“Vicini al suo compagno” e il prete benedice la coppia gay

Il gesto durante le esequie di un architetto genovese morto di infarto. Il sacerdote: “La Chiesa deve riconoscere tutti i legami affettivi”

di MARCO PREVE – GENOVA.REPUBBLICA.IT

In una parrocchia in cui si celebra il funerale di un uomo morto tragicamente il prete pronuncia parole semplici, ma che non passano inosservate: “Preghiamo anche per Emanuele, compagno di Francesco”. Una sola frase, ma è quella con cui, in una chiesa, viene riconosciuto agli omosessuali il diritto al conforto e alla consolazione della fede. Un episodio importante in un paese in cui i gay, dallo Stato laico, non ottengono ancora gli stessi diritti degli eterosessuali.

Un infarto, la fine improvvisa e tragica di un’unione ventennale, un funerale, l’affetto degli amici. Momenti dedicati al dolore, al raccoglimento, quasi sempre privati. Ma Emanuele Ricci, 43 enne professore di inglese in un liceo di Genova, ha deciso di dare al suo lutto una valenza pubblica. Perché Emanuele e Francesco Metrano, un architetto di 54 anni morto all’improvviso pochi giorni fa mentre era in visita alla sorella in Toscana, erano dal 1994 una coppia a tutti gli effetti.

Ma essendo omosessuali Emanuele pensava che antichi e nuovi pregiudizi si sarebbero trasformati in imbarazzati silenzi al momento clou delle condoglianze. Invece. “Invece è accaduta una cosa inaspettata  –  racconta  –  a cominciare dai miei studenti che hanno dimostrato di essere una generazione che si è disfatta dei vecchi preconcetti. E poi c’è stato quel breve ma importantissimo momento in una giornata tanto terribile”.

È successo a Porto Santo Stefano, paese di cui era originario Francesco, nell’omonima parrocchia della località all’Argentario. “Il parroco  –  continua Emanuele  –  don Sandro, che mi conosce bene perché da Genova in estate andavamo sempre a trascorrere qualche giorno dai parenti di Francesco, ha citato anche me assieme ai famigliari all’inizio della cerimonia. Sentire pronunciare il mio nome è stato ottenere un riconoscimento non personale, ma per entrambi, per la storia mia e di Francesco”.

Don Sandro Lusini, docente di teologia e parroco dell’Argentario, non ha difficoltà a spiegare: “Non è stato un gesto deciso per compiacere una persona ma del tutto naturale. Ho voluto accomunare ai famigliari di Francesco anche Emanuele, che è stato il suo compagno e amico da una vita. Conosco entrambi da tempo, si preparavano a partire per una vacanza nei paesi baschi e gli avevo anche chiesto di fermarsi a Lourdes per me, per una preghiera”. Si potrebbe pensare che questa apertura sia il frutto del vento che soffia da Roma, dopo l’avvento di papa Francesco. “Anche se è vero che il nuovo Papa sta mandando segnali forti, per quanto riguarda il sottoscritto non è affatto così  –  risponde il sacerdote toscano  –  . Anche in passato, rispetto a certi temi, ho avuto lo stesso atteggiamento che ho tenuto in occasione del funerale di Francesco. Credo che, a prescindere da qualsiasi categoria, i legami affettivi vadano riconosciuti. Per questo ho citato Emanuele in chiesa”.

Paradossalmente, è la Chiesa che sembra essere più sensibile a certi temi rispetto allo Stato laico. “Non credo  –  dice il professore che a Genova insegna al liceo scientifico Primo Levi  –  che tutta la Chiesa abbia lo spirito di quel parroco, ma è un dato di fatto che la morte di Francesco è stata dolorosa anche per alcune cose accadute dopo, che mi hanno fatto scoprire di essere un cittadino diverso per il mio paese. Episodi banali come non avere il diritto di chiudere le utenze di un appartamento che Francesco possedeva nel centro storico. Ci sono poi situazioni spiacevoli di cui parlo con difficoltà perché potrebbero essere equivocate. Io ho un mio stipendio, non ho bisogno di soldi, ma Francesco aveva versato con sacrificio 25 anni di contributi alla cassa di previdenza degli architetti che ora andranno persi. Se fossimo stati una coppia etero avrei avuto diritto a una reversibilità e avrei così potuto, ad esempio, aiutare i suoi nipoti. In situazioni diverse dalla mia è un’ingiustizia che può rendere drammatica la vita di una persona”.

