Cristiani e musulmani cercano una base comune

(ZENIT.org).- La ricerca di una base comune per promuovere la comprensione tra Occidente e mondo islamico è l’obiettivo di una conferenza organizzata questa settimana dall’Università statunitense di Yale alla quale hanno partecipato cristiani e musulmani.

L’incontro, ricorda "L’Osservatore Romano", è il primo dialogo pubblico promosso dagli intellettuali musulmani del gruppo Parola Comune, che l’anno scorso ha lanciato un appello ai leader cristiani per un confronto fra teologi per promuovere la pace. 

Anche se la maggior parte dei partecipanti statunitensi è rappresentata da protestanti, sono presenti anche cattolici ed ebrei. I musulmani, sia sciiti che sunniti, provengono da ogni parte del mondo.

La conferenza si svolge a pochi giorni dal Congresso internazionale svoltosi a Madrid su iniziativa del re dell’Arabia Saudita Abdullah per facilitare il dialogo interreligioso. 

"Abbiamo rotto il ghiaccio della sfiducia fra Occidente e islam con questa iniziativa", ha affermato Mustafa Ceric, gran muftì di Bosnia. "Nelle questioni mondiali di oggi, la norma non dovrebbe essere la ‘ragione più forte’, ma la forza della ragione".

Il croato Miroslav Volf, teologo protestante di Yale che copresiede l’incontro, ha osservato circa questo e altri eventi svoltosi recentemente in Europa e in Medio Oriente per migliorare la comprensione fra cristiani e musulmani che "c’è qualcosa di nuovo nell’aria". 

Il progetto Parola Comune è stato avviato nell’ottobre scorso da 138 guide musulmane e si basa sulla condivisione di due valori fondamentali: l’amore per Dio e quello per il prossimo.

"Nell’era moderna – ha spiegato Ibrahim Kalin, filoso di nazionalità turca e portavoce del gruppo – non abbiamo avuto niente di simile a questa esperienza, grazie alla quale persone di diversa formazione religiosa e culturale e di diverse etnie sono riunite in nome di valori come questi". 

"La comune consapevolezza in questo caso è che noi abbiamo diversi linguaggi teologici ma il reale oggetto di riflessione è lo stesso. C’è un solo Dio ma noi ci avviciniamo a lui per mezzo di differenti linguaggi", ha aggiunto.

Dopo un incontro a porte chiuse venerdì scorso fra sessanta teologi su come cristianesimo e islam considerano il concetto dell’amore per Dio e per il prossimo, i colloqui sono passati alla sessione pubblica – fino a giovedì -, alla quale partecipano circa 150 persone. 

Un aspetto rilevante della conferenza è la presenza degli evangelici, perché alcuni loro esponenti negli Stati Uniti sono molto critici nei confronti dell’islam, ritenuto una religione falsa e violenta. Altri leader, tuttavia, sono aperti al dialogo.

A questo proposito, John Stackhouse, teologo evangelico canadese, ha affermato che la problematica principale è che "gli evangelici vogliono convertire le persone e per l’islam il peggiore affronto che tu puoi fare è convertire un musulmano". 

Anche se finora l’appello della Parola Comune non è stato rivolto agli ebrei, alcuni esponenti ebraici si sono uniti ai lavori.

"Se leader religiosi possono aiutare la politica a muoversi verso la pace – ha affermato Rabbi Burton Visotzky, del Seminario teologico ebraico di New York – questo è già lavorare per la volontà di Dio".

