Preti sposati: “Il Foglio” chiama Cardinale storico per attaccare Papa Francesco

Papa Francesco predica ma Curia e Clero sono milionari

Appartamenti, vigne, vigneti, uliveti e boschi. Una collezione di fortune private, regolarmente dichiarate al fisco, da molti prelati, alla faccia dell’umiltà e della modestia portate avanti da Papa Francesco. E po ci sono i beni della Chiesa, tanti, proprio tanti. Non c’e’ al mondo uno Stato più ricco del Vaticano. Con giardini dove non si aggira nemmeno un cane o un gatto per non sporcare i bellissimi giardini. Con all’interno abitazioni da paura, anche se il Papa non ha voluto vivere in Vaticano ma a Santa Rita. Lo rivela un servizio dell’Espresso che commenta: “Beati i poveri, perche’ di essi e’ il regno dei cieli, insegnava Gesù di Nazareth nel discorso dellaMontagna”. Pero’ dopo duemila anni se la spassano ovviamente meglio i ricchi, anche i preti ricchi. E non tutti gli oltre cento prelati con patrimoni da paura erano ricchi di famiglia, anzi… Come mai un povero od un immigrato non può’ nemmeno sostare in viale della Conciliazione vicino a piazza San Pietro? E quanti profughi potrebbe ospitare il Vaticano? Perché alle parole non seguono i fatti? Parlare e’ sempre stato più’ facile che fare. Ovviamente non riguarda il Santo Padre, che si trova un muro contro. E certe resistenze sono difficile da superare anche per lui. Una sfida nella sfida per il Papa più coraggioso della stpria della Chiesa.

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I Sacerdoti Sposati con regolare percorso canonico continuano ad essere sacerdoti per sempre della Chiesa cattolica

Un sacerdote può smettere di esserlo?

Ci sono sacerdoti che per varie ragioni si secolarizzano, si sposano, abbandonano il ministero. Smettono quindi di essere sacerdoti?

1. Bisogna indubbiamente iniziare dalla nozione di “sacerdote”, partendo dal sacerdozio di Cristo e continuando con la nozione di sacerdozio ministeriale, distinguendolo dal sacerdozio comune dei fedeli.

Forse non c’è miglior modo per spiegarlo che rifarsi alla Lettera agli Ebrei. È vero che guardando alla storia delle religioni si può trovare il concetto di “sacerdote” anche in altre fedi: è la persona che agisce “professionalmente” come intermediario tra la comunità che rappresenta e le sue rispettive divinità; per questo è equivalente dire sacerdote o dire pontefice. Il sacerdote è il ponte di comunicazione tra la divinità e il popolo, ma non ritengo necessario approfondire ulteriormente in questa sede e in questo momento questa nozione generica di sacerdozio.

Arrivando alla prima epoca del cristianesimo, con i primi cristiani che provenivano dall’ebraismo, sorge la necessità di chiarire a quei cristiani la vera nozione, la nozione cristiana del sacerdozio. 
Quegli ebrei convertiti al cristianesimo sentivano la mancanza della grandiosità del tempio e dei suoi sacrifici, degli incensi sull’altare e delle vittime sgozzate, delle funzioni esteriori dei leviti (i discendenti di Levi, incaricati del tempio).

L’autore della Lettera agli Ebrei vuole convincere quei neofiti cristiani provenienti dall’ebraismo che ormai – dalla Morte e Resurrezione di Cristo – non è necessario quel culto grandioso e spettacolare del tempio di Gerusalemme, né sono necessari il tempio o l’altare o quegli animali che venivano offerti come vittime, e quindi non sono nemmeno necessari “altri sacerdoti” che si succedano gli uni agli altri di generazione in generazione: Cristo è il tempio, l’altare, la vittima e il sacerdote. Egli è l’UNICO tempio, perché Egli è il “luogo” in cui Dio e l’uomo si sono incontrati per sempre; l’UNICO altare è la sua CROCE redentrice; l’UNICA ostia e vittima: il corpo che si dona e il sangue che si versa; l’UNICO sacerdote per sempre perché Cristo Risorto “non muore più”. È imprescindibile una lettura pensata, riflessiva della Lettera agli Ebrei per entrare in questa verità cristiana: il sacerdozio unico di Cristo (cfr. Gv 4,21 e Ap 21,22)
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Questa realtà di Cristo SANTUARIO, Cristo SACERDOTE, Cristo VITTIMA la viviamo partendo dalla fede, mentre siamo pellegrini sulla terra, la viviamo partendo dalla fede nella speranza. Siamo nella fase del “GIÀ E NON ANCORA”. E visto che viviamo sulla terra (fino a quando arriverà la fine dei tempi e allora la fede non esisterà perché vedremo Dio “faccia a faccia” per com’è), per quel tempo del “NON ANCORA” che è il tempo della Chiesa abbiamo bisogno di aiuti alla nostra caduca fragilità. Sono i sacramenti, tutti e ciascuno in quanto segno e presenza viva del Signore Gesù.