Il desiderio di raccontare questo momento privato è venuto ad Emanuele soprattutto di fronte all’affetto e alla solidarietà dimostrata dai suoi studenti, attuali ed ex. “Il giorno dopo la morte di Francesco  –  forse per sfogarmi, dopo aver parlato con due care amiche, Anna e Maria, ho scritto un breve post su Facebook. Da quel momento sono arrivate decine di commenti, e poi messaggi privati e ancora sms e lettere tradizionali. A scuola non ho mai parlato della mia vita privata ma neppure ho mai nascosto la mia omosessualità con i colleghi più amici. Semplicemente ho fatto come tutti gli insegnanti, a prescindere dalle loro tendenze e gusti. Per questo forse non mi aspettavo, sbagliando, questa risposta dai ragazzi. Ho ricevuto anche un bellissimo post da un ex allievo con idee di destra, con lui in classe avevamo anche avuto discussioni accese. Ma di fronte al mio dolore non ha avuto nessun problema a riconoscere che l’amore non ha percorsi prestabiliti “.

Cina: ‘curano’ i gay con elettroshock e cavi elettrici, a processo

(AGI) – Pechino, 31 lug. – Processo storico in Cina dove, in un tribunale di Pechino, si e’ tenuta oggi la prima causa legale contro il “trattamento correttivo gay”. La sentenza, che arrivera’ entro un mese, rappresentera’ una pietra miliare nel campo giuridico cinese e nella lotta alle discriminazioni che ogni giorno combattono gli oltre 50 milioni di omosessuali cinesi. Dentro le stanze della corte di Haidian, Yang Teng, 30 anni, ha parlato della terapia cui la clinica Xinyu Piaoxiang di Chongqing, da lui denunciata, lo ha sottoposto: un trattamento a base di elettroshock e ipnosi per ‘curarlo’ dall’attrazione verso le persone del proprio sesso che gli ha lasciato disturbi mentali e psichici. Il ragazzo si era sottoposto volontariamente lo scorso febbraio al trattamento, spinto dalle pressioni dei genitori impazienti di vederlo sposato e con un figlio. “La mia citta’ e’ un piccolo centro e le persone tengono molto in considerazione il parere dei propri familiari” si e’ difeso Yang che ora assicura di aver accettato la sua omosessualita’. E di voler giustizia. Oltre alla clinica, il ragazzo ha infatti denunciato anche il motore di ricerca Baidu per lo spazio pubblicitario concesso a questo tipo di trattamenti. Fuori dal tribunale un gruppo di attivisti si e’ radunato per manifestare contro chi vede nell’omosessualita’ una malattia nonostante in Cina sia stata cancellata dall’elenco dei disordini mentali nel 1997 e depenalizzata nel 2001. “Tribunale di Haidian, opponiti alla terapia di conversione”, “L’omosessualita’ non necessita di cure” si leggeva su alcuni striscioni sventolati dai manifestanti. Yang Teng non e’ il solo ad aver fatto ricorso alla terapia. A gennaio scorso, Zhang, 25 anni, aveva raccontato all’agenzia AFP che tre anni fa “per non deludere la famiglia o causare problemi” si sottopose a una delle terapie per la correzione della sessualita’ dei dottori dello Haiming Psychological Consulting Centre di Pechino. La seduta durava all’incirca 30 minuti durante i quali Zhang, con dei cavi collegati ai genitali, guardava film porno a tema omosessuale: “ogni volta che avevo una reazione ricevevo una scossa elettrica”. “Non era scioccante, ma dolorosa” raccontava il ragazzo all’agenzia France Presse. Poi la situazione precipito’: “Avevo sempre mal di testa, mi sono licenziato, facevo debiti per pagare le cure. Ero depresso. Volevo morire”.
La “terapia di conversione” come viene definita e’ conosciuta da oltre un secolo in tutto il mondo – viene ancora praticata anche in Gran Bretagna, Usa e Singapore – ma e’ abbandonata da tempo negli ambienti di medicina. La Pan American Health Organization, ufficio americano dell’OMS, nel 2012 ha precisato che le terapie correttive “mancano di prove scientifiche e mediche e sono eticamente inaccettabili”.

