Spazi e confini della libertà

fonte. icn – news

Si è aperta a Chianciano la 45° Sessione di formazione del Segretariato attività ecumeniche (SAE). Circa trecento partecipanti, provenienti da tutta la penisola, di diverse confessioni cristiane, e alcuni di fede musulmana ed ebraica, hanno iniziato a dialogare e confrontarsi sul tema della libertà che sviluppa i lavori della Sessione 2007. Gli "Spazi e confini della libertà" sottotitolo dell’espressione di Paolo ai Corinti "Non sono forse libero?" che titola la settimana, sono stati sondati il primo giorno attraverso la prospettiva teologica. Il teologo cattolico Piero Coda, il teologo valdese Fulvio Ferrario e il metropolita ortodosso Athanasios Hatzopoulos, hanno declinato il tema "Libertà di Dio, libertà dell’uomo". Al termine della giornata monsignor Lorenzo Chiarinelli, vescovo di Viterbo, ha presieduto la liturgia eucaristica cattolica, nella quale ha sottolineato – richiamando Benedetto XVI – il "punto critico" a cui è arrivato il cammino ecumenico, non senza ricordare le acquisizioni compiute e la "gioiosa convivenza" di momenti come quello della Sessione SAE.
Per Piero Coda la libertà, difficile da definire nella sua essenza, è il vero punto di incontro tra Dio e l’essere umano. E’ una realtà donata dal Figlio che ha fatto esperienza dell’amore del Padre: "Credere all’agape del Padre fino all’estremo è la risposta di libertà alla libertà del Padre". Per questo la libertà dei cristiani – non loro esclusiva eredità ma comune a tutta l’umanità perché Cristo è Figlio dell’uomo – trova la sua ragione intima nella stessa libertà che anima il rapporto d’amore tra Padre e Figlio trasmessa attraverso lo Spirito Santo. Questa libertà consegnata agli esseri umani ha i suoi paradossi, come la chiamata a una doppia fedeltà: la custodia delle parole e dei segni di grazia di Cristo, e la continua apertura del cuore e della mente all’azione effusa nella storia dello Spirito di Gesù.
Secondo Fulvio Ferrario un mondo secolarizzato, che si spiega senza Dio, per cui Dio non è più necessario, non necessariamente rende Dio superfluo ma stimola alla ricerca di un Dio non più trionfante, ma crocifisso, che alla necessità contrappone la grazia, che interpella la libertà dell’essere umano. Libertà quindi come incontro tra due libertà – quella di Dio che è la grazia rivelata in Gesù Cristo, quella dell’uomo che è la risposta della fede – e come offerta di amore non imposto ma offerto.
Una libertà umana che nasce dall’amore non può che esprimersi attraverso l’amore e fare dell’amore trinitario la propria fonte di relazioni, ha rilevato il metropolita Hatzopoulos. Una realtà che va recuperata perché forse una certa teologia ha presentato Dio come un padre padrone, da cui gli esseri umani si sono distaccati. Recuperando invece la relazione d’amore fondamentale con Dio si entra nel dinamismo dell’amore trinitario, ci si scopre a immagine di Dio e l’adesione alla sua volontà è quella di persone libere, che rispondono all’amore con l’amore.
Dai fondamenti teologici della libertà la riflessione dei relatori passa nei prossimi giorni agli ambiti della scienza, dell’etica e della politica, mentre nei dieci gruppi di lavoro i convegnisti prenderanno la parola sulla libertà declinandola in rapporto alla preghiera, all’informazione, alla gratuità, alla responsabilità, alla fragilità. Ci sono anche due piccoli corsi sulla storia del Consiglio ecumenico delle Chiese e sulle religioni orientali, e un laboratorio di poetica della narrazione.
Nel percorso comune della settimana i giovani continuano i loro incontri supplementari – mercoledì, per tutti, è attesa anche la Cattedra dei giovani – mentre i bambini e i ragazzi seguono un piccolo corso parallelo che comprende quest’anno la partecipazione al coro ecumenico che anima le liturgie quotidiane.

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Il Vaticano, poi, al posto di bacchettare il governo potrebbe aprire i conventi deserti agli immigrati

Sbarcano in mille, Lampedusa in ginocchio
di Redazione

da Catania

Immigrati che partono, immigrati che arrivano. È Lampedusa la porta del Mediterraneo al centro delle tratte di clandestini. Ieri circa mille tra uomini, donne e bambini sono arrivati sull’isola a bordo di sette carrette. Intanto a Malta uno di questi viaggi è finito in tragedia: due donne, di cui una di 20 anni, incinta, sono morte in seguito al naufragio di una barchetta con a bordo 28 clandestini, mentre una terza è in coma ricoverata all’ospedale della Valletta.
È salito così a 1500 il numero delle persone che affollano il centro di prima accoglienza, ormai al collasso. Quattrocento immigrati sono stati fatti partire dall’isola delle Pelagie per alleggerire l’affollamento nel centro che ospita gli immigrati. Sbotta il sindaco, Bernardino De Rubeis: «Lampedusa è in ginocchio: è ora di dire basta e trovare delle soluzioni che non riguardino esclusivamente il fenomeno dell’immigrazione clandestina, ma anche quelle che sono le esigenze degli isolani». Nel pomeriggio le rassicurazioni che gli sbarchi saranno impediti arriva dal ministro dell’Interno Roberto Maroni invitato a fare una visita nell’isola dal sindaco De Rubeis: «Gli sbarchi – ha spiegato Maroni – saranno risolti quasi al 100% quando entrerà in vigore l’accordo con la Libia che prevede il pattugliamento congiunto delle acque libiche». De Rubeis aggiunge: «Se si ha l’intenzione di trasformare Lampedusa in una sorta di Asinara di una volta, sono sulla strada giusta. La spesa di 300 milioni di euro per costruire nuovi centri, capaci di contenere complessivamente lo stesso numero di immigrati che in questo momento si trovano solo a Lampedusa, è inutile». Il sindaco ha anche spiegato che ci sono contraccolpi causati dall’emergenza clandestini: «Stiamo registrando un calo del 30% nelle presenze turistiche, anche a causa dei tagli alle tratte sociali che la Regione ci vuole togliere, lasciando un solo collegamento aereo al giorno per Palermo. Quando il centro è a pieno regime come adesso, qui salta tutto, ci sono problemi di fogne, di spazzatura, l’acqua non basta mai. Il Vaticano, poi, al posto di bacchettare il governo potrebbe aprire i conventi deserti agli immigrati».

fonte: ilgiornale

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Libro: Pedofilia, olocausto bianco

Pornografia online e abusi sui minori: il mondo della pedofilia è sempre più oggetto di inchiesta giudiziaria e giornalistica. Ferruccio Pinotti e Carlotta Zavattiero hanno scritto a quattro mani "Olocausto bianco" (Bur, 12.50 euro) che raccoglie la testimonianza delle vittime, incluso l’attore Luca Barbareschi, e dei pedofili condannati, analizza le carte processuali e i casi di cronaca, con una particolare attenzione alle differenze tra il mondo cattolico e quello protestante. Ne abbiamo discusso insieme alla coautrice Carlotta Zavattiero.

Nel libro descrivete la pedofilia come “la piaga del terzo millennio”, dominata da una lobby potente. Chi è parte di questo circolo di potere?

Piacerebbe a molti individuare un gruppo responsabile di questa “piaga” del terzo millennio: una cerchia ristretta di persone con il potere, sia economico che culturale, di gestire la pedofilia traendone vantaggi, sessuali ed economici. Ma la realtà è diversa. Ecco la ragione per cui abbiamo volutamente utilizzato il termine “piaga”: non esiste classe sociale immune da questo problema. Il pedofilo può essere il pastore come l’insegnante, l’allenatore, l’industriale che viaggia in jet personali o semplicemente il padre di famiglia.



Seminari e scuole cattoliche sono in molti casi l’alveo di episodi di pedofilia nascosti, come è successo a Luca Barbareschi e ad altre vittime di abusi che riportano la loro esperienza in “Olocausto bianco”.

Qual è invece la penetrazione della pedofilia negli ambienti di potere, dalla politica all’industria?

Stabilire con precisione il livello di penetrazione della pedofilia negli ambienti che contano potrebbe essere addirittura “impossibile”. In Olocausto bianco (Quinta parte, pedofili in carcere), emerge chiaramente quanto il pedofilo sia il soggetto sociale più disprezzabile e disprezzato, da relegare nell’isolamento infernale di un girone dantesco. Mi spiego meglio: è noto che un certo lassismo sessuale sia abitudinario in certi ambienti altolocati. Orge, festini a base di sesso, droga, eccetera si fanno. Ed è un fatto.

E seppure questi ritrovi siano fatti tra persone maggiorenni, restano sempre nell’ombra. Circolano solamente voci. Figuriamoci quando e se in tali ritrovi siano coinvolti dei minorenni, quale sia il livello di precauzioni prese per evitare fughe di notizie che avrebbero ovviamente effetti esplosivi e dirompenti. Casi come quello di Lapo Elkann ne sono un esempio. Il ragazzo cerca ora in tutti i modi di riabilitarsi agli occhi della società e nella sua storia non c’era un coinvolgimento di minori. Lascio intuire cosa potrebbe accadere con la pedofilia.

Per molte associazioni a difesa dei bambini e delle vittime degli abusi l’intervento di Ratzinger in Australia sulla pedofilia è stato doveroso e apprezzabile, ma non sufficiente. Cosa ne pensi?

I tre aggettivi usati sono quelli giusti: l’intervento è stato effettivamente doveroso, apprezzabile, ma non sufficiente. I reati continuano, le vittime aumentano. Azioni conseguenti a buone intenzioni, bei discorsi, non sempre vanno di pari passo. Ma è un comportamento tipico del genere umano, da accettare. È difficile conciliare sempre il bel dire con il bel fare. Può essere quasi una questione di Dna: non si diventa Giovanni Falcone, ci si nasce. Ma si può comunque cercare di cambiare le cose. Ci vuole volontà e non tutti la esercitano.

Danni e risarcimenti: nei paesi protestanti le vittime ricevono ingenti somme, mentre nei paesi cattolici prevalgono cifre ridicole, accompagnate da un diffuso pentitismo e dal frequente occultamento dei fatti (es. spostamento di parrocchia dei sacerdoti pedofili). Come si giustificano queste differenze?

Sono differenze di carattere essenzialmente culturale oltre che storico, che hanno a che vedere con una diversa visione della sessualità. Quella cattolica (religione che conosco meglio perché sono cattolica anche io) è repressa e colpevolizzante: naturale che ne scaturiscano a cascata atteggiamenti ipocriti, negazionisti dell’abuso e della pedofilia. Maggiore è la “laicità” con cui si affrontano le tematiche sessuali e maggiore è la tutela e la difesa dei diritti di una vittima. Ma sarebbe sbagliato generalizzare: ci sono cattolici con una sessualità sana e altri meno e questo vale per tutte le religioni.

Perversioni come la pedofilia sono problemi individuali, soggettivi che coinvolgono lo sviluppo della sessualità e affettività, delle relazioni con gli altri. Non sempre questo sviluppo avviene in modo armonico e naturale. Dunque non fare di tutte le erbe un fascio, ma nemmeno dimenticare che in certi contesti culturali e ambientali, il sorgere di devianze sessuali è certamente favorito.



Luca Barbareschi  racconta la sua esperienza di abusi subiti e su Rignano Flaminio crede che i bambini non possano essersi inventati tutto. Cosa ne pensi?

È una storia piuttosto complessa, confusa, gestita male a livello processuale ed egregiamente a livello mediatico. Con il tempo non si arriva alla chiarezza e la vicenda diventa sempre più intricata. Penso che si resterà sempre in una fase di “dubbiosa sospensione”.

A livello epidermico, si tratta dunque di opinione personale, sento che la presenza di certi soggetti diano a tutta la storia un qualcosa di falsato. Non sono in grado di stabilire la veridicità degli abusi; penso che i bambini coinvolti abbiano certamente subito uno stress fortissimo durante le varie fasi della vicenda. In questo senso invito a leggere il libro di Claudio Cerasa (Ho visto l’uomo nero) esclusivamente dedicato a Rignano. Se io fossi uno di quei genitori, per il bene di mio figlio, mi rinchiuderei nel silenzio anonimo di una sana normalità.



Anche su Don Gelmini si è alzata una cortina di ferro in sua difesa, sia da parte del clero che della politica e finora soltanto Vania Gaito in “Viaggio nel silenzio” ha portato avanti un’indagine documentata sui suoi trascorsi. Perchè vige ancora un così forte senso di omertà?

I due casi citati, Rignano Flaminio e Don Gelmini, sono effettivamente due vicende che pur avendo avuto una eco nazionale vasta e durevole, mancano in Olocausto bianco. Non è una svista, ma una scelta consapevole, perché il libro è nato con la precisa intenzione di riempire un vuoto informativo sulla pedofilia. E l’obiettivo è stato raggiunto. Il lettore che cerca sensazionalismi, colpi di scena su fatti che coinvolgono personaggi di spicco, in Olocausto bianco troverà molto di più. Perché arriverà a diffidare o ad interrogarsi sul comportamento del marito, dell’appassionato di viaggi in Estremo Oriente che conosce (o crede di conoscere) da una vita, del fidanzato, del datore di lavoro, dell’insegnante del figlio, del commesso esperto di computer, del sacerdote al quale ha affidato la figlia o il figlio per la preparazione alla Comunione o per il campeggio estivo.



Parliamo di pedopornografia. La maggior parte dei server sono negli Stati Uniti e la mancanza di accordi internazionali non consente un controllo reale sullo scaricamento di materiale illecito. Dietro a tutto questo si nasconde, come sempre, il profitto. Quanto incidono i guadagni delle banche derivanti dalla pornografia sulla mancanza di accordi multilaterali?

E chi può dirlo? Come si fa a stabilire che tot milioni di euro derivano dai proventi del mercato pedopornografico? O della prostituzione minorile? O di altri traffici illeciti come armi, droga? Il denaro è sporco, ma le banche sono luoghi asettici: pecunia non olet.



Qual è stato l’incontro più sconvolgente che ricordi durante la stesura del libro?

È stato l’incontro con una fotografia. Quella di una bambina di due anni. Non la descrivo, mi limito a dire che il carabiniere che me l’ha mostrata (uno che ha fatto la guerra in Libano, descritta, tanto per capirci, in Insciallah di Oriana Fallaci, che conobbe durante la missione) mi ha riferito di non avere mai visto una cosa più orribile. Perché è vero che una fotografia è un istante materializzato. Ma la realtà che descrive ha un prima e un dopo reali.

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domande sul celibato dei preti e sui carismi delle donne nella Chiesa a Benedetto XVI

(ASCA) – Bressanone, 6 ago – Anche domande sul celibato dei preti e sui carismi delle donne nella Chiesa a Benedetto XVI, nell’incontro con i sacerdoti della diocesi di Bolzano nel duomo di Bressanone. Ma il papa, considerato il numero delle richieste presentategli dal decano di Castelrotto, si e’ soffermato a rispondere agli interrogativi di carattere pastorale, e in particolare a quello relativo alla mancanza di sacerdoti. Bisogna ”saper delegare” ha detto Ratzinger, secondo la sintesi del colloquio fatta ai giornalisti da padre Federico Lombardi, e non pretendere di poter svolgere tutti i compiti.

”Bisogna saper accettare, con umilta’, che molte cose non le possiamo fare”, perche’ – ha insistito il pontefice – la priorita’ e’ dar spazio a Dio. Benedetto XVI, dopo aver sottolineato la ”insostituibilita”’ del sacerdote nella vita della Chiesa ed il significato profondo della sua vocazione – ”e’ l’uomo scelto per il servizio di Dio, non per isolarlo ma per metterlo al suo servizio” -, si e’ soffermato tra l’altro anche sul senso del servizio rappresentato dal pontificato: ”Il primato – ha specificato – non e’ una monarchia assoluta ma un servizio per la Chiesa”. Ai giornalisti che gli chiedevano se l’espressione andava letta come un riferimento all’ecumenismo, padre Lombardi ha risposto di no.

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Megan Fox, suora con passione per un prete

Megan Fox si fa monaca. Megan Fox in "Teresa: Making Of A Saint" (prossimamente nelle sale) è Agnese che vive la sua gioventù isolata dal mondo in un monastero, dove divampa la passione per un prete. La suora deciderà se abbandonarsi all’amore proibito o servire Dio. Sembra che il film sia ispirato ai primi anni di vocazione di Madre Teresa di Calcutta, ma il sito ufficiale specifica "è solo la storia di una incredibile donna".

La pellicola ruota attorno alla storia di Agnese che dopo aver ricevuto la chiamata di Dio, si reca in un monastero sulle montagne per pregare e capire quanto profonda sia la sua fede. Ma all’improvviso divampa la passione per un bel prete che la distrugge mentalmente minando tutto quello in cui finora aveva creduto.

E a questo punto la decisione di Agnes è difficilissima. Abbandonarsi alla passione che la sta distruggendo oppure servire Dio in assoluta castità? La sua decisione potrebbe cambiare il mondo per sempre.

Come specifica il sito ufficiale del film questa "è l’incredibile storia di una donna prima della vocazione". Megan Fox ha accettato entusiasta di far parte del progetto, che di sicuro scatenerà polemiche per i riferimenti a Madre Teresa, soprattutto perché potrà finalmente mostare ai critici le sue doti di attrice. Ma dal trailer della pellicola la Fox appare sensuale ed irresistibile anche con abito monacale… (fonte: tgcom)

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In nome del papa re

in viottoli – foglio di comunità settembre 2008

Come di consueto, l’orgoglio cattolico corona nel Meeting di CL la propria autocelebrazione, lancia progetti politici, tende la mano al sacerdote del Centro Casini e quest’anno, più che in passato, per voce di Bagnasco, lamenta un tentativo di violento ostracismo dalla vita politica e sociale del nostro Paese. Surreale se non comico questo outing da chiesa perseguitata, sfrontato rispetto all’evidenza della vita politica nazionale. Tutti gli appuntamenti più importanti dell’agenda di palazzo hanno visto non soltanto il contributo e l’osservazione degli alti prelati, ma il pesante condizionamento della Santa Sede sulle scelte dell’elettorato in tante importanti occasioni, non risparmiandoci vere e proprie pagine di propaganda cattolica attraverso i media. Queste sono le vicende che allarmano e che fanno tremare coloro che hanno a cuore la laicità delle nostre istituzioni. Tolleriamo benissimo, su questo vorremmo rassicurare il cardinale Bagnasco, gli Angelus da Castel Gandolfo del Santo Padre, ai suoi appelli alla pace e alla guida sicura il sabato sera.

