Dati Istat su povertà. Quadrio Curzio: «Creare occupazione è l’unica soluzione»

da Avvenire

Il vero problema, inutile nasconderlo, resta il lavoro che non c’è. E la spaccatura tra le due anime del Paese: quella storica tra il Nord e il Sud e quella più recente tra gli italiani e gli immigrati. Mondi che girano a velocità diverse e non è un caso che gli ultimi dati Istat sulla povertà evidenzino un maggiore rischio di rimanere ‘ai margini’ per chi vive al Sud e per chi arriva da lontano. Alberto Quadrio Curzio, professore emerito di Economia politica all’Università Cattolica di Milano, è convinto che al di là dei numeri, questa volta quasi positivi, si debba puntare alle strategie per il futuro. E investire subito per combattere il vero problema: la mancanza di posti di lavoro.

Professore dall’Istat arrivano segnali positivi, diminuisce il numero di persone a rischio povertà o esclusione sociale e anche la forbice della diseguaglianza tra i ‘paperoni’ e gli ultimi.
Bisognerebbe analizzare a fondo i dati per capire. Sembrano in contraddizione con le ultime stime sull’occupazione che dicono che la situazione non è rosea. Le previsioni indicano un certo rallentamento e quindi è molto difficile valutare queste oscillazioni indicate dall’Istat. Un aspetto da approfondire è la percentuale, tra le persone che vivono in condizioni di deprivazione o di difficoltà, di immigrati. L’Istat sottolinea che quasi una persona su due (il 49,3%) tra quelle che vive in famiglie con straniere è esposta ad un rischio povertà o esclusione sociale, quota vicina al doppio rispetto alle famiglie di soli italiani.

In termini assoluti la popolazione a rischio di povertà o esclusione sociale è pari al 28,9%, in pratica quasi un terzo. Sono numeri allarmanti?
Sono numeri ancora molto elevati: sia per la percentuale di chi vive in condizione di grave deprivazione materiale (10,1%) sia quella di chi risulta a rischio povertà (20,3%). Da economista dico che le politiche più importanti per contrastare questo fenomeno sono quelle dell’occupazione, dell’inserimento lavorativo, dei processi formativi scolastici. Anche misure come il il reddito di inclusione sono importanti, sono misure che tutelano la dignità delle persone, ma il vero impegno della politica deve essere a sostengo dell’occupazione.

Come si supera il problema dell’occupazione che manca soprattutto al Sud?
La ripresa occupazionale c’è stata ma si è fermata al Nord dove si è tornati oggi ai livelli occupazionali pre-crisi. Al Sud invece c’è un livello di disoccupazione pesantissimo, c’è il fenomeno preoccupante dei Neet. La crisi ha acuito in maniera violenta il dualismo tra le due aree del Paese. Adesso serve uno sforzo enorme di politica economica per riequilibrare la situazione e per evitare un ulteriore depauperamento di risorse umane del Mezzogiorno. Bisogna dirottare risorse e puntare sugli investimenti infrastrutturali per facilitare la connessione logistica e al tempo stesso creare occupazione di qualità visto che le infrastrutture oggi si realizzano con tecnologie molto avanzate.