Approfondisci

Christof Klute Luoghi dell’utopia

Dopo gli studi di teologia e filosofia a Münster e Colonia, Christoph Klute si é perfezionato in fotografia con i coniugi Bernd ed Hilla Becher mutuandone una forte impronta progettuale e concettuale: egli affronta infatti nel suo lavoro, e fa propria nella sua poetica, la dimensione sacrale dello spazio, ma forse sarebbe meglio dire, la misura utopica, l’orizzonte lontano che da sempre muove gli uomini.
    Klute è presente alla Galleria Cons Arc con due lavori distinti, che tuttavia obbediscono alla stessa prospettiva di ricerca citata: una prima serie riguarda le Unité d’Habitation di Le Corbusier, edificio rivoluzionario degli anni Cinquanta nato con l’obiettivo di porre un argine ai problemi di ricostruzione e urbanizzazione delle aree urbane francesi. Rivisitandoli, perché si tratta di edifici simili in distinte località francesi, il fotografo tedesco non varca la porta degli appartamenti, rivelando un rispetto inconsueto per gli spazi privati (nella fattispecie appartamenti di diversa dimensione, giocati su due piani e modulati per famiglie con numero variabile di componenti). ma fissa la sua attenzione sugli spazi comuni della “machine à habiter”, quali corridoi, zone di passaggio e finestre.
    L’utopia é data dal fatto che si tratta di spazi condivisi ed armonizzati, come dimensioni e misure, intorno ad un uomo ideale che annuncia un’era futura, il “Modulor”, astrazione geometrica delle proporzioni del corpo umano in cui confluiscono studi sulla sezione aurea e dati della progressione di Fibonacci.
    Se per la serie di Le Corbusier si é esaminato uno spazio laico per eccellenza, la casa, la seconda serie, a Sarnen, in un intenso monocromo scandito da volumi anch’essi modernistici, il luogo indagato é sicuramente più appartato ed austero, profondamente riflessivo: abbiamo immagini appartenenti all’interno di un convento, Klöster in tedesco dal latino claustrum, che più che chiusura sembrano evocare una giusta separazione rispetto al mondo e le sue incombenze materiali – una sorta di invito ad una sobrietà dimenticata.
    Anche in questo caso, più del punto di approdo, é di grande interesse il percorso, l’aspirazione, la progressione che poggia su una fragile prospettiva, l’austera tensione che preme verso l’ignoto e l’ideale.

    In una certa misura, tutti i luoghi raccolti e riproposti da Klute sono quindi territori “in attesa”; in attesa di essere vissuti e abitati nella loro dimensione fisica e simbolica, aspettano quindi un uomo contemporaneo che sappia essere più’ autentico senza dimenticare di essere visionario.

© Gian Franco Ragno luglio 2008 – in http://www.actuphoto.com

Approfondisci

Card. Scola interviene su pedofilia e celibato

Qual è la reale dimensione della questione pedofilia tra i sacerdoti?
«Ci sono esagerazioni e manipolazioni ideologiche, anche per una certa responsabilità dei media. Detto questo, credo che quanto il Santo Padre, con coraggio estremo, ha fatto negli Stati Uniti ed ha ribadito a Sydney, sia una risposta inequivocabile. La ferita inferta ai minori in questo campo è gravissima e tradisce la testimonianza cristiana. La scelta della tolleranza zero da parte della Chiesa è una scelta drastica ma giusta».

Non le manca mai il fatto di non essersi formato una famiglia?
«Ma la verginità, nel mio caso il celibato, è un altro modo di realizzare sino in fondo la propria affettività, compresa la propria sessualità. Nella misura in cui uno è veramente chiamato e fa l’esperienza di questa forma progressiva di compimento del suo io, non vive con senso di privazione il fatto di non avere una sposa o dei figli. Io non la sento come una mancanza; eppure mi sembra di essere un uomo affettivamente equilibrato».  (intervista di Aldo Cazzullo tratto da corriere.it – 20 luglio 2008)

Approfondisci

Nel 2006, in Italia, sono state centododici le donne uccise dagli uomini che avevano più vicini

di Beatrice Busi (fonte: bellaciao.org)

Nel 2006, in Italia, sono state centododici le donne uccise dagli uomini che avevano più vicini. Mariti, ex fidanzati, padri, compagni. Quattromilacinquecento le denunce per abusi e aggressioni stimate dal ministero degli Interni. Tante, troppe, sapendo che la maggior parte delle violenze non viene denunciata. Un lungo anno di violenza maschile contro le donne, come quelli venuti prima e purtroppo, c’è da immaginare, anche quelli che verranno. Ce lo racconta attraverso quasi trecento casi, tratti da giornali e agenzie di stampa e raccolti in ordine cronologico, e uno zoom più approfondito su quindici storie un libro collettivo, Amorosi assassini. Storie di violenze sulle donne (Laterza, pp. 280, euro 16), curato dalle giornaliste e scrittrici del gruppo Controparola. Un documento importante, che dà sostanza e corpo alle disperanti statistiche che, in tutti i modi, da più di due anni, andiamo ripetendo dalle pagine di Liberazione . Ma quello che colpisce del libro è soprattutto la lucidità con la quale si denuncia il clima di acquiescenza, ai limiti della complicità, dei contesti nei quali avvengono le violenze. Un clima che interpella e deve interrogare tutti e tutte.