Come sottolinea lo storico Melloni, le parole della Chiesa tradiscono le ragioni della paura e il discorso di Bagnasco è denso di profonde contraddizioni. Nessuno ha mai teorizzato, tantomeno in questo Paese, la chiusura privatistica della fede cattolica, la necessità di rinunciare alla testimonianza del messaggio cristiano, prima ancora che cattolico, nello spazio della società civile e nella vita politica. E’ la nostra storia: il passato e l’eredità di una cultura dominante in tutto il Vecchio Continente. Nessun imbarazzo, piuttosto una cifra di interpretazione della nostra identità. Il cardinale però cade in un errore concettuale e metodologico insieme. Lo fa sapendo bene soprattutto quello che tace piuttosto che quello che dichiara.

Non può dire apertamente che persino l’anima della destra, appendice storica di CL, sembra non garantire più abbastanza la difesa in trincea di alcuni dogmi etici, proprio quelli che possono diventare in una strategia di conversione forzata – eccola la tentazione – divieti di legge; quelli che invadono non tanto e non solo lo spazio della vita politica, ma il privato dei cittadini costretti in questo modo, per legge dello Stato e non per catechismo della chiesa, ad essere cattolici praticanti senza nemmeno saperlo. E’ questa la strategia nemmeno troppo occulta del vertice CEI ed è questa che – a dire di Bagnasco – non è più difesa abbastanza dalla destra.

Siamo abituati a questo misero dòmino. Negli anni 80 era Alex Zanotelli ed era allora il direttore di Nigrizia. Lanciava documentate denunce sulla politica corrotta di tanti governi africani sul commercio di armi, sulla mafia delle multinazionali. Accuse di fuoco per i nostri Craxi, Andreotti, Spadolini. Nel 1987 per esplicita volontà delle autorità ecclesiastiche padre Alex venne allontanato e rimosso dalla direzione del mensile. Troppo disturbo il suo impegno politico, la sua ossessiva ricerca della verità e lo smascheramento coraggioso di ogni forma di ingiustizia sociale e abuso. Un uomo in lotta con i poveri, un vero uomo del Vangelo, un religioso votato all’impegno cristiano nella società civile, uno che non conosce cosa significhi una fede solo privata, appesa al collo in un rosario o recitata in sagrestia.

Forse un po’ troppo impegnato per i gusti della CEI. Difficile giustificare questa alternanza a convenienza sul portare i valori della fede religiosa nella geografia del potere politico e nell’anima della società civile. Forse Bagnasco intende dire che questo vale solo per alcuni temi? Forse l’unica piazza in cui vuole cimentarsi è quella degli obiettori di coscienza, dei difensori dell’embrione, di quanti rifiutano pietà per Eluana Englaro?

Insomma forse il non detto è che la Chiesa postmoderna, in pieno vento di nuova controriforma, vive la contraddizione di pretendere controllo sul privato perché nel pubblico non ha più titoli di sovranità da rivendicare? Non sarà che mira a recuperare quello stesso titolo compiacendo di volta in volta il trono giusto, che diventa magari ancora più giusto se acconsente alla strategia della conversione, il tutto a scapito delle altre chiese e delle altre fedi?

Perché al di là dei pacati inviti alla convivenza pacifica tra religioni e culture diverse, la chiesa – come ogni chiesa – non ha mai smesso di combattere la sua guerra santa. La nostra lo fa in modo tutto occidentale e lo fa proprio a partire dal privato dei cittadini, corrodendo quella distinzione essenziale tra uomo e civis su cui lo Stato nazionale moderno ha l’unica possibilità di sopravvivere a se stesso e adeguarsi alle morfologia di una geografia trans nazionale. E’ la loro ultima possibilità.

Perché se salta quel confine, salta ogni fondamento ragionevole e universalizzabile di ragione pubblica e diventa sempre più vincente quel modo tutto cattolico – ma potremmo dire tipico dei tre grandi monoteismi – d’intendere la politica per cui anche chi non è fedele deve adeguare il proprio profilo morale ai dettami di quella fede; spacciandolo per l’unico sistema morale possibile e confidando nel paternalismo istituzionale, quello secondo il quale chi decide lo fa per "il tuo bene". Non sono cosi lontane sul piano concettuale le monarchie illuminate e a quanto pare non ancora scomparse del tutto, nonostante la robusta democrazia occidentale.

Perché Bagnasco mente. Non c’è bavaglio in uno Stato laico alla testimonianza pubblica di una fede religiosa. Non facciamo che sentire la loro voce e le loro prediche in ogni evento di questo paese. Ogni celebrazione eucaristica lo è e ogni spazio pubblico in cui la Chiesa liberamente interviene lo diventa. Non c’è religione che possa rinunciare alla politica della conversione e che possa pertanto essere privata della sua naturale vocazione all’impegno sociale. Chi lo fa è giustamente condannato senza ombre a livello internazionale.

Per ogni pratica profondamente spirituale, persino nelle forme più integrali di clausura e preghiera, esiste sempre un lato pubblico di impegno. E se questo è vero per ogni espressione di fede religiosa, lo è particolarmente per quella cristiana, che in Europa ha intessuto insieme al potere politico ogni angolo di storia, ogni scontro, la tensione della dialettica dei poteri ispirando la vita intera dei cittadini dal lavoro al pensiero. Ancora di più in Italia che paga a tutt’oggi il prezzo di avere in casa uno Stato religioso.

Il punto vero è che la Chiesa di Ratzinger come di Wojtyla vuole altro. Vuole convertire usando il voto dei cittadini con uno spirito di prevaricazione delle competenze che nulla c’entra con la libertà di testimoniare la fede. Vuole controllo e lo vuole assolutamente nel privato. L’unica strada libera per controllare il potere che non ha più ufficialmente. E per farlo non le bastano gli strumenti dell’omelia, dell’oratorio, delle missioni. Vuole farlo mutuando le forme del potere politico o ancor peggio mirando a condizionarle e ad asservirle con la teoria falsa di essere depositari della morale e dell’etica. Errore di contenuto, errore di metodo.

Il presidente della CEI era distratto forse quando don Tonino Bello nelle sue omelie tesseva il mosaico di un autentico manifesto politico contro la discriminazione degli stranieri, quando Oscar Romero veniva ucciso sull’altare da cui gridava la sua denuncia ai militari di El Salvador e non veniva ricevuto da Wojtila. E’ distratto quando Famiglia Cristiana scrive di discriminazione fascista ai danni degli stranieri. E’ distratto o non è d’accordo. Lui la politica preferisce farla ai meeting dei potenti, alla vigilia dei referendum, quando vorrebbe decidere al posto di ogni uomo e di ogni donna come fare l’amore, come concepire figli, come costruire una famiglia e come morire. Una tela di ragno velenosa che forse nemmeno il Parlamento italiano può tessere più con tanta disinvoltura. (28 agosto 2008)

Rosa Ana De Santis

Fonte: www.altrenotizie.org

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Commento sui sacerdoti sposati e l’esempio di Piana

Un nostro post è stato pubblicato sul blog anticameracervello e il blogger Ricciele ha inserito il commento:

Non penso che il matrimonio possa prevenire la pedofilia (esistono molti esempi di pedofili "insospettabili" che talvolta esercitavano le violenze sui loro stessi figli), ma il resto delle argomentazioni di questo articolo le trovo abbastanza convincenti. E’ un argomento complicatissimo, comunque dispiace che persone valide e che potrebbero dare tanto alla chiesa debbano abbandonare qualsiasi funzione una volta che trovano una persona a cui vogliono bene, e dispiace che per aver seguito quelle che sono comunque inclinazioni naturali debbano essere qualche volta ostracizzati dalla propria famiglia e costretti a cambiare città e sparire dalla circolazione. In un mondo in cui succede di tutto, un sacertode che si sposa mi sembra, se proprio è un male, un male minorissimo.

(Fonte: anticameracervello.splinder.com)

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Cristiani e musulmani cercano una base comune

(ZENIT.org).- La ricerca di una base comune per promuovere la comprensione tra Occidente e mondo islamico è l’obiettivo di una conferenza organizzata questa settimana dall’Università statunitense di Yale alla quale hanno partecipato cristiani e musulmani.

L’incontro, ricorda "L’Osservatore Romano", è il primo dialogo pubblico promosso dagli intellettuali musulmani del gruppo Parola Comune, che l’anno scorso ha lanciato un appello ai leader cristiani per un confronto fra teologi per promuovere la pace. 

Anche se la maggior parte dei partecipanti statunitensi è rappresentata da protestanti, sono presenti anche cattolici ed ebrei. I musulmani, sia sciiti che sunniti, provengono da ogni parte del mondo.

La conferenza si svolge a pochi giorni dal Congresso internazionale svoltosi a Madrid su iniziativa del re dell’Arabia Saudita Abdullah per facilitare il dialogo interreligioso. 

"Abbiamo rotto il ghiaccio della sfiducia fra Occidente e islam con questa iniziativa", ha affermato Mustafa Ceric, gran muftì di Bosnia. "Nelle questioni mondiali di oggi, la norma non dovrebbe essere la ‘ragione più forte’, ma la forza della ragione".

Il croato Miroslav Volf, teologo protestante di Yale che copresiede l’incontro, ha osservato circa questo e altri eventi svoltosi recentemente in Europa e in Medio Oriente per migliorare la comprensione fra cristiani e musulmani che "c’è qualcosa di nuovo nell’aria". 

Il progetto Parola Comune è stato avviato nell’ottobre scorso da 138 guide musulmane e si basa sulla condivisione di due valori fondamentali: l’amore per Dio e quello per il prossimo.

"Nell’era moderna – ha spiegato Ibrahim Kalin, filoso di nazionalità turca e portavoce del gruppo – non abbiamo avuto niente di simile a questa esperienza, grazie alla quale persone di diversa formazione religiosa e culturale e di diverse etnie sono riunite in nome di valori come questi". 

"La comune consapevolezza in questo caso è che noi abbiamo diversi linguaggi teologici ma il reale oggetto di riflessione è lo stesso. C’è un solo Dio ma noi ci avviciniamo a lui per mezzo di differenti linguaggi", ha aggiunto.

Dopo un incontro a porte chiuse venerdì scorso fra sessanta teologi su come cristianesimo e islam considerano il concetto dell’amore per Dio e per il prossimo, i colloqui sono passati alla sessione pubblica – fino a giovedì -, alla quale partecipano circa 150 persone. 

Un aspetto rilevante della conferenza è la presenza degli evangelici, perché alcuni loro esponenti negli Stati Uniti sono molto critici nei confronti dell’islam, ritenuto una religione falsa e violenta. Altri leader, tuttavia, sono aperti al dialogo.

A questo proposito, John Stackhouse, teologo evangelico canadese, ha affermato che la problematica principale è che "gli evangelici vogliono convertire le persone e per l’islam il peggiore affronto che tu puoi fare è convertire un musulmano". 

Anche se finora l’appello della Parola Comune non è stato rivolto agli ebrei, alcuni esponenti ebraici si sono uniti ai lavori.

"Se leader religiosi possono aiutare la politica a muoversi verso la pace – ha affermato Rabbi Burton Visotzky, del Seminario teologico ebraico di New York – questo è già lavorare per la volontà di Dio".

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Commento: “Ritengo ingiusto… negare al sacerdote di sposarsi”

Ritengo ingiusto e senza alcun fondamento logico, né teologico negare al sacerdote di sposarsi anche perchè “Il matrimonio” è un sacramento di pari importanza e dignità. Il numero di “sette” riferito ai sacramenti è soltanto una convenzione numerica e non una classifica. Tutti hanno lo stesso valore non essendo, il matrimoni, un sacramento di serie "B".
Mentre il “celibato” per quanto la chiesa di Roma lo sancisce al di sopra ogni sacramento, lo pone filosoficamente a fondamento ed istituzionalmente indispensabile per l’ordinazione presbiterale. Non è così e non deve essere così! Viene spontaneo chiedersi perché la chiesa di Roma vuole predicare e ribadire con veemenza ciò che lo stesso Gesù non ha chiesto ai suo discepoli e apostoli. Nessun servo può essere di più del suo Signore. Dove è finito la dimensione sacramentale del matrimonio e della verginità che deve esserci fra coloro che hanno contratto matrimonio. Gesù stesso ha scelto tra i suoi apostoli gente sposata e gente libera che per propria scelta decide di vivere il celibato.
Lo stesso San Paolo afferma che deve essere una scelta libera, come è possibile afferma “guidare la Chiesa di Cristo, se non si è capaci di guidare la propria famiglia?” Quindi la chiesa deve aprirsi, è un suo peculiare dovere a questa realtà come qualcosa di positivo, di giusto e di buono. La Chiesa ha bisogno di preti santi e capaci di dare e offrire testimonianza con la propria famiglia in questo tempo difficile dove tutto viene messo in discussione. La santità viene certamente e principalmente da persone sposate, è il ceppo più importante della umana società.
La santità non è soltanto dal clero e per giunta celibe. Il celibato è una mera utopia e non è per tutti! Purtroppo siamo imbevuti di clericalismo dalle più basse sfere di fedeli a volte e per lo più non praticanti, alle più alte sfere gerarchizzate del clero, anche i fedeli hanno ricevuto in abbondanza e appare lo scandalo là dove non c’è. Ognuno, per quanto ha potuto, ha instillato nei cuori dei fedeli valori errati, senza fondamento teologico. Se le più alte istituzioni cattoliche romane che, tra l’altro, hanno il potere decisionale, non si fidano di Dio che opera sempre e comunque, come è possibile far cambiare opinioni e atteggiamenti errati alla povera gente.
Dare l’esempio a volte significa demolire vecchie convinzioni. Il matrimonio e la famiglia è un sacramento tra i più buoni e santi a disposizione di tutti. I fedeli, la gente comune dove e da chi può prendere esempio? Mons. Milingo ha fatto qualche errore di valutazione e di metodo, ma è un uomo come tutti, può sbagliare, ma se la chiesa di Roma si chiude a riccio, non comprende le sue scelte. si arrocca e fa leva sulle scomuniche che al giorno d’oggi sono ridicole e non trovano consenso tra la gente di buona volontà e fra coloro che credono con fede verace, tutto ciò va a svantaggio della stessa chiesa di romana. Si predica che la chiesa è madre non scaccia nessuno, il più grande peccatore deve essere recuperato con amore e portato nelle braccia delle più tenere tra le madri.
Ma questo è solo predicato e non attuato nella realtà. Si predica bene, ma dov’è la fratellanza cristiana, dove si trova la chiesa che accoglie e comprende e recupera? Il più delle volte si fa vuoto all’intorno, solitudine, abbandono, aspre critiche siamo capaci tutti di partorirle, si fa presto a mettere in pratica e dire: “sei fuori dalla chiesa” non puoi, non è lecito! Dobbiamo attenerci all’arida disposizione del diritto canonico? Il primo impegno e scopo della chiesa, la sua missione peculiare è di guidare l’umanità alla salvezza: “Apre le porte a Cristo”! Concedere il matrimonio ai sacerdoti è cosa buona qui e ora nel terzo millennio dove non esistono più valori, né educazione, né famiglia. La società è disgregata ha bisogno di testimoni e non di oratori che non vivono l’esperienza in prima persona. Questo è il millennio dei segni più che delle parole fredde che non trovano posto nel cuore delle persone che si pongono interrogativi, si ha più che mai necessità e bisogno di testimoni santi e operosi che danno l’esempio con la propria vita e vivono con dignità e correttezza, secondo i comandamenti di Dio.
Detto ciò, non ha senso la scomunica comminata a Mons. Milingo, bisogna prendere provvedimenti urgenti e non lasciare che le cose dormono e consegnandole al tempo, da sole le cose non si risolvono, anzi prendono pieghe sempre peggiori e distribuiscono semi di zizzania e di insicurezza facendo perdere quel poco di fede anche a chi la detiene così flebile e vacillante. Forse agli occhi di Dio è più giusto, per i nostri tempi, avere chiese piene di sacerdoti sposati che diano testimonianza, pronti alle necessità della crescente popolazione, che siano apostoli e dispensatori di sacramenti, ovunque essi si trovino. Piuttosto che avere chiese deserte, mancanza grave di sacerdoti, quindi cattiva amministrazione di sacramenti e di controlli. Il prete a capo di una parrocchia spesso solo non può soddisfare le necessità della sua comunità e questo è un dato incontrovertibile nei fatti.
Non vi sono sacerdoti che possono amministrare “bene” il sacramento della penitenza, né possono seguire e richiamare i lontani. Per non parlare degli ospedali e dei luoghi di detenzione. La chiesa di Roma faccia ammenda dei cattivi semi sparsi nei secoli e ritorni allo splendore dei primi secoli. Meno casta, meno istituzionalismo, meno sfarzo, meno clericalismo, meno arrivismo, ma più vicini alle anime da salvare. E’ questo che certamente vuole Cristo e quando Egli verrà certamente vuole il resoconto di quante anime siamo risusciti a salvare e non di quante scomuniche ci sono state comminate da una chiesa lontana non più capace di leggere i segni dei tempi.
Riflettere e svegliarsi dal lungo letargo dei secoli per riparare gli errori commessi per poca fedeltà a Cristo e al Vangelo. I fedeli sappiano attendere al proprio ruolo, vivere il Vangelo, in grazia e ricevere i sacramenti consacrati sotto le due specie. "Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna" perché i fedeli ancora nel terzo millennio devo ricevere solo un ostia?