Pensioni e statali, i sindacati in rivolta

Sindacati sulle barricate su previdenza e pubblico impiego. Le ipotesi di un intervento sulle pensioni, (in particolare su quelle maturate con il sistema contributivo) e di un ulteriore blocco degli stipendi dei lavoratori statali, scatenano la reazione netta delle organizzazioni sindacali che parlano di “mobilitazione”, paventano la minaccia di un ‘autunno incandescente’ e chiedono al governo di smentire le voci che circolano da giorni. “Lasciate in pace i pensionati, la pazienza e’ finita. Ci mobiliteremo”, scrive su twitter la segretaria generale di Spi Cgil, Carla Cantone, dopo che gia’ la Cgil nazionale aveva chiarito senza mezzi termini il suo punto di vista: “un intervento sull pensioni retributive e’ inaccettabile”, mentre la Cisl parla di “nuova tassa sui pensionati”.
  Netto il ‘no’ anche alla ipotesi di congelare le buste paga dei lavoratori del settore pubblico: “C’e’ da augurarsi che sia una bubbola agostana. Un nuovo blocco biennale dei salari nella P.A. Sarebbe inaccettabile”, tuona la Cgil. “Attendiamo una smentita da parte del presidente Renzi e della ministra Madia”, aggiungono i segretari generali della Funzione pubblica di Cgil, Cisl e Uil. “Continuare a pensare che si possa eternamente intervenire sul salario dei dipendenti pubblici e sul loro diritto al rinnovo del Contratto nazionale e’ un errore madornale – dicono i sindacalisti – una ricetta, non solo ormai improponibile sotto il profilo della giustizia sociale, ma anche inutile per il governo dei conti pubblici”.
  La richiesta a Renzi e Madia e’ quella di chiarire “immediatamente che cio’ su cui sembra si stia lavorando nell’ ombra dei corridoi di Via XX settembre non appartiene all’ iniziativa del Governo e che non c’ e’ nessuna ipotesi di ulteriore blocco della contrattazione. In assenza di cio’ e’ del tutto evidente che la reazione delle lavoratrici e dei lavoratori pubblici sara’ fortissima e che la ripresa dei lavori dopo la pausa estiva avverra’ in un clima incandescente”. Anche i sindacati di polizia chiedono al governo di mantenere fede agli impegni presi nel Def e definiscono “inaccettabile” un congelamento dei slari per le forze dell’ordine. E il Codacons annuncia ricorsi al Tar se il governo dovesse intervenire su pensioni e stipendi. Dopo la smentita di ieri del premier, anche oggi il governo continua a sfumare i toni e il vice ministro dell’Economia, Enrico Morando, sottolinea che quella previdenziale e’ “l’unica riforma che e’ gia’ stata fatta”. “Dobbiamo fare le riforme strutturali che non abbiamo fatto – aggiunge – la mia opinione e’ che introdurre in questo ambito la discussione sulle pensioni sia estremamente negativo perche’ la riforma della previdenza pubblica e’ stata gia’ realizzata, non c’e’ bisogno di farne un’altra”.
  Parla di ipotesi “premature” Pier Paolo Baretta, sottosegretario all’Economia, che pero’ non chiude del tutto la porta all’intervento prospettato qualche giorno fa dal ministro del Lavoro Poletti che aveva avanzato l’ipotesi di un nuovo prelievo a carico degli assegni previdenziali piu’ alti. “Non e’ la stessa cosa parlare di un intervento spot o di uno inserito nel piu’ globale contesto della riforma del lavoro”, dice Baretta. “Cio’ premesso, se a certe pensioni chiederemo poi un contributo quando non riusciremo a trovare i fondi per garantire gli 80 euro ai pensionati da mille euro mensili, non mi pare uno scandalo. Diamoci un equilibrio: vogliamo le riforme, ma non vogliamo che nessuno paghi il conto?”. Sul fronte politico l’ipotesi vede la netta contrarieta’ di Forza Italia, con Renato Brunetta che parla di “follia”. “E’ una follia solo a parlarne anche perche’ provoca incertezza e apprensione – dice il capogruppo di Fi alla Camera – non e’ possibile attaccare i pensionati, che non si possono difendere, in questa maniera. Giu’ le mani dalle pensioni, noi lo abbiamo detto in tutti i modi”. Anche Cesare Damiano del Pd sostiene che un nuovo intervento sulle pensioni e’ “difficile”. “Mi rendo conto – aggiunge – che il ministro Poletti, avendo annunciato una iniziativa strutturale nella Legge di Stabilita’ a proposito di pensioni, ha bisogno di risorse e quindi questo potrebbe preludere a un intervento. Pero’…”. (AGI)

lavoro

 

Artigianato, oltre 92mila da assumere

Nel 2014 le imprese artigiane intendono stipulare 92.100 contratti. Lo rivela Unioncamere secondo cui alla “caccia” di professioni tradizionali – che in alcuni casi sono introvabili, come lattonieri, calderai, falegnami e valigiai – si affianca una maggior richiesta di professioni intellettuali da assumere con contratto a tempo indeterminato o determinato (+22% tra il 2013 e il 2014) e di operai specializzati (+0,8%) e generici (+10,4%).

Tra le 77.600 assunzioni “dirette” a carattere stagionale e non stagionale, la quota più rilevante si concentra nelle costruzioni (23.700 unità, pari al 31% delle entrate previste nel 2014 nelle imprese artigiane). Il 38% interesserà gli operai specializzati, seguiti dalle figure commerciali e dei servizi(22%) e dai conduttori di macchinari e impianti (15%). Tra i profili più ricercati i tecnici dell’organizzazione e dell’amministrazione delle attività produttive (1.050 assunzioni previste), i tecnici dei rapporti con i mercati (850 assunzioni), i tecnici in campo ingegneristico (630), i tecnici della gestione dei processi produttivi di beni e servizi (620) e gli ingegneri e professioni assimilate (490). A questi si aggiunge una richiesta crescente di analisti e progettisti di software (+27% tra il 2013 e il 2014), a indicare una diffusa tendenza allo sviluppo delle Ict e dell’innovazione digitale nel mondo artigiano.

