Cgia, 8.500 posti vacanti, introvabili esperti informatici

(AGI) – Roma, 6 set. – Analisti e progettisti di software, tecnici programmatori, ingegneri energetici/meccanici, tecnici della sicurezza sul lavoro ed esperti in applicazioni informatiche: sono queste le figure professionali piu’ difficili da reperire sul mercato del lavoro. Insieme a attrezzisti di macchine utensili, infermieri, ostetriche, professionisti della riabilitazione, acconciatori, installatori e riparatori di apparati elettrici ed elettromeccanici, daranno luogo a oltre 29.000 nuovi posti di lavoro. Di questi, quasi 8.500 rischiano di non essere coperti perche’ non reperibili sul mercato del lavoro. E’ quanto rivela l’Ufficio studi della CGIA, che ha analizzato i dati emersi dalla periodica indagine effettuata dall’Unioncamere-Ministero del Lavoro su un campione qualificato di imprenditori italiani. Negli ultimi sei anni i “lavoratori introvabili” sono pressoche’ dimezzati: nel 2009 i posti vacanti erano circa 17.600. L’elaborazione della Cgia considera le professioni per cui le aziende prevedono l’assunzione di almeno 1.000 figure (e’ stato esaminato l’83% di tutte le assunzioni previste nel 2014 e l’86% di quelle del 2009); si tratta delle previsioni di assunzione non stagionali.
  Dall’inizio della crisi – fa notare la Cgia – molte cose sono cambiate: se nel 2009 non si trovava oltre la meta’ degli infermieri/ostetriche, dei falegnami e degli acconciatori, nel 2014 la ‘top ten’ e’ cambiata e le professionalita’ piu’ difficili da trovare risultano in primo luogo gli analisti e i progettisti di software (37,7%), poi i programmatori (31,2%), quindi gli ingegneri energetici e meccanici (28,1%), i tecnici della sicurezza sul lavoro (27,7%) ed i tecnici esperti in applicazioni informatiche (27,4%), tutte figure con una elevata specializzazione e competenza. Dopo sei anni di crisi infermieri ed ostetriche, acconciatori e attrezzisti di macchine utensili continuano ad avere un futuro, ma ridimensionato in termini assoluti. Inoltre, se nel 2009 la platea dei “lavoratori introvabili” era costituita prevalentemente da attivita’ artigianali ad elevata abilita’ manuale, oggi, invece, gli “introvabili” sono legati a settori ad alta specializzazione tecnica, in particolare nell’informatica. – “Le cause del disallineamento tra domanda e offerta di lavoro – segnala Giuseppe Bortolussi segretario della CGIA – sono molteplici. Nonostante il perdurare della crisi, molte aziende continuano a denunciare che nei settori tecnologici ad alta specializzazione le competenze dei candidati sono insufficienti. Sicuramente cio’ e’ vero: spesso la preparazione di molti giovani e’ ben al di sotto delle richieste avanzate dalle imprese. Tuttavia molte aziende scontano ancora adesso metodi di ricerca del personale del tutto inadeguati, basati sui cosiddetti canali informali, come il passaparola o le conoscenze personali che non consentono di effettuare una selezione efficace. Inoltre, non va trascurato nemmeno il fenomeno della disoccupazione d’attesa: nei settori dove e’ richiesta una elevata specializzazione, le condizioni offerte dagli imprenditori, come la stabilita’ del posto di lavoro, la retribuzione e le prospettive di carriera non sempre corrispondono alle aspettative dei candidati. Se questi sono di valore, preferiscono rinunciare, in attesa di proposte piu’ interessanti”. (AGI) .

 

lavoro

Idee. Wikieconomia, una rete contro la crisi

Wikieconomia

Un giorno gli italiani hanno acceso il televisore e con l’alluvione di Olbia hanno scoperto i rischi dell’insostenibilità ambientale. Un altro con il rogo di Prato quelli dell’insostenibilità sociale. L’urgenza dei tempi che stiamo vivendo è tale che ci inchioda a scrivere sempre lo stesso libro. Che ruota attorno a quella leva che Archimede cercava per sollevare il mondo, al tema per il quale voglio essere ricordato con un epitaffio sulla mia lapide dove si dica che ho lavorato e lottato per il «voto col portafoglio».

