Vescovo Torino: Nulla, non una parola di novità. Parecchie ovvietà e poi strane ed evanescenti proposte

L’arcivescovo di Torino ha inviato agli amministratori all’inizio del 2012 una lettera alla città su lavoro, giovani e immigrati. In questi tre temi Nosiglia individua i punti dai quali ripartire. Nulla, non una parola di novità. Parecchie ovvietà e poi strane ed evanescenti proposte.
“La lettera mi fa venire in mente, con nostalgia, un invito condivisibile a guardare al futuro e al camminare insieme che era già presente nella lettera che fece il cardinale Pellegrino nel 1972. Anche se in questo caso la profondità è minore” spiega la segretaria della Camera del Lavoro di Torino, Donata Canta. Che apprezza i punti chiave della missiva (lavoro, giovani, immigrazione) ma che non condivide del tutto gli strumenti individuati dall’arcivescovo Nosiglia. Perché, dice Donata Canta, “dire che sul lavoro bisogna togliere ai più privilegiati per dare ai meno privilegiati è un luogo comune se non si dice chi sono”. E ancora, “l’invito ai giovani a prendere tutto il lavoro che viene è giusto, ma ingeneroso se si tiene conto dell’alto numero di avviamenti che cessano dopo 30 giorni”. La sindacalista sperava poi in qualcosa di più sull’immigrazione: “per esempio che venisse detto con forza che alla base dell’integrazione ci sono il diritto di cittadinanza per chi nasce sul suolo italiano e il diritto di voto per gli immigrati”. (st.p. – Repubblica del 4 gennaio 2012).

I milanesi fanno il bunga bunga a Silvio Berlusconi

primo turno delle elezioni amministrative restituisce al centrosinistra una vittoria con molti vincitori e al centrodestra una sconfitta tutta di Silvio Berlusconi. Lui che aveva trasformato la tornata elettorale in un referendum sulla sua persona si trova ad un terzo dello scrutinio con 8600 preferenze, a fine spoglio saranno più o meno la metà delle 53mila che voleva. E con il gradimento se ne vanno le città. Milano va al ballottaggio, con l’incredibile 48% di Pisapia. La Moratti, che non va oltre il 42%, si limita in tarda serata a dichiarazioni di circostanza: “Il voto è un segnale forte che dobbiamo saper cogliere. Ci vuole una nuova politica del centrodestra”. Disastro per Lassini. L’autore dei manifesti anti-pm si ferma al momento a poche centinaia di preferenze. E non finisce qui. La Lega, “stupita” per dirla con Bossi del risultato, si ferma nel capoluogo lombardo ad un misero 9%, meno 4% rispetto alle regionali. Boni non fa misteri: “Abbiamo perso due a zero”. Salvini è ancora più chiaro: “Nei prossimi 15 giorni parliamo della città, non delle Br”.

E nel centrodestra comincia la resa dei conti prima ancora che sia finito lo spoglio. Se i big tacciono, dentro al partito c’è chi dà la colpa alla strategia aggressiva del premier, chi spara sulla Lega. E chi, come Gasparri e Verdini, ammette debolmente il forfait ma preferisce guardare alla pagliuzza in casa del centrosinistra piuttosto che la trave in casa propria. Berlusconi, dal canto suo, non si mostra e non parla ufficialmente, ma dall’entourage trapelano l’insoddisfazione e l’irritazione verso Pisapia, da un lato, e la Lega dall’altro. Il premier è seccato per i continui distinguo del Carroccio, e un confronto a due con Bossi diventa inevitabile. Persino ad Arcore, a casa del Cavaliere, il Pdl non tiene e si presenterà al ballottaggio sconfitto al primo turno dal Pd.

Nel centrosinistra, del resto, tutti festeggiano la vittoria. A partire dal segretario del Partito democratico Pierluigi Bersani, che in conferenza stampa ha commentato il “boomerang” della strategia del centrodestra. Pisapia dal canto suo si presenta due volte davanti ai giornalisti. Quasi intimidito dal successo sorride di continuo e poi dice sicuro: “Manca un piccolo passo, vinceremo sicuramente”.

E oltre a Milano, il Pd si prende Torino con Fassino che vola – a metà scrutinio – al 57% dei voti. Bene Trieste, dove il centrosinistra va al ballottaggio e il Pd è il primo partito in città con il 22%. Bene Cagliari, dove dopo anni di strapotere del centrodestra, le due coalizioni vanno appaiate al ballottaggio. Bene, nel male, anche Bologna. Il candidato delle gaffe, Virginio Merola, si gioca la vittoria al primo turno all’ultimo voto. Mentre chi gioisce pesantemente è il Movimento 5 stelle: 3,5 per cento a Milano, 5 per cento a Torino. Dieci per cento a Bologna.

