Razzismo Italia: 9 ribassato a 7 perché la studentessa ha la pelle scura

Con una certa meraviglia, ma non poi così eccessiva, ho letto e sentito, qua e là, sui mass-media, che ad un’alunna di una 2^ Media del prestigioso Istituto scolastico “Giannone”, di Caserta, di antica fondazione, sarebbe stato abbassato, da 9 a 7, il voto di una verifica scritta di geografia. Per quale motivo? Perchè la ragazzina era fornita di epidermide più scura di quella dei suoi compagni di classe ed era, quindi diversa dagli altri, inferiore, immagino, così come le ha spiattellato, chiaro tondo ed efficace, in viso, la prof della materia in questione. La quale, nel corso del tempo, da insegnante anche di Italiano e Storia, era stata declassata a fornire ai suoi alunni solo notizie sulla geografia terrestre, in seguito a certi suoi comportamenti pregressi, negativi, ostili e controproducenti, nei confronti di alunni e dei rispettivi genitori. La faccenda sarebbe stata accertata dalla Preside dell’Istituto, famoso perchè frequentato dai figli dei VIP locali, che ne ha poi informato il dirigente scolastico regionale. La prof è stata duramente redarguita dalla Preside, che le avrebbe sentenziato che non la bimba dalla pelle scura, ma lei stessa era fuori da ogni regola e, presto, anche dalla scuola stessa. Al che, da giorni, la prof si è data malata, non compare più a scuola e si è chiusa in un silenzio assoluto; così, almeno, si legge sulle pagine del “Corriere del Mezzogiorno”. Quello che mi ha però procurato un certo fastidio è stata la modalità seguita dalla Preside per accertare la verità dei fatti; costei, infatti, non ha preventivamente convocato la docente, per ascoltarne la personale versione dell’accaduto, ma è entrata nella classe frequentata dall’alunna vilipesa nel voto, ha interrogato gli alunni e da loro avrebbe avuto conferma del fattaccio. Non si procede così, anche nel caso in cui un docente avesse torto marcio. Non penso che le forze dell’ordine e gli inquirenti si rechino ad ascoltare le voci di pianerottolo dei condomini, dei vicini di casa e dei colleghi di lavoro di un qualsiasi indagato, e su quelle si basino per imbastire un’istruttoria. Inoltre, ho letto che la comunicazione di quanto avvenuto sarebbe stata data ai colleghi, dalla Preside, nel corso di un Collegio docenti, ma solo al termine del medesimo, verso la fatidica ora di cena, quando fuori, nei posteggi della scuola, i familiari stanno scaldando i motori delle auto per riportare i coniugi a casa, dove si stanno riscaldando, a loro volta, pentole e tegami del pasto serale. Era così destinata a cadere nel vuoto, data l’ora, ogni discussione su un caso che, se veramente accaduto, è di una notevole gravità. Comunque, se fossi nei panni di un dirigente scolastico campano, o della Preside stessa, proporrei, anche per una sola giornata, agli alunni dell’Istituto, di recarsi nelle rispettive classi con il viso e le mani dipinte di nero, per vedere poi le reazioni dei docenti e testimoniare, nel medesimo tempo, la loro solidarietà e vicinanza ad una loro compagna, ottima studentessa, portatrice unicamente del grave handicap di una pelle più scura dei suoi compagni. Come insegnante di Lettere per quasi 40 anni, ora in pensione, posso infine testimoniare che ho incontrato parecchi alunni, biondi, occhi cerulei, pelle chiara, dolicocefali, ariani, caucasici, di un’ignoranza abominevole, spaventosa e praticamente irrimediabile, data l’età, circa le minime, indispensabili nozioni necessarie ad un inquadramento della geografia del pianeta in cui si trovavano a vivere; non parliamo poi di allargare il discorso al sistema solare, per carità e pietà di Dio! Ragazzi dagli 11 ai 16 anni che, posti dinnanzi ad un planisfero, non sapevano rintracciare i punti cardinali e non dico i singoli paesi del globo, ma nemmeno la posizione dei continenti; sulla cartina dell’Italia, annaspavano alla ricerca di Roma, del Po, delle isole maggiori, del loro paese natale. Da qualche anno, nei nostri Istituti, non solo non c’è più religione, ma nemmeno più la geografia, mi pare.
di Franco Bifani – domani.arcoiris.tv