Significativamente, il libro si apre con il caso Francesco Bisceglie, 69 anni, detto padre Fedele, il prete-padrone dell’Oasi francescana di Cosenza che aveva trasformato il "suo" centro di accoglienza in un luogo di violenze, abusi e ricatti sessuali, ripetuti, sistematici. Sì, perché quando la vicenda emerge in tutti i suoi squallidi contorni grazie alla denuncia di una suora, «da tutte le parti si alzano voci che lo difendono alla cieca senza nemmeno sapere cosa sia successo». Sono le voci dei tifosi del Cosenza – padre Fedele era un assiduo frequentatore della curva oltreché di salotti televisivi -, quelli dei volontari e dei collaboratori del centro. Ma anche quella del vescovo della città che, preoccupato, chiede di evitare «giudizi frettolosi». «Comunque, tutti trovano normale e ovvio che la suora e, con lei, altre donne mentano». «Ho scelto di raccontare brevemente questa storia – spiega Dacia Maraini – perché dentro c’è tutta l’Italia di oggi, in bilico tra le tradizioni secolari degli abusi che ricordano le usanze feudali e un’organizzazione tecnologica che dà l’illusione della modernità: l’ipocrisia accettata come dato di fatto, l’avversione per la testimonianza delle donne, che viene subito screditata, da una parte e dall’altra, la passione popolare per il calcio, l’uso disinvolto e volgare del linguaggio televisivo, una conoscenza ben radicata delle leggi del mercato del lavoro e la possibilità di scambiare protezione contro sesso».

Un’ipocrisia che ritroviamo anche nella storia raccontata da Claudia Galimberti, quello di Francesca Baleani, salvata per miracolo: picchiata brutalmente, strangolata con un filo del telefono dal suo ex marito che, credendola morta, la carica in macchina e la butta in un cassonetto alla periferia della città. Lui, Bruno Carletti, direttore artistico del teatro comunale di Macerata, come spesso accade, ha un’immagine pubblica di rispettabilità che in molti si sono sentiti in dovere di confermare. Il sindaco, che lo definisce un caso di «umana pietà». Il direttore del teatro, secondo il quale, Carletti avrebbe confuso il teatro con la realtà. Padre Iginio Ciabattoni, responsabile della comunità Croce Bianca alla quale è stato affidato Carletti come misura alternativa al carcere preventivo, con una discutibilissima intervista rilasciata a Il Resto del Carlino : secondo lui, l’ex marito di Francesca era malato d’un amore estremo, cieco, tanto da diventare violento e omicida e lei non troverà mai qualcuno che l’ami così tanto.

Troppo spesso, dopo la denuncia vengono altre ferite che ci riportano indietro di molti anni, «a quell’Italia che era ancora indulgente verso i carnefici e inquisitoria nei confronti della vittima». Come nella storia raccontata da Cristiana di San Marzano, quella di Marta, 13 anni, costretta, per mesi, da un gruppo di adolescenti, a "prestazioni sessuali" riprese coi telefonini e poi fatte girare su Internet. Marta prima additata, isolata, lasciata da sola. Se non fosse stato per quella donna, la madre di un compagno di scuola, che dopo aver visto le immagini ha fatto partire la denuncia. Marta costretta più volte a raccontare, a spiegare e rispiegare tutto nei particolari agli inquirenti. Marta e la sua famiglia che dopo la denuncia devono cambiare casa e quartiere per gli avvertimenti e le minacce che li bersagliano perchè lei ha osato difendersi contro quei giovani rampolli. «Nella cronaca irrompe l’ultima frontiera della violenza, quella tecnologica. Non basta aggredire, umiliare, stuprare. E non basta il vecchio bar dello sport, per farsi belli e far sapere quello che hai fatto. Per dimostrare che sei un duro, che il branco è padrone e fa quello che vuole. Oggi quello che conta è la condivisione con un branco ancora più ampio, addirittura virtuale».

Il caso di Paola, stuprata perché lesbica fuori da un locale a Torre del Lago, raccontato da Maria Serena Palieri. «Il continente delle violenze cui sono soggette le lesbiche è al 90% oscuro, più sotterraneo ancora di quello delle violenze sessuali in genere: denunciare d’essere stata stuprata in quanto lesbica richiede infatti una doppia dichiarazione, quella della violenza subita e quella della propria idenità sessuale». E quanto coraggio ci vuole, anche solo a vivere, in una società omofobica, le cui istituzioni faticano a stigmatizzare le discriminazioni per l’orientamento sessuale o l’identità di genere, quando non ne negano l’esistenza. Che fare dunque? Come nominare questo complesso intreccio? Barbara Spinelli, giovanissima ricercatrice e avvocata dei Giuristi democratici, ci restituisce l’esperienza dei movimenti di donne nel Centro e Sud America in Femminicidio. Dalla denuncia sociale al riconoscimento giuridico internazionale (FrancoAngeli, pp. 208, euro 18). Un’esperienza esemplare, che è stata capace di coniare nuovi concetti e nuove categorie e di sostanziare attraverso campagne internazionali, di lotta e sensibilizzazione, la denuncia della violenza maschile contro le donne. Molte le parole chiave proposte e analizzate: femmicidio, femminicidio, ginocidio, patriarcato. Un sistema integrato al quale opporre la sorellanza tra donne, la denuncia, l’autodeterminazione.