31 Luglio 2014 ore 21,24

 

 

I gay? Nemici della Chiesa come il Ku Klux Klan. Ad azzardare l’analogia, l’ex presidente dei vescovi Usa

I gay? Nemici della Chiesa come il Ku Klux Klan. Ad azzardare l’analogia, l’ex presidente dei vescovi Usa, l’arcivescovo di Chicago, card. Francis George, nel commentare l’annuale manifestazione gay che si terrà nella sua città nel giugno prossimo, rea di mettere a repentaglio il consueto svolgimento delle messe domenicali. «Penso sia motivo di preoccupazione per tutti noi», ha dichiarato nel corso di un’intervista al canale televisivo Fox Chicago Sunday: «Non volete penso che il movimento gay si trasformi in qualcosa di simile al Ku Klux Klan, manifestando per le strade contro il cattolicesimo». Incalzato dai giornalisti ha proseguito: «La retorica del Ku Klux Klan, la retorica di certa parte del movimento gay… chi è il nemico? La Chiesa cattolica».
Toni ben diversi da quelli utilizzati dalla parrocchia Our Lady of Mount Carmel, guidata da p. Thomas Srenn, che aveva sollevato la questione: «L’annuale Pride Parade – si legge sul sito della parrocchia – è una delle caratteristiche che rende Lakeview (una delle 77 community area che compongono Chicago, ndr) unica e non vogliamo in alcun modo sminuire il suo posto nella comunità. Chiediamo solo che l’amministrazione e gli organizzatori considerino le nostre preoccupazioni circa la possibilità che il nuovo percorso e l’orario prescelti possano ostacolare la partecipazione dei fedeli alle messe domenicali».
La situazione si è poi risolta posticipando di due ore la partenza del corteo (dalle 10 alle 12) ma le parole del card. George non sono ovviamente passate inosservate. «Non siamo mai stati violenti nel perseguire i nostri diritti», ha commentato Martin Grochala di Dignity Chicago (la sezione locale dell’associazione statunitense che difende il diritto degli omosessuali credenti ad essere accolti nella Chiesa cattolica): «È quindi sconcertante mettere sullo stesso piano il nostro movimento con una delle organizzazioni più odiose e violente della storia del nostro Paese».
«Ha talmente passato il segno che non riuscirebbe a vederlo neppure con un binocolo», commenta l’organizzazione lgbt Truth Wins Out, che il 23 dicembre ha lanciato una petizione nella quale chiede le dimissioni del cardinale. «Le sue osservazioni ne hanno minato la credibilità»: «Questo oltraggioso paragone è così offensivo e scandaloso che le scuse non saranno sufficienti. L’unica via per redimersi sono le dimissioni. Se ha un briciolo di dignità deve farlo immediatamente».
Stesso sdegno da Equally blessed, la sigla sotto la quale lo scorso anno si sono raccolte quattro storiche organizzazioni cattoliche statunitensi che lottano per una maggiore giustizia all’interno della Chiesa (New Ways Ministry, Call to Action, DignityUsa e Fortunate Families). «Nell’esprimere il timore che una gioiosa manifestazione gay possa sfociare in violenze anticattoliche, il card. George ha umiliato e demonizzato le persone lgbt in modo indegno del suo ruolo». «Nel suggerire che la gerarchia cattolica ha ragione nel temere le persone lgbt, così come i neri, gli ebrei, i cattolici e altre minoranze avevano ragione di temere gli incapucciati assassini del Ku Klux Klan, ha insultato la memoria delle vittime della brutalità e della violenza di questo gruppo». «Le persone lgbt e le loro famiglie non hanno ingaggiato nessuna lotta contro la Chiesa cattolica». «Reiteriamo – concludono – il nostro invito a creare un Comitato consultivo per la Conferenza episcopale degli Stati Uniti composto da cattolici lgbt al fine di prevenire per il futuro simili offensive affermazioni dai nostri leader».
Il cardinale, intanto, sembra dormire sonni tranquilli. A gennaio compie i canonici 75 anni, età in cui i vescovi debbono presentare obbligatoriamente la lettera di dimissioni, ma ha già dichiarato che spera di continuare a svolgere il suo ruolo. «Sono il primo arcivescovo di Chicago che ha vissuto così a lungo e ne sono felice», ha dichiarato (Chicago Sun-times, 26/12): «Mi aspetto di continuare». (ingrid colanicchia)
adista

È bufera per la frase pronunciata dall’arcivescovo di Chicago. “In quei cortei lo stesso odio per la Chiesa che c’era fra gli incappucciati”. Le associazioni omosessuali: “Si dimetta”

mauro pianta – lastampa.it
roma

 