Bisogna scandalizzarsi di ben altro! Del male del mondo, dei nostri innumerevoli peccati, della nostra tiepidezza nel servire il Signore. I problemi non si risolvono con la scomunica o peggio col silenzio. Di fronte a situazioni nuove, prendere coscienza e trovare una soluzione. L’impassibilità e l’intolleranza non giova a nessuno! Cordialità e saluto
Roberto
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Anglicani/ Rowan: fermiamo consacrazioni di vescovi gay

(Apcom) – L’arcivescovo di Canterbury Rowan Williams ha chiuso la Conferenza di Lambeth, l’incontro decennale di tutti i vescovi anglicani del mondo, chiedendo che non vengano più consacrati altri vescovi gay, almeno per ora, e ha invocato l’unità della Comunione Anglicana. Quest’anno il sinodo aveva un significato particolare in quanto doveva occuparsi della minaccia di scisma che grava sulla confessione, dopo le polemiche scoppiate in seguito all’approvazione della consacrazione delle donne vescovo e dei sacerdoti omosessuali.

Nel suo discorso finale, davanti ai 650 vescovi presenti, l’Arcivescovo ha detto che la comunità anglicana ha bisogno di "spazio per studiare e discutere liberamente senza pressioni" sull’opportunità o meno di accettare un orientamento sull’omosessualità che sia diverso dai dettami biblici tradizionali.

Integrity, il gruppo legale che rappresenta i religiosi gay, ha dichiarato in un comunicato che "non c’è alcun riferimento teologico al sacrificio di una minoranza dei battezzati" per il bene dell’unità.

Williams viene considerato dai conservatori troppo tiepido nei confronti di alcune denominazioni, come la Chiesa Episcopale statunitense, che hanno autorizzato la consacrazione di vescovi omosessuali: le divisioni fra conservatori e liberali sono state infatti innescate nel 2003 dalla consacrazione di Gene Robinson – presente a Lambeth – a vescovo della Chiesa Episcopale, nonostante la sua dichiarata omosessualità; nello stesso anno la diocesi canadese di New Westminster autorizzò le prime nozze gay.

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Libro: Pedofilia, olocausto bianco

Pornografia online e abusi sui minori: il mondo della pedofilia è sempre più oggetto di inchiesta giudiziaria e giornalistica. Ferruccio Pinotti e Carlotta Zavattiero hanno scritto a quattro mani "Olocausto bianco" (Bur, 12.50 euro) che raccoglie la testimonianza delle vittime, incluso l’attore Luca Barbareschi, e dei pedofili condannati, analizza le carte processuali e i casi di cronaca, con una particolare attenzione alle differenze tra il mondo cattolico e quello protestante. Ne abbiamo discusso insieme alla coautrice Carlotta Zavattiero.

Nel libro descrivete la pedofilia come “la piaga del terzo millennio”, dominata da una lobby potente. Chi è parte di questo circolo di potere?

Piacerebbe a molti individuare un gruppo responsabile di questa “piaga” del terzo millennio: una cerchia ristretta di persone con il potere, sia economico che culturale, di gestire la pedofilia traendone vantaggi, sessuali ed economici. Ma la realtà è diversa. Ecco la ragione per cui abbiamo volutamente utilizzato il termine “piaga”: non esiste classe sociale immune da questo problema. Il pedofilo può essere il pastore come l’insegnante, l’allenatore, l’industriale che viaggia in jet personali o semplicemente il padre di famiglia.



Seminari e scuole cattoliche sono in molti casi l’alveo di episodi di pedofilia nascosti, come è successo a Luca Barbareschi e ad altre vittime di abusi che riportano la loro esperienza in “Olocausto bianco”.

Qual è invece la penetrazione della pedofilia negli ambienti di potere, dalla politica all’industria?

Stabilire con precisione il livello di penetrazione della pedofilia negli ambienti che contano potrebbe essere addirittura “impossibile”. In Olocausto bianco (Quinta parte, pedofili in carcere), emerge chiaramente quanto il pedofilo sia il soggetto sociale più disprezzabile e disprezzato, da relegare nell’isolamento infernale di un girone dantesco. Mi spiego meglio: è noto che un certo lassismo sessuale sia abitudinario in certi ambienti altolocati. Orge, festini a base di sesso, droga, eccetera si fanno. Ed è un fatto.

E seppure questi ritrovi siano fatti tra persone maggiorenni, restano sempre nell’ombra. Circolano solamente voci. Figuriamoci quando e se in tali ritrovi siano coinvolti dei minorenni, quale sia il livello di precauzioni prese per evitare fughe di notizie che avrebbero ovviamente effetti esplosivi e dirompenti. Casi come quello di Lapo Elkann ne sono un esempio. Il ragazzo cerca ora in tutti i modi di riabilitarsi agli occhi della società e nella sua storia non c’era un coinvolgimento di minori. Lascio intuire cosa potrebbe accadere con la pedofilia.

Per molte associazioni a difesa dei bambini e delle vittime degli abusi l’intervento di Ratzinger in Australia sulla pedofilia è stato doveroso e apprezzabile, ma non sufficiente. Cosa ne pensi?

I tre aggettivi usati sono quelli giusti: l’intervento è stato effettivamente doveroso, apprezzabile, ma non sufficiente. I reati continuano, le vittime aumentano. Azioni conseguenti a buone intenzioni, bei discorsi, non sempre vanno di pari passo. Ma è un comportamento tipico del genere umano, da accettare. È difficile conciliare sempre il bel dire con il bel fare. Può essere quasi una questione di Dna: non si diventa Giovanni Falcone, ci si nasce. Ma si può comunque cercare di cambiare le cose. Ci vuole volontà e non tutti la esercitano.

Danni e risarcimenti: nei paesi protestanti le vittime ricevono ingenti somme, mentre nei paesi cattolici prevalgono cifre ridicole, accompagnate da un diffuso pentitismo e dal frequente occultamento dei fatti (es. spostamento di parrocchia dei sacerdoti pedofili). Come si giustificano queste differenze?

Sono differenze di carattere essenzialmente culturale oltre che storico, che hanno a che vedere con una diversa visione della sessualità. Quella cattolica (religione che conosco meglio perché sono cattolica anche io) è repressa e colpevolizzante: naturale che ne scaturiscano a cascata atteggiamenti ipocriti, negazionisti dell’abuso e della pedofilia. Maggiore è la “laicità” con cui si affrontano le tematiche sessuali e maggiore è la tutela e la difesa dei diritti di una vittima. Ma sarebbe sbagliato generalizzare: ci sono cattolici con una sessualità sana e altri meno e questo vale per tutte le religioni.

Perversioni come la pedofilia sono problemi individuali, soggettivi che coinvolgono lo sviluppo della sessualità e affettività, delle relazioni con gli altri. Non sempre questo sviluppo avviene in modo armonico e naturale. Dunque non fare di tutte le erbe un fascio, ma nemmeno dimenticare che in certi contesti culturali e ambientali, il sorgere di devianze sessuali è certamente favorito.



Luca Barbareschi  racconta la sua esperienza di abusi subiti e su Rignano Flaminio crede che i bambini non possano essersi inventati tutto. Cosa ne pensi?

È una storia piuttosto complessa, confusa, gestita male a livello processuale ed egregiamente a livello mediatico. Con il tempo non si arriva alla chiarezza e la vicenda diventa sempre più intricata. Penso che si resterà sempre in una fase di “dubbiosa sospensione”.

A livello epidermico, si tratta dunque di opinione personale, sento che la presenza di certi soggetti diano a tutta la storia un qualcosa di falsato. Non sono in grado di stabilire la veridicità degli abusi; penso che i bambini coinvolti abbiano certamente subito uno stress fortissimo durante le varie fasi della vicenda. In questo senso invito a leggere il libro di Claudio Cerasa (Ho visto l’uomo nero) esclusivamente dedicato a Rignano. Se io fossi uno di quei genitori, per il bene di mio figlio, mi rinchiuderei nel silenzio anonimo di una sana normalità.



Anche su Don Gelmini si è alzata una cortina di ferro in sua difesa, sia da parte del clero che della politica e finora soltanto Vania Gaito in “Viaggio nel silenzio” ha portato avanti un’indagine documentata sui suoi trascorsi. Perchè vige ancora un così forte senso di omertà?

I due casi citati, Rignano Flaminio e Don Gelmini, sono effettivamente due vicende che pur avendo avuto una eco nazionale vasta e durevole, mancano in Olocausto bianco. Non è una svista, ma una scelta consapevole, perché il libro è nato con la precisa intenzione di riempire un vuoto informativo sulla pedofilia. E l’obiettivo è stato raggiunto. Il lettore che cerca sensazionalismi, colpi di scena su fatti che coinvolgono personaggi di spicco, in Olocausto bianco troverà molto di più. Perché arriverà a diffidare o ad interrogarsi sul comportamento del marito, dell’appassionato di viaggi in Estremo Oriente che conosce (o crede di conoscere) da una vita, del fidanzato, del datore di lavoro, dell’insegnante del figlio, del commesso esperto di computer, del sacerdote al quale ha affidato la figlia o il figlio per la preparazione alla Comunione o per il campeggio estivo.



Parliamo di pedopornografia. La maggior parte dei server sono negli Stati Uniti e la mancanza di accordi internazionali non consente un controllo reale sullo scaricamento di materiale illecito. Dietro a tutto questo si nasconde, come sempre, il profitto. Quanto incidono i guadagni delle banche derivanti dalla pornografia sulla mancanza di accordi multilaterali?

E chi può dirlo? Come si fa a stabilire che tot milioni di euro derivano dai proventi del mercato pedopornografico? O della prostituzione minorile? O di altri traffici illeciti come armi, droga? Il denaro è sporco, ma le banche sono luoghi asettici: pecunia non olet.



Qual è stato l’incontro più sconvolgente che ricordi durante la stesura del libro?

È stato l’incontro con una fotografia. Quella di una bambina di due anni. Non la descrivo, mi limito a dire che il carabiniere che me l’ha mostrata (uno che ha fatto la guerra in Libano, descritta, tanto per capirci, in Insciallah di Oriana Fallaci, che conobbe durante la missione) mi ha riferito di non avere mai visto una cosa più orribile. Perché è vero che una fotografia è un istante materializzato. Ma la realtà che descrive ha un prima e un dopo reali.

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Le critiche eretiche di un gesuita

di Luigi Mascheroni

Una raccolta di saggi letterari di padre Antonio Spadaro, che dal pulpito di Civiltà Cattolica ha benedetto la cultura pop: la rilettura cristiana di Tondelli, l’assoluzione del nichilista Carver, lo sdoganamento del rock e l’evangelizzazione del web

Secondo una simpatica perfidia che si ama ripetere nei seminari, neppure Dio sa cosa pensino esattamente i gesuiti. Considerati, alla luce della fede, custodi pugnaci dell’ortodossia cattolica e accusati, occultamente, delle peggiori eresie, ai figli di Ignazio di Loyola è stato spesso rimproverato di dire il contrario di ciò che pensano e di agire in modo inverso rispetto a ciò che dicono. Predicano, secondo dottrina della Congregazione, che la riforma della Ecclesia deve iniziare nel cuore dei singoli uomini, il quale deve essere limpido, puro e aperto alla verità. Ma poi risulta difficile penetrare nei misteri del loro animo.

Come in quello di padre Antonio Spadaro, giovane e brillante critico letterario di Civiltà Cattolica, l’autorevolissima rivista dei gesuiti italiani i cui rapporti con la Santa Sede sono così stretti che il contenuto di ogni fascicolo, letto in bozze dalla Segreteria di Stato vaticana prima di concedere l’imprimatur, deve essere conforme con l’insegnamento ufficiale della Chiesa in materia di fede e di morale. Da questo punto di vista – crediamo – più di un articolo di padre Spadaro ha rischiato il rogo. D’altra parte, però, se il coraggioso gesuita continua a scrivere, significa che Santa Madre Chiesa è meno retrograda e oscurantista di quanto solitamente si creda. E i suoi figli, alla fine, li ama tutti allo stesso modo. Anche i più intemperanti.
L’intemperante Antonio Spadaro – messinese, 42 anni, gli ultimi venti dei quali religiosamente vissuti all’interno della Congregazione di sant’Ignazio, una laurea in Filosofia, un dottorato in Teologia, un diploma in Comunicazioni Sociali, un lungo elenco di collaborazioni, dalle più tradizionali come Letture alle più «antagoniste» come Vibrisse, e un istinto innato per incursioni molto poco talari nel territorio della narrativa contemporanea e della cultura pop – è la prima firma letteraria di Civiltà Cattolica: un critico molto attento e disinvolto che da anni percorre i sentieri della parola poetica, della fantasia e della narrazione per tentare di capire che cos’è la Letteratura, e come viverla e comprenderla. Una possibile risposta, intanto, prova a darla con il suo nuovo libro Abitare nella possibilità (Jaca Book) che raccoglie una serie di riflessioni nate dal suo ruolo, uno e trino, di critico militante per Civiltà Cattolica; di docente di Introduzione all’esperienza della letteratura alla Pontificia Università Gregoriana; e di blogger all’interno del progetto culturale di espressione creativa BombaCarta.

Sguainando il motto gesuitico Fortiter in re, suaviter in modo, padre Spadaro ha riletto con eleganza ma in maniera inflessibile molti autori già dannati (nel peggiore dei casi) o del tutto ignorati (nella migliore delle ipotesi) scovando nelle loro opere insospettabili tracce di esperienza, se non propriamente cristiana, per lo meno caratterizzata da un forte senso del sacro.

La prima ri-lettura eretica fu quella di Pier Vittorio Tondelli, scrittore ucciso a 36 anni dall’Aids il cui primo romanzo, Altri libertini (era il 1980, oggi è un classico), fu giudicato dalla magistratura «opera luridamente blasfema» che «stimola violentemente i lettori alla depravazione e al disprezzo della religione». Secondo il gesuita, Tondelli si riconciliò in extremis con la Chiesa e nelle sue ultime opere è facile leggerne i segni: «In lui una chiave del sacro – scrisse Spadaro – è legata all’esperienza della sessualità: l’imbarazzante finitezza della corporeità diviene richiamo implicito a un infinito che non è anelato oscurando la fisicità finita, ma godendo di una finitezza condivisa in modo generoso e gratuito». «Questo è il valore che occorre registrare: siamo qui all’opposto di un erotismo segnato dal principio del consumo e del valore di scambio».

Poi, fu la volta di Raymond Carver, malinteso padre del minimalismo americano – un’esistenza devastata dall’alcol, da relazioni sentimentali tempestose e da un’inquietante e onnipresente angoscia nichilista – nei cui racconti e poesie Spadaro ha colto una dimensione profonda e misteriosa vedendo nel suo impellente bisogno di esprimersi «quella necessità interiore, propria di ogni uomo, tesa alla salvezza».

Quindi toccò a Oscar Wilde, scrittore orgogliosamente ateo e fieramente omosessuale definito mezzo secolo fa dalla stessa Civiltà Cattolica «demoniacamente spavaldo» e riabilitato dal nostro gesuita che ha intravisto nell’ultimo libro dell’autore irlandese, La ballata dal carcere di Reading, i segni della Grazia: «L’esperienza della prigionia lo cambiò totalmente: siamo di fronte a un itinerario che ha la propria conclusione in una apertura pacatamente fiduciosa, frutto di un intenso travaglio interiore, dove la vergogna cede il posto a ciò che è buono, pietoso, gentile».

Infine, dopo una gaudiosa via crucis letteraria che ha toccato le stazioni di molti scrittori eretici e trasgressivi – Dino Campana, Sandro Penna, Carlo Coccioli, per esempio -, Spadaro ha sparso le sue benedizioni nel campo della cultura pop: prima lo sdoganamento della musica rock (a lungo dannata come musica profana, se non diabolica), con l’imprimatur ai testi di Bruce Springsteen e Tom Waits fino a quelli di Nick Drake e Nick Cave; e infine l’evangelizzazione del web e l’audace proposta di inviare missionari anche su Second life, il cyber mondo che conta una decina di milioni di abitanti virtuali ma con concrete esigenze spirituali: «Perché – si è chiesto Spadaro – non creare anche qui luoghi di preghiera e di meditazione? La terra digitale è anch’essa, a modo suo, terra di missione».

I percorsi della Grazia, si sa, sono insondabili. E, a volte, anche quelli della critica. Maestri nell’arte dell’insegnamento, i gesuiti quanto a tolleranza e flessibilità non prendono lezioni da nessuno. A volte, semmai, le danno. Come nel caso di questo dottissimo e sfrontato gesuita che sa benissimo che compito del critico non è «dannare» o «mettere sugli altari» qualcuno, ma porsi di fronte al testo con la capacità di lasciarsi interrogare, cogliendo se e dove l’autore giunge a mettere in gioco se stesso. E scoprire, tra le pieghe delle pagine, scrittori cristiani che magari non sanno neppure loro di esserlo. Ad Maiorem Dei Gloriam. (fonte: ilgironale.it 6 agosto 2008)

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Senza il monachesimo niente Cicerone

La storia della civiltà occidentale deve moltissimo al monachesimo.

Infatti, sin dalla nascita dell’Ordine bendettino, i monaci di Montecassino come di San Gallo – per non dire dei monasteri irlandesi – furono gli unici che nei secoli difficili dell’Alto Medioevo preservarono, attraverso gli scriptoria dei vari monasteri, il sapere dei grandi classici latini e greci. Senza la paziente opera di copiatura e miniatura dei monaci oggi non sapremmo nulla di Cicerone e Seneca, di Virgilio e Lucrezio.

Ma l’importanza del monachesimo non finisce qui. Infatti anche altri ambiti del sapere hanno visto il ruolo fondamentale delle abbazie e dei conventi.
Per esempio lo stile gotico fu commissionato dall’abate Suger negli anni 1130-1140, tanto che ne è rimasto un trattato da lui scritto in proposito. Persino la biologia e la genetica devono la loro nascita alle osservazioni e agli studi dell’abate Mendel alla metà dell’Ottocento.