Ovvero il potere enorme che abbiamo (ma che utilizziamo ancora solo in piccolissima parte) di influenzare il mercato premiando le imprese che sono all’avanguardia nella sostenibilità sociale e ambientale. Potere che dovremmo usare per il nostro bene (con autointeresse lungimirante) per evitare che sul mercato prevalgano scelte ambientali e sociali dissennate che ricadono sui nostri simili e alla fine, come un boomerang, anche su noi stessi.

Viviamo una fase del tutto particolare della vita economica del nostro pianeta. La globalizzazione è un po’ come l’epopea della frontiera nel Far West. Dove prima sono arrivati gli «spiriti animali» che  colonizzarono il nuovo mondo lungo la via del telegrafo.

Solo successivamente nella storia della frontiera americana sono arrivate le regole e le leggi. Così oggi le grandi imprese multinazionali sfruttano al meglio la possibilità di muoversi su scala globale lungo la via della rete delocalizzando la produzione dove conviene di più (e costa meno in termini di lavoro, ambiente e tasse). E colossi finanziari troppo grandi per fallire, troppo complessi per essere regolati, la fanno da padrone in una finanza ipertrofica come «battelli ebbri» di baudelairiana memoria che hanno rotto gli argini e i freni di regolatori deboli o collusi. Dandosi il nome di banca, ma operando in realtà da gigantesche bische dove prevale il trading ad alta frequenza e l’uso di derivati per finalità puramente speculativa.

Nella globalizzazione stiamo dunque vivendo una delicata transizione nella quale le regole e le istituzioni globali non sono arrivate; il sonno dei regolatori produce dei mostri e il conflitto tra imprese globali e regole nazionali genera sviluppo economico ma anche insostenibilità ambientale, livelli di povertà inaccettabili, crisi finanziarie, diseguaglianze imponenti e il gigantesco dilemma di una ricchezza senza nazioni e di nazioni senza ricchezza.

Ma nulla si decide solo sulle nostre teste senza che noi possiamo intervenire per cambiarlo. Abbiamo in tasca le chiavi delle nostre catene e non ce ne siamo ancora accorti. Esiste un paradigma alternativo (copernicano) da sostituire a quello ormai obsoleto che ha fatto il suo tempo (tolemaico) e che non è più in grado di farci progredire dal punto in cui siamo arrivati.

E che è decisamente meno efficiente sia in termini di fertilità economica che di capacità di creare le condizioni per la pienezza e la felicità della nostra vita.

Ognuno nasce con un talento specifico nella vita e la sua fioritura dipende dalla capacità di trovarlo, coltivarlo e valorizzarlo. L’economista è un entomologo o un dottore? Più la seconda dal mio punto di vista, anche se per curare i pazienti la conoscenza scrupolosa e accurata dell’anatomia è fondamentale e quindi il momento dell’osservazione e dello studio del funzionamento dei meccanismi socioeconomici è fondamentale.

E il dottore sociale sa che la sfida più stimolante e appassionante è quella di risolvere i problemi degli ultimi e contribuire al bene comune e alla fioritura e soddisfazione di vita collettiva. In fondo chiedere a un economista perché mai dovrebbe occuparsi di povertà è come domandare a un medico perché si appassiona alla cura di malattie gravi invece di occuparsi solo di eliminare le rughe dal volto di qualche capricciosa star del cinema che non vuole invecchiare. Per un economista/dottore sociale non c’è nulla di meglio che cercare di fare da ponte tra le due sponde spesso troppo lontane degli operatori competenti ma poco sensibili e dei testimoni sensibili ma dotati di scarse competenze. Dare competenze ai sensibili e sensibilità ai competenti è il lavoro prezioso da fare in questa terra di mezzo nella quale lo sforzo della divulgazione assume importanza fondamentale.

La fiducia nel futuro (e non i vari capitali fisici, umani e sociali) è la molla più profonda che ci spinge a intraprendere la faticosa strada di un investimento per creare un’azienda, che ci induce a impegnare il nostro capitale in un’attività produttiva e a creare una famiglia. In questo ambito il compito di un economista civile che vuole alimentare speranza è triplice: indicare l’orizzonte verso cui tendere (additando il «non ancora»), tracciare nuovi sentieri dal punto in cui ci troviamo per evitare il rischio paralizzante che nessuna strada porti ad esso (costruendo il «già»), abitare i luoghi dove il «già» sta prendendo forma vivendo a fianco e interagendo con chi è operativo in una crescita mutualmente stimolante.