E in questa dinamica del “non ancora” rientra anche il sacerdozio ministeriale.

Come dice San Pietro, i cristiani sono “la stirpe eletta, il sacerdozio regale, la nazione santa, il popolo che Dio si è acquistato perché proclami le opere meravigliose di lui che vi ha chiamato” (1 Pietro 2,9 e Esodo 19,5). Ciò vuol dire che tutti i battezzati formano un sacerdozio che ha accesso a Dio, e per questo la loro funzione – come quella di Cristo – è annunciare i prodigi di Dio, il grande prodigio che è la Redenzione mediante l’amore di Dio manifestato in Cristo morto, sepolto e risorto. Per questo, quando Gesù è morto “il velo del tempio si è squarciato” (Mt 27, 51); quando il costato di Cristo viene aperto (Gv 19, 34), Egli diventa Sacerdote per sempre secondo il rito di Melchisedek (Eb 8, 17) e mediante Cristo-Santificatore i santificati con il suo sangue hanno già accesso al Padre (Eb 9 e 10).

Per questa stessa ragione, mentre dura questa fase terrena del “non ancora”, per questa nostra fragilità umana abbiamo bisogno di “visualizzare” quel fatto unico e irripetibile che riguarda Gesù (Eb 9, 24-26), Sacerdote che allo stesso tempo si offre come vittima: “Non hai gradito né olocausti né sacrifici per il peccato. Allora ho detto: Ecco, io vengo – poiché di me sta scritto nel rotolo del libro – per fare, o Dio, la tua volontà” (Eb 10, 6-7).

2. A partire da queste tre idee o nozioni (sacerdozio di Cristo, sacerdozio ministeriale e sacerdozio comune) si può raggiungere un’altra idea: il “carattere” sacramentale, e in concreto il carattere che imprime il sacramento dell’ordine.

A quanti viene affidata “ministerialmente” questa “ripetizione” dell’UNICO SACRIFICIO, l’incarico viene consegnato mediante l’imposizione della mani nel sacramento dell’ordine sacerdotale, che fa sì che colui che lo riceve si configuri con Cristo-Capo del Corpo dei “santificati”. Per questo il sacerdozio ministeriale, configurando il “ministro ordinato” con Cristo sacerdote per sempre, fa sì che quel sacerdote che riceve il sacerdozio lo riceva per sempre: per sempre resta marcato e sigillato, in aeternum secondo il rito di Melchisedek, come dice Cristo stesso nella Lettera agli Ebrei.


3. Torniamo allora alla domanda iniziale: un sacerdote può smettere di esserlo?

La risposta è la conclusione di tutto ciò che è stato detto finora: un sacerdote non smette mai di esserlo, un sacerdote validamente ordinato non perderà mai il suo “carattere” sacerdotale, il suo sacerdozio è per sempre.


E allora i sacerdoti che abbandonano? La risposta è chiara: continuano ad essere sacerdoti, ma la Chiesa che ha imposto loro degli obblighi per esercitare il sacerdozio può dispensarli da quegli obblighi se il sacerdote lo richiede perché gli risulta impossibile o oltremodo difficile rispettarli (la recita del breviario, il celibato, il servizio in una parrocchia); allo stesso tempo in cui viene concessa la dispensa, vengono esortati a che da quel momento in poi “non esercitino il sacerdozio”.

Questa dispensa dai doveri, e il conseguente non esercizio del ministero sacerdotale (non ascoltare confessioni – tranne in pericolo di morte –, non celebrare l’Eucaristia, non svolgere incarichi pastorali alla guida di una comunità di credenti…), viene concessa mediante un iter minuziosamente regolamentato, e su richiesta espressa al Santo Padre e per concessione totalmente “di grazia” da parte del papa; ciò vuol dire che si richiede una dispensa che può essere concessa o meno, ma non si “reclama un diritto” da parte del richiedente.

Non bisogna tuttavia concludere con questa affermazione finale, che può sembrare dura. La Chiesa è sempre Madre, e prima di concedere questa dispensa ciò che desidera è che il richiedente rifletta seriamente sulla grandezza del dono che Dio gli ha fatto dandogli questa configurazione con Cristo, così marcata e sigillata da consistere nel fatto che un povero uomo, indegno come qualsiasi altro, possa dire con le labbra e con il cuore dello stesso Cristo: Ti perdono i peccati; questo è il mio corpo; questo è il mio sangue.