Tuttavia la cultura laicista e scristianizzante che permea i nostri tempi è arrivata a negare tutto questo. Dei molti casi che si potrebbero citare preme indicarne uno,poco noto ma assai grave perchè riguarda l’Università italiana,già tristemente nota per aver impedito al Papa di recarsi in visita alla "Sapienza" di Roma (fondata da Papa Giulio II,tra l’altro).

Si tratta del manuale di Storia del paesaggio agrario italiano,scritto da Emilio Sereni e adottato in numerose Facoltà italiane di Lettere e Archittura. Si legge in questo testo,alla pagina 281, che «l’immenso patrimonio isterilito nelle manomorte ecclesiatiche [era una] mostruosa concentrazione della proprietà terriera in mano di ceti ingordi e improduttivi [ed] era stata favorita dal clima di oscurantismo controriformista,nel quale il processo di rifeudalizzazione di tutti i rapporti sociali si era venuto sviluppando nel nostro Paese: ai primi del Settecento,nei vari Stati italiani, si calcolava che attorno a un terzo di tutta la proprietà terriera fosse caduta in potere alle manomorte ecclesiastiche, e che così non solo sottratta alla libera cicolazione,ma abbandonata a una amministrazione avida ed inetta, e destinata a fini improduttivi.

Ogni capacità di miglioramento agrario ed ogni volontà di investimento di capitale nelle campagne trovava un limite insuperabile in questo patrimonio terriero inalienabile,che poteva solo accrescersi: mentre il danno economico e sociale di questo regime della proprietà ecclesiastica era ancora aggravato dall’ozio, dall’ignoranza, dalla petulanza di quella schiera innumere di preti,di suore e di frati – sottratti ad ogni lavoro produttivo – che, con pochi ricchi prelati, vegetavano come parassiti su quell’immenso patrimonio isterilito».

Ciò che lascia sbalorditi nella ricostruzione di Emilio Sereni – noto militante del Partito Comunista Italiano e amico di Palmiro Togliatti, tanto per connotare lo studioso – oltre al linguaggio anticlericale da carbonaro ottocentesco, è l’ignoranza di Carlo Marx.

Parrà strano ma fu proprio Marx a riconoscere l’importanza del sistema proprietario ecclesiastico per lo sviluppo economico dei secoli antecedenti la Rivoluzione industriale, tanto da indicare al paragrafo 17 del Capitolo Quinto,nel libro Primo de Il Capitale, nel monaco camaldolese (un altro religioso!) Gian Maria Ortes l’autore della più perfetta ricostruzione economica dell’Età moderna.

Il monaco veneziano padre Ortes scrisse negli anni Settanta del Settecento un trattato in cui dimostrava, adoperando un complesso sistema di analisi logico matematica(che lo ha portato a prevedere per i primi del Novecento la popolazione terrestre in circa un miliardo di persone,cosa che poi si è rivelata esatta tra l’altro) come il regime delle proprietà ecclesiastiche fosse stato determinante non già all’immiserimento ma bensì all’accrescimento del benessere europeo e non solo.

Difatti il padre camaldolese indicava l’esempio delle Redducciones del Paraguay come modello di sviluppo economico in Sudamerica,che aveva permesso la colonizzazione di terre inospitali, l’integrazione e l’evangelizzazione di popoli indigeni che altrimenti sarebbero stati condannati all’ignoranza del Vangelo e a vivere fuori del mondo civilizzato.

Tra l’altro proprio negli anni degli studi di Ortes si verificò lo smantellamento delle Redducciones e l’economista camaldolese non manca di notare come questo abbia comportato una regressione negli standard di vita delle popolazioni colà insediate.

La cosa curiosa è che è Marx e non un pericoloso reazionario al soldo del clero a reputare il modello economico di Gian Maria Ortes inappuntabile e «sistematicamente irrefutabile».

Si vede sia destino dei laicisti essere tanto ardenti di zelo anticristiano da non conoscere nemmeno i loro "testi sacri".
Però è molto grave che a generazioni di giovani studenti sia dato ad intendere che i monasteri fossero solo un ambiente di «parassiti». Poi non ci si sorprenda se al Papa è impedito di parlare in una Università come la Sapienza di Roma o se le Facoltà di Lettere e Architettura sono state per anni il "covo" di brigatisti rossi e di "cattivi maestri" come Toni Negri che fanno dell’intolleranza e della violenza anti religiosa il proprio carattere distitivo. Con manuali del genere non ci si può aspettare altro. (fonte: icn-news)

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Le memorie di Hans Kung – La mia battaglia per la libertà

Per comprendere l’anima del discorso di Küng, attualmente solo al primo volume, è importante cogliere nel titolo due indicazioni fondamentali: il teologo non parla genericamente di un percorso personale di crescita ma parla di "battaglia" (nell’edizione originale si parla di Erkämpfte Freiheit , cioè di libertà "conquistata", espressione che non sarebbe stato male riportare anche nella traduzione italiana). Bisogna inoltre rilevare – e questa è la seconda indicazione – che la battaglia è indicata come "mia" (nel testo originale questo è affidato all’integrazione del titolo con Erinnerungen , cioè "ricordi", il che nella traduzione appare solo come un sottotitolo).

Senza insistere nel sottilizzare sulla traduzione si potrebbe concludere che quella di Hans Küng è stata una battaglia che lui ritiene di aver vinto, conquistando una libertà di pensiero e di costruzione teologica, contro alcuni o contro alcune forme istituzionali che ne hanno contrastato l’acquisizione. I ricordi, che spesso assumono la forma biografica e in questo modo potrebbero indurre su una strada sbagliata, in realtà si aggregano intorno alla libertà come scelta fondamentale di vita, per cui la libertà conquistata è la sua libertà.

Assunte queste due considerazioni si comprende l’ampiezza e insieme il limite delle memorie contenute nel primo volume. Se la libertà, nell’accostarsi al messaggio evangelico con rigore e con profondo rispetto è una ricchezza conquistata e saldamente tenuta, come spenderla perché diventi ricchezza di tutti e da libertà del teologo divenga liberazione di quei poveri cui si riferisce il vangelo delle beatitudini? Il passaggio da libertà individuale a liberazione collettiva è quanto ci possiamo aspettare dal secondo o forse da un terzo volume.

Famiglia e ambiente

Riassumere il contenuto della ricca esposizione di ricordi – dall’infanzia alla maturità – sarebbe un invito alla pigrizia e un esonero alla lettura; una prima sottolineatura penso, peraltro, che sia utile. Uscendo da una serena rivisitazione del contesto sociale, politico e familiare della sua adolescenza, in cui tra i fumi di invasioni e di guerre suscitate dal nazismo, le figure eroiche , di difensori della libertà, che appaiono a un giovane svizzero, sono quelle di Churchill e De Gaulle.

Hans Küng affronta lo scenario medieval-barocco del cattolicesimo che gli viene proposto. Questo passaggio è importante perché è un momento di svolta nel suo orientamento fondamentale per il suo futuro di uomo e di credente. Da una parte una comunità parrocchiale tradizionalista e tutta gongolante nel godersi il parroco – protonotario apostolico – pomposamente addobbato con paramenti vescovili che incarna una forma di religione sociale senza le inquietudini di una ricerca di fede. Dall’altra parte un’altra figura di giovane sacerdote – Franz Xavier Kaufmann – che condivide la vita con i giovani, ha sempre la porta aperta per loro. «Un pastore dell’anima che in molte cose è anche un pastore del corpo».

Il segreto di questa guida tra i giovani sta nel rappresentare ancora attuale la figura di Gesù. «In lui agisce lo stesso spirito di colui che già duemila anni fa non ha dato peso alla veste spirituale e all’affaccendarsi clericale… che non ha interrogato e valutato nessuno, in tono inquisitorio, sulla sua professione di fede, ma che ha la capacità di scrutare il cuore. Che, contrario a ogni devozionalismo esagerato, non ha costruito alcuna posizione di potere sacrale, ma si è posto al servizio degli uomini». Affascinato da questa figura di prete, Hans Küng imboccherà la via della vocazione sacerdotale e arriverà a Roma per studiare al famoso collegio Germanicum.

Curriculum ecclesiastico

Pontificio Collegio Germanico e Pontificia Università Gregoriana sono le inevitabili istituzioni per un giovane germanofono che vuole studiare a Roma. Non sembra peraltro che il nostro abbia subito come coazione questo bagno nella romanità in epoca pacelliana.

In pieno Concilio Vaticano II, il patriarca dei melchiti cattolici, Massimo IV Saigh, parlando in francese invece che in latino – unico fra tanti a ostentare disamore per Roma, fino a disprezzare la lingua latina – ebbe a dire: «Ho studiato teologia per quattro anni a Roma e ne ho dovuti spendere dieci per dimenticare quello che mi avevano insegnato». Paolo VI non se ne ebbe, e scelse lui, in una cerimonia in rito bizantino – presieduta dal patriarca che aveva fatto un secco intervento contro l’assistenzialismo ai poveri, che lascia la povertà a se stessa e altrettanto la lotta dei poveri per non essere più poveri – di deporre la tiara di platino, simbolo della cumulazione del potere temporale col potere spirituale del papa, proprio sulle sue ginocchia. Küng ha una diversa versione dell’evento probabilmente perché, non essendo i periti presenti in aula conciliare, l’ha conosciuto solo indirettamente da voci. In questa occasione Roma seppe fronteggiare Antiochia con dignità. Nessun papa, nonostante il riflusso postconciliare, ha mai più indossato la tiara.

I tedeschi, invece, spesso assai critici su alcuni aspetti del cattolicesimo romano, non hanno mai odiato la latinità e hanno accettato Roma, nella sua ricchezza e nella sua ambiguità. Paradigma di mondanità, di dotta ignoranza, di astuzia politica ma anche custode di memorie preziose.

Poiché sono anch’io del ’28, abbiamo avuto per i tre anni di filosofia alla Gregoriana gli stessi professori, le stesse dormite alle lezioni di padre Dezza, che allora insegnava Metafisica, e gli stessi sussulti ai tentativi di padre Arnou, professore di Teodicea, che si permetteva di allargare l’attenzione dal rigido insegnamento di San Tommaso, all’esistenzialismo. Hans Küng, per la tesina di licenza in filosofia, scelse Sartre e lo studio dell’esistenzialismo umanista dell’autore di L’être et le néant .

Le opere di Sartre, proprio nel 1948, sono state messe all’Indice dal Sant’ Uffizio ma con una sottile distinzione il giovane Hans propone di mettere in scena, in Collegio, una pièce teatrale di Sartre: Les mouches . La rappresentazione non è proibita! L’idea non passa ma il giovane studente, pur essendo d’accordo nell’obbiettare a Sartre che l’uomo non è solo libertà, concorda col filosofo nell’affermare che la libertà definisce l’uomo. «Contro ogni falsa sicumera e sazietà borghese – asserisce Küng – mi sembra che Sartre abbia ragione nel dire che l’uomo che non è ciò che è, è perduto. Egli sarà tale e quale egli stesso si è progettato». La scelta del giovane studente avrà aspetti diversi da quella di Sartre ma concorda sul fatto che la scelta fondamentale, a monte di ogni altra scelta, è la scelta di essere se stessi nel mondo.

Dalla licenza in filosofia, nel curriculum degli studi ecclesiastici alla Gregoriana si passa alla teologia. Qui, per i primi anni, pur manifestando qualche insofferenza e un profondo tedio, il giovane Hans si allinea sull’insegnamento scolastico dei padri Tromp, Zapelena e Hürth finché, dopo aver affrontato il problema di coscienza col padre spirituale, non prende la decisione di seguire soltanto le lezioni utili.

Si apre così lo spazio per leggere Rahner e il grande teologo protestante Karl Barth. Su Barth farà la tesina di licenza e anche la tesi di laurea, benché padre Boyer – prefetto degli studi – lo avesse avvisato che un teologo protestante poteva essere letto ma non citato, e doveva cambiare strada se voleva avere la "lode". E lui disobbedì; cambiò strada , lasciando Roma e la Gregoriana e andando a Parigi.

La sua ammirazione per il pensiero teologico del teologo protestante è grande; dopo la lettura dell’undicesimo volume della Dogmatica ecclesiale di Barth, Küng annota sul suo diario «semplicemente grandioso!». E ancora oggi, dopo 53 anni, riassume il grande disegno barthiano; affermata «la divinità del Totalmente Altro, della Trascendenza, della infinita differenza qualitativa tra Dio e tutte le creature, è ormai diventata sempre più importante l’affermazione dell’umanità di Dio e dell’uomo alla luce del farsi uomo di Dio, in Cristo». Dio non può essere imprigionato in alcuna religione perché la religione è un affaccendarsi umano e clericale mentre la fede è risposta di abbandono. Ma il tema scottante che divide i cattolici dal luteranesimo è appunto quello della giustificazione. Per fede o per le opere?

A Parigi Hans Küng avrà la desiderata vittoria, ottenendo il dottorato – con lode – con una tesi sulla giustificazione (per fede e non per opere di religione ndr ) cui lo stesso Barth aveva consentito di aggiungere, come prefazione, una sua "lettera all’autore". La tesi fu pubblicata e recensita favorevolmente in Germania – anche dal dott. Joseph Ratzinger – ma il Sant’Uffizio aprì sul nome di Küng il fascicolo n. 399/57i, rimasto fino ad oggi aperto e il giovane teologo rimase col fiato sospeso nel timore che fosse messa all’Indice dei libri proibiti.

Il dottor Küng

Il giovane dottore riceve presto un incarico pastorale come vice-parroco a Lucerna ma le sue aspirazioni vanno assai oltre e precisamente nella direzione di una abilitazione per conseguire un incarico di insegnamento: dopo vari contatti e varie ipotesi una lettera del prof. Volk di Münster in Westfalia (Germania) gli apre la possibilità dell’abilitazione e lascia Lucerna per la nuova destinazione.

Ma un altro evento lo avvia verso un terreno di ricerca che si dimostrerà estremamente attuale e fecondo. Nell’autunno del 1958 con una telefonata, Karl Barth lo invita a Basilea a tenere una conferenza in quella Facoltà teologica protestante: tema proposto la Giustificazione. A Küng sembra strano tenere una conferenza sulla giustificazione proprio davanti a Barth e propone un altro tema. La chiesa protestante si ispira alla Riforma luterana ma la riforma della chiesa è un una tantum oppure la chiesa est sempre reformanda ? E se la chiesa è sempre da riformare per raggiungere l’ideale evangelico è pensabile che anche la chiesa cattolica sia riformabile e reformanda .

Barth accetta e la conferenza sulla chiesa, «sempre da riformare» (19 gennaio 1959), è un successo ma rimane un interrogativo angosciante: è disponibile la chiesa cattolica a riformarsi e a convergere verso l’evangelo e verso l’unità dei cristiani? Ed ecco il colpo di fulmine. Giunge per il mondo la notizia che papa Giovanni XXIII, il 25 gennaio ha annunciato un Concilio ecumenico. Tutti credevano, almeno nella Curia romana e dintorni, che dopo il Vaticano I, in cui si era proclamata l’infallibilità del papa, sarebbe stato inutile un Concilio, perché tutto si poteva risolvere a Roma. Qualsiasi dubbio o controversia applicativa, imposta dal mutare dei tempi, sarebbe stata portata a Roma. E: Roma locuta, causa finita . Ed ecco questo strano papa contadino, anche lui con un dossier giacente da anni presso il Sant’ Uffizio, che ti convoca un Concilio.

Il professor Küng e la preparazione del Concilio

Il 1960 diventa per il trentaduenne teologo un anno pieno. Da un lato, essendo stato invitato a concorrere per la cattedra di Teologia fondamentale alla prestigiosa Università di Tubinga, deve mettere a punto i suoi scritti; d’altra parte partecipa, con altri teologi e sollecitato dai vescovi tedeschi, alla elaborazione di idee e proposte per il Concilio. Comincia così a scrivere un libro su Concilio e ritorno all’unità di cui presenta il manoscritto al cardinal Döpfner – che sarà uno dei quattro moderatori del Concilio – che ne è soddisfatto.

Fra le proposte l’introduzione della lingua corrente nella liturgia latina, la necessità del trasferimento di competenze dalla curia romana ai vescovi locali, la revisione della figura dei laici nella Chiesa che non appartengono alla chiesa ma sono la Chiesa, la revisione della disciplina sul celibato ecclesiastico obbligatorio nella Chiesa latina. L’abolizione dell’Indice dei libri proibiti. Presenta le sue idee anche al cardinal Montini che obbietta e distingue ma non si adira. Sarà un vero riformatore se sarà papa?

Queste proposte, in fondo abbastanza moderate, Hans Küng le affida ad un altro libro Strutture della Chiesa , in cui si comincia a impostare il problema dell’infallibilità del papa e dei Concili, libro che andrà ad appesantire il dossier 399/57i del Sant’Uffizio ma che non gli impedisce di essere scelto come perito per seguire a Roma il vescovo Carl J. Leiprecht di Rottenburg.

Seguendo il Concilio

I periti seguirono il Concilio con un animo di speranza e di fiducia per il futuro della Chiesa e delle Chiese nel mondo. Certo è presente un fronte estremamente ostile a qualsiasi cambiamento reale – i cardinali Ottaviani, Ruffini, Siri, Browne, Spellman e non pochi altri – che peraltro è messo in minoranza dagli episcopati di chiese diffuse per tutto il mondo e rappresentanti una vera cattolicità finora considerata come marginale e colonizzata. «Nonostante il partito romano, la libertà del Concilio – afferma Küng – è un’esperienza irrepetibile per tutti i partecipanti. Quanti sono coloro che nella loro vita, la sperimentano qui per la prima volta nella libera comunione dei vescovi!…ora questa libertà audacemente percepita nel Concilio diventa il presupposto sia per un rinnovamento della chiesa, sia per una riunificazione dei cristiani separati».

La prima votazione, sullo schema di riforma liturgica, passa con 2162 voti favorevoli e 46 contrari. Così si scopre che la dura e rumorosa opposizione raccoglieva solo il 3% scarso dei consensi.

Il lavoro del Concilio va avanti favorevolmente ma, dopo la morte di papa Giovanni, l’opposizione cerca di guadagnare spazio, utilizzando delle forzature di Paolo VI sulla libertà del Concilio. Il papa sottrae alla materia del dibattito due argomenti fondamentali: la disciplina del celibato ecclesiastico e la contraccezione.