Rispetto ai libri scritti in precedenza, quest’ultimo si arricchisce anche di un fattore chiave: il lavoro iniziato qualche anno fa sui social network. È per questo che ho deciso di chiamarlo Wikieconomia. Scrivere un libro è come partecipare a una maratona fatta di tanti scatti separati, uniti poi assieme. E i social network stimolano a esprimerci su durate corte o cortissime (i 140 caratteri di Twitter) che aumentano la nostra capacità di sintesi e rinforzano la nostra abilità a esporre pensieri brucianti in poco spazio. Allo stesso tempo essi (quando vengono usati bene e non diventano solo sfogatoi moltiplicatori di rabbia ed emozioni di breve periodo) sono luoghi nei quali si costruisce dal basso, assieme, sapere collettivo, in scambi che annullano i limiti spazio-temporali tra persone lontanissime che partecipano allo stesso dibattito virtuale.

Un po’ come un gigantesco speaker’s corner globale dove la rete sostituisce Hide Park e tutti possono simultaneamente parlare e ascoltare senza vincoli spazio-temporali.

Il primo problema di cui oggi un economista anche solo liberale dovrebbe occuparsi è come può la maggioranza debole e dispersa contrastare e arginare il potere di lobby concentrate e aggressive. Una novità importante da questo punto di vista è proprio la rete, che offre tecnologie e modalità di aggregazione un tempo impensate, aiutando l’interesse della maggioranza a prendere forma e consapevolezza, a condensarsi e rinforzarsi.

Così come Wikipedia è l’esempio lampante di come la rete ha stimolato l’estrazione di operosità dagli immensi giacimenti di gratuità umana, con una comunità di volontari che ha edificato la piramide di un’enciclopedia online, così la wikieconomia potrebbe essere la grande opera del futuro, la costruzione di un’economia al servizio del bene comune e dell’interesse di tutti.

avvenire.it

Consumatori contro le lucciole nel calcolo Pil

 

 

 “Rimaniamo interdetti di fronte al fatto che l’Eurostat abbia deciso, e che noi eseguiremo, di annoverare attività criminali come la prostituzione, il traffico di stupefacenti e il contrabbando tra le attività che contribuiscono al calcolo del Pil”: è la posizione delle associazioni Federconsumatori e Adusbef. “Una trovata di cattivo gusto – dicono – che eleva le attività illegali in mano, il più delle volte alle mafie, al rango di produttrici di ricchezza nazionale”. “Oltre che dal punto di vista statistico, l’errore appare intollerabile soprattutto dal punto di vista etico”, sottolineano i presidenti delle due associazioni di consumatori, Rosario Trefiletti ed Elio Lannutti: “Per pura curiosità ci piacerebbe tra l’altro sapere come calcolerebbero il giro di affari di tali attività. In ogni caso, sfruttamento e commercio illegale rimangono sempre attività intollerabili e da condannare, indipendentemente dal loro volume di affari. Non possono magicamente assumere sfumature positive solo se fa comodo annoverarle nella computazione del prodotto interno lordo. Facciamo appello ai parlamentari europei e al Governo italiano affinché si intervenga con determinazione per contrastare ed eliminare questa pessima decisione”.

Sul fronte opposto la posizione del Codacons, che invece “promuove a pieni voti l’inserimento di voci come droga, prostituzione e contrabbando nel calcolo del prodotto interno lordo. Si tratta – sostiene l’associazione – di una misura giusta da tempo richiesta dall’Europa e dalla comunità internazionale. Finalmente grazie a questa novità il dato relativo al Pil sarà pienamente attinente alla realtà dell’economia italiana, e sarà superata quella ritrosia ipocrita di chi finge che voci come droga e prostituzione non esistano nel nostro paese”. Per il presidente del Codacons Carlo Rienzi, “chi critica tale provvedimento ha una concezione dell’Italia da paleolitico antico, e vorrebbe far rimanere indietro il nostro paese rispetto al resto del mondo. Contestare l’ingresso di droga prostituzione e contrabbando nel Pil vuol dire avere una idea bigotta e di estrema destra dell’economia e dei conti economici che, al contrario, oltre tali voci dovrebbero tener conto di tutta la ricchezza prodotta ed evasa al fisco”.