Femminicidio (in castigliano, feminicidio ), scrive Spinelli nella premessa al libro, è «un nome nuovo per una storia vecchia quanto il patriarcato». Marcela Lagarde, sociologa e antropologa messicana, lo ha utilizzato per mettere in evidenza la matrice sistemica e strutturale della violenza contro le donne, che è sia sociale che istituzionale. Il termine si è poi diffuso per parlare di Ciudad Juarez, città di frontiera ai confini con gli Usa, che è diventata il simbolo delle uccisioni di donne «in quanto donne», dove la violenza sessista è amplificata dalla violenza neocapitalistica, ma anche la dimostrazione della potenza di denuncia, mobilitazione e trasformazione sociale di cui sono agenti i movimenti femministi. Lagarde anche grazie al suo ruolo di parlamentare si è fatta promotrice del dibattito internazionale per l’introduzione del femminicidio negli ordinamenti giuridici come reato specifico e dal 2004 dirige la Commissione speciale sul femminicidio in Messico.

Il 18 marzo 2008 si è parlato di femminicidio per la prima volta anche in Italia, in un’aula di Tribunale, durante il processo per l’omicidio di Barbara Cicioni, ammazzata dal marito Roberto Spaccino nel maggio dello scorso anno. Al procedimento sono state ammesse come parti civili ben 5 associazioni, tre che si occupano di diritti delle donne, due di diritti umani, tra le quali i Giuristi democratici. «L’ammissione della costituzione dei Giuristi democratici come parte civile in questo processo ha una fortissima valenza, in quanto riconosce che il femminicidio, e nello specifico la violenza domestica, non rappresenta solo una lesione dei diritti della donna, un fatto privato, né tantomeno è un "fatto di donne", ma costituisce una profonda ferita per la società tutta». Spinelli sottolinea come, fino al 2004, «le forze dell’ordine messicane per contrastare il fenomeno si avvalevano soprattutto di misure poliziesche di controllo del territorio, in realtà inutile dal momento che, come è stato scoperto dalla Commissione, l’85 per cento dei femminicidi messicani avviene in casa per mano di parenti, e concerne non solo donne indigene ma spesso studentesse, impiegate, anche di media borghesia». E il 60 per cento delle donne poi uccise aveva già denunciato violenze e maltrattamenti. Una lezione particolarmente importante per l’Italia, se di pacchetto sicurezza in pacchetto sicurezza, l’azione istituzionale continua a strumentalizzare o a eludere il fatto che il luogo privilegiato della violenza maschile contro le donne è la famiglia.

Ma se la risposta sicuritaria è inadeguata e inefficace non può nemmeno bastare una campagna per il riconoscimento giuridico del femminicidio come fattispecie di reato. Non possiamo di certo aspettarci che il concetto che secondo Spinelli ha reso dirompente la parola pubblica femminista in America Latina possa assumere la stessa potenza una volta calato nel contesto europeo.

Come scrivono le giornaliste di Controparola nell’introduzione ad Amorosi assassini , «la violenza contro le donne – comunque essa si declini – è la conseguenza dello stato delle relazioni tra i due sessi. E questi uomini, viene spontaneo pensarlo, non sono più i patriarchi sicuri di se stessi e del brutale diritto che esercitavano nell’Italia dell’altro ieri, contadina e arcaica. Sono uomini che reagiscono in questo modo a un potere che sfugge». Servono anche a noi quindi, più che mai, nuovi strumenti di analisi per descrivere senza timori e abitudini ideologiche il nuovo contesto nel quale vengono agite le vecchie forme di violenza. Strumenti che sappiano esplicitare la specificità della "nuova" violenza maschile tesa alla restaurazione di quell’ordine simbolico e materiale mandato in frantumi dal movimento femminista dei Settanta.

Ma se gli uomini non sono più «patriarchi sicuri di se stessi», le donne non possono di certo essere semplicemente schiacciate nel ruolo di vittime. E’ questo il rischio che segnalano le femministe che criticano l’importazione tout court del concetto di femminicidio. Perché, come ha scritto Renato Busarello venerdì scorso su Liberazione , nella prima puntata di questi "Smascheramenti" curata dal Laboratorio omonimo, è «meglio leggere le discontinuità anziché affidarci alle rassicuranti categorie di lungo periodo: "patriarcato" copre tutte le società a ogni latitudine negli ultimi 5mila anni e rende conto di strutture profonde, ma certamente non ci permette un’analisi degli strati più recenti e di regimi biopolitici specifici». Raccogliamo questa sfida prima possibile, perché di tempo non ce n’è davvero più.