Tra le figure intermedie impiegatizie, commerciali e dei servizi, quelle più richieste sono gli addetti nelle attività di ristorazione (9.120 assunzioni previste), gli operatori della cura estetica (3.190), gli addetti alle vendite (ancora 3.190), gli addetti alla segreteria e agli affari generali (4.220), le professioni qualificate nei servizi di sicurezza, vigilanza e custodia (920), gli addetti all’accoglienza e all’informazione della clientela (750) e gli addetti alla gestione amministrativa della logistica (670). Tra le figure operaie, prevalgono gli operai specializzati delle costruzioni e nel mantenimento di strutture edili (8.390), seguiti dagli operai specializzati addetti alle rifiniture delle costruzioni (6.440), dai conduttori di veicoli (4.140), dai meccanici, montatori, riparatori e manutentori di macchine fisse e mobili (2.450) e dai fonditori, saldatori, lattonieri, calderai, montatori di carpenteria metallica e simili (2.210).

Infine, tra le professioni non qualificate, emergono il personale non qualificato nei servizi di pulizia (2.800 assunzioni), il personale non qualificato delle costruzioni (2.620) e il personale non qualificato addetto allo spostamento e alla consegna delle merci (1.600 unità).

Lo studio Unioncamere mostra che si riduce ulteriormente nel 2014 la difficoltà di reperimento segnalata dalle imprese artigiane. Essa interesserà solo l’11% delle 77.600 assunzioni previste, un punto in più della media nazionale ma inferiore di oltre 20 punti rispetto a quattro anni fa. Per alcune professioni, tuttavia, considerando le figure richieste con almeno 100 assunzioni previste, la difficoltà resta alta, interessando un terzo delle entrate programmate. Si tratta dei lattonieri e calderai, con il 51% di assunzioni difficili da trovare, seguiti dai tecnici della produzione manifatturiera (45%), falegnami e attrezzisti di macchine per la lavorazione del legno (40%), tecnici programmatori (37%), installatori e riparatori di apparati elettrici ed elettromeccanici (37%), verniciatori industriali (36%), addetti a macchinari per confezioni di abbigliamento (35%), acconciatori (35%), valigiai e borsettieri (34%) e pittori, stuccatori, laccatori e decoratori (33%).

Queste difficoltà risultano più marcate nel Nord Est, dove interesseranno il 15% di tutte le figure di cui si prevede l’assunzione, e nel Nord Ovest (13%), riguardando in particolare Lombardia, Veneto, Friuli Venezia Giulia, parte della Liguria, Emilia Romagna, Toscana e Umbria e registrando anche casi particolarmente significativi, come quello di Treviso, dove la quota di assunzioni di difficile reperimento raggiunge il 37% del totale. A seguire Pordenone (28%), Terni(26%), Pisa, Mantova e Modena (23-24%). In altre sei province tale quota si attesta tra il 20% e il 22%. Viceversa, in 13 province (tutte meridionali) questa caratteristica interessa meno del 5% delle assunzioni.

avvenire.it

Lavoro: italiani in fuga. In che modo, dunque, l’Italia avrebbe coltivato, aggiornato e valorizzato le competenze e la formazione dei propri talenti?

Nel 2012 si sono cancellati dall’anagrafe per trasferirsi all’estero 68mila italiani, in aumento rispetto ai 50mila del 2011. Tanti rimangono in Europa, meta preferita la Germania davanti a Svizzera, Regno Unito e Francia. Sono pochi i ricercatori che arrivano nel nostro Paese mentre sono in costante aumento i pensionati che, spinti dalla crisi cronica che ha colpito l’Italia, si trasferiscono all’estero.

La distribuzione geografica di chi abbandona il Paese vede la Lombardia ai primi posti. Nel 2012 i lombardi che hanno trasferito la propria residenza oltre confine sono stati 13.156, davanti ai  veneti (7.456), ai siciliani (7.003), ai piemontesi (6.134), ai laziali (5.952), ai campani (5.240), agli emiliano-romagnoli (5.030), ai calabresi (4.813), ai pugliesi (3.978) e ai toscani (3.887). La maggioranza di chi emigra rimane in Europa, meta preferita per la ricerca di un posto di lavoro, seguita dall’America Meridionale, l’America Settentrionale e Centrale e l’Asia-Africa-Oceania. Nel dettaglio, la Germania è la destinazione più ambita, raggiunta da 10.520 italiani, seguita da Svizzera (8.906), Gran Bretagna (7.520), Francia (7.024), Argentina (6.404), USA (5.210), Brasile (4.506), Spagna (3.748), Belgio (2.317) e Australia (1.683). L’unica, secondo HSBC, a tenere testa in Europa – un continente in declino, fra tasse alte, servizi costosi e aziende in chiusura, tanto che Francia e Inghilterra risultano in rosso come noi – è la Germania, già meta di migliaia di transfughi dall’Italia, dove il lavoro si trova, la quotidianità non è male e crescere i figli non è un problema.