Rendiamo grazie a Dio per il dono del sacerdozio alla sua Chiesa; per questo abbiamo l’Eucaristia; per questo abbiamo il perdono dei peccati; per questo abbiamo il Pane della Parola.

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segnalazione a cura di

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Non è vanitoso per i sacerdoti sposati tenere alto il sestante della loro identità. Quale chiesa costruire dopo le dimissioni del Papa?

Le dimissioni dalla vita consacrata di preti diocesani, religiosi e suore, in Italia e nel mondo: appello a tenere alto il sestante dell’ identità
I sacerdoti sposati rappresentano “nel mondo cattolico la sfida vivente al maschilismo della chiesa ed al suo devastante contagio, avverso all’ umanità del Vangelo ed alla riattualizzazione di un Vangelo per l’ umanità ” (Piero Barbaini).
Il problema delle dimissioni è stato trattato dalla rivista di Vocatio SULLA STRADA: in quattro numeri ha trattato questo problema sempre a cura di Claudio Balzaretti (n.29 del 1994/ n.37-38 del 1996/ n.48 del 1999/ n.57del 2002)
Fino al 1990 il numero dei sacerdoti nel mondo (compresi diocesani e religiosi) era di 400.000 e gli abbandoni era di 120.000.
In Italia il numero dei sacerdoti era di 56.000 e gli abbandoni di 9.000.
Nell’ ultimo aggiornamento di Balzaretti del 2002 che riguarda gli anni 97-98-99, Balzaretti scrive testualmente:”

 Con un certo imbarazzo riportiamo i dati statistici che aggiornano quelli già pubblicati…l’imbarazzo, da una parte, è dovuto al ritardo con cui vengono forniti i dati da parte del ANNUARIUM STATISTICUM ECCLESIAE; dall’altra parte, è dovuto al fatto che potrebbe sembrare quasi inutile ripetere le solite cifre. Però la constatazione che ritornano sempre gli stessi numeri è anche una conferma dell’importanza di questo fenomeno”.

E riporta l’aggiornamento anni 97-98-99:

In Italia (clero diocesano) anno 97: consacrati 494 abbandoni 43/ anno 98:con.485 abbandoni 32/ anno 99: con.556 abbandoni 44.

Se si tiene presente che il Vaticano non tiene presente gli abbandoni di fatto, ma solo quelli che hanno chiesto la dispensa, i numeri ufficiali degli abbandoni vanno raddoppiati.

Ne risulta: anno 97: abbandoni 86 su 494 consacrati/ anno98: abbandoni 62 su 485 con./ anno99:abbandoni 88 su 556 con. Totale 236 abbandoni su 1535 consacrati (16%)

Per i religiosi il fenomeno degli abbandoni arriva al 22%

Ha ragione Balzaretti: i numeri sono sempre i medesimi. Nel mondo 120.000 abbandoni su 400.000 (30%) La percentuale nel mondo è più alta di quella in Italia: 10.000 abbandoni su 56.000 (18%).

Per le suore in Italia: erano 150.000 (abbandono 22%) sono oltre 30.000 le suore italiane che hanno lasciato la vita religiosa.

“Per cambiare i sacerdoti bisogna cambiare la chiesa”, ha affermato Giuseppe Serrone, fondatore e presidente dell’Associazione Sacerdoti Lavoratori Sposati. “Molti preti sposatie hanno scritto pagine cariche di rilievi critici verso la chiesa”, ma “per cambiare questa chiesa bisogna coniugare la gioia del Vangelo con i nuovi affanni della vita e della storia.

Non è vanitoso per i sacerdoti sposati tenere alto il sestante della loro identità.

In questa prospettiva il prete cattolico che si sposa non può essere confinato nei quadri di un fenomeno effimero della “morbosità” sociale o della crisi ” individuale “.

I sacerdoti sposati rappresentano “nel mondo cattolico la sfida vivente al maschilismo della chiesa ed al suo devastante contagio, avverso all’umanità del Vangelo ed alla riattualizzazione di un Vangelo per l’umanità ” (Piero Barbaini).

Piero Barbaini è un prete che ha insegnato per molti anni Storia della chiesa nel Seminario diocesano di Lodi e nella facoltà di teologia di Milano ed é stato titolare della Cattedra di Storia Moderna dell’Università di Parma. Un suo libro (“La Chiesa sbagliata” Ed. Il Formichiere) è un classico nella tematica dei diritti umani nella Chiesa cattolica, in modo particolare se visti dalla parte dello storico e dalla parte del prete “ridotto allo stato laicale”. Uno dei punti fondamentali del suo libro, a mio avviso, assieme alla notevole documentazione sulla prassi e sui vari interrogatori del processo di “riduzione allo stato laicale”, é certamente la riflessione storico-teologica sui condizionamenti che la Chiesa ha subito lungo i secoli, in modo particolare nel periodo storico delle “Investiture” e della conseguente “riforma gregoriana”, promossa da papa Gregorio VII°, abate di Cluny (sec. XI).