Nella terza sessione si registra una settimana nera (14 – 19 novembre 1964) in cui il decreto sulla libertà religiosa viene bloccato e rinviato in commissione con stupore di tutti e indignazione degli americani, alla Costituzione Lumen Gentium sulla Chiesa vengono imposte, per autorità del papa, alcune note previe, che salvaguardano, rispetto al principio di collegialità, il potere sovrano e assoluto del papa: contro la volontà del Concilio, che considera Maria nella Chiesa e non sopra la Chiesa, Paolo VI proclama Maria Mater Ecclesiae , per le pressioni dei polacchi.

Comunque, nella quarta sessione, passa il decreto per la libertà religiosa che farà impazzire l’estrema destra di Lefevre e quello sugli ebrei, riscattati ormai definitivamente dall’infame accusa di "popolo deicida". Nella Gaudium et spes la modernità non è più vista come diabolica invasione ma come sfida alla chiesa per aggiornare il suo messaggio al mondo.

Chiuso il Concilio, l’8 dicembre del 1965, Hans Küng conclude che nonostante i compromessi e le omissioni si è aperta per la chiesa una nuova epoca piena di speranza «un’età del rinnovamento costruttivo in tutti gli ambiti della vita ecclesiale, dell’incontro comprensivo e della collaborazione con la restante cristianità, con gli ebrei, le altre religioni e con il mondo moderno in genere»…e poi annuncia: «di tutto ciò parlerò nel secondo volume che, se Dio vuole, racconterà i decenni in cui l’accento principale si è sempre più spostato dalla libertà alla verità. La verità che può essere annunciata, difesa e vissuta solo nella veracità». Non resta che attendere.

Giovanni Franzoni

Comunità di base di S.Paolo – Roma in viottoli – foglio di comunità settembre 2008

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Si, soffia un vento nuovo sulla chiesa… riuscirà a spazzare via tutte le nuvole?

Per capire quanto il problema sia grande e non si limiti solo alla pedofilia potete leggere qui:

http://alessiaguidi.provocation.net/vaticano/suore.htm

citazione: Suor Maria O’Donohue, autrice del rapporto, racconta di "un prete che spinge una suora ad abortire, lei muore e lui celebra ufficialmente la Messa" per i funerali;
il commento di Maria Grazia in forum.nexusedizioni.it
«senza parole.

Non tutti i preti sono così, per fortuna. Ci sono moltissimi preti meravigliosi che meritano rispetto.
Se leggo di un prete che ama una donna, o ha rapporti sessuali con una donna, sinceramente, non ho nessuna reazione o emozione, siamo esseri umani, ma quando leggo o sento di preti pedofili, mi bolle il sangue.

Navigando ho trovato anche questo:
http://sacerdotisposati.splinder.com/

Si, soffia un vento nuovo sulla chiesa… riuscirà a spazzare via tutte le nuvole?»

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Cristiani e musulmani cercano una base comune

(ZENIT.org).- La ricerca di una base comune per promuovere la comprensione tra Occidente e mondo islamico è l’obiettivo di una conferenza organizzata questa settimana dall’Università statunitense di Yale alla quale hanno partecipato cristiani e musulmani.

L’incontro, ricorda "L’Osservatore Romano", è il primo dialogo pubblico promosso dagli intellettuali musulmani del gruppo Parola Comune, che l’anno scorso ha lanciato un appello ai leader cristiani per un confronto fra teologi per promuovere la pace. 

Anche se la maggior parte dei partecipanti statunitensi è rappresentata da protestanti, sono presenti anche cattolici ed ebrei. I musulmani, sia sciiti che sunniti, provengono da ogni parte del mondo.

La conferenza si svolge a pochi giorni dal Congresso internazionale svoltosi a Madrid su iniziativa del re dell’Arabia Saudita Abdullah per facilitare il dialogo interreligioso. 

"Abbiamo rotto il ghiaccio della sfiducia fra Occidente e islam con questa iniziativa", ha affermato Mustafa Ceric, gran muftì di Bosnia. "Nelle questioni mondiali di oggi, la norma non dovrebbe essere la ‘ragione più forte’, ma la forza della ragione".

Il croato Miroslav Volf, teologo protestante di Yale che copresiede l’incontro, ha osservato circa questo e altri eventi svoltosi recentemente in Europa e in Medio Oriente per migliorare la comprensione fra cristiani e musulmani che "c’è qualcosa di nuovo nell’aria". 

Il progetto Parola Comune è stato avviato nell’ottobre scorso da 138 guide musulmane e si basa sulla condivisione di due valori fondamentali: l’amore per Dio e quello per il prossimo.

"Nell’era moderna – ha spiegato Ibrahim Kalin, filoso di nazionalità turca e portavoce del gruppo – non abbiamo avuto niente di simile a questa esperienza, grazie alla quale persone di diversa formazione religiosa e culturale e di diverse etnie sono riunite in nome di valori come questi". 

"La comune consapevolezza in questo caso è che noi abbiamo diversi linguaggi teologici ma il reale oggetto di riflessione è lo stesso. C’è un solo Dio ma noi ci avviciniamo a lui per mezzo di differenti linguaggi", ha aggiunto.

Dopo un incontro a porte chiuse venerdì scorso fra sessanta teologi su come cristianesimo e islam considerano il concetto dell’amore per Dio e per il prossimo, i colloqui sono passati alla sessione pubblica – fino a giovedì -, alla quale partecipano circa 150 persone. 

Un aspetto rilevante della conferenza è la presenza degli evangelici, perché alcuni loro esponenti negli Stati Uniti sono molto critici nei confronti dell’islam, ritenuto una religione falsa e violenta. Altri leader, tuttavia, sono aperti al dialogo.

A questo proposito, John Stackhouse, teologo evangelico canadese, ha affermato che la problematica principale è che "gli evangelici vogliono convertire le persone e per l’islam il peggiore affronto che tu puoi fare è convertire un musulmano". 

Anche se finora l’appello della Parola Comune non è stato rivolto agli ebrei, alcuni esponenti ebraici si sono uniti ai lavori.

"Se leader religiosi possono aiutare la politica a muoversi verso la pace – ha affermato Rabbi Burton Visotzky, del Seminario teologico ebraico di New York – questo è già lavorare per la volontà di Dio".

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Anglicani/ Rowan: fermiamo consacrazioni di vescovi gay

(Apcom) – L’arcivescovo di Canterbury Rowan Williams ha chiuso la Conferenza di Lambeth, l’incontro decennale di tutti i vescovi anglicani del mondo, chiedendo che non vengano più consacrati altri vescovi gay, almeno per ora, e ha invocato l’unità della Comunione Anglicana. Quest’anno il sinodo aveva un significato particolare in quanto doveva occuparsi della minaccia di scisma che grava sulla confessione, dopo le polemiche scoppiate in seguito all’approvazione della consacrazione delle donne vescovo e dei sacerdoti omosessuali.

Nel suo discorso finale, davanti ai 650 vescovi presenti, l’Arcivescovo ha detto che la comunità anglicana ha bisogno di "spazio per studiare e discutere liberamente senza pressioni" sull’opportunità o meno di accettare un orientamento sull’omosessualità che sia diverso dai dettami biblici tradizionali.

Integrity, il gruppo legale che rappresenta i religiosi gay, ha dichiarato in un comunicato che "non c’è alcun riferimento teologico al sacrificio di una minoranza dei battezzati" per il bene dell’unità.

Williams viene considerato dai conservatori troppo tiepido nei confronti di alcune denominazioni, come la Chiesa Episcopale statunitense, che hanno autorizzato la consacrazione di vescovi omosessuali: le divisioni fra conservatori e liberali sono state infatti innescate nel 2003 dalla consacrazione di Gene Robinson – presente a Lambeth – a vescovo della Chiesa Episcopale, nonostante la sua dichiarata omosessualità; nello stesso anno la diocesi canadese di New Westminster autorizzò le prime nozze gay.

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Lettera di Milingo al vescovo di Vicenza dopo il comunicato di scomunica

(originale in inglese)

Your Excellency Right Rev. Bishop Cesare Nosiglia.
 
I am grateful to Vatican Radio, which has reported our Celebration of Mass in Vincenza.
 

We are very grateful even to your Excellency for having made such a gesture to publicize my mass.
 
I would like your Excellency to know that Father Sante Sguotti and myself are not excommunicated.  Just as Hans Kung, Schellebeck, Boff and others are priests, and still continue to dedicate their life to the
enlightenment and understanding of the message of Christ.   They are still dedicating their lives in the service of God’s people, their brothers and sisters. 
 
 
The attending hammers, raised on the would-be offenders of Church law died long ago after Vatican II. It is strange that you, so well noted on the knowledge of Vatican II, still believe in excommunication, interdicts,
suspensions, and what not.
We are in the era of the Holy Spirit, if only the Bishops paid heed to charismatic movement, they too would have learnt to listen to the Holy Spirit and to be guided by the Holy Spirit.
 

 A true Church cannot hold on one hand, a whip, and with the other sing the canticle of charity of St. Paul (1 Cor.13).  The Catholic Church cannot represent the merciful Jesus, when it condemns the sinner never to rise.  So is the meaning of excommunication.  They give a blow to death.  Will Hans Kung, Boff and Schellebeck be buried as Catholics?
Are we to see that all that they did in the Roman Catholic Church is rubbish?   What nonsense!
 
I personally have not lost any ties of faith with the Catholic Church.  All that I have done is weighed and re-weighed every day.  I do not exclude any human being from my prayers.   While the Catholic Church has even eliminated my name as a bishop.  What a Childish procedure.
 
The Catholic Religion is divine.  It is not appropriated by any individual. Each one of us will one day stand before God, and render account, particularly on the reasons of the Church’s unforgiveness of so called culprits.  But if I will be there beside you, your Excellency, Bishop Cesare Nosiglia, you will see me being the first to welcome you
into Paradise.  Take this very seriously, because I love you.
 
Archbishop E. Milingo

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Christof Klute Luoghi dell’utopia

Dopo gli studi di teologia e filosofia a Münster e Colonia, Christoph Klute si é perfezionato in fotografia con i coniugi Bernd ed Hilla Becher mutuandone una forte impronta progettuale e concettuale: egli affronta infatti nel suo lavoro, e fa propria nella sua poetica, la dimensione sacrale dello spazio, ma forse sarebbe meglio dire, la misura utopica, l’orizzonte lontano che da sempre muove gli uomini.
    Klute è presente alla Galleria Cons Arc con due lavori distinti, che tuttavia obbediscono alla stessa prospettiva di ricerca citata: una prima serie riguarda le Unité d’Habitation di Le Corbusier, edificio rivoluzionario degli anni Cinquanta nato con l’obiettivo di porre un argine ai problemi di ricostruzione e urbanizzazione delle aree urbane francesi. Rivisitandoli, perché si tratta di edifici simili in distinte località francesi, il fotografo tedesco non varca la porta degli appartamenti, rivelando un rispetto inconsueto per gli spazi privati (nella fattispecie appartamenti di diversa dimensione, giocati su due piani e modulati per famiglie con numero variabile di componenti). ma fissa la sua attenzione sugli spazi comuni della “machine à habiter”, quali corridoi, zone di passaggio e finestre.
    L’utopia é data dal fatto che si tratta di spazi condivisi ed armonizzati, come dimensioni e misure, intorno ad un uomo ideale che annuncia un’era futura, il “Modulor”, astrazione geometrica delle proporzioni del corpo umano in cui confluiscono studi sulla sezione aurea e dati della progressione di Fibonacci.
    Se per la serie di Le Corbusier si é esaminato uno spazio laico per eccellenza, la casa, la seconda serie, a Sarnen, in un intenso monocromo scandito da volumi anch’essi modernistici, il luogo indagato é sicuramente più appartato ed austero, profondamente riflessivo: abbiamo immagini appartenenti all’interno di un convento, Klöster in tedesco dal latino claustrum, che più che chiusura sembrano evocare una giusta separazione rispetto al mondo e le sue incombenze materiali – una sorta di invito ad una sobrietà dimenticata.
    Anche in questo caso, più del punto di approdo, é di grande interesse il percorso, l’aspirazione, la progressione che poggia su una fragile prospettiva, l’austera tensione che preme verso l’ignoto e l’ideale.

    In una certa misura, tutti i luoghi raccolti e riproposti da Klute sono quindi territori “in attesa”; in attesa di essere vissuti e abitati nella loro dimensione fisica e simbolica, aspettano quindi un uomo contemporaneo che sappia essere più’ autentico senza dimenticare di essere visionario.

© Gian Franco Ragno luglio 2008 – in http://www.actuphoto.com

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Preti gay, nuove lacerazioni nella Chiesa anglicana

Una lettera scritta otto anni fa dell’arcivescovo di Canterbury, Rowan Williams, rischia di provocare nuovi malumori all’interno della Chiesa anglicana sulla questione dei vescovi gay e della benedizione delle coppie omosessuali.

Secondo quanto riferisce il quotidiano inglese "Times" Williams, in carteggio con un cristiano evangelico, avrebbe dichiarato: "Le relazioni gay possono riflettere l’amore di Dio, cosi’ come il matrimonio".

Il capo della Chiesa anglicana, all’epoca arcivescovo del Galles, avrebbe spiegato di ritenere che i passaggi della Bibbia contro l’omosessualita’ non sono di fatto indirizzati ai gay, ma agli "eterosessuali in cerca di avventure con sessi diversi".

In un altro passaggio pubblicato dal Times, Rowan Williams spiega meglio il suo pensiero: "(Dopo anni di studio ndr) concludo che una relazione sessuale tra due persone dello stesso sesso possa riflettere l’amore di Dio, proprio come un matrimonio, fermo restando che tra i due ci sia il vincolo di fedelta’ assoluta".

Queste posizioni liberali sono in piena contraddizione con quanto l’arcivescovo di Canterbury ha affermato recentemente nella Conferenza di Lambeth, massimo organismo della Chiesa anglicana, chiamata a dettare la linea sull’ordinazione di vescovi gay. In quell’occasione Williams ha sottolineato che la comunione anglicana deve restare fedele alla posizione per la quale la pratica omosessuale e’ incompatibile con le Scritture.

Le oscillazioni teologiche dell’arcivescovo andranno a rinfocolare le gia’ roventi polemiche tra le frange gli esponenti liberali e conservatori che ha portato la confessione piu’ volte sull’orlo di una scisma.

A luglio, in contemporanea alla Conferenza di Lambeth, le frange tradizionaliste dell’episcopato anglicano che si sono riunite a Gerusalemme in un incontro separato, minacciando lo scisma.

Per evitare la rottura, era intervenuta la diplomazia con la sospensione e la moratoria dell’ordinazione di vescovi e dei matrimoni gay in cambio dell’unità. Ora lo scoop del "Times" rischia di mandare in fumo il compromesso, anche perché l’arcivescovo Williams era già inviso ai tradizionalisti per le sue aperture nei confronti degli omosessuali.

in RaiNews24

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Una lettera scritta cinquanta anni fa’…

Nell’Agosto del ’59 don Lorenzo Milani è già da qualche anno confinato nella chiesetta di Barbiana. Da là scrive all’amico Nicola Pistelli, direttore di Politica, la rivista della sinistra cattolica e padre di Lapo, la lettera che segue, in seguito ad alcune dichiarazioni del Cardinale di Palermo Ernesto Ruffini. Questi avrebbe dichiarato in un’intervista a La Stampa: "Voi giornalisti, parlate pochissimo della Spagna. Direi che vogliate ignorarla di proposito. Eppure averla amica potrebbe esserci di validissimo aiuto contro il comunismo". Pistelli non ha però il coraggio di pubblicarla, uscirà solo 15 anni dopo sull’Espresso. Nella splendida lettera traspare nitidamente la capacità di Don Lorenzo di fare le opportune distinzioni tra ambiti diversi, senza assolutizzare l’autorità ecclesiale ma senza per questo disconoscerla. Riconoscendo anzi l’assoluta necessità di educarla e di farle capire quando sta sbagliando. Nonostante i 50 anni (!!) trascorsi, resta ancora una capacità quanto mai rara, specialmente di questi tempi di atei devoti.

 

A Nicola Pistelli, direttore di "Politica", Firenze

Barbiana, 8 agosto 1959

Caro Nicola,l’opinione pubblica attribuisce ai cattolici di destra lo strano privilegio d’apparire quelli che viaggiano sul sicuro, saldamente agganciati alla roccia della Chiesa. Voi invece quelli della zona pericolosa sull’orlo del precipizio. Le cose non sono così semplici. La via che conduce alla Verità è stretta e ha da ambo i lati precipizi. Esistono eresie di sinistra ed eresie di destra. Il fatto che qualche importante cardinale penda verso le eresie di destra non dà a esse patente di ortodossia. Siamo nella Chiesa apposta per sentirci serrare dalle sue rotaie che ci impediscano di deviare tanto in fuori che in dentro. Queste rotaie non sono costituite dalle interviste del cardinale Ruffini sul giornale della Fiat. Sono invece nel Catechismo diocesano e per portarsele in casa bastano 75 lire. Dopo di che sai preciso cosa puoi dire e cosa no. Tutto quel che non è proibito è permesso e credimi che non è poco.

Del resto, se ti restasse ancora qualche scrupolo hai nella Chiesa un altro motivo di serenità ed è che essa è viva ed è lì apposta per richiamarci coi suoi decreti ogni volta che ce ne fosse bisogno (ho detto coi suoi decreti, non con gli articoli dei cardinali giornalisti). Se questa tranquillità la Chiesa non ci potesse dare non meriterebbe davvero star con lei. Si potrebbe andare a brancolare nel buio della libertà come i lontani.

Così stando le cose io non mi spiego come voi cattolici di sinistra siate ancora tanto timidi di fronte ai cardinali. Forse è che mancate di quadratura teologica.

