Se la fede deve trovare un tempo nuovo, anche i linguaggi debbono rinnovarsi

Io scrivo da innamorato di Dio e di Gesù. I linguaggi dell’amore non trascurano la verità, ma non stanno nelle formule fisse e straripano.
Se la fede deve trovare un tempo nuovo, anche i linguaggi debbono rinnovarsi. Infatti: ‘Parlare di Dio oggi, con il linguaggio dei primi secoli, è votarsi all’incomprensione e far correre a Dio il rischio di essere percepito come un mito da relegare fra le anticaglie”
Maurice Zundel

Si può dire la fede senza carità?

di Alessandro Speciale – vinonuovo

Pubblicate in una Nota le indicazioni pastorali per vivere l’Anno della fede: in arrivo tanti libri, opuscoli e convegni. Ma non manca qualcosa?

Come si fa a far riscoprire la gioia e la bellezza della fede? La domanda, come si suol dire, è ‘da un milione di dollari’, soprattutto nel mondo odierno, in cui il tempo è poco e tutto si fa di fretta, e in cui domina di nuovo una specie di ‘pensiero magico’ – per non chiamarla superstizione – e tutti sono a caccia di soluzioni semplice e ‘miracolose’.

Negli ultimi decenni, i cattolici e la Chiesa si sono rotti la testa a cercare una risposta efficace e reale, con risultati che ciascuno valuta come crede. Adesso, però, papa Benedetto XVI ha preso il toro per le corna e annunciato un ‘Anno della Fede’ di 13 mesi che comincerà proprio in occasione del 50.esimo anniversario dell’apertura del Concilio Vaticano II. L’obiettivo – spiega l’apposito Motu Proprio Porta Fidei – è proprio quello di riscoprire la fede e chiedere al Signore di concedere a tutti noi “di vivere la bellezza e la gioia dell’essere cristiani”.

Ora, perché questo ‘Anno’ non rimanga un po’ lì in superficie come qualche precedente iniziativa dodecamensile, la Congregazione per la Dottrina della Fede ha prodotto una Nota con alcune “indicazioni pastorali” su come celebrare – dal livello universale a quello della singola parrocchia – l’Anno della Fede.

Vado subito al punto: l’elenco mi sembra un po’ sconfortante. A scorrere la lista delle proposte sembra che la fede sia fatta soprattutto di libri, convegni, relazioni più o meno accademiche e che per ravvivarla ci sia bisogno principalmente di una messe infinita di opuscoli, libretti apologetici, simposi, conferenze, sussidi, edizioni del Catechismo in tutti i formati e così via.

Lungi da me sottovalutare il potere della parola scritta – d’altra parte la Buona Novella ci arriva nella Bibbia, ovvero ‘i libri’ – e l’idea di rileggere e riscoprire i testi del Concilio e il Catechismo – uno dei punti portanti della Nota vaticana – è sicuramente ispirata. È anche importante creare luoghi e occasioni per parlare della fede, che accada in un salone parrocchiale o in un centro convegni della capitale.

Ma mi colpisce profondamente che non ci sia nessun invito – rivolto a conferenze episcopali, diocesi, singole parrocchie o singoli fedeli – a compiere “opere di carità”: visitare i carcerati, dar da mangiare agli affamati, da bere agli assetati, e così via.

E non si può certo dire che il papa abbia trascurato la questione nel suo Motu Proprio: “L’Anno della fede sarà anche un’occasione propizia per intensificare la testimonianza della carità”, scrive al punto 13.

Ora nel ‘vademecum’ preparato per l’Anno mi sembra di aver trovato solo due accenni, estremamente tangenziali, alla carità e alla sua ‘opera’:

– quando si “incoraggiano” le Conferenze episcopali a mettere in atto “iniziative di sostegno caritativo” per sostenere la traduzione nelle lingue dei Paesi di missione dei testi – ancora! – del Concilio Vaticano II e del Catechismo (II.3);

– e quando si esortano i fedeli, “chiamati a ravvivare il dono della fede”, a “comunicare la propria esperienza di fede e di carità dialogando coi loro fratelli e sorelle, anche delle altre confessioni cristiane, con i seguaci di altre religioni, e con coloro che non credono, oppure sono indifferenti. In tal modo si auspica che l’intero popolo cristiano inizi una sorta di missione verso coloro con cui vive e lavora, nella consapevolezza di aver «ricevuto un messaggio di salvezza da proporre a tutti” (IV.10).

Anche qui, come si vede, l’accento è messo sul “comunicare”. Ma non eravamo noi cattolici – di contro a quegli ‘eretici’ dei protestanti – a dire che la fede è anche un’opera e non solo uno stato?

E senza buttarsi in teologia, che di certo non fa per me, non è capitato anche a voi – come a me – di scoprire la fede facendo volontariato, dando da mangiare agli anziani al Cottolengo oppure nel sottopasso di una stazione, cuocendo torte o in mille altri modi, insomma ‘facendo cose’ insieme ad altri – che magari già credono e quel loro ‘fare’ fa sorger la domanda su ‘cosa ci sia dietro’?

Non so, ma per riscoprire la fede a me sarebbe sembrata un’idea carina…