Per avere qualche conoscenza non partigiana sulla natura della Chiesa, certamente non basta lo studio dei documenti conciliari, ma é necessario conoscere anche quello che dicono i testi sacri e le vicissitudini della Chiesa lungo i secoli della storia. In riferimento ai testi sacri, il teologo Schillebeeckx dimostrò, in alcuni suoi libri, come la Chiesa, secondo i dati del Nuovo Testamento, é essenzialmente una “Assemblea di Dio”, fondata sulla fraternità, nella quale le strutture di potere, dominanti nel mondo, sono demolite (Mt. 20,25-26; Lc. 22,25; Mc. 10,42-43; Mt. 23,8 ss..).

In riferimento ai condizionamenti storici, due momenti particolari sono da sottolineare: il primo é l’incontro della Chiesa primitiva con l’Impero Romano. In questo incontro, diventato quasi-matrimonio dopo la conversione di Costantino, la religione cristiana da perseguitata e di minoranza diventa religione di Stato, o meglio dell’Impero, proprio nel momento in cui l’Impero Romano é in piena decadenza anche a motivo delle invasioni barbariche. L’imperatore Costantino abbandona Roma; il vescovo di Roma assume le insegne e il potere dell`imperium” e viene chiamato “pontifex maximus”, titolo che apparteneva esclusivamente agli imperatori romani; la corte del papa diventa come la corte dell’imperatore e la Chiesa si organizza sul modello delle strutture imperiali (cfr. L. Boof “Chiesa: carisma e potere” pg. 88 ss.). I vescovi vengono ad essere le uniche autorità in grado di ricostruire e organizzare le città dopo le distruzioni dei barbari, e anche le elezioni dei papi, in questo tipo di religione imperiale, vengono ad assumere un aspetto molto particolare: fino all’anno 685 ogni elezione del papa avrà bisogno dell’approvazione degli imperatori di Bisanzio; e dopo, fino alla “riforma gregoriana”, avrà bisogno dell’approvazione degli imperatori della Casa di Sassonia. Per quei papi che oseranno ribellarsi a questa prassi, come per es. papa Martino I° (649655) o papa Benedetto V° (964-965) la fine era segnata: il primo conoscerà la morte in carcere, e il secondo la strada dell’esilio. E’ pur vero che bisogna riconoscere che generalmente a queste elezioni partecipava il clero e il popolo romano, ma non sono mancati periodi storici in cui l’elezione del papa era completamente in balìa di alcune famiglie della nobiltà romana o di alcune famiglie imperiali. In questo modo, e per molti secoli, si é attuata nella storia la “successione apostolica”; e anche i vescovi non dovrebbero dimenticare che il loro pastorale, simbolo del loro potere, non deriva nè da Cristo nè da Pietro, ma dalla cerimonia medievale dell’investitura della diocesi-feudo, “…simbolo del dominio spirituale, confondendo di proposito i due poteri, spirituale e temporale, per sottrarre al papa la nomina dei vescovi” (Manaresi, Storia Medievale, pag. 158).

Non parliamo poi della nascita e della crescita del potere temporale della Chiesa: in alcuni periodi storici la Chiesa é venuta a trovarsi proprietaria di quasi mezza Italia, grazie alle Donazioni di Barbari, Re, Imperatori; e queste donazioni non venivano fatte per amore di Gesù Cristo o di S. Pietro, ma per ottenere legittimità e incoronazioni per i donatori, molto spesso al prezzo della dignità e della libertà della Chiesa stessa. Alcuni storiografi hanno scritto che il potere temporale della Chiesa, difeso per molti secoli a denti stretti con infinite guerre e scomuniche, ha avuto la sua fine con la “Breccia di Porta Pia” nel 1870; ma i legami che tuttora il Vaticano coltiva con le Banche del Capitalismo occidentale ci lasciano qualche dubbio in proposito.

Nel secolo XI°, con papa Gregorio VII°, arriva la lotta delle “Investiture” e la grande “riforma gregoriana” della Chiesa: questo é il secondo momento storico da non sottovalutare e che ha lasciato un segno notevole sulla natura della Chiesa, fin ai nostri giorni.