Per esempio: quegli altri si permettono di guardarvi dall’alto in basso perché usate la critica. Arma che essi dicono profana e indegna di cattolici. Eppure se provi a dire in confessione: «Padre, ho dissentito dall’articolo del cardinal Ottaviani», il confessore ti ride in faccia divertito come riderebbe a un bambino che non conosce la sua dottrina: «E dove leggi che tu debba accettar per buone le opinioni di ogni singolo porporato? Dove non c’è legge non ci può essere violazione di legge neppur veniale!».

Del resto in questo campo i vostri detrattori non guardan tanto per il sottile. Si scagliavano contro il cardinale di Firenze perché s’era schierato coi licenziati della Galileo. E li incoraggiava persino un altro cardinale con una frase che restò famosa da quanto era volgare e qualunquista (card. Ottaviani: "comunistelli di sagrestia"). Esigete dunque un trattamento di parità. Siete figlioli devoti della Chiesa voi e loro, per quanto dissenzienti loro da un cardinale voi da un altro.

Siete figlioli devoti della Chiesa perché l’Infallibilità non è uscita dai precisi termini del concilio Vaticano I, quelli stessi che impara il mio Pierino sulla Dottrina diocesana classe V cap. X domandina 17. L’Infallibilità dunque per ora non copre del suo manto tutti e singoli i 75 cardinali, i 281 vescovi d’Italia, i 5 padri del consiglio di redazione della "Civiltà Cattolica", eccetera. Via, prendiamola in ridere, se no ci si amareggia inutilmente. L’austerità del dogma in cui crediamo, per il quale siamo pronti, se Dio ci dà grazia, anche al martirio, la vorrebbero stirare come la trippa a coprire tutto quel che fa comodo a loro e poi buttarcela in faccia col sospetto di eretici.

La Dottrina dice che il Papa è infallibile. Eretico è chi lo nega ed eretico è chi estende ad altri questo attributo. Non vedo poi argomento per attribuire maggior dignità all’eresia per eccesso che a quella per difetto.

Cattolico è dunque chi si ricorda che i cardinali e i vescovi son creature fallibili. Eretico chi mostra per loro un rispetto che travalica i confini del nostro Credo. Caso mai, se proprio una distinzione si volesse fare, ci sarebbe solo da dire che tra due tendenze egualmente ereticali, l’eresia per eccesso ha l’aggravante d’essere ostacolo al ritorno dei lontani.

Si può avvicinarsi alla Chiesa se essa con rigore dogmatico chiede al neofita solo ciò che ha il diritto di chiedergli. Non a una Chiesa in cui si debba sottostare giorno per giorno alle opinioni personali e agli umori di ogni cardinale.

Noi la Chiesa non la lasceremo perché non possiamo vivere senza i suoi Sacramenti e senza il suo Insegnamento. Accetteremo da lei ogni umiliazione ma ce lo dovrà dire il Papa con atto solenne che ci impegni nel Dogma. Non il giornale della FIAT. E fino a quel giorno vivremo nella gioia della nostra libertà di cristiani. Criticheremo vescovi e cardinali serenamente visto che nelle leggi della Chiesa non c’è scritto che non lo si possa fare. Il peggio che ci potrà succedere sarà d’essere combattuti da fratelli piccini con armi piccine di quelle che taglian la carriera. Ma son armi che non taglian la Grazia né la comunione con la Chiesa. Il resto tenteremo di non contarlo.

E ora facciamo un altro passo innanzi: abbiamo mostrato che la critica ai cardinali e ai vescovi è lecita, diciamo ora addirittura che è doverosa: un preciso dovere di pietà filiale. E un nobile dovere anche, proprio perché adempirlo costa caro.

Criticheremo i nostri vescovi perché vogliamo loro bene. Vogliamo il loro bene, cioè che diventino migliori, più informati, più seri, più umili. Nessun vescovo può vantarsi di non aver nulla da imparare. Ne ha bisogno come tutti noi. Forse più di tutti noi per la responsabilità maggiore che porta e per l’isolamento in cui la carica stessa lo costringe. E non è superbia voler insegnare al vescovo perché cercheremo ognuno di parlargli di quella cosa di cui noi abbiamo esperienza diretta e lui nessuna. L’ultimo parroco di montagna conosce il proprio popolo, il vescovo quel popolo non lo conosce. L’ultimo garzone di pecoraio può dar notizie sulla condizione operaia da far rabbrividire dieci vescovi non uno. L’ultimo converso della Certosa può aver più rapporto con Dio che non il vescovo indaffaratissimo. E il vescovo, a sua volta, ha un campo in cui può trattarci tutti come scolaretti. Ed è il Sacramento che porta e quelli che può dare. In questo campo non possiamo presentarci a lui che in ginocchio. In tutti gli altri ci presenteremo in piedi. Talvolta anche seduti e su cattedre più alte della sua. Quelle in cui Dio ha posto noi e non lui. L’ultimo di noi ne ha almeno una di queste cattedre e il vescovo davanti a lui come uno scolaretto.

E qualche volta, credimi, c’è bisogno urgente di trattarlo così! Non è forse come un bambino un cardinale che ci propone a esempio edificante un regime come quello spagnolo? Non c’è neanche da arrabbiarsi con lui. Diciamogli piuttosto bonariamente che non esca dal suo campo specifico, che non pretenda di insegnarci cose su cui non ha nessuna competenza. Non l’ha di fatto e non l’ha di diritto. Ne riparli quando avrà studiato meglio la storia, visto più cose, meditato più a fondo, quando Dio stesso gliene avrà dato grazia di stato. Oppure non ne parli mai. Non è da lui che vogliamo sapere quale sia il tenore di vita degli operai spagnoli. Son notizie che chiederemo ai tecnici. Di lui in questo campo non abbiamo stima. Lo abbiamo anzi sperimentato uomo poco informato e poco serio.

Leggiamo ora un altro episodio. L’ho trovato su una rivista seria, è circostanziato e firmato, non ho dunque motivo di ritenere che sia inventato:"In uno scompartimento di prima classe del direttissimo Roma-Ancona in partenza da Roma alle 16.37 del 3 ottobre 1958 sedevano un vescovo e due altri religiosi al suo seguito. Il posto accanto al vescovo era occupato da una cartella. Un viaggiatore rimasto in piedi ben per due volte ha chiesto garbatamente se il posto era occupato e i religiosi han risposto di si’. Non era vero. Era un’occupazione abusiva fatta col solo scopo di lasciare il vescovo più comodo. Il controllore avrebbe dovuto verbalizzare, ma il viaggiatore rimasto in piedi, pro bono pacis, ha pregato di lasciar correre e la cosa è finita così." (Il Ponte, 1958 pag.1350).Ti pare inverosimile? A me no.

Siamo di nuovo davanti a un ragazzo. L’altro pretendeva di insegnare cose che ancora non conosce. Questo ruba 3450 lire e poi rimedia con una bugia e con tutto questo non si accorge di aver peccato. Gli pare anzi, con un alone di 50 cm di rispettabilità a destra e a manca del suo sedere, di aver reso omaggio al Carattere Sacro della sua persona. Ha vissuto mezzo secolo di storia ed e’ già giunto a votare Democrazia Cristiana ma non sa ancora che democrazia è uguaglianza di diritti. E’ nato cento anni dopo la Rivoluzione Francese e non s’è ancora accorto che quel germe e’ fiorito, che ha mutato le nostre ex-pecorelle, le ha rese non più pecorelle soltanto, ma cittadini: gente che si vuol rendere conto e che vuol essere convinta.

Eppure tutta questa lezione della storia che egli non ha preso e’ lezione di Dio, perché e’ Dio che disegna la storia per nostro ravvedimento e affinamento. E l’hanno inteso perfino tanti laici cattolici. Quelli per esempio che sono stati tredici anni al potere in Italia e non si sono sognati di includere nel regolamento ferroviario privilegi per i vescovi. Non l’hanno fatto perché erano oramai abituati a un sentimento più alto e interiore della dignità vescovile. Qualcosa che è tanto più alta quanto più e’ vicina, tanto più piccina quanto più pretende un piedistallo che la storia ormai le ha negato. E quello di Bologna che mette a lutto per un mese tutte le chiese della diocesi per un fatto come quello di Prato [il vescovo di Prato mons. Fiordelli fu condannato a 40000 lire di multa per diffamazione nei confronti di due coniugi da lui definiti "pubblici concubini" perché si erano sposati con il solo rito civile]? E quello stesso di Prato che confronta se stesso con i martiri cinesi? Non son forse tutti uomini che hanno perso il senso delle proporzioni?E a chi mai può succedere questa disgrazia immensa se non a chi non ha più accanto la mamma che sappia, quando e’ l’ora, dargli uno scapaccione oppure a chi non ha più intorno dei figlioli coraggiosi che sappiano raccontargli in faccia ciò che dice la gente?

Vedi dunque che non e’ sdegno per i vescovi che occorre, ma per noi stessi, figlioli vili e egoisti che abbiamo amato più la nostra pace che il bene del nostro padre e della nostra Chiesa. Fermiamoci dunque un poco in esame di coscienza. Potevano quegli infelici saper qualcosa sul mondo che li circonda e su se stessi? C’è qualcuno che li corregge? Abbiamo mai provato a parlar loro francamente così come si parlerebbe al nostro figliolo colto in fallo? No, via, bisogna confessarlo, nessuno di noi si e’ curato di educare il suo vescovo. E se tanti vescovi vengon su come li vediamo, sicuri di se’, saputelli, superbi, ignoranti, enfants gates, come potremo volerne male a loro noi che non abbiamo fatto nulla per tendere loro una mano e riportarli al mondo d’oggi e all’umiltà’ cristiana e alla giusta gerarchia dei valori?

E questo lor essere così non e’ per la Chiesa un male molto più grande di quanto non lo potrà essere quel turbamento che in qualche animo debole potran fare le critiche? E’ meglio conservare il piedistallo alto nell’illusione di coprire un po’ alla meglio la vuotezza dei vescovi o e’ meglio buttar giù il piedistallo e ottenere, per mezzo di un po’ di critica, vescovi capaci di non dire sciocchezze e in più splendenti di quell’umiltà che è virtù cristiana e quindi in nessun modo disdicevole in un vescovo?

La vita di un vescovo! Io ne so poco, ma me la posso immaginare perché conosco qualche sacerdote importante e anche qualche grosso militare e qualche grosso primario di ospedale. Parallelo al crescendo di importanza un crescendo di isolamento. In presenza a lui i giudizi andavano diventando ogni giorno più prudenti e più chiusi. Per esempio, chi pensava che il Papa facesse a mezzo con Confindustria, lo diceva con scherno impertinente al povero seminarista indifeso. Lo diceva in forma già più attenuata e indiretta al giovane cappellano. Lo diceva solo di lontano al parroco di campagna, padre ancora abbordabile, ma già autorevole personaggio.

Non lo diceva per nulla a monsignore parroco di città, amico di un mucchio di persone influenti e molto più potente egli stesso che non il collocatore comunale. Non lo dirà mai al suo vescovo che viene in visita una volta ogni cinque anni e che si può vedere solo dopo molta anticamera in una sala imponente, imponente lui stesso per età, per carica, per grazia. E allora, quando quel vescovo passando per le strade vede sui muri scritte irrispettose per il papa (ma le vede?), non ha elementi per giudicare se siano opera di mestatori estranei senza rispondenza nel cuore degli operai o se siano invece intima convinzione di tanti e che ha avuto esca in errori nostri di cui bisogna correggersi.

Il vescovo che organizza una manifestazione mariana con elicotteri, non ha modo di valutare se questa forma di devozione sdegna o commuove.

Va in visita e non incontra che cattolici o comunisti travestiti da cattolici. Gente comunque che non lo critica, che non si permette di insegnargli nulla. Lo dico senza malanimo. Siamo tutti eguali. Anch’io faccio così nove volte su dieci. Non vien voglia di dire al vescovo ciò che si pensa. E’ più comodo trattarlo coi soliti dorati guanti di menzogna che danno il modo a lui e a noi di vivere senza seccature. Ed egli intanto cresce e matura e invecchia senza crescere né maturare né invecchiare.

Passa per il mondo senza toccarlo. Non abbastanza alto per essere illuminato dal Cielo. Non abbastanza basso per insozzarsi la veste o per imparare qualcosa. Fa errori puerili, s’intende di tutto, giudica la storia, la politica, l’economia, le vertenze sindacali, il popolo con la beata incoscienza di un infante, con l’innocente pretenziosità del generale di armata o del contadino di montagna. È appunto come il generale di armata e come il contadino di montagna un uomo cui nessuno fa scuola. Un infelice. E tanto più è un infelice per il fatto che nel frattempo perfino i laici cattolici hanno aperto un po’ di occhi. Loro che il muro di incenso non proteggeva dai morsi della storia.

E come è tragico e ingiusto che il Pastore sia rimasto indietro alle pecore! E come potremo non reagire a questo fatto assurdo? Il rispetto? Tacere non è rispetto. E’ dare una spallucciata dopo aver visto degli infelici che non sanno vivere, gente in mare che non sa nuotare. Disinteressarsi del prossimo è egoismo. Disinteressarsi dell’educazione di fratelli che hanno in mano tanta parte della Chiesa e’ disinteressarsi della Chiesa! Meglio essere irrispettosi che indifferenti davanti a un fatto così serio. Dunque quel viaggiatore ha fatto bene a provocare quell’incidente e a pubblicarlo. Povero untorello che diffonde la peste dell’anticlericalismo, (quando dice il vero) serve più la nostra Chiesa che la sua. E bisognerebbe ringraziarlo o meglio passargli innanzi ed essere capaci noi dell’esame della nostra coscienza più di lui che ce l’esamina malevolmente. E come vorrei saper dare a questo mio articolo un accento così accorato che nessun malintenzionato potesse dire di me che calco le orme dei nemici della Chiesa! E come vorrei far capire che la stessa notiziola identica, scritta con le identiche parole, quand’è sul Ponte è cattiveria distruttrice, quand’è in bocca nostra e’ amore appassionato per una Chiesa in cui viviamo , da cui non ci siamo mai staccati neppure in prove durissime, una Chiesa che vogliamo migliore e non distrutta. E quale mai interesse se non di paradiso ci può far stare con lei dopo le figure che ci ha fatto fare? E come dunque si può sospettare i nostri atti? Ma torniamo all’educazione dei vescovi.

Dopo la critica la miglior forma di educazione che possiamo dar loro e’ di informarli. Le informazioni a un vescovo da dove credi che arrivino? Credi che abbia un apposito servizio di telescriventi che lo colleghi col Vaticano e in Vaticano a sua volta col mondo intero? Non l’ha. Oppure credi che abbia un filo di comunicazione diretta con lo Spirito Santo? Non l’ha neanche il Papa. Lo Spirito lo assiste, ma non lo informa. Te lo immagini lo Spirito in concorrenza con l’ANSA?I fatti dunque di cronaca e di storia il vescovo li sente raccontare, li legge sui giornali, li ascolta alla radio. Creature sono, creature fallibili, spesso creature maliziose quelle che giorno per giorno hanno l’onore di formare il pensiero del vescovo. Che orrore! E noi bisogna star zitti? Perché noi zitti? Son più bellini quegli altri? Per rispetto anche questo? E che rispetto e’ mai questo di vedere il nostro padre ingannato ogni giorno, menato per il naso dai padroni della stampa e del mondo e star lì in umile silenzio a lasciar fare?

Quando si sente il cardinal Ruffini lodare il regime spagnolo, verrebbe voglia di dirgli che un dittatore sanguinario o un governante incapace fa più male alla Chiesa quando la protegge che quando la combatte. Ma invece non ci deve essere bisogno di dire queste cose al cardinale. I principi li sa, il Vangelo lo conosce. Non è di idee giuste che occorre rifornirlo. Le avrebbe inventate da sé senza che nessuno gliele avesse suggerite se solo avesse visto certi fatti. Oppure se li avesse saputi con tanta precisione e insistenza da esser come se li avesse visti. Di fronte al bisogno ogni uomo diventa inventore come Robinson nell’isola. E il bisogno di una soluzione ideologica soddisfacente lo crea il cuore quando ha visto la sofferenza.

Un cardinale (fino a prova contraria) lo presumi in buona fede, onesto, buono e inorridito del sangue. Se la sua mente non cerca quali siano gli errori di fondo del regime spagnolo è segno che i suoi occhi non erano presenti a qualcuno di quei fatti disumani che visti da vicino bastano a schierare un cuore per sempre. Nell’austero silenzio della biblioteca di un convento domenicano dove non entra né pianto di spose né allegria di bambini, si può ben disquisire sulla liceità della pena di morte, sui diritti del principe e sulla preminenza del bene comune. Ma nel cortile di un carcere spagnolo quando il forte il vincitore uccide il debole il vinto, quando solo a guardarla in viso la vittima si rivela non un comune delinquente ma creatura alta che ha preposto il bene del suo prossimo al proprio tornaconto. Oppure fuori dei cancelli dove l’urlio di madri, spose, figlioli trasforma anche il comune delinquente in figlio, marito, babbo, in qualche cosa cioè che vorremmo far vivere e non morire, allora le conclusioni di biblioteca si vorrebbe tornassero in altro modo, allora si ritorna sui testi con un altro desiderio in cuore e nel giro di un’ora il meccanismo dei sillogismi ha bell’e sfornato la soluzione giusta.

Questo saprebbe fare anzi correrebbe a fare anche il cardinal Ruffini, ne son sicuro. Ma il cardinale, nel cortile del carcere di Barcellona nel giorno del Congresso Eucaristico non c’era. E non c’era neanche l’inviato speciale del muro di carta che lo circonda. L’inviato era pochi passi più in là in quella stessa Barcellona in quello stesso giorno. Era a fotografare il generale Franco genuflesso su un faldistorio di velluto rosso dinanzi a centomila fedeli sudditi, mentre leggeva la consacrazione della Spagna al Sacro Cuore. Il generale Franco non ha ascoltato neanche il telegramma del Papa per gli undici sindacalisti di Barcellona e li ha uccisi a sfida nel giorno stesso del Congresso.