Male, per il centrosinistra, va veramente solo Napoli. Morcone si ferma attorno al 20%. De Magistris prende il 25% e va al ballottaggio contro il debolissimo Lettieri, che rimane attorno al 40% e non sfonda, neanche dopo 5 anni di emergenza rifiuti, neanche dopo la confusione delle primarie e le fratture interne al centrosinistra. Il candidato Idv parla di “successo incredibile”. Morcone, chapeau, si limita a dire che evidentemente il suo rivale/alleato ha “raccolto più credibilità” di lui. Resta da vedere cosa il Pd deciderà di fare tra 15 giorni, quando l’unità della coalizione sarà fondamentale per non regalare la città al centrodestra, laddove il centrodestra non è riuscito a vincere da solo.

Se a Napoli Pd e Idv rischiano la frizione, è spaccatura annunciata dentro al terzo polo. Ridimensionato, non determinante a Milano, a Torino, a Bologna, sorpassato spesso dal 5 stelle nei comuni maggiori, il connubio Fli, Api, Udc incassa voti pesanti solo a Napoli, dove si attesta intorno al 10%. E se Bocchino parla apertamente di“fine del berlusconismo”, dentro a Futuro e Libertà già si vede la spaccatura di fronte alla scelta da tenere al ballottaggio. Urso e Ronchi, colombe del partito di Fini annunciano: mai con la sinistra al ballottaggio. Della Vedova nicchia. Lo stesso Bocchino interviene per dire che si farà quel che si deve. Alla fine il partito veleggia verso la libertà di voto che nasconde l’incapacità di decidere per non uccidere quel che resta del progetto.

L’affluenza generale – La percentuale dei votanti è stata del 71,09% per le comunali e di circa il 59,63% per le provinciali, con un calo medio di circa l’1,5%%.

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ilfattoquotidiano – 17 Maggio 2011 ore 08:27



Una poltrona per cinque: Fassino, Gariglio e gli altri candidati alle primarie di Torino

Nel capoluogo piemontese il centrosinistra ha buone chance di confermare il sindaco. Ma Chiamparino non si può ricandidare, così si è aperta la sfida per la successione. Domenica il voto. E il verdetto
Domenica 27 febbraio, dalle 8 alle 20, si tengono a Torino le ultime primarie per il candidato sindaco di centrosinistra di una grande città, dopo quelle di Milano, Bologna, Napoli, Cagliari. Cinque i candidati: Piero Fassino e Davide Gariglio (Pd), Gianguido Passoni (assessore,indipendente a sinistra del Pd, sostenuto anche dai circoli cittadini di Sel), Michele Curto (giovane di area Gruppo Abele) e Silvio Viale (candidato di bandiera dei radicali).

Particolarmente contorta e combattuta la genesi di queste primarie e delle candidature, in una città considerata “sicura” per il centrosinistra come Torino. Non c’era un delfino di Chiamparino, che non si può ricandidare per la terza volta. Il Pd aveva puntato inizialmente sul rettore del Politecnico Francesco Profumo. Ma Profumo ha rinunciato quando ha visto che le primarie, pretese da Sel, erano inevitabili. A quel punto è sceso in campo Fassino, a cui la maggior parte dei dirigenti locali ha inizialmente riservato una tiepida accoglienza. A sinistra intanto lavoravano “Torino Bene Comune” (che ha candidato l’assessore Passoni) e “Altra Torino” (che non ha candidato nessuno).

Il Pd stabiliva la regola che per candidarsi alle primarie i suoi esponenti dovevano raccogliere almeno il 20% delle firme degli iscritti torinesi del partito. Soglia raggiunta, oltre che da Fassino, solo da mister preferenze Davide Gariglio, di area cattolica. Falliva il tentativo dell’assessore Roberto Tricarico di presentarsi con firme di cittadini non iscritti al Pd. A sinistra prendeva quota l’ipotesi di candidare Giorgio Airaudo, leader della Fiom. Per stoppare un fenomeno vendoliano di unità come quello che ha vinto le primarie a Milano, vari esponenti del Pd fanno barricate contro Airaudo. Ottengono di mettere in difficoltà le aree di sinistra, imponendo l’escusione dalla coalizione della Federazione della Sinistra, già cacciata dalla Giunta Chiamparino.

L’incertezza di Airaudo dura fino a fine gennaio. A poche ore dalla chiusura delle iscrizioni alle primarie, dice definitivamente no. I sostenitori dell’assessore Passoni confermano la sua candidatura, ma all’ultimo momento si iscrive anche l’outsider 30 enne Michele Curto, area Gruppo Abele. A sinistra c’è chi lo accusa di dividere il fronte per favorire Fassino (replica: “Cerco i voti di gente che non avrebbe partecipato alle primarie”). Il regolamento torinese prevede che non debbano raccogliere firme i candidati ufficiali dei partiti. Quindi Fassino, Gariglio e Silvio Viale, che i radicali candidano senza prevedere una reale campagna. Passoni e Curto sono invece candidati “civici”, tenuti a raccogliere almeno 3 mila firme in venti giorni. Per Passoni le firme certificate sono 7.400, per Curto 3.400. Come nelle altre città possono votare anche gli stranieri residenti, e i giovani dai 16 anni compiuti.

