una piccola folla che man mano si andrà infittendo. Ma lui non scende dall'auto, non saluta, non sorride. Quando ha lasciato Palazzo Grazioli il volto del cavaliere esprimeva un senso di smarrimento più che di rabbia, quasi non riuscisse a capacitarsi come la sua vicenda, la sua " scesa in campo", in quel 26 gennaio del 1964, quando nasce Forza Italia e poi dieci anni di governo, si concludesse in un modo così brusco. Insomma, non con l'onore delle armi ma come un leader isolato nel panorama internazionale, contestato anche nel suo stesso partito, messo sotto accusa dal mercato. Già proprio il partito da lui inventato salendo nel famoso predellino lo ha addirittura messo sotto tutela, tanto da dover spostare il suo appuntamento con Napolitano per dare le dimissioni. Prima di salire al Colle ha dovuto riferire al gruppo dirigente del partito da lui inventato del colloquio avuto con Monti, sulla composizione del governo e sul programma. Berlusconi avrebbe insistito in particolare su due questioni: un ruolo di primo piano per Gianni Letta nel governo e l'assicurazione che non vi sarà alcuna patrimoniale. Mentre le voci che circolano dicono che i ministri dovrebbero essere tutti" tecnici", ma la parola non rende il vero significato, meglio parlare di professionalità di grande livello nei vari settori governativi.

Il pranzo con Monti e il " giallo" sul ritardo nelle dimissioni

Insomma Berlusconi è stato messo sotto tutela, tanto da ritardare le sue dimissioni, creando un vero e proprio giallo, lasciando con il fiato sospeso, fra l'altro, quella folla che lo ha atteso a Piazza del Quirinale, non certo per dargli il benvenuto. Le dimissioni arriveranno così nella tarda serata, attese per diverse ore dal Capo dello Stato che domenica mattina inizierà le consultazioni..

Soprattutto il cavaliere non avrebbe mai pensato di dover invitare a pranzo proprio colui che è destinato a prendere il suo posto, Mario Monti. Un pranzo, come si dice di lavoro, durato circa due ore, presenti anche Gianni Letta e Angelino Alfano. Poi lascia Palazzo Chigi per continuare il suo "calvario". Nell'aula del governo di Montecitorio dove si vota la legge di stabilità incontra Maroni, Calderoli, i leghisti che a più riprese hanno dichiarato che mantengono la loro contrarietà ad un governo di emergenza guidato da Mario Monti. Con il cavaliere ci sono anche Alfano, Verdini,il factotum,Lupi. Cercano in ogni modo di non rendere traumatica la separazione da Bossi ormai disinteressato dalla vicenda che deciderà il futuro prossimo del nostro Paese. Anzi lui dice che fare l'opposizione può essere "divertente" Nel frattempo Monti prima di tornare nel suo ufficio a Palazzo Giustiniani si prende un attimo di riposo per poi mettere ordine negli "appunti verbali "che ha messo insieme dopo gli incontri non ufficiali, con Berlusconi e prima con Bersani, Enrico Letta, Mario Draghi, poi con Casini..

La Camera approva la legge di stabilità

Alla Camera si chiude il capitolo relativo alla legge di stabilità che viene approvata con 380 voti a favore, vota anche l' Udc, mentre non partecipano o votano contro le altre forze dell'opposizione. Una decisione concordata in base a complicati calcoli di tattica parlamentare, sapendo bene che questa legga sarà immediatamente rivista del nuovo governo, se nascerà ovviamente. Non manca episodi di vero e proprio becerume politico che hanno per protagonisti gli uomini che salvarono Berlusconi fondando il gruppo dei responsabili. Scilipoti, il loro leader a proposito del nascituro governo parla di " colpo di stato". Ma si tratta ormai degli ultimi fuochi di un regime decadente.

Più di tre miliardi di ore di cassa integrazione

Approvata la legge di stabilità si apre l'ultima fase della tragicommedia che, come rileva la Cgil, è costata all'Italia, dall'ottobre del 2008 più di tre miliardi di ore di cassa integrazione che hanno interessato mediamente circa 500 mila lavoratori. La perdita di salario è stata di ben 11 miliardi, 22 milioni per ogni lavoratore. A conclusione della giornata arriva un appello di "Libertà e Giustizia" che cosi recita:"Appena saranno ufficiali le dimissioni di Berlusconi, esponiamo alla finestra la bandiera italiana (o in mancanza, un panno). Sarà il segno del nostro attaccamento per la Costituzione, che ha resistito al più violento attacco mai subito da quando i nostro Padri ce l'hanno affidata. Viva l'Italia! – Viva la Democrazia! – Viva la Costituzione! Passiamo parola".

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