Allarme della Dia, “la mafia sta rialzando la testa”

Il “basso profilo” adottato negli ultimi anni “per eludere l’attenzione investigativa” ha lasciato il posto ad “un innalzamento del livello della sfida” e ad “una desueta protervia, manifestata attraverso ripetuti atti intimidatori e minacce nei confronti di esponenti della magistratura siciliana e delle istituzioni locali, nonche’ di rappresentanti di organizzazioni pubbliche e private impegnati, a vario titolo, nella lotta antimafia”. A lanciare l’allarme e’ l’ultima relazione semestrale della Direzione investigativa antimafia. “In un una situazione cosi’ delicata e in presenza di profili di rischio cosi’ elevati – scrivono gli analisti della Dia – si avverte la necessita’ di intensificare le attivita’ preventive e di analisi, al fine di cogliere con la massima anticipazione possibile gli eventuali cambi di postura da parte dei sodalizi mafiosi”. La relazione disegna una organizzazione “tuttora alla ricerca di nuovi equilibri” e “protesa a recuperare il proprio predominio sul territorio” anche se “la mancanza di una leadership nella pienezza dei poteri impedisce la definizione di strategie operative di vasto respiro e fa si’ che l’organizzazione sia ancora influenzata dalle direttive provenienti da capi detenuti e latitanti, ben piu’ autorevoli degli emergenti”. (AGI) .

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Fede e mafia sono incompatibili

“Non sembrerebbe che vi sia stato alcun inchino, così come riportato da organi di stampa”. L’Arcidiocesi di Palermo affida a una nota ufficiale alcune valutazioni in relazione alla processione svoltasi domenica 27 luglio con il simulacro della Madonna del Carmelo nel rione Ballarò. La notizia riportata sul quotidiano “La Repubblica”, e rilanciata da altri media, “circa il ‘presunto inchino’ del simulacro della Madonna del Carmelo davanti a un esercizio commerciale di un mafioso induce a riaffermare con forza che la mafia è una realtà profondamente antievangelica, anche se talvolta mascherata di linguaggi e cerimonie a prima vista religiosi”, afferma la nota diocesana. Il testo prende le mosse dall’esortazione apostolica “Evangelii Gaudium” di Papa Francesco che “fa esplicito riferimento alla forza evangelizzatrice della pietà popolare quale autentica espressione dell’azione missionaria del Popolo di Dio”. “A tutti è noto come la pietà popolare sia ampiamente diffusa nella pratica religiosa dei fedeli. L’arcidiocesi di Palermo nel rinnovato impegno di evangelizzazione e promozione umana sui sentieri indicati dal Concilio Vaticano II, da diverso tempo, attraverso il Centro diocesano delle Confraternite, è attivamente impegnata per mettere a frutto questa peculiare azione evangelizzatrice, nella quale sono anche coinvolti numerosi presbiteri parroci che si dedicano alla cura pastorale delle Confraternite laicali”.