Approfondisci

‘Queremos que los pobres sean los protagonistas de su desarrollo, no nosotros’

in spagnolo

"Queremos que los pobres sean los protagonistas de su desarrollo, no nosotros’. Con esta convicción resume monseñor Miguel Ángel Sebastián el papel de Cáritas en Chad, uno de los países más pobres del mundo. Obispo desde 1988 de la diócesis de Laï, en el sur del país, este misionero comboniano nacido en Zaragoza hace 57 años se considera africano por los cuatro costados después de 31 años pasados ‘al lado de la gente’ en esta nación azotada por una sucesión de guerras desde hace tres décadas.

Lo entrevista José Carlos Rodríguez, de Caritas

Protección de los refugiados sudaneses de Darfur

Como presidente de Cáritas Chad, monseñor Sebastián coordina las actividades de Cáritas de varios campos de refugiados situados en el Este del país, donde algo más de 300.000 personas han huido de la guerra de Darfur. Cáritas administra tres de estos campos que están bajo protección del ACNUR. ‘Gracias a la colaboración de las Cáritas de varios países, entre ellos España, podemos llevar a cabo nuestro programa de emergencia’, afirma este obispo misionero, al tiempo que matiza que la acción socio-caritativa de la Iglesia –‘no olvidemos que es uno de sus tres pilares’, subraya– tiene que ir más allá de la asistencia inmediata y ‘promover todo lo que ayude a la gente a vivir con paz, justicia y dignidad’.

Los refugiados sudaneses de Darfur llegaron hace algo más de tres años al Este del Chad, una conflictiva zona cruce de caminos de rebeldes y soldados de ambos países, donde desde hace varios meses se inició el despliegue de una fuerza de paz de la Unión Europeapara garantizar su protección. Pero, a veces, los conflictos pueden surgir también de la convivencia diaria con la población local. Este obispo español sabe que es un problema que hay que afrontar con serenidad: ‘Cuando los refugiados llegaron -explica–, la población local les acogió bien y con simpatía, pero como muchos de ellos llegaron con sus ganados, al pasar el tiempo la gente ha visto que han contribuido a la desertificación, el empobrecimiento de los suelos y la escasez de pastos en unas tierras donde ya de por sí llueve poco. Por eso en Cáritas siempre queremos que una parte del programa de ayuda beneficie a las comunidades de acogida, ya que si no lo hacemos, éstas, además de los efectos negativos sobre sus cultivos, ven que las ONG ayudan mucho a los que han venido de fuera, mientras que ellos se quedan al margen, lo que crea un malestar que puede llegar a estallar’.

Ayuda de emergencia y desarrollo a largo plazo

Estas ayudas no sólo se centran en la distribución de víveres, que puede considerarse como una actividad de emergencia, sino también en un programa más a largo plazo. Como indica monseñor Sebastián, ‘Cáritas también perfora pozos de agua potable, apoya a los agricultores con cursos de formación y distribución de semillas, y nos ocupamos también de programas de educación en los campos de refugiados y las comunidades locales’.

En sus 31 años como misionero en Chad, el presidente de Cáritas en ese país, ha visto de todo. Y con su sinceridad de aragonés que habla claro y directo, confiesa que no todo le gusta. ‘Sobre todo los que quieren hacer experimentos con los africanos’, sentencia. Y es que monseñor Sebastián, al mismo tiempo que agradece profundamente a los donantes de su diócesis su generosidad, no oculta que ‘a veces se encuentra uno con financiadores que, tal vez con buena voluntad, quieren que hagamos las cosas como ellos desean para probar si sus nuevas ideas pueden tener éxito sobre el terreno’. A eso llama él ‘querer hacer experimentos’.

Miguel Ángel Sebastián aprendió mucho de los chadianos durante sus primeros años como misionero ‘alrededor del fuego, por la noche, oyendo hablar a la gente en su lengua de sus problemas reales’. Por eso, está convencido de que el desarrollo tiene que partir de escuchar a las personas, y la mayor parte de los 650.000 habitantes de su diócesis son agricultores. Por eso, los programas de desarrollo integral impulsados por Cáritas prestan una gran atención a los campesinos. ‘Les ayudamos a organizarse en cooperativas -señala– y a recibir cursos de formación que puedan ayudarles a mejorar la producción de arroz, la ganadería y la gestión de granjas avícolas’.