Un campione rappresentativo per caratteristiche anagrafico professionali degli oltre 10.000 dirigenti italiani che attualmente lavorano in pianta stabile all’estero. I 447 rispondenti sono, infatti, nel 90% dei casi maschi e nel 10% femmine, il 38% ha fino a 40 anni, il 49% tra 41 e 50 e il 13% oltre 50 anni. Sono, nel 74% dei casi coniugati o conviventi e, visto che vivono e lavorano all’estero in pianta stabile, hanno al seguito la famiglia (56%), coniuge/convivente (54%) e figli (40%).

A partire sono soprattutto i giovani, nel pieno dell’età lavorativa. Età media 34 anni nell’identikit tracciato dalla Fondazione Migrantes sui dati Istat riferiti al 2011. Il 22% di chi è andato via due anni fa è laureato, mentre il 28,7% è diplomato. Cervelli in fuga, li chiamano i media. E molti lo sono: un’indagine Istat ha rilevato che a inizio 2010 risiedeva all’estero il 6,4% di chi aveva conseguito un dottorato di ricerca nel 2004 e nel 2006. Oltreconfine, tuttavia, non si vanno a ricoprire solo posizioni che richiedono professionalità altamente qualificate. In Italia si fa molta fatica a trovare un posto all’altezza della propria formazione e delle proprie ambizioni, si sa.

Per questo, molti nostri connazionali ritengono che, piuttosto che accontentarsi di un lavoro considerato dequalificante qui da noi, sia meglio andare a sfornare pizze in un ristorante di Londra, a preparare un bloody mary in un bar di Berlino o a fare il commesso in un negozio sugli Champs-Élysées. Certo, il titolo di studio va chiuso in un cassetto. L’esperienza all’estero e la pratica della lingua straniera aiutano a essere un po’ meno “choosy”, ovvero schizzinosi, per usare un termine caro all’ex ministro del Lavoro Elsa Fornero.

A partire per nuove destinazioni, tuttavia, non sono solo le nuove generazioni. Nel 2011 se ne sono andati via 3.219 over 65, il 37,3% in più dei 2.345 partiti nel 2010. Nonni d’Italia spinti dalla crisi a passare gli ultimi anni di vita in Paesi come il Marocco, la Tunisia, la Thailandia, le Filippine. A volte perfino ai Caraibi, dove sotto il sole tropicale riempiono quelle che ormai vengono chiamate “spiagge Inps”. Lì riesce a vivere dignitosamente anche chi ha una pensione minima, che da noi non gli consentirebbe nemmeno di arrivare a fine mese. A emigrare sono anche ex dirigenti ed ex manager che hanno raggiunto pensioni d’oro. Attirati, in questo caso, dagli agi dei nababbi.

L’estero attrae molti italiani anche perché lì viene maggiormente favorita la nascita di nuove attività imprenditoriali, una delle strategie più efficace per produrre innovazione e sviluppo, creare nuovi posti di lavoro e distribuire ricchezza. Molti Paesi, si stanno accorgendo dell’importanza della nuova imprenditoria come mezzo sia per generare occupazione, sia per rinnovare il tessuto economico e produttivo.

Nel favorire la creazione di nuove imprese (start-up, ndr), vari Paesi hanno adottato una serie di misure che variano considerevolmente tra loro: molte sono focalizzate sulla formazione, allo scopo di creare una nuova generazione di imprenditori e di dirigenti al passo con i tempi.

All’estero sono numerosi i programmi che offrono agevolazioni fiscali e prestiti a tassi favorevoli, come l’inglese “Prince’s Trust Business” (PTB) per le startup e “Livewire”, oppure il canadese “Youth Business”, che fornisce prestiti agevolati ed altri servizi di supporto all’imprenditoria giovanile. Nel nostro Paese, un’iniziativa per favorire la nascita di nuove imprese è stata avviata, in particolar modo, dal “Italia Startup”, associazione aperta che vuole rappresentare in modo neutrale e trasparente l’ecosistema italiano delle nuove imprese. Sul sito del think thank, sono elencati gli obiettivi che questo si prefigge: il primo è “riunire e rappresentare le startup imprenditoriali e tutti coloro che facilitano, gestiscono e valutano nuovi progetti imprenditoriali”. Al secondo posto vi è “l’impegno e strategia per creare un nuovo ecosistema”, ovvero “stimolare e facilitare la nascita e la crescita di una nuova imprenditorialità”.