“Al fine di assicurare questi obiettivi si è chiesto in questi ultimi anni al Centro diocesano delle Confraternite di attualizzare statuti e regolamenti perché indichino con chiarezza le norme volte a garantire un autentico cammino di crescita nella fede e nella testimonianza cristiana, assicurandosi che esse abbiano”, come indicato nell’esortazione “Christifideles laici”, di Giovanni Paolo II, i criteri di ecclesialità: ossia “primato della vocazione del cristiano alla santità; responsabilità del credente a confessare la fede cattolica; comunione salda e convincente con il Papa e il vescovo diocesano; partecipazione al fine apostolico della Chiesa, impegno di una presenza nella società civile”. A questo punto il testo della diocesi di Palermo ricorda una serie di interventi dei Pontefici che hanno ribadito l’incompatibilità della fede cristiana con la mafia, citando lo stesso Giovanni Paolo II nella Valle dei templi, Benedetto XVI a Piazza Politeama e Papa Francesco a Sibari. “Ma per la nostra comunità diocesana – prosegue il comunicato – è sempre fonte di ispirazione la luminosa testimonianza del beato Pino Puglisi, ‘coraggioso testimone della verità del Vangelo’. La sua, come quella di tanti altri presbiteri è la conseguenza logica e teologica dell’aver preso sul serio l’evangelizzazione del territorio e la promozione umana dei suoi abitanti, attraverso una azione pastorale incarnata nel vissuto concreto e quotidiano”.
La nota dell’arcidiocesi di Palermo esprime “un particolare plauso ai presbiteri e ai numerosi operatori pastorali che lavorano quotidianamente nei quartieri del centro storico e delle periferie della nostra città, ben coscienti della difficoltà cui si va incontro per creare una cultura nei comportamenti della gente. Luoghi spesso degradati e privi dei più elementari servizi di aggregazione sociale e, pertanto, da considerare a rischio per quanti vi abitano”. “L’assenza della legalità e la carente presenza dello Stato possono indurre i più deboli e i più indifesi a lasciarsi circuire da personaggi in odor di mafia e ad assumere una ‘sub cultura mafiosa’ con i conseguenti comportamenti privi di alcun riferimento alla legalità, al bene comune e tantomeno all’appartenenza ecclesiale”. “Sull’esempio del beato Puglisi occorre vigilare costantemente e lavorare intensamente mediante una sistematica opera evangelizzatrice nella formazione delle coscienze perché anche all’interno delle realtà ecclesiali possa essere percepita l’assoluta incompatibilità tra la fede e la mafia”.
A questo punto l’arcidiocesi specifica che “né il signor Alessandro D’Ambrogio né suoi familiari risultano essere membri della Confraternita Maria SS. del Carmelo, come non lo è neanche il signor Tonino Serenella”; la processione “sembra avere avuto uno svolgimento sereno, secondo quanto riferito dal superiore e dal diacono della comunità dei Padri Carmelitani, come pure da un membro del Consiglio diocesano delle Confraternite, presenti all’evento”. “È noto a tutti che il fercolo processionale durante il tragitto compie numerose fermate per atti devozionali da parte dei fedeli e per la consegna di eventuali offerte”, ma “non sembrerebbe che vi sia stato alcun inchino”: il simulacro della Madonna “non si è inchinato, non è stato girato verso l’esercizio commerciale. Vi è stata solo una fermata per la richiesta di avvicinare un bambino al simulacro”. “Dal video si può costatare che si è trattato di una brevissima sosta”.