Sono abbonato al Giornale del Mattino. Sono abbonato anche a un settimanale cattolico francese. Se non avessi avuto il secondo non mi sarei mai accorto sul primo di quel che fa la polizia francese. Non che la notizia non ci fosse, ma era riportata di rado e non in vista, e in forma dubitativa e senza particolari. Quanto basta per non accorgersene. Oppure accorgersene ma non dargli il suo posto. Accorgersene ma non schierarsi. Sul giornale cattolico francese la stessa notizia e’ martellata a tutta pagina e spesso si sente anche la testimonianza diretta dei torturati. E non solo le cose dolorose, ma anche quelle volgari: "Enculer il torturato, pisciargli in faccia, fargli assaggiare la merde francaise, passargli l’alta tensione pei coglioni etc" (Temoignage Chretien 26.6.59 pag.3 e pag.5).Quattro frasi che non leggeremo mai su un giornale cattolico italiano. C’è chi se ne rallegra perché le trova sconce.

Io invece sento una gran tristezza nell’appartenere a una Chiesa sui cui giornali le cose non hanno mai un nome. Il galateo, legge mondana, e’ stato eletto a legge morale nella Chiesa di Cristo? Chi dice coglioni va all’inferno. Chi invece non lo dice ma ci mette un elettrodo, chi non lo dice ma non persegue i poliziotti che si macchiano di queste atrocità e persegue invece il libro che testimonia queste cose (La Gangrene, Editions de Minuit 1959) viene in visita in Italia e il galateo vuole che lo si accolga con il sorriso. Il presidente Leone ha rimproverato un deputato: "Non mi sembra opportuno dir male di uno Stato proprio quando il suo capo si trova in questa stessa città" (seduta del 25.6.59). E a me invece non sembra opportuno stringere la mano a De Gaulle senza avergli detto queste cose in faccia. Avrei paura che il figlio di un torturato vedesse sui giornali la mia fotografia accanto a De Gaulle magari nell’atto di stringergli la mano col sorriso ebete e beato delle fotografie ufficiali. Avrei il terrore che egli si stampasse il mio viso negli occhi per riconoscermi il giorno in cui per caso mi vedesse sul pulpito in una chiesa missionaria d’Africa. Il galateo dei giornali cattolici italiani in un articolo come questo toglierebbe i nomi di cardinali e vescovi, toglierebbe i dati esatti del treno Roma-Ancona, toglierebbe i particolari sulla tortura parigina, toglierebbe tutto ciò che convince e si imprime.

E si defrauderebbe anche della frase di quel mussulmano torturato: "Avevo sentito dire che quel genere di tortura rende impotenti e il pensiero che avevo già un bambino mi riconfortava". Che irresistibile moto di solidarietà nasce quando s’è letto queste parole! Che uomo grande è quello! Che grande civiltà e che civiltà spirituale deve avere dietro di sè per poter esprimere questo pensiero durante la tortura invece che i pensieri di odio. E come questa civiltà non avrà diritto a autogovernarsi? e come son piccini quegli altri. Piccoli e volgari oltre che feroci. E che terrore che essi siano non l’eccezione casuale, ma il segno di una società in disfacimento. E come fa paura il pensiero che essi non sono soli dato che il governo "cattolico" si rifiuta di indagare, dato che ha anzi espressamente abolito nella nuova Costituzione il limite di tempo entro il quale la polizia deve consegnare un prigioniero al magistrato. Il cuore si schiera irresistibilmente.

Ecco cosa può fare la stampa con il solo scegliere le cose da raccontare oppure col solo modo di raccontarle. E bada che non si tratti di uno schierarsi sentimentale che debba per forza concretarsi in uno schieramento politico con l’Algeria contro la Francia, Non e’ trovare subito una soluzione o ignorare alcune ragioni che possono avere anche i francesi in Algeria. E’ solo un aver presente al cuore la realtà nella sua interezza e concretezza. Questa e’ l’anticamera necessaria di uno schieramento razionale ed onesto. Ed è questo che i nostri giornali defraudano a noi e al nostro vescovo. E il danno è immenso perché la maggior parte di noi (vescovi compresi) siamo abituati come le donne a ragionare più col cuore che col cervello. E le informazioni vanno si’ alla memoria, ma passando per il cuore, e passando lo formano se sono equilibrate, lo deformano se sono unilaterali, in mille modi che la mente non sa più controllare.

Passano e ripassano per il canale del cuore del cardinal Ruffini le informazioni sulle torture ungheresi e il cuore batte. Il cuore del cardinale e’ generoso, batte e si allarga da quella parte. Perfino uno scomunicatissimo capo comunista (Nagy, Beria ecc.) a un teleordine dell’United Press diventa a un tratto acceleratore di battiti di cuore episcopale. E le notizie di Parigi e di Barcellona non passano. Oppure le une passano con particolari che scuotono, le altre passano in volo senza fermarsi. E se invece di Barcellona e Parigi avessi pescato esempi in campo sindacale italiano, quanto poco mi ci sarebbe voluto a dimostrare che i giornali cattolici ignorano quel mondo e lo relegano nell’ultimo cantuccio o addirittura ne sfalzano maliziosamente i valori? Un volgare matrimonio di principi ha avuto tutta pagina per settimane (e senza critiche), erano le stesse settimane in cui i giornali cattolici ignoravano la gravità delle vertenze che erano accese in quel momento o peggio si univano incoscienti al coro della stampa "indipendente" per mettere in evidenza solo qualche disagio contingente che quegli scioperi provocavano invece di studiarne la sostanza.

Sostanza di gran peso se aveva posto in agitazione due milioni di lavoratori italiani appartenenti a tutte le organizzazioni sindacali con la Cisl in testa. Il fatto che due milioni di lavoratori (cattolici compresi e non ultimi) hanno sacrificato generosamente settimane di salari e rischiato e subito rappresaglie per avere esercitato un loro preciso diritto costituzionale non e’ fatto talmente serio da meritare la prima pagina nel giornale cattolico e quindi nel cuore del vescovo? MA non l’ha avuta e se il vescovo non va a cercarla apposta relegata nel cantuccio sindacale non trova la documentata risposta di Storti alle banali accuse della grande stampa contro la Cisl.

Gli succede quello che e’ successo a Barcellona e Parigi. Per le notizie di lontano spesso siamo stati ingannati anche noi come lui. Per le notizie di vicino (per es. queste ultime) spesso, troppo spesso, s’è visto ciò che lui non poteva vedere e siamo stati zitti. E ora e’ colpa nostra se il cuore del nostro vescovo e’ guidato coi fili dai giornalisti. Dai giornalisti il cui cuore e’ guidato a sua volta da chi? Lo sappiamo purtroppo e vien fatto di rabbrividire. E’ una catena di responsabilità "irresponsabili", che aggroviglia tutto, e disonora in conclusione noi, la nostra gerarchia, la nostra Chiesa. E poi c’è la figura patetica di quell’uomo prigioniero dell’informazione reticente e dell’ossequio vile. E fa pietà non solo per i cristiani e per i lontani che egli ha ingiustamente disorientato, ma anche per lui stesso.

Un prigioniero bisogna aiutarlo e liberarlo, e tanto più quando è prigioniero il nostro padre. Se non gli sbraneremo il muro di carta e non gli dissolveremo il muro di incenso Dio non ne chiederà conto a lui ma a noi. Ci toccherà rispondergli di sequestro di persona. Dopo tutto quel che abbiamo patito in questo mondo ci ritroveremo nell’altro becchi e bastonati.

Lorenzo Milani

Fonte: www.italialaica.it  in viottoli – foglio di comunità settembre 2008

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L’Osservatore Romano: il cardinal Newman non era gay

La questione dell’esumazione del cardinal Newman in vista della sua canonizzazione continua a tener banco. Soprattutto in considerazione della sua omosessualità – presunta o vera – e del suo desiderio di riposare in eterno accanto al suo compagno il sacerdote Ambrose St John.

Ora scende in campo L’Osservatore Romano che pubblica un articolo a firma di Ian Ker, il massimo studioso del pensatore inglese, docente di teologia all’università di Oxford e autore, tra l’altro, della più completa e documentata biografia del cardinale. Dice il Ker:

Al riguardo, se il desiderio di essere seppellito nella stessa tomba di un altro fosse la prova di un qualche amore sessuale per quella persona, il fratello di Clive Staples Lewis, Warnie, seppellito nella stessa tomba secondo la volontà di ambedue i fratelli, avrebbe dovuto nutrire sentimenti incestuosi per il fratello. O ancora, la devota segretaria di Gilbert Keith Chesterton, Dorothy Collins, trattata da lui e da sua moglie come una figlia, pensando che sarebbe stato presuntuoso chiedere di essere seppellita insieme ai Chesterton, volle essere cremata e dispose comunque che le sue ceneri fossero inumate nella stessa tomba. Questo significa forse che provava qualcosa di più che un sentimento filiale per uno o per entrambi i suoi datori di lavoro? (in queerblog)

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Cristiani e musulmani cercano una base comune

(ZENIT.org).- La ricerca di una base comune per promuovere la comprensione tra Occidente e mondo islamico è l’obiettivo di una conferenza organizzata questa settimana dall’Università statunitense di Yale alla quale hanno partecipato cristiani e musulmani.

L’incontro, ricorda "L’Osservatore Romano", è il primo dialogo pubblico promosso dagli intellettuali musulmani del gruppo Parola Comune, che l’anno scorso ha lanciato un appello ai leader cristiani per un confronto fra teologi per promuovere la pace. 

Anche se la maggior parte dei partecipanti statunitensi è rappresentata da protestanti, sono presenti anche cattolici ed ebrei. I musulmani, sia sciiti che sunniti, provengono da ogni parte del mondo.

La conferenza si svolge a pochi giorni dal Congresso internazionale svoltosi a Madrid su iniziativa del re dell’Arabia Saudita Abdullah per facilitare il dialogo interreligioso. 

"Abbiamo rotto il ghiaccio della sfiducia fra Occidente e islam con questa iniziativa", ha affermato Mustafa Ceric, gran muftì di Bosnia. "Nelle questioni mondiali di oggi, la norma non dovrebbe essere la ‘ragione più forte’, ma la forza della ragione".

Il croato Miroslav Volf, teologo protestante di Yale che copresiede l’incontro, ha osservato circa questo e altri eventi svoltosi recentemente in Europa e in Medio Oriente per migliorare la comprensione fra cristiani e musulmani che "c’è qualcosa di nuovo nell’aria". 

Il progetto Parola Comune è stato avviato nell’ottobre scorso da 138 guide musulmane e si basa sulla condivisione di due valori fondamentali: l’amore per Dio e quello per il prossimo.

"Nell’era moderna – ha spiegato Ibrahim Kalin, filoso di nazionalità turca e portavoce del gruppo – non abbiamo avuto niente di simile a questa esperienza, grazie alla quale persone di diversa formazione religiosa e culturale e di diverse etnie sono riunite in nome di valori come questi". 

"La comune consapevolezza in questo caso è che noi abbiamo diversi linguaggi teologici ma il reale oggetto di riflessione è lo stesso. C’è un solo Dio ma noi ci avviciniamo a lui per mezzo di differenti linguaggi", ha aggiunto.

Dopo un incontro a porte chiuse venerdì scorso fra sessanta teologi su come cristianesimo e islam considerano il concetto dell’amore per Dio e per il prossimo, i colloqui sono passati alla sessione pubblica – fino a giovedì -, alla quale partecipano circa 150 persone. 

Un aspetto rilevante della conferenza è la presenza degli evangelici, perché alcuni loro esponenti negli Stati Uniti sono molto critici nei confronti dell’islam, ritenuto una religione falsa e violenta. Altri leader, tuttavia, sono aperti al dialogo.

A questo proposito, John Stackhouse, teologo evangelico canadese, ha affermato che la problematica principale è che "gli evangelici vogliono convertire le persone e per l’islam il peggiore affronto che tu puoi fare è convertire un musulmano". 

Anche se finora l’appello della Parola Comune non è stato rivolto agli ebrei, alcuni esponenti ebraici si sono uniti ai lavori.

"Se leader religiosi possono aiutare la politica a muoversi verso la pace – ha affermato Rabbi Burton Visotzky, del Seminario teologico ebraico di New York – questo è già lavorare per la volontà di Dio".

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Prete-coraggio insegue il ladro e salva capolavoro

Se ne stava andando con la ‘Madonna del cardellino’, attribuita al Perugino e al Pinturicchio. Aveva già coperto il quadro con un lenzuolo. Un dipinto rotondo, su legno,120 centimetri di diametro, peso 30 chili, con cornice dorata. Ancora due minuti e spariva. Come era già successo nel 1971, con ritrovamento qualche mese dopo. Già allora, valeva un miliardo di lire. Questa volta ci ha pensato il parroco a mettere in fuga il ladro, inseguendolo in strada, con una bicicletta presa in prestito da un passante: "Purtroppo l’ho perso di vista poco dopo perché in piazza c’era il mercato".

Protagonista don Fausto Panfili, 67 anni, parroco della collegiata di Cantiano, 2500 abitanti, ultimo comune della provincia di Pesaro e Urbino prima di Gubbio, in Umbria. Il malvivente è entrato nella chiesa intorno alle 11.30 di ieri. Sapeva di non trovare intralci perché a quell’ora, col mercato in piazza, la chiesa è aperta e vuota. Anche il parroco don Fausto, che è pure vicario della diocesi di Gubbio, si trovava in sacrestia. Così il ladro si è messo al lavoro consapevole anche della disattivazione del sistema d’allarme, che funziona solo di notte.

L’uomo è riuscito a sganciare il dipinto e a poggiarlo a terra. Ma ha avuto un contrattempo. Nel fare quell’operazione, si è ferito al volto, forse con la cornice, ed ha cominciato a perdere molto sangue. Per fronteggiare la situazione, lo sconosciuto ha preso una tovaglia posta sopra un altare e se l’è avvolta intorno al viso. Non aveva altro per tamponare la perdita di sangue. Proprio in quel momento, attirato da qualche rumore strano, ha fatto capolino nella chiesa don Fausto che si è accorto di questa persona bardata con un lenzuolo.

 "Ho pensato subito — dice il parroco — a quelli che rubano nelle cassette delle elemosine. Gli ho urlato "che rubi, dimmi che rubi?", ma prima che mi rispondesse ho visto il dipinto della ‘Madonna del cardellino’ a terra, staccato dalla sua nicchia. Gli aveva tagliato le quattro grappe che lo fissavano al muro e fatto saltare i ganci. Un lavoro difficile che gli dev’essere costato tempo e fatica. Quando mi sono avvicinato a questo sconosciuto, rimanendo comunque a tre o quattro metri di distanza perché avevo visto che teneva in mano qualcosa, gli ho detto di andarsene perché tanto ormai non poteva rubare più niente. Allora è fuggito di corsa ma in pochi attimi mi sono detto che non poteva cavarsela così. Sono corso fuori dalla chiesa, mentre quell’uomo fuggiva a piedi perdendo sangue dal naso. Ci sono tutte le macchie per terra. Ho fermato un ragazzino dicendogli "prestami la bici perché sto inseguendo un ladro", e sono partito verso la piazza ma in mezzo al mercato l’ho perso. Lì per lì ho avuto paura che ci fosse un complice che potesse rubare il quadro incustodito. Ho urlato alla gente di chiamare i carabinieri e di correre in chiesa che avevano cercato di rubare la Madonna del cardellino. Il quadro ora dovrà essere protetto sempre di più, perché se hanno provato a rubarlo possono ritentare".

 Ha avuto paura di essere aggredito? "Sì, quell’uomo, sui 55 anni, italiano, aveva degli oggetti in mano e poteva usarli anche contro di me. Ma non ho pensato ad altro se non a impedire che rubasse la madonnina. Non dovevano riuscirci come nel ‘71. E questa volta è andata bene a noi".

in quotidianonet

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Dibattito celibato: intervento Milingo del 28/7/08 in italiano

traduzione di Stefania Salomone

(n.d.r. – il contenuto riflette solo il pensiero dell’autore e non della redazione blog)

La misericordia è redenzione

Premessa

Non vorrei che i lettori fossero tratti in errore pensando che i due termini siano sinonimi. 

Sono piuttosto termini di "causa-effetto". Dove non c’è miseriordia, non c’è redenzione.  Se intendiamo la redenzione come la liberazione dai legacci, la persona sarà libera dal momento in cui le sue colpe verranno perdonate. Solo allora essa sarà liberata.

Il ruolo del prete nella salvezza dell’uomo

Siamo arrivati ad un punto in cui la necessità di preti nella chiesa cattolica è evidente e preoccupante.

INel linguaggio teologico "Chiesa" è un sacramento. La chiesa è un sacramento poiché è uno strumento di salvezza, un faro sulla sommità del mondo. Ma a causa della caduta dei fari portanti, avvenuta per colpa del celibato obbligatorio dei preti, molti punti di riferimento importanti sono stati declassati dalla stessa chiesa cattolica e, di conseguenza, il  corpo mistico della chiesa è ferito dagli stoppini difettosi di queste lanterne, patendo la vergogna e il disprezzo.

Il mio appello ai preti sposati

Qualunque cosa abbiate sofferto, continuate a credere in ciò che è stato proclamato durante la vostra ordinazione "Tu sei prete per sempre, secondo l’ordine di Melchisedeck". Queste parole sono state rivolte anche al Sommo Sacerdote Gesù Cristo. Nessun ministro dell’Eucaristia, né diacono permanente potrà sostituire il prete, ministro nominato da Dio. E’ proprio il prete, ordinato da Dio, che riporterà nella chiesa il gregge disperso della Chiesa Cattolica Romana.

La nostra preghiera

Insieme al profeta Gioele, diciamo "Lasciamo che i preti, i ministri di Jahvè, supplichino tra il portico e l’altare "Risparmia il tuo popolo, Jahvè! Non esporre la tua eredità al disprezzo, al sarcasmo delle nazioni! Non permettere che le genti si chiedano "dov’è il loro Dio?" (Gioele 2,17).