Quasi vent’anni fa l’economista Robert Reich scriveva che la competitività e la crescita di un Paese dipendono soprattutto dalle competenze dei suoi talenti e da quanto queste erano valutate dal resto del mondo. In che modo, dunque, l’Italia avrebbe coltivato, aggiornato e valorizzato le competenze e la formazione dei propri talenti? Se davvero vogliamo continuare a crescere come Paese, e non solo in termini economici, ma ricominciando a costruire un’idea di cultura sopra le macerie che somigliano molto a quelle da cui è iniziato il risveglio dell’Italia nel secondo dopoguerra, bisogna pensare a un’ottica di lungo periodo in cui lo sviluppo passi obbligatoriamente per la valorizzazione del merito e del sapere, puntando così sulla capacità a guidare quel cambiamento di cui abbiamo tanto bisogno.

©Futuro Europa®

#tivendibenetu è una campagna de L’isola dei cassintegrati sulle reali condizioni di lavoro, e di vita, dei giovani in Italia

“Studying + Working Class Hero”

Ho 23 anni e da quando sono alle superiori sono una studentessa lavoratrice. Lo scorso 30 giugno mi è scaduto il contratto determinato nell’azienda dove lavoravo, e non mi è stato rinnovato. All’inizio ero molto preoccupata, poi ho pensato che con due anni e mezzo di contributi avrei potuto accedere ai sussidi. E ho pensato che sarebbe stata una novità essere per una volta semplicemente una studentessa.

Il 1 luglio sono andata al centro per l’impiego (cip) di Bologna. Sapevo che quel giorno scadevano i contratti degli insegnanti, per questo alle 8 del mattino c’erano già 100 persone in fila. Nonostante la situazione non fosse delle migliori c’era un bel clima, ho fatto amicizia con un ragazzo dietro di me che veniva dal Bangladesh e mi ha raccontato la sua storia. Quando senti storie come la sua, ti chiedi: “Beh, ma se la disoccupazione la prendo io, cosa dovrebbe fare lui che manda i soldi a casa e ha figli?”.

Dopo una lunga coda sono riuscita a entrare verso le 10, e dentro c’era un’altra fila. Stavano chiamando il numero 60 e io avevo il numero 100. Mi hanno preso i dati e mi fissato un appuntamento per l’8 luglio per fare il colloquio e iscrivermi alle liste di collocamento.

Sapevano tutti cosa fare lì, mi sentivo l’unica che faceva tutto per la prima volta. Chiedo: “Quindi posso fare richiesta online all’Inps?” E l’impiegato: “Sì, ma prima deve recarsi all’Inps a prendere il pin per potere accedere asp portale”. Va bene, allora vado all’Inps e ho altre 40 persone davanti in fila. Alla fine mi danno questo codice pin. Che mi serviva per generare un altro pin sul sito. Mi sono sentita un po’ dentro il film “Matrix”.

Poi, come per magia, il portale online dell’Inps si blocca. Ho chiamato via Skype e mi hanno spiegato che il sito dell’Inps era bloccato in tutta Italia perché, a causa  delle scadenze incombenti troppe persone si sono collegate contemporaneamente… mi ci sono voluti tre giorni per accedere al sito. Ci sono riuscita il 4 luglio all’una del mattino. Non sapevo cosa chiedere: Aspi, mini Aspi, disoccupazione ordinaria. Scopro che era l’Aspi.

Oltre a studiare e lavorare prendo la borsa di studio regionale. E prima di avere dei contratti regolari ho lavorato in nero. Lavoro in campagna da quando ho 17 anni. Ho fatto lavori orribili come ragazza immagine, o volantinaggio. Non è facile essere una studentessa lavoratrice, la logistica è estremamente complicata: se un pomeriggio volessi studiare so che al lavoro non mi verrebbero incorro mettendomi comunque di turno.

È come avere una doppia vita. I weekend non esci per lavorare, non hai un giorno libero. Delle volte, dopo 8 ore di lavoro, torni a casa e ti metti sui libri. Anche in fila al centro per l’impiego mi ero portata da studiare. Alla fine sono quasi contenta di aver perso il lavoro, perché non mi era mai capitato di poter fare solo la studentessa. Certo… e se fra qualche mese non riesco a trovare lavoro? E con quanti mesi di ritardo mi versano l’Aspi?