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Bindi contestata in via D’Amelio

(ANSA) – PALERMO, 19 LUG – All’arrivo della presidente della commissione antimafia Rosy Bindi in via D’Amelio, dove si commemora la strage costata la vita al giudice Borsellino e alla scorta, c’è stata una breve contestazione. Un attivista ha mostrato alla Bindi un opuscolo intitolato “Colle center”. Al suo arrivo davanti all’Ulivo davanti l’edificio dove è avvenuta la strage la gente ha dato le spalle a Bindi e alzato le agende rosse in mano.

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La lobby di Dio è “Cosa Loro”. Con soldi pubblici

Potere e denaro. Denaro e potere. Questa è la «Lobby di dio», la più potente del terzo millennio, ovvero «Cielle». Lobby formato holding, così trasversale da provocare profonde inquietudini a sinistra. E poi, a ben vedere, sono gli unici che da questa crisi che travolge il mondo politico italiano, alla fin fine rischiano pure di guadagnarci qualcosa.

Manifestolibri ha recentemente pubblicato Cosa Loro di Sebastiano Canetta ed Ernesto Milanesi, noti ai lettori di questo giornale per le numerose inchieste sul Nordest (pp. 176, euro 17,10). Giornalismo all’altezza delle’emergenza imposta dai tempi che stiamo vivendo. Graffiante e impietoso. Avevamo avuto modo di conoscerli con il viaggio-inchiesta Legaland, in cui avevano tratteggiato un ritratto lucido e anticipatore delle contraddizioni e dei guasti emersi nel passaggio dal sistema Galan al governo leghista di Zaia. In Cosa Loro affondano i canini ben affilati dell’inchiesta «necessaria» nell’universo dei «ragazzi di Don Giuss». Comunione e liberazione. Compagnia delle Opere. Il regno lombardo-veneto della sussidiarietà.
Quando è arrivato sugli scaffali delle librerie venete il mondo politico locale (oltre ai diretti interessati) si è precipitato a comprarlo e parecchi sono stati i mal di testa post lettura.
Perché Milanesi e Canetta spiegano, senza tanti giri di parole, che questa sussidiarietà è «Patrimonio pubblico da stornare nel circuito di aziende che diventano consorzi, nella rete delle società cooperative a responsabilità limitate con la vocazione ai contributi, nella galassia di un cattolicesimo perfettamente integrato a sistema». I due autori si basano sull’inoppugnabilità dei fatti ed emergono prepotenti le connessioni tra ciellini e scandali passati e presenti. E con la stessa tranquillità, dettata dall’evidenza, analizzano il compromesso storico tra ciò che resta delle Coop rosse e la galassia della Compagnia delle Opere.
Bersani, Penati, Milano, Formigoni, Angelo Scola il papa di Cl, Il San Raffaele… Nessuno è assente in questa storia che racconta un potere enorme. Politico, economico, sociale. Sorge spontanea la domanda su quanto può essere pio tutto questo, in poche parole cosa c’entri con lo spirito fondatore, profondamente segnato dalla fede. Ma in realtà non ha più senso. Il fatto è che quando ci si trova di fronte a una holding targata Nordest, la realtà supera ogni possibile speculazione religiosa o filosofica.
Gli autori macinano episodi, cuciono interviste, testimonianze, ricostruiscono passaggi, snocciolano curriculum, visure camerali. Anche a livello locale nessuno è assente e, dal punto di vista strettamente storico, questa inchiesta è di indubbio valore. Gli anni, gli episodi e i nomi vanno a braccetto. E si arriva all’oggi: «Sanità e Università, Turismo e logistica. Politica bipartisan, Carroccio compreso».
In Cosa Loro, le sorprese non mancano. Anzi. «Comunione&Fatturazione» non è una facile battuta ma il frutto di un certosino lavoro di ricerca che parte da via Forcellini a Padova e arriva in Nuova Zelanda, ultima frontiera dell’offshore. «La mitologia ciellina evidenzia la testimonianza umana, ma eclissa le informazioni patrimoniali; esalta la fede comunitaria senza narrare la vocazione secolare; distribuisce a piene mani sussidiarietà e scorda la confessione del flusso di denaro pubblico che si privatizza».
Sanità, logistica… A Padova, Venezia, Trento, Verona. La casta che non fa notizia. I pesci in barile. La lobby invisibile. Beh, in questo libro non lo è affatto. L’ultimo capitolo è un elenco di nomi e aziende, società. Cosa Loro è inquietante come un noir. Denaro, potere, trasversalità. La lobby di dio incute timore.
Massimo Carlotto
Fonte: www.ilmanifesto.it