La educación de la juventud es otro de los componentes de la acción socio-caritativa en su diócesis, que dirige diez escuelas primarias y un colegio de enseñanza general y técnica llevado adelante por una comunidad de hermanos de La Salle cameruneses.

Asimismo, uno de los proyectos que ha cuidado más en su diócesis es un hospital con 75 camas, que presta una atención sanitaria de calidad a una vasta población. ‘Hacer que este hospital funcione a diario necesita una financiación continua, ya que con lo que la gente contribuye no podemos pagar al personal, comprar medicamentos y mantener las estructuras’, recuerda monseñor Sebastián.

Lucha contra el SIDA

Como ocurre en otros países africanos, desde hace varios años el SIDA es, como subraya el presidente de Cáritas Chad, ‘un obstáculo mayor al desarrollo de la persona’. La diócesis de Lai se ocupa de este tema con un programa que incluye actividades de sensibilización de personas en grupos de riesgo, así como tratamiento con antirretrovirales que reciben gratuitamente del Gobierno. ‘Además, ayudamos a los seropositivos y los enfermos de SIDA con alimentos que les ayudan a mantenerse sanos y medicamentos para hacer frente a las enfermedades oportunistas. También damos apoyo escolar a más de 200 huérfanos y ayudamos a las madres seropositivas para que alimenten a sus bebés con lactancia artificial, para evitar la transmisión del virus’.

Entre los últimos proyectos puestos en marcha por esta diócesis del sur de Chad están varias acciones a favor de los disminuidos físicos y de los niños de la calle, una realidad que va en aumento. Todo un volcán de actividades a favor de los más desfavorecidos, que requiere una buena financiación y mejor administración. Para llevar adelante esa importante labor de opción por los último y no atendidos en Chad, monseñor Sebastián lleva varios años recibiendo la ayuda generosa de donantes privados y de la Confederación CáritasEspañola.’Afortunadamente -concluye con una sonrisa cómplice el prelado– ninguno de sus ellos son aficionados a los experimentos’.  (in RD – Madrid , 01.08.08)

Approfondisci

L’ERBA DEI PRETI. E CHI SE LO IMMAGINAVA?

Notizia stampa: "Una piantagione di circa 4mila metri, oltre 15mila piante di marijuana sequestrate per un peso complessivo di circa 30 tonnellate di droga pari a 600mila euro, 2 persone arrestate con l’accusa di produzione e coltivazione di sostanze stupefacenti". Tutto questo a Bari.
Fin qua nulla di trascendentale. La cosa curiosa é il luogo dove é avvenuto il sequestro, o meglio, il nome del luogo che, guarda un po’, si chiama L’ERBA DEI PRETI.
Questa, si converrà, é del tutto nuova!
Red

in gazzettadisondrio – 30 VIII 08 – n. 24/2008, anno XI°

Approfondisci

La memoria del potere

Hanno spopolato, nei giorni scorsi, le pubblicazioni di una sorta di corrispondenza tra Bernardo Provenzano (Zu Binnu) e un tale Vac. Come le corrispondenze tra il latitante Matteo Messina Denaro (ritenuto l’attuale capo di Cosa Nostra) e un certo "Svetonio".
Finalmente il Giornale di Sicilia ha svelato quanto era facilmente intuibile: Vac e Svetonio sono la stessa persona: si tratta di Antonino Vaccarino, ex Sindaco di Castelvetrano e condannato, il 26 maggio del 1995 a 18 anni di reclusione per vari reati. Il fatto è che Vac è un corrispondente di Binnu Provenzano e Svetonio è un agente dei servi segreti incaricato di contattare (a scopo di cattura) Matteo Messina Denaro.
Il fatto è che Vaccarino condannato, si diceva a 18 anni di carcere per mafia, droga e omicidio, poi è stato assolto dalle accuse più gravi (rimasta solo quella per droga), nelle sue corrispondenze "consiglia" Matteo Messina Denaro a costituirsi, anche se, quest’ultimo, almeno stando a quello che scrive, non ne ha alcuna intenzione.

Singolari sono alcune frasi che il Messina Denaro usa nelle sue lettere: "Sono un nemico della giustizia italiana che è marcia e corrotta dalle fondamenta, lo dice Tony Negri ciò ed io la penso come lui".
E poi "È anche vero che ancora si sentirà molto parlare di me, ci sono ancora pagine della mia storia che si devono scrivere. Non saranno questi ‘buoni’ e ‘integerrimi’ della nostra epoca, in preda a fanatismo messianico, che riusciranno a fermare le idee di un uomo come me. Questo è un assioma".