Credo che chi studia e lavora assieme può avere una marcia in più. Al lavoro impari a porti in una maniera diversa, coi tuoi superiori, e finisci per relazionarti diversamente anche con i professori. E se una prof. arriva in ritardo forse sei l’unica persona a chiederti: “Ma questa non ha un cartellino da timbrare?”

Ora potrò finalmente laurearmi, e poi cercherò un lavoro migliore. Magari nei musei, nelle mostre, o forse prima andrò a continuare gli studi a Londra.

di Debora Masetti – L’Espresso

 

Disoccupazione giovanile al 43,7%, mai così in 37 anni

Aumenta il tasso di disoccupazione giovanile a giugno al 43,7% toccando il livello più alto dall’inizio delle serie storiche (mensili, ovvero dal 2004, e trimestrali, dal 1977). Lo rileva l’Istat nei dati provvisori di giugno, che mostrano una crescita di 0,6 punti sul mese e di 4,3 punti sull’anno. Il tasso di disoccupazione a giugno è del 12,3%, in calo di 0,3 punti su maggio. Si segnala un aumento di 0,1 punti nei 12 mesi. ”Ormai da qualche mese si è fermata l’emorragia di occupazione”, osservano i tecnici dell’istituto. I disoccupati sono 3 milioni 153 mila a giugno, secondo i dati provvisori dell’Istat. Diminuiscono del 2,4% sul mese precedente con 78 mila persone in meno in cerca di lavoro, ma aumenta dello 0,8% su base annua.

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Cassazione: è truffa darsi malati e fare un altro lavoro

(TMNews) – La Corte di Cassazione è tornata ad occuparsi della questione delle assenze dal lavoro per malattia durante le quali il dipendente è stato colto a svolgere altro che curarsi il malanno. Con la sentenza depositata oggi dalla seconda sezione penale, gli ermellini hanno sancito la condanna per truffa aggravata per il dipendente che durante la malattia svolge altri lavori per conto di terzi.

Per Giovanni D’Agata, presidente e fondatore dello “Sportello dei diritti”, che ha reso nota la decisione, “non è una semplice infedeltà lavorativa, ma un vero e proprio reato di truffa aggravata e falso ideologico quello che pone il dipendente pubblico che si mette in malattia e poi svolge un’altra attività parallela. Ricordiamo che, insieme all’obbligo di fedeltà, il lavoratore è soggetto anche all’obbligo di riservatezza o di segretezza – continua D’Agata – Esso vieta al lavoratore di divulgare o di utilizzare, a vantaggio proprio o altrui, informazioni attinenti l’impresa, in modo da poterle arrecare danno. A differenza del divieto di concorrenza, che cessa al momento dell’estinzione del rapporto di lavoro, l’obbligo di riservatezza permane intatto anche dopo la cessazione del rapporto, per tutto il tempo in cui resta l’interesse dell’imprenditore a tale segretezza, ossia fino a quando l’azienda svolgerà la sua attività, nello specifico settore imprenditoriale in cui opera attualmente”.

31 luglio 2014 – 07.06

Le fandonie sui lavoratori troppo protetti

In Italia i lavoratori sono meno protetti che in Francia e Germania. L’accanimento sull’art.18 è inutile e solo simbolico. Il vero problema è la scarsa produttività del sistema

Il Governo ha approvato il testo del disegno di legge sulla riforma del mercato del lavoro da presentare alle Camere. La sostanza delle variazioni apportate all’assetto del mercato è relativamente limitata e non va sempre nel senso di un miglioramento. Salvo alcuni effetti di breve periodo auspicabilmente positivi derivanti dall’introduzione dell’Aspi, l’altra principale modifica, quella dell’art.18 potrebbe portare essenzialmente ad un aumento del contenzioso, peggiorando i rapporti di lavoro. Sembra quasi che le ragioni della riforma siano essenzialmente di natura cosmetica (abbattimento di simboli che denoterebbero l’attuale presunto ingessamento del mercato del lavoro italiano). Una ventata di liberismo, da lungo tempo auspicata dalla grancassa mobilitata dal più becero capitalismo nostrano e stranamente sostenuta e utilizzata in alcuni ambienti accademici, doveva essere il suggello della positiva novità apportata dal governo Monti alla licenziabilità dei lavoratori a tempo indeterminato.