Quando la Lega fa regali alla mafia

L’operazione antimafia, in codice chiamata “infinito”, con la sentenza emessa nell’aula bunker di Ponte Lambro ha scritto la più recente ma non l’ultima parola sulle infiltrazioni mafiose nel Nord Italia e dunque anche nella “Padania felix”, patria adottiva della Lega. Proprio la Lega, nell’intento di favorire i piccoli Comuni di questa Padania e consentir loro meglio di favorire le imprese edili locali proteggendole dalla concorrenza esterna, soprattutto dal sud, ha premuto in sede parlamentare perché nell’incredibile calderone del Decreto sviluppo13 maggio 2011, n. 70, si prevedesse anche che le soglie degli appalti fatti con la “procedura negoziata” fossero enormemente alzati e con questo facendo un involontario favore alla mafia.
Il ministro degli interni di allora, Maroni, che tanto si è vantato dei suoi successi nella lotta al crimine organizzato, avrebbe dovuto fare più attenzione a quel che faceva il collega Tremonti con i suoi decreti. Mi spiego.
Capo primo. Le norme di legge che il nostro Paese si è dato in materia di appalto pubblico sono le peggiori al mondo, sono il succedersi di troppi provvedimenti, scritti male, contradditori tra di loro, d’inutile complessità e soprattutto inefficaci a contrastare il malaffare nell’appalto pubblico, con o senza mafia e camorra. Tra le (troppe) procedure di affidamento di lavori alle imprese ve n’è una, quella che va sotto il titolo di “procedura negoziata”, che consente a chi appalta la quasi totale discrezionalità nella scelta dell’impresa cui affidare i lavori: l’appaltante – un Comune in genere – sceglie chi invitare alle gare di appalto – oggi almeno 5 imprese per importi inferiori a 500.000 euro e almeno 10 per importi maggiori e non ha più il limite prima esistente di 1.000.000 di euro per questo tipo di gara, soglie alzate dunque a questo livello proprio dal recente Decreto Sviluppo. Che ci fosse qualcosa di “peculiare” in questo tipo di gara l’aveva capito da tempo l’Autorità per la vigilanza sui contratti pubblici, osservando che il ricorso alla procedura negoziata senza bando – la più opaca – già nel 2009 era aumentato del 33,4%. Un caso? No. Un segnale al qual fare attenzione.
Capo secondo. Anche di recente un autorevole magistrato aveva spiegato durante una trasmissione televisiva – “Le storie – diario italiano” di Corrado Augias su Rai 3 – che per la mafia impossessarsi dei Comuni – piccoli e meno piccoli – non è difficile perché basta controllare pacchetti di voti anche modesti per determinare l’elezione di un sindaco e di conseguenza la formazione di un’intera giunta, che è poi quella che esprime l’assessore delegato alle opere pubbliche (ma anche altri assessori con importanti capitoli di spesa o decisori di destini urbanistici). Molti i casi noti moltissimi quelli da scoprire. Se mettiamo assieme capo primo e capo secondo il gioco mafioso è fatto: amministrazioni controllale libere di fare quel che vogliono nell’assegnazione di appalti ora anche di grande valore e dunque più ambiti. Un bel regalo.
Arriviamo al Capo terzo. Ma di cosa è fatta la lotta alla mafia oltreché di coscienza e cultura della legalità? Di contrasto sul piano investigativo, di attività polizia, d’impegno giudiziario ma anche di protezione e tutela delle istituzioni, rimuovendo tutte quelle norme che sono altrettanti varchi per l’infiltrazione mafiosa: il caso del Decreto Sviluppo con la sua incidenza sul Codice degli appalti, sulla legislazione esistente e quella in fieri, mai esaminata dal punto di vista della lotta alla mafia o addirittura in contrasto con questa finalità – vedi questione intercettazioni e ossequio strumentale alle norme sulla privacy – è esemplare; è il caso più recente, temo non l’ultimo tra i moltissimi.
Quanto alla Lega e ai suoi incauti ex ministri, cosa dobbiamo dire? Erano come i ragazzi che girano con le cuffiette dell’iPod; per loro musica metal, rok o pop, per i leghisti un solo breve ritornello sull’aria di Va pensiero che ripete “…. federalismo fiscale, Padania e secessione ….”. I ragazzi inciampano per strada e rischiano di essere investiti, la Lega inciampa sulla mafia e rischia di esserne travolta anche nei Comuni che più le stanno a cuore. Oggi non è più al governo ma fa risse parlamentari per avere visibilità elettorale: cambia la posizione ma la testa resta sempre quella.
http://www.arcipelagomilano.org

Globalmafia. Manifesto per un’internazionale antimafia


Si continua a parlare e a scrivere di mafie vecchie e nuove, mentre le idee rimangono confuse persino sulla mafia-mafia originaria, nata in Sicilia ed esportata nel continente americano. Sull’argomento si moltiplicano le confusioni interpretative e i giudici superficiali, insufficienti e devianti (del tipo canonico “la mafia è la criminalità organizzata”) e ambiguamente si invoca la legalità, mentre si impone nel mondo un più complesso interrogativo: con quale dinamica, e con quale natura (antica e nuova), agli oscuri poteri del capitalismo globalizzato si sta avvitando, come l’edera al tronco, il processo della globalizzazione mafiosa? Di certo l'”egemonia” del malaffare sta dilagando dall’Italia al resto del pianeta nelle forme multiple e variabili di un inedito totalitarismo, incorporando sempre più inferme e improbabili “democrazie”. Ed è tanto malaffare quanto è politica ed è politica in quanto è economia. Mancava un quadro interpretativo “globale” idoneo a spiegare come la peggiore Sicilia della mafia sia diventata negli anni la peggiore Italia delle mafie fino a intrecciarsi con tutte le altre del pianeta, segnandone metodi, stili, mentalità e mestieri criminali. Lo ha scritto, adesso, lo storico che aveva inaugurato la storiografia critica sul fenomeno mafioso. Con un contributo di Antonio Ingroia.