 

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Economia tedesca arretra per la prima volta dal 2012

Berlino

Il Pil tedesco arretra dello 0,2% nel secondo trimestre 2014 rispetto al trimestre precedente. Il dato è peggiore delle attese che indicavano una possibile flessione del -0,1%. La crescita del primo trimestre rispetto all’ultimo del 2013 è stata rivista dal +0,8 al +0,7%. Con il dato del secondo trimestre diffuso oggi dall’istituto di statistica tedesco l’economia in Germania arretra per la prima volta dal 2012.

Borse europee e futures Usa in rosso, a parte Londra (+0,1%), prima del ponte di Ferragosto dopo l’inatteso calo del Pil tedesco. Ne fa le spese soprattutto Milano (Ftse Mib -0,81%), più caute invece Francoforte (-0,26%), Parigi (-0,35%) e Madrid (-0,42%). Segno meno per Rio Tinto (-1,81%), Glencore (-1,4%) Bbva (-1,18%) e Lvmh (-1,13%). Giù Fiat (-1%), bene Renault (+0,9%) e Banco Comercial Portugues (+2,3%). In calo Unicredit (-1,58%), Intesa (-1,2%), Deutsche Bank (-1,15%) e Bnp (-1%).

Milano in rosso (-0,8%) con Pil Germania – Si conferma quasi completamente in rosso Piazza Affari nella prima mezz’ora di scambi, con il Ftse Mib in calo dello 0,8% a 19.380 punti e solo due titoli in territorio positivo: Buzzi (+1,58%) e Moncler (+1,33%). In coda si trovano Telecom (-1,58%), Tod’s (-1,31%), Wdf (-1,28%) e Luxottica (-0,92%), mentre sono poco variate Mps (-0,1%), Banco Popolare (-0,35%), Finmeccanica (-0,45%), Enel (-0,1%) e Autogrill (-0,05%). Caute Fiat (-0,56%) e Bper (-0,34%), giù Unicredit (-1,23%).

Francia, Sapin: atteso +0,5% 2014, allentare vincoli Ue – Il Ministro delle Finanze francese Michel Sapin stima che in Francia la crescita si fermerà nel 2014 ad un +0,5% del Pil, la metà dell’obiettivo precedentemente stimato al +1%. Lo ha detto a Le Monde sollecitando risposte dall’Europa, dal rafforzamento dell’azione della Bce ad un adattamento delle regole di budget alla situazione economica, quindi maggiore flessibilità rispetto ai vincoli che gravano sui conti pubblici.

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Pioggia di soldi in arrivo: sceicchi innamorati della Sicilia

Pioggia di soldi in arrivo: <br /> sceicchi innamorati della Sicilia

Sherazade, Aladino, i quaranta ladroni. Ma adesso non è più tempo delle favole. Qualcosa è cambiato, non si tratta di miraggi nel deserto e di favole. Gli sceicchi si sono innamorati della Sicilia. Centoquarantamilioni per rilanciare la Perla Jonica, e farne un gioiello della catena Hilton. Un progetto imponente – il complesso dovrà diventare il più grande “sistema” convegnistico-alberghiero del Mediterraneo, col nome di Hotel Hilton Capo Mulini – che darà lavoro a 400 dipendenti.

Ma è solo l’ultimo indizio di una lunga serie. Gli emissari più illustri del Qatar hanno incontrato governanti e amministratori locali e accennato accordi per altri importanti investimenti. In Sicilia non si discute soltanto, ma si spende e si investe. Se n’è parlato tanto: la Fiat di Termini Imerese, Mazara del Vallo, il Palermo calcio (fra Zamparini e gli sceicchi,  sia il pallone quanto gli affari, acquisti incrociati nel settore della distribuzione).

Una settimana fa l’ambasciatore italiano in Qatar è stato in Sicilia in vista della imminente apertura a Doha del più grande centro commerciale della Penisola Arabica: programmata la partecipazione dello Sceicco del Qatar, Al Emadi, a Blue Sea Land 2014, l’Expo dei Distretti Agroalimentari del Mediterraneo, Africa e Medioriente allargato che si svolgerà, dal 9 al 12 ottobre, a Palermo, Gibellina, Marsala e Mazara del Vallo. Senza contare l’accordo sottoscritto nelle scorse settimane dall’assessore regionale alle Attività produttive della Sicilia Linda Vancheri tra il Distretto produttivo Meccatronica e lo sceicco El Maidoor, presidente della Society of Engineer degli Emirati Arabi e presidente della Health Society di Dubai, che stabilisce un ponte nel settore tecnologico ma anche quello della salute, in modo particolare tutta la filiera delle biotecnologie, e quello dell’agrindustria.