Se é vero che questa riforma é stata un momento di purificazione e di liberazione per la Chiesa, come sempre ci é stata presentata nei corsi seminaristici di Storia, Barbaini però sottolinea nel suo libro (o.c. pg. 217): “…di fatto ha trasferito all’interno del sistema ecclesiastico l’apparato politico precedentemente barattato attraverso compromessi coi poteri imperiali e con l’impianto economico feudale”. Continua Barbaini: “…tutto il sistema nelle sue componenti politico-economìche, diplomatiche e amministrative gravita attorno ai “clerici” della cancelleria romanopapale. L’elemento tecnico determinante, in questa svolta operatasi all’alba del nostro millennio, é stata la riserva dell’elezione: l’elezione del papa nelle mani della casta clericale romana (caxdinalato: 1059) e l’elezione dei vescovi nelle mani del papa (lotta delle investiture). Così il circolo si chiudeva: sorgeva nell’occidente cristiano una nuova materia su cui lavorare e plasmare un impero nuovo, non più quello misto dei carolingi, non più quello pagano dei cesari, ma quello tutto sacro e tutto clericale e tutto romano dei papi. Da quell’epoca tutta la letteratura papale, dai gregoriani al decreto di Graziano, dai decretisti ai decretalisti, sviluppa le teoria del nuovo impianto, in una sarabanda promiscua di citazioni provenienti da Agostino, Girolamo e Giustiniano, da Isidoro, Gregorio e Costantino: tutto all’insegna della nuova potenza e per la messa a punto dei suoi congegni autoritari. Lo schema era perfettamente riprodotto; ed era lo schema prefettizio: imperatore il papa, suoi prefetti i vescovi e, sia ben chiaro, soltanto suoi prefetti, non maì suoi elettori, altrimenti il sistema poteva saltare. Elettore imperiale doveva rimanere sempre e soltanto lo stretto collegio di coloro che la cancelleria romana sceglieva a tutela garantita dei propri interessi centrali; e opportunamente quel collegio veniva chiamato “sacro”. Il meccanismo é talmente delicato per la conservazione del sistema, che Trento, lungi dall’abbandonarlo, lo perfezionerà e il Vaticano II° non riuscirà a intaccarlo”.

Continua sempre Barbaini: “…Montini infatti, osservante, scrupoloso tutore della struttura papale, si guarda bene dal trasferire l’elezione del papa del sacro collegio al sinodo, che sarebbe il pur minimo indispensabile per non costruire, nell’etichetta della collegialità, una nuova, sfacciata ipocrisia clericale. Ma il dire e il non fare é tipico del sistema: questa gente cura meticolosamente l’illusione della massa da una parte, la strategia del potere dall’altra. E proprio tale comportamento scatenava la rabbia dì Cristo, quando attaccava i preti del suo tempo” (o.c. pg. 218).

Continuando la sua analisi Barbaini sottolinea che il fenomeno degenerante della Chiesa ha avuto enorme impulso a partire dalla riforma gregoriana: la religione diventa politica, il diritto prende il posto del Vangelo, la gerarchia il posto della coscienza, ecc. Poi sottolinea: “…Da questo momento storico ha inizio anche il concentramento nelle mani della Curia Romana dei beni della Chiesa periferica e la trasformazione di quelli che prima erano i liberi voti monastiaci (castità, povertà e obbedienza) nell’obbligata, integrale condotta degli arruolati, finalizzata a sostegno gratuito dell’immane struttura nascente” (o.p. pg. 222).

“…Attribuendo al clero secolare tutta la fisionomia del monaco medievale, il potere romano otteneva lo strumento perfetto per le sue conquiste: svuotava totalmente la libertà dell’individuo e ne assorbiva integralmente la personalità… Dal 1100 in poi lo schema del servizio ecclesiastico e tutto lo sforzo del sistema per consacrare la stabilità e la continuità dell’arruolamento, sono ormai chiaramente “canonizzati”: usare dei voti per imbrigliare ogni energia dell’umana esistenza e disporla al totale servizio della potenza gerarchica” (o.p. pg. 223).

Molta acqua é passata sotto i ponti da quando Cristo aveva ammonito i suoi discepoli: “…Voi sapete che i capi delle nazioni spadroneggiano su di esse e che i grandi le dominano; tra voi non deve essere così” (Mt. 20,25), e la natura della Chiesa si é completamente capovolta! Quando poi nel secolo XVI incontriamo papa Leone X (il papa che ha scomunicato Lutero) che a 14 anni é già cardinale, e che durante il suo pontificato, in una ordinazione nomina ben 31 cardinali, tutti scelti tra parenti ed amici, per contrastare l’azione di tre cardinali del sacro collegio (composto in quel momento da tredici cardinali) che volevano ucciderlo, non possiamo arrivare ad altra conclusione: dopo oltre trecento anni, nemmeno la riforma gregoriana, anche nane parte dei suoi aspetti più positivi, non era riuscita a rinnovare la Chiesa! E non fermiamoci sul periodo storico e sul pontificato di papa Borgia, Alessandro VI (1492-1503) e sulla condanna al rogo di Savonarola!