Il fatto è che Vaccarino fu condannato sulla base di dichiarazioni fatte da Vincenzo Calcara, incaricato di uccidere Paolo Borsellino e che a lui rese le dichiarazioni di pentito.
Il fatto è che Calcara fu assolto poiché Calcara fu imputato di calunnia. Ma poi Calcara fu assolto dal reato di calunnia e però, intanto, Vaccarino era stato assolto e non poteva più essere condannato. Il fatto è che i memoriali di Vincenzo Calcara, dichiarati verosimili, sono disponibili e raccontano di un paese complesso e di entità che hanno voluto le stragi e di entità che hanno operato per molteplici scopi, entità in accordo organico e strategico. Il fatto è, dice Matteo Messina Denaro, che non si capisce per quale ragione Zu Binnu, che viene catturato il giorno dopo le elezioni del 2006, avesse conservato la copia dei pizzini che è stata riversata nelle mani degli inquirenti. Non si capacita il Matteo Messina Denaro (in codice Alessio) che Bernardo Provenzano abbia agito con quella imprudenza. O forse Provenzano lo ha fatto per avere moneta di scambio? Ma per quale ragione Matteo ha tanta fiducia in Tonino Vaccarino? È che il Vaccarino fu arrestato insieme al padre di Matteo, il don "Ciccio" Messina Denaro.

Il fatto è che il Calcara dichiara: "La decisione di uccidere Calvi è stata presa nell’estate dell’81 a Paderno Dugnano nella casa dell’imprenditore Michele Lucchese. C’erano i rappresentanti di cinque Entità: Cosa Nostra, ‘Ndrangheta, massoneria, pezzi deviati dello Stato e soprattutto dei servizi segreti, più pericolosi della stessa Cosa Nostra, e personaggi vicini al Vaticano".

E tra i presenti cita i boss mafiosi Bernardo Provenzano, Francesco Messina Denaro di Trapani, il sindaco di Castelvetrano Tonino Vaccarino, un cardinale assieme al notaio Albano, Francesco Nirta della ‘ndrina di San Luca e un noto esponente politico che in passato ebbe incarichi di governo, appunto Andreotti. "Ero presente anch’io con il compito di portare bevande e caffè e non potevo fare a meno di ascoltare certe frasi quando entravo e uscivo dalla stanza. Poi Lucchese e Vaccarino mi hanno riferito i dettagli. Ogni Entità aveva una commissione come quella di Cosa Nostra composta da 12 persone al massimo (tranne Cosa Nostra che ne ha 15), al vertice delle commissioni un triumvirato con il capo assoluto e altri due. Ogni Entità era autonoma, ma quando si doveva decidere un delitto eccellente che poteva danneggiare un’altra Entità i triumvirati si riunivano. Queste cose le ho dette al dottor Borsellino, ha preso appunti su un’agenda e non so dove è andata a finire. A lui lo hanno ucciso e non ha potuto approfondire quelle cose che gli ho riferito".

Il fatto è che tutto si confonde e si capisce ben poco, allora bisogna stare ai fatti, e i fatti sono due.
1 – Tonino Vaccarino è libero e senza scorta, da lui stesso rifiutata in quanto non ha timore di ritorsioni, che è cosa strana per uno che ha fatto lo spione.

2 – Vincenzo Calcara vive in località segreta e sotto copertura, protetto (o custodito?) dalle forze di polizia. Chi volesse leggere il memoriale di Vincenzo Calcara, chi volesse saperne di più sulla corrispondenza di Vac-Svetonio legga quest’articolo de la Stampa.  
Ognuno tragga le sue conclusioni e faccia le sue domande. La mia prima domanda è: spiegato per quale ragione Binnu prima e Matteo Messina Denaro dopo si fidavano di Vac, resta da spiegare per quale ragione lo Stato si doveva fidare di Svetonio. Ne ho anche un’altra, ma i Vac-Svetonio abitano solo in Sicilia? (
di Pino De Luca – fonte: aprileonline.info)

Approfondisci

Se non portano giustizia le religioni non sono benedette da Dio

Né la religione ebraica né alcun’altra sarà mai benedetta da Dio se non porta giustizia.

Dio può essere accolto solo costruendo un mondo che abbia come prima meta la dignità degli ultimi.

Il grido di Gesù: “Non potete servire Dio e il Denaro”. Le sue parole dovevano risultare esplosive. Dio e il Denaro sono due signori contrapposti. (…)

José Antonio Pagola

 

Approfondisci

Teologia queer

Viottoli è il semestrale della comunità di base guidata da don Franco Barbero, sacerdote ben conosciuto nel mondo glbtq. Nell’ultimo numero la rivista – con il taglio che le è proprio – affronta l’argomento della teologia queer (a firma di Paolo Sales – pp. 50-55).