Uno scivolone causato da eccessiva foga oratoria? Oppure un’asprezza polemica figlia di una precisa strategia comunicativa? Certo è che la dichiarazione rilasciata domenica scorsa dal cardinale Francis George, arcivescovo di Chicago, non è passata inosserva
La frase “incriminata”, quella che gli sta rovesciando addosso un’autentica bufera, il presule l’aveva pronunciata davanti alle telecamere della Fox tv: «Alcune manifestazioni del movimento gay,con la loro intolleranza nei confronti della Chiesa cattolica, rischiano di assomigliare a quelle del Ku Klux Klan caratterizzate dallo stesso odio nei confronti del cattolicesimo».
Il cardinale stava commentando l’eventualità che il prossimo Gay Pride di Chicago, in programma domenica 24 giugno 2012, sfilasse proprio davanti ad una delle chiese più antiche della città e per giunta in un orario (le dieci del mattino) in cui le famiglie vanno a messa.
Il possibile disagio per i fedeli, tenuto conto la parata l’anno scorso aveva richiamato in città quasi 8oomila persone, era stata evidenziato proprio dal parroco della chiesa di Nostra Signora del Monte Carmelo.
«Io sto con il sacerdote, non ha senso che venga annullata la messa per il passaggio del Gay Pride», aveva detto l’arcivescovo durante la trasmissione televisiva. Poi era arrivato quel discusso accostamento tra gay e KKK. «Non le sembra un po’ troppo forte?», aveva osservato l’intervistatore.  «Lo è – era stata la replica di George – , ma la retorica del KKK e di alcuni esponenti gay riguardo il cattolicesimo è particolarmente simile. Chi è il nemico? Chi è il nemico? La Chiesa cattolica».
Il primo KKK, vale la pena di ricordarlo, era nato nel Tennessee nel 1866 come società segreta. I suoi membri, che condividevano un complesso rituale fatto di tuniche e cappucci bianchi, si macchiarono di una serie dei delitti nei confronti delle persone di colore. Nel 1871 il Congresso dichiarò l’organizzazione fuori legge.
Organizzazione che rinacque, però, nei primi anni del Novecento avendo come scopo l’affermazione della superiorità dei bianchi. A fondarla nel 1915, in Georgia, fu William J. Simmons, viaggiatore di commercio e assicuratore, legato all’ambiente metodista. Un influsso nel ritorno del KKK lo ebbe il film di  D. W. Griffith “La nascita di una nazione”, opera che esaltava il precedente Klan.  Nel tempo l’organizzazione divenne uno dei centri di aggregazione di patriottismo militante. Con il trascorrere degli anni  l’ostilità del Klan fu diretta non più solo contro i neri ma anche contro le altre minoranze (ebrei,cattolici, stranieri, gli stessi omosessuali). Lo slogan più urlato recitava: “Americani al cento per cento!”. Vi aderivano soprattutto coloro che vedevano nei nuovi arrivati (gli immigrati) concorrenti per il posto di lavoro. Scrive il critico Stephen Cooper nella biografia dello scrittore italo-americano John Fante: «La Chiesa cattolica rappresentava il nemico numero uno del Klan perché i suoi membri erano quasi tutti immigrati, e non certo da paesi anglosassoni. Era considerata una presenza estranea e strisciante che si insinuava nelle principali istituzioni del paese per sconvolgere lo stile di vita americano».
Al di là delle ricostruzioni storiche, comunque, il parallelo tra la comunità omosessuale e la società degli incappucciati  non è andato giù a gay e lesbiche statunitensi che hanno inondato la rete di petizioni: «Un accostamento doloroso e degradante: le scuse non saranno sufficienti. L’unica via per padre George, se ha ancora un brandello di dignità, è quella delle dimissioni».
In ogni caso il comitato organizzatore ha accolto le richieste della Città ritardando la partenza del corteo alle ore 12 per consentire ai parrocchiani di recarsi alla funzione religiosa domenicale.
Il cardinale è tornato in tv e all’Abc ha cercato di chiarire: «Ovviamente è assurdo dire che le comunità gay sono come il KKK. Il mio paragone era tra il tipo di parate, non si riferiva alle persone».
A questo punto,però, è comunque facile immaginare chi sarà il bersaglio preferito del corteo del prossimo 24 giugno.