È strano però che questa ripetizione di falsità che accreditano l’idea di lavoratori italiani eccessivamente protetti non regga il confronto dei dati. A parte il fatto che ormai 3/4 dei nuovi lavori sono di carattere temporaneo e assolutamente non protetti, ciò che accomuna l’Italia a pochi altri paesi europei, quella che è stata per anni la stessa giustificazione di questa anomalia, ossia l’esistenza di lavoratori a tempo indeterminato eccessivamente protetti, è infondata. Infatti, l’indice di protezione contro i licenziamenti dei lavoratori permanenti elaborato dall’Ocse è in Italia inferiore da tempo a quello dei nostri principali concorrenti, in primis Francia e Germania (in una scala di crescente protezione, 1,69 contro 2,60 e 2,85, rispettivamente, nel 2008) (cfr. Figura 1).

Figura 1 – Protezione dell’occupazione in alcuni paesi dell’Unione Europea 2008

Scala da 0 (restrizione minima) a 6 (restrizione massima)
Protezione dei lavoratori permanenti contro i licenziamenti individuali

Fonte: OECD indicators on Employment Protection (Version 2 – Last updated 24-09-2010)

Si sono perciò preferiti target simbolici rispetto ad obiettivi reali, eludendo il principale problema del quale soffre il nostro sistema economico, quello della bassa crescita della produttività. Per ciò che si è appena detto, questo problema non può avere fondamento in una scarsa collaborazione dei lavoratori dovuta alla loro elevata protezione. La scarsa dinamica della produttività non è imputabile a lavoratori fannulloni perché protetti, semplicemente perché la nostra legislazione non protegge i lavoratori più di quanto essi non siano protetti all’estero; anzi, li protegge di meno. Ciò a cui essa va invece imputata è l’incapacità della nostra classe dirigente, sia imprenditori sia politici. I primi hanno seguito strategie aziendali di breve respiro, che sono risultate negative per il nostro sistema economico (scarsa innovazione tecnologica e organizzativa e mancato riposizionamento della specializzazione produttiva). I secondi hanno peggiorato la performance del settore pubblico, contribuendo negativamente ai fattori esterni all’impresa che influenzano la produttività.

Ma il paese sembra avere le energie per rinascere. Si tratta soltanto di individuare le modalità per valorizzarle, anziché farle retrocedere nella spirale che ha operato a partire dagli anni Novanta, per gli effetti prodotti sulle strategie aziendali dalla tregua salariale, prima, e dall’’invenzione’ di soluzioni di ripiego come quella del lavoro temporaneo, nonché per le conseguenze negative della ridotta efficienza del settore pubblico. Partendo da produzioni mature, con limitati incrementi di produttività che ‘giustificano’ una bassa dinamica salariale e, negli intendimenti dell’attuale governo, con liberalizzazioni tendenti a ridurre le presunte incrostazioni del mercato del lavoro, ma che abbassano ulteriormente i salari si riducono ulteriormente le spinte alla crescita della produttività e si rimane confinati entro le nicchie delle produzioni mature.

La ricetta non può dunque essere il liberismo, ma proprio quella di un’appropriata concertazione tra le forze sociali più produttive e il policy maker, criticata invece da Monti in molteplici dichiarazioni, che ne ha enfatizzato alcuni aspetti deteriori della pratica italiana. Il Presidente ne ha però dimenticato le potenzialità e, al tempo stesso, ha sottovalutato i danni della soluzione alternativa, fondata su un liberismo spinto, specialmente se applicato ad un mercato, quello del lavoro, nel quale l’oggetto del lavoro non riguarda cose, ma coinvolge la vita, le aspirazioni e i sentimenti di persone. Dopo le mancate concertazioni sulla riforma delle pensioni, sugli ammortizzatori sociali e soprattutto sui criteri di licenziabilità dei singoli lavoratori, appare estremamente difficile poter contare sulla collaborazione del movimento dei lavoratori per affrontare eventuali ulteriori sacrifici, qualora non si riuscisse a contenere le bramosie degli speculatori internazionali, dei corrotti della politica e degli evasori-elusori fiscali.
di Nicola Acocella e Riccardo Leoni, da sbilanciamoci.info
14 Aprile 2012 ore 04:35

Pubblico Impiego: il grande inganno di Bonanni e Brunetta

La colpa di tutto questo trambusto sarebbe, ovviamente, di quelle organizzazioni sindacali (Cgil, Usb, Cisal ed altre) che non hanno firmato il testo predisposto da Brunetta e non certo di un accordo di cui praticamente nessuno ha capito la presunta bontà, tranne un Presidente del Consiglio in piena crisi bunga bunga.