Dopo aver parlato delle origini della teoria queer, della transitivià dei generi e della performatività, si passa ad analizzare sia le critiche che il concetto di sesso e genere, per giungere poi ad una proposta di un “corpo queer di Cristo” per concludere con l’analisi di una spiritualità accogliente. Dice l’autore:

La spiritualità e la teologia queer sfidano il normale, in particolare quando “la normalità” (sociale, politica, delle convenzioni) limita la serenità, l’integrità, il diritto all’esistenza ed il benessere dei corpi. L’etica queer, dunque, a differenza di molta ortodossia cattolica, non chiede una negazione del proprio essere ad ogni costo ma, anzi, invita ad accogliere e a “celebrare” ognuno/a di noi in maniera autonoma e nello stesso tempo partecipe

fonte: queer blog

Approfondisci

Osservatore: «La morte cerebrale non è morte». Il Vaticano: «Non è un documento ufficiale»

Città del Vaticano
Vacilla anche la morte cerebrale. In Vaticano crescono le pressioni per rimettere in discussione il rapporto di Harvard del 1968. Quarant’anni dopo la definizione scientifica di morte cerebrale L’Osservatore romano pubblica con rilievo un articolo di Lucetta Scaraffia in cui, riprendendo i giudizi di alcuni studiosi cattolici, si contesta l’idea stessa che la morte cerebrale corrisponda a vera morte. E’ una contestazione alla radice della pratica medica. Lo stato vegetativo, pur in assenza di attività cerebrale, viene considerato vita. E questo era già evidente nella opposizione delle gerarchie alla sospensione dell’alimentazione forzata che fa perdurare la vita vegetativa. Ora però a fare le spese della condanna di Harvard sarebbero anche i trapianti di organi da cadavere.
L’Osservatore non è un giornale qualunque, benché ultimamente abbia aperto le sue pagine ad un dibattito meno formalizzato. Il rumore provocato dall’articolo "Segni della morte" è stato perciò grande, tanto da indurre il portavoce della Santa Sede, Federico Lombardi, a versare un po’ d’acqua sul fuoco. «Le riflessioni pubblicate dall’Osservatore – ha dichiarato – sono ascrivibili all’autrice e non impegnano la Santa Sede; non sono un atto magisteriale né un documento di un organismo pontificio». Nel merito, tuttavia, padre Lombardi evita di esprimere pareri, tranne il rispetto per «l’autorevolezza della testata e dell’autrice». In realtà Lucetta Scaraffia ha chiamato in causa addirittura l’allora cardinal Ratzinger che, nel concistoro del 1991, parlò dei «cadaveri caldi» di «coloro che, caduti in coma irreversibile, saranno messi a morte per rispondere alla domanda di trapianti». «Anche la Chiesa cattolica – osserva ancora il quotidiano pontificio -, consentendo il trapianto degli organi, accetta implicitamente questa definizione di morte, ma con molte riserve». E se l’Accademia pontificia delle scienze negli anni Ottanta si espresse a favore del rapporto di Harvard, adesso tutto può cambiare. Il fatto che il cervello vada completamente fuori uso, per l’Osservatore , non basta a concretizzare la morte, a meno che la Chiesa non voglia «identificare la persona con le sole attività cerebrali» contraddicendo «la dottrina cattolica». La morte cerebrale sarebbe stata un tentativo di risolvere sul piano neurologico e scientifico un problema morale con lo scopo di legittimare i trapianti.
Si allarga il rischio di un ripensamento dottrinario anche in una materia in cui la Chiesa cattolica si era finora distinta dalle confessioni più fondamentaliste.
Reagisce il mondo scientifico. Il direttore del Centro nazionale trapianti Alessandro Nanni Costa osserva: «Il criterio di morte cerebrale per sancire la morte di un individuo è l’unico scientificamente valido. La comunità scientifica mondiale approva i criteri stabiliti dal rapporto di Harvard e le critiche, provenienti da frange minoritarie, sono basate essenzialmente su considerazioni non scientifiche». In Italia – conclude Costa – «si registrano oltre 2000 accertamenti di morte cerebrale all’anno e in nessuno di questi si è avuto altro termine se non la morte dell’individuo». Analogo il parere del presidente dell’Associazione anestesisti-rianimatori ospedalieri, Vincenzo Carpino: «Il criterio di morte cerebrale resta l’unico valido, in mancanza di nuove evidenze scientifiche, per definire la morte».
Aderisce invece ai "dubbi" vaticani il vicepresidente del Comitato nazionale di bioetica Lorenzo D’Avack.
Ful.Fa. (fonte: Liberazione 3 settembre 2008)

Approfondisci