Il razzismo si sconfigge creando le condizioni per l’inclusione

L’assassinio di Mor Diop e Modou Samb a Firenze e l’incendio appiccato al campo rom della Cascina Continassa, a Torino, sono soltanto gli ultimi tragici capitoli di quel razzismo diffuso che non è possibile imputare semplicemente alla cattiva politica. Sarebbe riduttivo persino nel caso, il primo, del gesto di un isolato, con legami in parte da chiarire con l’estrema destra; e lo sarebbe a maggior ragione nel caso, il secondo, di una folla inferocita indirizzata, dalla falsa confessione di una violenza sessuale di una ragazzina,verso un bersaglio considerato evidentemente credibile, per essere già posizionato in un punto preciso dell’immaginario.
Venuta meno una maggioranza illiberale che ha fatto della violenta campagna d’odio contro i romeni, e della xenofobia in generale, i fulcri dei suoi successi elettorali, non è evidentemente con ciò venuto meno il razzismo come problema. L’odio seminato e, ove è stato possibile, tramutato in legge dello Stato, non manca di continuare a produrre i suoi frutti marci.
Ma sarebbe un errore pensare che la colpa sia solo della cattiva politica, perché il cancro del razzismo alligna nel senso comune. Prima ancora che nelle fiamme appiccate ad un campo rom, immagine purtroppo non inedita in Italia; prima ancora che nella banalità del male incarnata in un balordo che una mattina falcidia due vite a caso; prima ancora che in qualunque altro gesto di razzismo esplicito, il razzismo è già pienamente leggibile, per esempio, nell’appellativo di “extracomunitari” che in troppi utilizzano per designare i cittadini di nazionalità romena, comunitari non da ieri ma dal 2007.
Berlusconismo e leghismo non hanno creato il razzismo, lo hanno, semmai, strumentalmente cavalcato, amplificato, reso pensiero autorizzato, sdoganandolo come oggetto d’opinione. Come se il razzismo fosse un punto di vista come un altro e non una vergogna.
Il danno che la cattiva politica può fare è incalcolabile. Per un’intera stagione politica, mille Gianluca Casseri si sono sentiti legittimati, laddove un paese pienamente civile e democratico si sforza di tenerli ai margini, non cessando di indicare un’altra idea della società e della convivenza civile.
Tra politica e società esiste un rapporto complesso. La politica ha un ruolo fondamentale in quanto, tra l’altro, può valorizzare e promuovere le energie migliori di un paese o, viceversa, frustrarle e far leva sugli istinti peggiori. Purtroppo in Italia, e più manifestamente dal 2008 in poi, si è verificato il secondo caso.
Alla situazione che vivono i cittadini di etnia rom, poi, si dovrebbe dedicare un ampio capitolo a parte. È ancora al senso comune che occorre rivolgersi, prima che altrove, per trovare le radici della discriminazione. Anche molti sedicenti non razzisti pensano che, sì certo, non è giusto dare alle fiamme un campo rom, ci mancherebbe, ma come negare che i rom siano un problema. L’opinione che esista una “questione rom” è innegabilmente diffusa, se non altro nella forma della tacita accettazione di tale idea. Lo dimostra il fatto che l’espressione “questione rom” è adottata disinvoltamente anche da molta informazione, come ha fatto notare Daniele Sensi. L’Europa di inizio Novecento era imbevuta di dottrine antisemite, e anche allora non pochi sedicenti non razzisti erano convinti che gli ebrei rappresentassero in fondo un problema, insomma che esistesse una “questione ebraica”. Qualche decennio dopo, qualcuno si premurò di fornire la “soluzione”.
In Italia un problema sicuro esiste, affligge gli immigrati e si chiama razzismo. Quello palese, cui troppo a lungo abbiamo assistito impotenti. E quello latente, che di quello palese è sempre la premessa, e si nutre di ignoranza diffusa, non meno che dell’indifferenza dei più.
Ora, finita una stagione di governo nella quale la xenofobia è stata al suo posto tra gli ingranaggi della macchina del consenso, sarebbe davvero tempo di affrontare il problema alla radice. Io credo che questo potrebbe farlo soltanto una sinistra consapevole, capace di esprimere una visione e di governare – e sia chiaro che al momento una tale sinistra, all’orizzonte, non c’è.
Eppure le indicazioni sulla via da intraprendere non mancherebbero, un segnale forte e chiaro sulla necessità di mettere in cima all’agenda politica inclusione ed integrazione è provenuto dal presidente delle Repubblica Giorgio Napolitano, e anche la creazione di un ministero per l’integrazione va in una direzione, in linea di principio, del tutto desiderabile.
Ma occorre reimpostare l’intera problematica risolutamente in termini di cittadinanza e diritti, lavorando, quindi, su quelle condizioni che rendono possibile l’inclusione a cominciare, per esempio, da un dispositivo efficiente per l’apprendimento dell’italiano, che in Italia manca ed è sempre mancato, al netto delle aberrazioni leghiste. In generale, si tratta si promuovere l’inclusione sociale ancorandola saldamente al diritto, che è cosa ben diversa dal lasciare che degli immigrati si occupino, come in molti casi avviene, per lo più le associazioni di volontariato o le organizzazioni religiose. La sinistra dovrebbe farsi carico di questo compito con un’organicità ben diversa da quella che fin qui ha saputo esprimere. Non possono bastare generiche prese di posizione, dichiarazioni d’intenti o incoraggiamenti. Il problema del razzismo non può essere additato solo quando esplode in tutta la sua violenza, bisogna rimuoverne le cause profonde, lavorare ai nodi strutturali mai veramente affrontati, creare le condizioni per l’integrazione e l’inclusione. Per ora, un governo che tutto è fuorché di sinistra ha già dato, su questo tema, e in poco tempo, segnali che a sinistra dovrebbero suscitare qualche imbarazzo e contribuire ad avviare una riflessione su quanto poco in fondo si sia fatto. Anche quando si poteva.
di Pier Paolo Caserta – paneacqua.eu