ECCO IL PROFILO DEI 5 CANDIDATI:

Davide Gariglio, 44 anni, di origini democristiane, poi passato alla Margherita, è consigliere regionale del Pd, eletto per la seconda volta nel 2010 con “il maggior numero di preferenze in tutto il centrosinistra piemontese”, come scrive sul suo sito all’indomani del voto. Dal 2005 è presidente del consiglio regionale, nel quinquennio della Bresso. “Nuova energia per Torino”: con questo slogan inizia la sua campagna per diventare sindaco. E fa una proposta-choc: arrivare al biglietto gratuito del tram abolendo le circoscrizioni, cioè il decentramento comunale, per finanziare il regalo. Poi per evitare incidenti con i presidenti di circoscrizione lascia cadere la cosa e procede su binari più cauti. E incassa l’alleanza di altri campioni delle preferenze Pd, come Placido e Laus.

Piero Fassino di anni ne ha 61, che rispetto all’ età media dei politici italiani non sono poi molti. Ma è definito “vecchio” perchè ha sempre fatto politica. Segretario provinciale della Fgci nel ’71, consigliere comunale per dieci anni dal 1975, segretario di federazione dal 1983, torna a Torino dopo quasi 25 anni “romani”. Slogan della campagna “Gran Torino”, preso dal film di Eastwood. La dichiarazione “se fossi un operaio avrei votato si al referendum Fiat” ha parecchio polarizzato l’attenzione. Come anche l’apertura della campagna elettorale nella sala del Lingotto con le autorità cittadine e rappresentanti dei “poteri forti”. Nei manifesti si fa ritrarre sempre con l’uscente Chiamparino, “per continuare a vincere”.

Gianguido Passoni, 40 anni, ex Pdci, assessore al Bilancio ora indipendente di sinistra vicino a Sel, è “figlio d’arte”. Nipote del primo prefetto partigiano nel ’45, figlio di un vice sindaco di Novelli e deputato Pci. Da consigliere della circoscrizione centro, con una forte preparazione economica esordisce come assessore alla casa nel 1999 nella Giunta Castellani. Fa nascere “Locare” agenzia immobiliare pubblica. Torna assessore, questa volta al bilancio, nella seconda Giunta Chiamparino dal 2006. I maligni lo definiscono “rosso come il bilancio” ma in realtà ferma il procedere dell’indebitamento ed evita la privatizzazione dell’azienda delle acque. Esce dal Pdci di Diliberto senza entrare in alcun partito, ma fondando l’associazione “Rosso ideale”. Logo e parola d’ordine universale della sua campagna: “Torino bene comune”.

Michele Curto, 30 anni, si è dimesso da presidente della cooperativa- associazione Terra del Fuoco, che vive di progetti pubblici, per candidarsi alle primarie. Punti forti della sua auto-presentazione: il lavoro coi rom, i treni della memoria ad Auschwitz, un incarico nella rete europea Flare contro le mafie. Dopo aver partecipato all’ipotesi di una lista civica con Chiamparino, Airaudo nel rinunciare alla propria candidatura ha deciso di sostenere quella di Curto. Distribuisce “centomila” arance da terre sequestrate alla ‘ndrangheta in Calabria. Slogan: “Un giovane sindaco per Torino”. Alla richiesta di confluire sul candidato a sinistra del Pd che ha ricevuto poco più del doppio delle sue firme, e buone percentuali nei sondaggi, ha risposto: “Non chiederò mai ai 3.400 che hanno firmato per me di votare per qualcun’altro. Sarebbe politicista e sbagliato chiederlo”.

Silvio Viale, 53 anni, radicale, noto come eroe della pillola RU 486, nasce come Lotta Continua e poi passa ai Verdi. Consigliere comunale ecologista dal ’93 al 2001, è noto per saper fare ostruzionismo alla sua stessa maggioranza. La contemporanea iscrizione ai radicali prevale. Candidato sindaco per i radicali nel 2001 non arrivando al 2% non rientra in consiglio comunale. Si qualifica poi sempre più come ginecologo abortista e pro-pillola. Il Pd lo esclude per questo motivo dal gruppetto dei candidati radicali nelle sue fila per le elezioni parlamentari del 2008. Alle primarie si è potuto candidare come rappresentante radicale, quindi senza raccogliere firme. Salvo una polemica contro i provvedimenti antismog non si segnalano altre iniziative clamorose di Viale per le primarie: non ha aperto neanche un sito web.

di Silvana Cerea – ilfattoquotidiano