Quale Chiesa costruire?

Barbaini sottolinea in questo suo libro che la gerarchia ecclesiastica ha sempre bruciato i riformatori che fin troppo bene conoscevano cosa si doveva fare per costruire la vera Chiesa di Cristo; poi continua con questa riflessione: “…Molti degli aspetti secondo i quali la chiesa si presenta come “ufficiale” appartengono al fenomeno della degenerazione. Il mio modo di maturare nei confronti della chiesa é stato quello di scoprire una chiesa reale che normalmente é lontana, talvolta antitetica, rispetto alla chiesa ufficiale. Il sistema usa dei valori espressi dalla chiesa reale per sostenersi, ma poi si definisce secondo le etichette della chiesa ufficiale: in altre parole usa della fede di un credente, dell’amore di una madre, della generosità di un bambino, dell’entusiasmo di un giovane per poi definire e impiantare una chiesa come potere, una chiesa come papato, come gerarchia, come impresa burocratica; usa dei momenti esistenziali importanti (la nascita, il matrimonio, la morte, ecc.) per trasferirli in un regime legale di codificazioni e di controlli che costituiscono la base di una gestione redditizia (in precisi termini di soldi e di potere), che poi giustifica come azioni soprannaturali, come “sacramenti” che agiscono “ex opere operato” (cioé come congegni automatici). E usa soprattutto categorie antropologiche (cultura, storia e società), in particolare categorie della vita associata (economia, politica e diplomazia), per istituire un regime centralizzato, assolutistico e dittatoriale, definendosi come “chiesa spirituale e comunitaria”.

“Ecco per me dove si nasconde la chiesa sbagliata” – continua Barbaini – “E’ la chiesa falsa, che usa dell’uomo. Dunque corrisponde a una vecchia specie di uomo, il parassita, che nella storia, quando si organizza, si aggrappa alla sostanza dell’Umanesimo perenne: la religione. Per questo il Figlio dell’uomo si é battuto contro la casta sacerdotale del suo ambiente e del suo tempo: perché essa dominava mentendo, indicando all’uomo una vita irreale, un’esistenza ingannevole, che lo soggiogavano anziché liberarlo. I denunciati lo liquidarono e cercarono in tutte le epoche di vanificamela rivoluzione perenne. Questa: che l’uomo non sia mai usato dall’uomo; che lo stare assieme sia effetto dell’amore, non della legge; che la conversione e la salvezza si attuino nell’animo, non nel meccanismo dei segni; che la vocazione, la missione e l’impegno nel bene siano la massima espressione della libera scelta, della decisione umana, non il risultato di un reclutamento e di un proselitismo che sfruttano l’immaturità e l’indigenza degli uomini; che l’adorazione sia anzitutto interiore, sempre umile, spesso nascosta, quella che normalmente sfugge alla solennità dei trionfi e al fragore delle masse” (vedi i viaggi di papa Wojtyla n.d.r.). “Questo messaggio é stato esattamente capovolto – continua Barbaini – quando é caduto tra le mani della casta di Roma: Cristo é stato strumentalizzato e l’impero curiale ha creato una storia di antitesi al fermento evangelico. Il segno di contraddizione é dentro il sistema e la rivoluzione cristiana diventa esemplare nel mondo quando abbatte la corruzione interiore. La chiesa reale corrisponde a questa rivoluzione nascosta e sconosciuta, la cui storia é tuttavia imponente; la chiesa ufficiale normalmente corrisponde alla sovrastruttura reazionaria, la cui storia é tanto spiritualmente meschina quanto macroscopicamente divulgata. Il cattolicesimo vaticano, impresario e mercenario, gerarchico e burocratico, legalista e inquisitore, poliziesco e repressivo, rappresenta oggi la massima degenerazione del cristianesimo autentico. La rivoluzione cristiana troverà qui il suo prossimo impatto, perché qui é sommo il segno di contraddizione. La maggioranza dei cattolici ha preso coscienza della rivoluzione incombente, e questo é il segno dei tempi” (o.p. pg. 274 ss.). Barbaini, nelle ultime pagine del suo libro, lascia capire che solo da questa presa di coscienza può nascere la vera Chiesa di Cristo (recensione di Lorenzo Maestri).

