Sacerdoti e migranti nel mirino del Messico che ha paura

Difendere i diritti umani in Messico è molto, molto pericoloso. Lo ha raccontato, nei giorni scorsi, Lydia Cacho, in Italia per presentare la sua ultima testimonianza di un impegno ventennale, “Memorie di un’infamia” (Fandango). Lo ha testimoniato, neanche due settimane fa, la vicenda di Norma Andrade, la coraggiosa cofondatrice dell’associazione Nuestas hijas de regreso a casa, che si batte per denunciare e far cessare il femminicidio nello stato settentrionale di Chihuahua. La vicenda del centro per i migranti San Juan Diego nella città di Lecheria, nello stato che porta il nome del paese federale, ne è, se ce ne fosse ancora bisogno, un’ulteriore conferma. Da metà agosto, gli abitanti di Lecheria hanno preso una posizione molto chiara nei confronti del centro San Juan Diego: “Fuera la casa de migrante” (Via il rifugio dei migranti). Il 13 agosto si sono piazzati di fronte al centro per sei ore, minacciando di buttarlo giù e di provvedere loro stessi a mandare via gli ospiti. Dopo altre giornate di tensione, minacce e intimidazioni, sembrava tornata la calma. Ma l’11 dicembre, il centro è stato nuovamente circondato. I più facinorosi tra gli abitanti di Lecheria hanno distrutto quattro baracche costruite lungo la ferrovia e dato fuoco ai pochi beni di chi vi abitava. Poi hanno minacciato di prendere a bastonate il personale del centro, accorso sul posto. Ma qual è la ragione per cui gli abitanti di Lecheria vogliono farla finita col centro San Juan Diego? A loro avviso, la presenza del centro nella zona causa problemi, perché attira i trafficanti di esseri umani. Avete letto bene: occorre togliere di mezzo un centro che offre protezione alle prime vittime dei trafficanti, perché altrimenti la zona si riempirà di trafficanti. È una piccola storia, certo, di fronte alla “guerra alla droga” che pare impegnare tutte le risorse, tutti gli uomini, tutte le energie e tutti i pensieri del presidente Calderon. Con risultati non esattamente apprezzabili: dopo quattro anni e decine di migliaia di morti, le narcomafie continuano a fare i loro affari. Gli abitanti di Lecheria, a mio avviso, non hanno le stesse responsabilità dello stato messicano, che dovrebbe proteggere loro, i migranti e i difensori dei diritti umani. In questa situazione, non protegge nessuno. Sicuramente, non spiega agli abitanti di Lecheria che i centri come il San Juan Diego sono spesso l’unica speranza di salvezza per tanti delle centinaia di migliaia di migranti che attraversano ogni anno il Messico per cercare di entrare negli Stati Uniti, e che vengono sequestrati, stuprati, seviziati, venduti, ammazzati dalle bande armate, spesso con la benevolenza se non addirittura l’aperta complicità di rappresentanti delle istituzioni locali. Negli ultimi anni decine di difensori dei diritti umani del Messico hanno subito minacce di morte, intimidazioni, attentati. Specialmente i sacerdoti che dirigono i centri per i migranti, come padre Solalinde, che racconta la sua esperienza a Gael Garcia Bernal in una serie di documentari realizzati con Amnesty International. Diceva Lydia Cacho giorni fa a Roma che il vero obiettivo della criminalità organizzata non è tanto di fare morti ma di fare paura, di mettere paura. A Lecheria, gli abitanti, i migranti e chi li difende hanno, per ragioni diverse, qualcosa in comune: quella paura. Lì a Lecheria lo stato messicano ha perso la sua guerra.] di Riccardo Noury
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Difendere i diritti umani in Messico è molto, molto pericoloso. Lo ha raccontato, nei giorni scorsi, Lydia Cacho, in Italia per presentare la sua ultima testimonianza di un impegno ventennale, “Memorie di un’infamia” (Fandango). Lo ha testimoniato, neanche due settimane fa, la vicenda di Norma Andrade, la coraggiosa cofondatrice dell’associazione Nuestas hijas de regreso a casa, che si batte per denunciare e far cessare il femminicidio nello stato settentrionale di Chihuahua.

La vicenda del centro per i migranti San Juan Diego nella città di Lecheria, nello stato che porta il nome del paese federale, ne è, se ce ne fosse ancora bisogno, un’ulteriore conferma.

Da metà agosto, gli abitanti di Lecheria hanno preso una posizione molto chiara nei confronti del centro San Juan Diego: “Fuera la casa de migrante” (Via il rifugio dei migranti). Il 13 agosto si sono piazzati di fronte al centro per sei ore, minacciando di buttarlo giù e di provvedere loro stessi a mandare via gli ospiti.

Dopo altre giornate di tensione, minacce e intimidazioni, sembrava tornata la calma. Ma l’11 dicembre, il centro è stato nuovamente circondato. I più facinorosi tra gli abitanti di Lecheria hanno distrutto quattro baracche costruite lungo la ferrovia e dato fuoco ai pochi beni di chi vi abitava. Poi hanno minacciato di prendere a bastonate il personale del centro, accorso sul posto.

Ma qual è la ragione per cui gli abitanti di Lecheria vogliono farla finita col centro San Juan Diego? A loro avviso, la presenza del centro nella zona causa problemi, perché attira i trafficanti di esseri umani.

Avete letto bene: occorre togliere di mezzo un centro che offre protezione alle prime vittime dei trafficanti, perché altrimenti la zona si riempirà di trafficanti.

È una piccola storia, certo, di fronte alla “guerra alla droga” che pare impegnare tutte le risorse, tutti gli uomini, tutte le energie e tutti i pensieri del presidente Calderon. Con risultati non esattamente apprezzabili: dopo quattro anni e decine di migliaia di morti, le narcomafie continuano a fare i loro affari.

Gli abitanti di Lecheria, a mio avviso, non hanno le stesse responsabilità dello stato messicano, che dovrebbe proteggere loro, i migranti e i difensori dei diritti umani. In questa situazione, non protegge nessuno.

Sicuramente, non spiega agli abitanti di Lecheria che i centri come il San Juan Diego sono spesso l’unica speranza di salvezza per tanti delle centinaia di migliaia di migranti che attraversano ogni anno il Messico per cercare di entrare negli Stati Uniti, e che vengono sequestrati, stuprati, seviziati, venduti, ammazzati dalle bande armate, spesso con la benevolenza se non addirittura l’aperta complicità di rappresentanti delle istituzioni locali.

Negli ultimi anni decine di difensori dei diritti umani del Messico hanno subito minacce di morte, intimidazioni, attentati. Specialmente i sacerdoti che dirigono i centri per i migranti, come padre Solalinde, che racconta la sua esperienza a Gael Garcia Bernal in una serie di documentari realizzati con Amnesty International.

Diceva Lydia Cacho giorni fa a Roma che il vero obiettivo della criminalità organizzata non è tanto di fare morti ma di fare paura, di mettere paura. A Lecheria, gli abitanti, i migranti e chi li difende hanno, per ragioni diverse, qualcosa in comune: quella paura. Lì a Lecheria lo stato messicano ha perso la sua guerra.
di Riccardo Noury – corriere.it