Abbiamo già fatto enormi tentativi per convincere i cattolici che un prete sposato resta prete per sempre. Continuerà a sbalordire i fedeli, con il suo modello di vita familiare,  parlando lo stesso linguaggio delle altre famiglie. In alcune diocesi di fedeli, i cattolici romani hanno apertamente espresso la loro accoglienza ai preti sposati. E’ una loro libera scelta, la scelta del popolo di Dio. La comunità cattolica deve alzare la voce a vantaggio dei bisogni dei preti.

Come dice il profeta Gioele "Non esporre la tua eradità al disprezzo e al sarcasmo delle nazioni!". Troppe volte i cristiani cattolici romani sono stati esposti al disprezzo e i loro preti chiamati "ipocriti" solo perché trasgredivano il precetto del celibato. Nella storia il celibato è sempre stato ritenuto un suggerimento, spesso neanche accettato universalmente dalla Chiesa. A causa della testardaggine della Chiesa Cattolica Romana, con la sua ambizione di prevalere sulle altre Chiese, è stato imposto un precetto, erroneamente interpretato come dogma.

Non si viene meno all’osservanza di una legge, quando questa non sia chiaramente illustrata in tutti i suoi aspetti.

Il celibato ha a che fare col sesso, ma la sessualità non è materia di insegnamento nei seminari, fatta eccezione per il concetto di prudenza verso i cosiddetti peccati sessuali.

Misericordia è Redenzione

E’ incredibile imbattersi in cattolici che non perdonano i preti sposati, proprio come la Chiesa Cattolica Romana. "Non mi è mai passato per la mente che un prete potesse sposare una donna. Egli ha promesso a Dio di non sposarsi; ha accettato la legge della Chiesa.

"L’intera storia del celibato è stata falsata con il concetto di ‘imposizione’ ".

L’unanime condanna verso i preti sposati prevede che non ci sia perdono da parte della Chiesa Cattolica Romana.

Anche i cosiddetti fortunati, che hanno ricevuto regolare dispensa dall’obbligo del celibato, sono stati deprivati del più grande dono di Dio, ‘l’esercizio della propria vocazione presbiterale’. Essi non possono mai dichiararsi preti, ma ex-preti o umilmente specificare "Ero prete".

Questa mancanza di misericordia da parte della Chiesa Cattolica Romana è un peccato gravissimo.

Gesù non solo ci ha insegnato "Perdona i nostri peccati così come noi li perdoniamo a quelli che ci fanno del male", ce lo ha anche dimostrato nei fatti con l’apostolo Pietro. Non solo Pietro ha mentito, tradendo il suo maestro, ma leggiamo in Mt 26:69-74

Pietro intanto se ne stava seduto fuori, nel cortile. Una serva gli si avvicinò e disse: «Anche tu eri con Gesù, il Galileo!». Ed egli negò davanti a tutti: «Non capisco che cosa tu voglia dire». Mentre usciva verso l’atrio, lo vide un’altra serva e disse ai presenti: «Costui era con Gesù, il Nazareno». Ma egli negò di nuovo giurando: «Non conosco quell’uomo». Dopo un poco, i presenti gli si accostarono e dissero a Pietro: «Certo anche tu sei di quelli; la tua parlata ti tradisce!». Allora egli cominciò a imprecare e a giurare: «Non conosco quell’uomo!».  

E’ strano che, nonostante Pietro abbia rinnegato Gesù per ben tre volte, sia diventato il capo degli Apostoli. Infatti Gesù gli chiese "Pietro, mi ami tu più di costoro?" E lui rispose "Si, Signore, lo sai che ti voglio bene". E, dopo che gli venne fatta per tre volte egli rispose: Signore, tu sai tutto, tu sai che ti amo", e Gesù gli disse "Pasci le mie pecore".

Gli è stata data la responsabilità di trasmettere lo stesso amore, promesso a Gesù, al gregge. E’ diventato il Capo della Chiesa.

La Chiesa Cattolica Romana, l’assemblea del popolo di Dio, guidata dal Papa, dovrebbe avere lo stesso atteggiamento di Gesù con Pietro. S. Bernardino da Siena ci spiega il senso spirituale del triplo tradimento di S. Pietro. Il pentimento di Pietro è stato accettato da Gesù.  "Un peccatore che si pente sa essere compassionevole verso coloro che conducono una vita di peccato. Ma quando una persona che non ha mai commesso peccati gravi vede qualcuno cadere, ne fa una tragedia e non da tregua al peccatore".

S. Bernardino da Siena inoltre aggiunge: "Possiamo ascoltare il Signore che dice: ‘Pietro ho pregato il Padre affinché la tua fede non vacilli’ " (Lc. 22:32). E ricordiamo che il Signore ha detto: "Tu Pietro, che mi hai rinnegato, fa in modo di non allontanare mai un peccatore pentito. Confortalo perché il Padre lo perdonerà incondizionatamente cos’ come ha perdonato te che mi hai rinnegato". (S. Bernardino da Siena 1380-1444).

Non c’è misericordia nella scomunica

La Chiesa Cattolica Romana manda tranquillamente all’inferno tutti quelli che ha scomunicato.

Li odia; basta ricordare cosa ha fatto a quelli che furono accusati di "eresia". Li ha uccisi, hanno perso la dignità umana, proprio come accade per i preti sposati, che non vengono più considerati esseri umani degni di questo nome. Finché la Chiesa Cattolica Romana manterrà la scomunica, non agirà in nome di Gesù, il quale è morto perdonando ogni peccato commesso contro di lui.

"Perdona loro perché non sanno quello che fanno". L’intera umanità è stata pedonata pubblicamente, a gran voce. La Chiesa Cattolica Romana è andata avanti senza porsi mai dei dubbi, causando divisioni nella Chiesa di Cristo, e distruggendo l’unità per la quale (Gv 17) Gesù aveva pregato e che doveva rappresentare il centro della sua missione, secondo la volontà del Padre.

In Ezechiele 22:11, leggiamo che il Padre Eterno dice "io non godo della morte dell’empio, ma che l’empio desista dalla sua condotta e viva." 

S. Cipriano di Cartagine dice: "Se Dio è costantemente provocato dalle nostre frequenti e continue offese, egli spegne la propria indignazione a spetta pazientemente il giorno del castigo. Sebbene la vendetta gli appartenga, Egli preferisce essere infinitamente paziente. Dio rimanda misericordiosamente il giudizio così che noi, peccatori, possiamo pentirci e tornare a lui". (S. Cipriano di Cartagine: 200-258)

Cari confratelli preti sposati

Insieme al salmista recitiamo: Salvami dall’oppressione dell’uomo
e obbedirò ai tuoi precetti. (Salmo 119: 134-135).

Non esitate, abbiate coraggio ed affermate pubblicamente "Io sono un prete. Sono qui al tuo servizio". Uniamo le forze per questa battaglia contro il male. Siamo preparati e in grado di portarla avanti. Cominciamo con una profonda preghiera personale; cioè prendiamo del tempo per guardarci dentro. Siamo in trincea nella battaglia contro il male.

Ma cerchiamo di usare una strada più appropriata, come ci insegna S. Francesco d’Assisi: "Un servo di Dio dovrebbe ardere e brillare in modo tale che tutta la sua vità e la sua santità siano da ammonimento ai peccatori, mediante l’esempio e la devozione; in questo modo lo splendore della sua vita e la fragranza della sua reputazione faranno in modo che tutti gli uomini si rendano conto dei propri peccati" (S. Francesco D’Assisi: 1181-1226)

Arcivescovo E. Milingo

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Versetti biblici per ogni giorno dell’anno

Un giorno una parola. Letture bibliche quotidiane per il 2009
A cura di Federazione delle Chiese Evangeliche in Italia
Introduzione di Paolo RICCA
pp. 304 + 12 ill. in b/n e colore – euro 9,00

Raccolta di passi biblici e meditazioni giornaliere editi dalla Comunità dei Fratelli Moravi e tradotti in 50 lingue, le Losungen  sono uno strumento quotidiano di riflessione spirituale per una vasta comunità
internazionale ed ecumenica di lettori. L’edizione italiana 2009 presenta commenti ai versetti di autori di provenienza evangelica e cattolica. Nel cinquecentenario della nascita di Giovanni Calvino, il teologo Ricca
ne presenta la figura nell’introduzione.

· Un lezionario ecumenico di passi biblici e meditazioni giornaliere.
· Uno strumento di comunione spirituale intorno al testo biblico.
· Un invito alla lettura quotidiana della Bibbia.

Paolo RICCA, laurea honoris causa della Facoltà di Teologia di Heidelberg, ha insegnato Storia del cristianesimo presso la Facoltà valdese di Teologia di Roma.
Tra le sue opere ricordiamo: Il cristiano davanti alla morte, Eutanasia e Grazia senza confini, Claudiana.

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Domande al Papa a Bressanone su celibato e donne

Domanda di don Franz Pixner, decano a Kastelruth:

D. – Santo Padre, mi chiamo Franz Pixner e sono il parroco di due grandi parrocchie. Io stesso, insieme a molti confratelli e anche laici, ci preoccupiamo del carico crescente nella cura pastorale a causa, per esempio, delle unità pastorali, che si stanno creando: la pesante pressione del lavoro, la mancanza di riconoscimento, le difficoltà riguardo al Magistero, la solitudine, la diminuzione del numero dei sacerdoti ma anche delle comunità di fedeli. Molti si domandano che cosa Dio ci stia chiedendo, in questa situazione, e in quale modo lo Spirito Santo ci voglia incoraggiare. In questo contesto nascono domande, per esempio in merito al celibato dei sacerdoti, all’ordinazione di viri probati al sacerdozio, al coinvolgimento dei carismi, in particolare anche dei carismi delle donne, nella pastorale, all’incarico a collaboratrici e collaboratori formati in teologia di conferire il battesimo e tenere omelie. Si pone anche la domanda di come noi sacerdoti, di fronte alle nuove sfide, possiamo aiutarci a vicenda in una comunità fraterna, e questo nei diversi livelli di diocesi, decanato, unità pastorale e parrocchia.
 La preghiamo, Santo Padre, di darci un buon consiglio per tutte queste domande. Grazie!

 R. – Caro decano, Lei ha aperto tutto il fascio di domande che occupano e preoccupano i pastori e noi tutti in questa nostra epoca e certamente Lei sa che io non sono in grado di dare in questo momento una risposta a tutto. Immagino che Lei avrà modo di ragionare ripetutamente di tutto questo anche con il suo Vescovo, e noi a nostra volta ne parliamo nei Sinodi dei Vescovi. Noi tutti, credo, abbiamo bisogno di questo dialogo tra di noi, del dialogo della fede e della responsabilità, per trovare la retta via in questo tempo sotto molti aspetti difficile per la fede e faticoso per i sacerdoti. Nessuno ha la ricetta pronta, stiamo cercando tutti insieme.

Con questa riserva, che cioè insieme a voi tutti mi trovo in mezzo a questo processo di fatica e di lotta interiore, cercherò di dire qualche parola, appunto come parte di un dialogo più ampio.
 
Nella mia risposta vorrei considerare due aspetti fondamentali. Da un lato, l’insostituibilità del sacerdote, il significato e il modo del ministero sacerdotale oggi; dall’altro lato – e questo oggi risalta più di prima – la molteplicità dei carismi e il fatto che tutti insieme sono Chiesa, edificano la Chiesa e per questo dobbiamo impegnarci nel risvegliare i carismi, dobbiamo curare questo vivo insieme che poi sostiene anche il sacerdote. Egli sostiene gli altri, gli altri sostengono lui, e soltanto in questo insieme complesso e variegato la Chiesa può crescere oggi e verso il futuro.
  Da una parte, ci sarà sempre bisogno del sacerdote che è completamente dedito al Signore e perciò completamente dedito all’uomo. Nell’Antico Testamento c’è la chiamata alla santificazione che più o meno corrisponde a quello che noi intendiamo con la consacrazione, anche con l’ordinazione sacerdotale: c’è qualche cosa che viene consegnata a Dio e perciò viene tolta dalla sfera del comune, data a Lui. Ma questo poi significa che ora è a disposizione di tutti. Poiché è stata tolta e data a Dio, proprio per questo ora non è isolata ma è stata sollevata nel “per”, nel per tutti. Penso che questo si possa dire anche del sacerdozio della Chiesa. Significa che, da un lato, siamo consegnati al Signore, tolti dal comune, ma, dall’altro, siamo consegnati a Lui perché in questo modo possiamo appartenergli totalmente e totalmente appartenere agli altri. Penso che dovremmo continuamente cercare di mostrare questo ai giovani – a loro che sono idealisti, che vogliono fare qualcosa per l’insieme – mostrare che proprio questa “estrazione dal comune” significa “consegna all’insieme” e che questo è un modo importante, il modo più importante per servire i fratelli. E di questo poi fa parte anche quel mettersi a disposizione del Signore veramente nella completezza del proprio essere e trovarsi quindi totalmente a disposizione degli uomini. Penso che il celibato sia un’espressione fondamentale di questa totalità e già per questo un grande richiamo in questo mondo, perché esso ha senso soltanto se noi crediamo veramente alla vita eterna e se crediamo che Dio ci impegna e che noi possiamo esserci per Lui.

Quindi, il sacerdozio è insostituibile perché nell’Eucaristia esso, partendo da Dio, sempre edifica la Chiesa, perché nel Sacramento della Penitenza sempre ci conferisce la purificazione, perché nel Sacramento il sacerdozio è, appunto, un essere coinvolto nel “per” di Gesù Cristo. Ma io so bene, quanto oggi sia difficile – quando un sacerdote si trova a guidare non più soltanto una parrocchia di facile gestione, ma più parrocchie, unità pastorali; quando deve essere a disposizione per questo consiglio e per quell’altro e così via – quanto sia difficile vivere una tale vita. Credo che in questa situazione sia importante avere il coraggio di limitarsi e la chiarezza nel decidere le priorità. Una priorità fondamentale dell’esistenza sacerdotale è lo stare con il Signore e quindi l’avere tempo per la preghiera. San Carlo Borromeo diceva sempre: “Non potrai curare l’anima degli altri se lasci che la tua deperisca. Alla fine, non farai più niente nemmeno per gli altri. Devi avere tempo anche per il tuo essere don Dio”. Vorrei quindi sottolineare: per quanti impegni possano sopraggiungere, è una vera priorità di trovare ogni giorno, direi, un’ora di tempo per stare in silenzio per il Signore e con il Signore, come la Chiesa ci propone di fare con il breviario, con le preghiere del giorno, per così potersi sempre di nuovo arricchire interiormente, per ritornare – come dicevo rispondendo alla prima domanda – nel raggio del soffio dello Spirito Santo. E a partire da ciò ordinare poi le priorità: devo imparare a vedere cosa sia veramente essenziale, dove sia assolutamente richiesta la mia presenza di sacerdote e non posso delegare nessuno. E allo stesso tempo devo accettare umilmente quando molte cose che avrei da fare e dove sarebbe richiesta la mia presenza non posso realizzare perché riconosco i miei limiti. Io credo che una tale umiltà sarà compresa dalla gente.

E con ciò devo ora collegare l’altro aspetto: saper delegare, chiamare le persone alla collaborazione. Io ho l’impressione che la gente lo capisce e che anche lo apprezza, quando un sacerdote sta con Dio, quando bada al suo incarico di essere colui che prega per gli altri: Noi – dicono – non siamo capaci di pregare tanto, tu devi farlo per me: in fondo, è il tuo mestiere, per così dire, essere quello che prega per noi. Vogliono un sacerdote che onestamente si impegni a vivere con il Signore e poi sia a disposizione degli uomini – i sofferenti, i moribondi, i bambini, i giovani (queste, direi, sono le priorità) – ma che poi sappia anche distinguere le cose che altri possono fare meglio di lui, dando così spazio a quei carismi. Penso ai movimenti e a molteplici altre forme di collaborazione nella parrocchia. Su tutto questo si ragiona insieme anche nella Diocesi stessa, si creano forme e si promuovono gli interscambi. A ragione Lei ha detto che in ciò è importante guardare al di là della parrocchia verso la comunità della diocesi, anzi, verso la comunità della Chiesa universale, che a sua volta, deve poi rivolgere lo sguardo per vedere cosa succede in parrocchia e quali conseguenze ne derivano per il singolo sacerdote.
 
Poi Lei ha toccato ancora un altro punto, molto importante ai miei occhi: i sacerdoti, anche se magari vivono geograficamente più lontani gli uni dagli altri, sono una vera comunità di fratelli che devono sostenersi ed aiutarsi a vicenda. Questa comunione tra i sacerdoti è oggi quanto mai importante. Proprio per non piombare nell’isolamento, nella solitudine con le sue tristezze, è importante che possiamo incontrarci regolarmente. Sarà compito della Diocesi stabilire come realizzare al meglio gli incontri tra sacerdoti – oggi c’è la macchina che facilità gli spostamenti – affinché comunque sperimentiamo sempre di nuovo lo stare insieme, impariamo l’uno dall’altro, ci correggiamo a vicenda e vicendevolmente ci aiutiamo, ci rincuoriamo e ci consoliamo, affinché in questa comunione del presbiterio, insieme al Vescovo, possiamo rendere il nostro servizio alla Chiesa locale. Appunto: nessun sacerdote è sacerdote da solo, noi siamo presbiterio e solo in questa comunione con il Vescovo ognuno può rendere il suo servizio. Ora, questa bella comunione, da tutti riconosciuta su piano teologico deve poi anche tradursi in pratica, nei modi determinati dalla Chiesa locale. E deve allargarsi, perché anche nessun Vescovo è Vescovo da solo, ma soltanto Vescovo nel Collegio, nella grande comunione dei Vescovi. È questa comunione per la quale vogliamo sempre impegnarci. E penso che questo sia un aspetto particolarmente bello del cattolicesimo: attraverso il Primato, che non è una monarchia assoluta, ma un servizio di comunione, possiamo avere la certezza di questa unità, così che in una grande comunità a tante voci, tutti insieme facciamo risuonare la grande musica della fede in questo mondo.
 
Preghiamo il Signore che ci consoli sempre quando pensiamo di non farcela più; sosteniamoci gli uni gli altri, e allora il Signore ci aiuterà a trovare insieme le strade giuste.

fonte: radiovaticana

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