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Il Natale e i vescovi: la Chiesa faccia un passo indietro per aiutare l’Italia ad uscire dal berlusconismo

 
 Il cambiamento, prevedibile ma repentino della situazione politica, ha posto il problema di un nuovo possibile ruolo dei cattolici e di cattolici in politica. Se ne sta discutendo molto e questo è un bene, dopo anni in cui, conclusasi finalmente l’unità politica nella Democrazia Cristiana, un esasperato bipolarismo e un protagonismo politico indebito della Conferenza episcopale nei confronti delle istituzioni e della società, hanno messo ai margini la questione.
”Noi Siamo Chiesa” (NSC) si ritiene partecipe da sempre di questa problematica che, nel nostro paese, è fortemente intrecciata con quella stessa della riforma della Chiesa nella linea del Concilio Vaticano II, che di questo nostro movimento ecclesiale è la stella polare.
Il punto di vista di base di NSC è semplice, elementare, parte dalla questione fondamentale:
il fine di ogni credente e della comunità cui appartiene, la Chiesa, deve essere sempre quello della testimonianza del Vangelo, nella vita di fede e nella pratica di vita, per farlo conoscere agli altri coi fatti e in ogni forma, nel pieno rispetto delle altrui coscienze e di ogni altro credo religioso.
Una controtestimonianza
Ciò premesso, la nostra convinzione è che, almeno in questo momento storico e nel nostro paese, le gerarchie ecclesiastiche, salvo qualche rara eccezione, nel rapporto con la politica e con le istituzioni, hanno fornito una controtestimonianza. Troppo spesso il Vangelo di Gesù è conosciuto attraverso il filtro oscurante di interventi e di politiche che appaiono troppo mondane e poco evangeliche, anche se sono coperte da tante parole.
Ci riferiamo a contrapposizioni su questioni identitarie e di principio (il crocifisso nelle scuole, le “radici cristiane dell’Europa”….), a battaglie per la difesa e l’allargamento dello status delle proprie strutture (risorse economiche di vario tipo, in questi giorni sulla questione dell’ICI), a silenzi o semisilenzi o a diffuse coperture nei confronti di situazioni emergenti e drammatiche (politiche di guerra e di riarmo, poteri criminali, problemi dell’immigrazione, della multiculturalità e della presenza sempre più rilevante di altre comunità religiose nella nostra società), ci riferiamo a campagne (le più recenti sono sulla legge n. 40, sui DICO, sul testamento biologico) che poco rispettano la laicità e bloccano ogni dialogo con una vasta area dell’opinione pubblica.
Ma ci riferiamo soprattutto al rapporto di vera e propria alleanza, quasi organica, con il governo di centrodestra, lasciandosi in questo modo coinvolgere nel suo malgoverno e nei suoi clamorosi scandali e avvallandone di fatto le culture pagane e l’abuso delle istituzioni. A ciò si aggiunga la contrapposta e ben nota ostilità nei confronti, a suo tempo, del centrosinistra.
In questa situazione la presenza sociale generosa ed efficace di tante realtà cattoliche di base è spesso oscurata. Questa presenza potrebbe rimediare a una così cattiva propaganda del messaggio evangelico ma viene ostacolata, col favore o nella disattenzione dei media, da una centralizzazione del messaggio della Chiesa che tutto pretende di dire e di rappresentare sulla scena pubblica. L’annuncio del Vangelo viene così obnubilato agli occhi di quanti partecipano dei tanti nuovi fenomeni culturali di questi anni.
Criticare fortemente la linea passata per andare avanti
In questa situazione ci sembra che la discussione su una nuova “identità” dei cattolici o di cattolici nei confronti della politica debba essere preceduta da una profonda riconsiderazione della linea praticata negli ultimi venticinque anni dai vertici ecclesiastici (nei confronti della quale ci sono state reazioni coraggiose, ma faticose ed episodiche, da parte della grande “pancia” del mondo cattolico italiano).
Ci riferiamo, oltre ai punti già elencati, ai pilastri portanti di questa linea, ossia il nuovo Concordato del 1984 e il Progetto culturale gestito dalla CEI dagli anni ’90 in poi. Sul complesso di queste questioni, NSC ha scritto ripetutamente invitando i vescovi a svolgere un approfondimento di ogni questione e a pronunciarsi in modo autocritico, alfine di smentire anche un’opinione diffusa secondo la quale il silenzio dei vescovi, salvo poche eccezioni, da una parte è la conseguenza del metodo con cui essi sono selezionati, dall’altra indica che lo Spirito soffia da altre parti ed ha altre strategie.
L’incontro di Todi
Senza aver fatto alcun percorso di revisione critica del passato, che può essere anche lenta e faticosa, i tentativi di fare progetti, come quelli di cui si è discusso nell’incontro di Todi di metà ottobre, hanno messo in evidenza, a nostro parere, alcuni limiti di fondo.