Dall’altra parte, mettetevi nei panni di uno dei 3,5 milioni di dipendenti pubblici, al quale era stato spiegato poco più di sei mesi fa che il suo stipendio (base ed accessorio) sarebbe rimasto bloccato per tre anni (in realtà, quattro), senza che Cisl e Uil abbiano mosso anche solo mezzo dito, e ora si sente dire che Cisl e Uil hanno realizzato una grande conquista, firmando un accordo che “impedisce la diminuzione dello stipendio”. Ammetterete che quel lavoratore, per lo meno, rimane un po’ perplesso e disorientato.
Ma cosa c’è scritto -e cosa non c’è scritto- in quella paginetta di accordo? Anzitutto, c’è una dichiarazione di condivisione piena da parte dei firmatari del decreto legislativo n. 150/2009, meglio conosciuto come “riforma Brunetta”, compreso il suo famigerato articolo 19, secondo il quale in ogni ente il 25% dei dipendenti è da considerarsi a priori e a prescindere come di “merito basso” e dunque da privare completamente del salario accessorio.
Ma subito dopo aver affermato questo, si passa al comma 2. e 3., dove si dice che l’applicazione dell’articolo 19 non deve portare ad una diminuzione della retribuzione complessiva e pertanto dovrà essere finanziato “esclusivamente” da risorse aggiuntive (che però Tremonti allo stato non mette a disposizione).

Chiaro? La storiella dello stipendio bloccato, ma che non si riduce, sparso a piene mani da Governo e sindacati complici fino a ieri, non era affatto vera. Anzi, applicando la riforma Brunetta in tutte le sue parti subito, come avevano detto da sempre i sindacati indipendenti dal governo, ci sarebbero stati dei tagli drastici per una parte significativa di lavoratori pubblici, a prescindere dal merito, beninteso. E questo in pieno clima pre-elettorale. Ecco quindi la ragione per cui Bonanni e Brunetta si sono dati una mano.

Tuttavia, non è vero comunque che non ci saranno perdite salariali in questi anni di blocco delle retribuzioni e della contrattazione, alla faccia di quello che raccontano i sindacati complici. Anzitutto, la riforma Brunetta, con l’attiva collaborazione di Cisl e Uil e, molte volte, anche della Cgil, ha già provocato nel 2010 la ridefinizione in senso peggiorativo dei sistemi premianti in molti enti. E, soprattutto, per il solo effetto del blocco delle retribuzioni ci sarà mediamente un perdita in termini di potere d’acquisto di circa 1.600 euro per dipendente, secondo le stime più caute della Cgil.

A quanto c’è scritto nell’intesa del 4 febbraio, va però aggiunto anche quello che non c’è scritto, quello che drammaticamente manca. Anzitutto manca un qualsiasi accenno ai tanti precari e alle tante precarie che popolano la pubblica amministrazione e che spesso garantiscono il funzionamento dei servizi, ma ai quali viene negata una prospettiva di stabilizzazione e che ora rischiano il posto di lavoro. E non è soltanto questione di equità e giustizia, ma anche di efficienza dei servizi, considerato che la stretta sul pubblico impiego, contenuta nella legge n. 122 del 30 luglio 2010 (ex dl 78/2010), prevede altresì il blocco del turn over, per cui nei prossimi due anni su 300mila uscite potranno essere fatte al massimo 60mila assunzioni.

Infine, arriviamo al silenzio più assordante in quella intesa: nemmeno una parola sulle elezioni dei rappresentanti sindacali (Rsu)! Infatti, in tutto il pubblico impiego le Rsu sono scadute a novembre dell’anno scorso, ma non state convocate ancora nuove elezioni, a causa principalmente del veto di Bonanni. Alla luce di questo fatto le considerazioni della Cisl, per cui l’accordo “dà più voce ai rappresentanti dei lavoratori”, suonano davvero come una presa per i fondelli.
Ma proprio con la vicenda del mancato rinnovo delle Rsu si chiude il cerchio con quanto Cisl e Uil fanno nel resto del mondo del lavoro. A Mirafiori l’accordo separato tra Marchionne e Bonanni & Co., infatti, ha abolito tout court le elezioni dei rappresentanti dei lavoratori.
In altre parole, non siamo di fronte a tante storie diverse, ma a diversi episodi della medesima storia. Ecco perché non è giustificabile che si continui, da parte della Cgil, ad eludere il tema dello sciopero generale e che si punti invece, ancora una volta, a un semplice sciopero di categoria, come quello del pubblico impiego proclamato per il 25 marzo prossimo.

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