L’ipotesi di attivare nuove energie è stata pensata scegliendo i cattolici e i movimenti più fedeli, sotto la regia diretta del Card. Bagnasco e ponendo, su tutto, il cappello di una sua relazione introduttiva che ad ogni nuovo intervento sociale vuole premettere la priorità dei “principi non negoziabili”.
Ma la situazione oggettiva dell’attuale bipolarismo rende fumosa ogni concreta prospettiva politica diretta (come ha ricordato Raniero La Valle), mentre la separazione dal centrodestra può avvenire solo avviando una riflessione di fondo sui modi di adesione al messaggio evangelico, che contempla anche la demistificazione della “religione civile” gradita agli “atei devoti”.
Tutto ciò a Todi non è stato fatto. La logica a monte era quella dei contenuti della relazione di Bagnasco e di altri successivi interventi. E’ ben chiaro allora quello che si prepara : si tratta di un coordinamento politico di tanti soggetti che, sulle questioni di fondo, nonostante anche molte buone volontà soggettive, si fanno dirigere dal Vaticano e dalla CEI con l’obiettivo principale di aumentare la pressione sulle istituzioni, di fare forse mediazioni ma con la volontà di imporre sempre una “visione antropologica” di cui si ha da soli le chiavi e di appoggiare ancora ulteriori “campagne”. Alla base ci vediamo anche una diffidenza verso la sinistra e la tradizionale intolleranza verso quella laicità senza aggettivi che ha tante sane radici nella Costituzione.
Il governo Monti, subito benedetto dal Card. Bertone, ci sembra un primo risultato della linea di Todi che vuole uscire dal berlusconismo senza sconfessarlo ma cercando di trarne benefici diretti. in questo momento di vuoto e di disorientamento della politica nazionale. In questo senso la presenza nel nuovo governo di ministri che sono stati definiti “cattolici” è di evidente ambiguità. Sono stati infatti nominati come conseguenza della lobby vaticana? Saranno liberi da una tale eventuale ipoteca ?
Per una linea diversa e alternativa che pratichi “valori evangelici”
Da tempo proponiamo una linea diversa e alternativa a quella che si sta delineando. Si può sintetizzare in questi punti :
– in ordine all’annuncio del Vangelo è necessario che le strutture principali della Chiesa, a partire dalla Conferenza Episcopale, facciano un passo indietro sulla scena politica sia nazionale che locale per quanto riguarda la gran parte dei tanti problemi sui quali ora intervengono. Le campagne identitarie siano abbandonate, sia quelle sui simboli, sia quelle su pretesi “valori non negoziabili”, sia quelle a difesa di risorse o di previlegi. Bisogna ritornare a quella “scelta religiosa” di ispirazione conciliare che per un certo periodo fu condivisa e in parte praticata da una parte importante del mondo cattolico italiano. Tutto il Popolo di Dio riscopra lo spirito della “Gaudium et spes” e torni ad essere aperto al mondo, giocando il confronto con le altre identità sociali e religiose a partire da una dimensione propositiva e non difensiva;
–i cristiani si impegnino nel mondo, laicamente, senza essere sollecitati più a mobilitazioni di ogni tipo. La ricchezza di base del mondo cattolico si esprimerà, nel quadro della Costituzione repubblicana, con tutta la sua creatività e la sua capacità di proporre e praticare a tutto campo valori di fondo, anche accettando, se del caso, una condizione di minoranza. La dottrina sociale della Chiesa, già in vario modo messa in discussione, non può comunque essere usata strumentalmente come base per aggregazioni di qualsiasi tipo, ricordando sempre che la politica è terreno di confronto e anche di compromesso, in nome di un principio fondamentale chiamato bene comune;
– si creeranno così le condizioni perché, in ambito politico e sociale, siano meglio testimoniati valori evangelici di cui proviamo a esemplificare i principali : * politica sociale inclusiva a favore dei poveri e degli esclusi e non improntata al tradizionale familismo o magari a un maschilismo nascosto, * legalità, * pratica della nonviolenza attiva, * politica di vero disarmo e abbandono dei teatri di guerra, * nuovo rapporto Nord-Sud nel mondo¸ * politica intransigente per la salvaguardia del creato, * laicità senza aggettivi avendo in mente quanto la povertà della Chiesa e nella Chiesa serva all’annuncio del Vangelo.
In tal modo, siamo convinti che si possa andare nella direzione di tanti credenti che, insieme a non credenti, diversamente credenti o uomini in ricerca, fuori e dentro le istituzioni, senza esibire patenti “cattoliche”di maggiore conoscenza della natura umana o dei problemi affrontati, esprimano un convinto antagonismo nei confronti dei miti e dei poteri indebiti che troppo dominano la nostra società. Ne guadagnerebbe l’attenzione al messaggio evangelico e la sua credibilità.
di Vittorio Bellavite – domani.arcoiris.tv