E poi lo sceicco Al Amadi, che in un recente tour in Sicilia, ha incontrato il presidente della Regione, Rosario Crocetta ed altri rappresentanti delle istituzioni per proporre nel suo grande centro commerciale una presenza delle eccellenze sicilianeLa Sicilia è entrata nel mirino del Qatar, si sono chiusi accordi con imprese siciliane interessate alla esportazione dei loro prodotti in Medio Oriente.

A due miliardi di euro (tra centro storico e porto)  dovrebbero ammontare gli investimenti a Palermo, almeno nelle intenzioni originarie di Zamil al Zamil, sceicco del Bahrain. In questo contesto  la promessa, fatta dal sindaco Orlando, di promuovere la realizzazione di una grande moschea nel capoluogo siciliano. Dietro questa vivacità diplomatica e commerciale degli Emirati – e del Qatar soprattutto – c’è un progetto politico globale: consolidare una rete finanziaria e commerciale che permetta di essere presente nelle vicende politiche mediorientali.

fonte http://www.siciliainformazioni.com/110311/pioggia-soldi-in-arrivo-sceicchi-innamorati-sicilia

Moody’s pessimista sull’Italia Pil scendera’ nel 2014 a -0,1%

(AGI) – Roma, 11 ago. – “I recenti dati sul pil italiano hanno rivelato che l’economia del paese si e’ contratta dello 0,2% nel secondo trimestre di quest’anno rispetto al trimestre precedente. Alla luce di questi nuovi dati, ora prevediamo che l’economia italiana si contrarra’ dello 0,1% nel 2014, contro la precedente previsione di 0,5% di crescita. Tutto cio’ rende la riduzione del deficit e del debito piu’ difficile e comportera’ l’attuazione di misure economiche strutturali politicamente piu’ impegnative”. Lo afferma al quotidiano online Affaritaliani.it Sarah Carlson, vice president-senior credit officer di Moody’s Investors Service.

“Il governo italiano – prosegue la Carlson – ipotizza un deficit del 2,6% rispetto al pil nel 2014 e il suo programma di stabilita’ prevede un disavanzo dell’1,8% nel 2015. Pensiamo che l’Italia manchera’ entrambi questi obiettivi (che attualmente prevedono un deficit 2,7% rispetto al pil in entrambi gli anni, con un significativo rischio di ulteriori revisioni al rialzo), e che l’onere del debito raggiungera’ il picco del 136,4% del pil nel 2014 per poi scendere al 135,8% nell’anno successivo”. “La recessione in Italia – conclude – avra’ effetti negativi sulla politica fiscale e sul clima politico generale, sia a livello nazionale che europeo”. (AGI)

Pil secondo trimestre -0,2% L’Italia è in recessione

L’Italia è in recessione tecnica. Il Pil nel secondo trimestre 2014 risulta ancora negativo, scendendo dello 0,2% rispetto al trimestre precedente, quando aveva segnato un calo dello 0,1%. Su base annua, invece, scende dello 0,3%. Lo rileva l’Istat nella stima preliminare.

La variazione acquisita del Pil per il 2014 è negativa, pari al -0,3%. Lo rende noto l’Istat, in base alle stime preliminari sul Pil. Si tratta del dato che si otterrebbe in presenza di variazioni congiunturali nulle per i restanti trimestri dell’anno

La produzione industriale a giugno torna a salire, in rialzo dello 0,9% rispetto a maggio, quando era risultata in netto calo. Lo rileva l’Istat. Si tratta dell’aumento mensile più forte da gennaio. Il dato è positivo anche su base annua, in crescita dello 0,4%. L’incremento congiunturale era atteso, ma supera le previsioni di gran parte degli analisti, che si attestavano tra +0,7% e +0,8%. L’Istat parla di “un dato positivo” e “di rimbalzo” a confronto con maggio, che, come “sembrano confermare i dati”, spiega, è stato negativamente influenzato dal ponte di venerdì 2 maggio, innescato dalla festività del primo, seguita dal weekend.

Produzione secondo trimestre -0,4%
Nella media del secondo trimestre la produzione industriale risulta in diminuzione dello 0,4% rispetto al trimestre precedente, quando aveva segnato un aumento dello 0,1% (dato rivisto al rialzo, era -0,1%). Lo rileva l’Istat. Il dato tendenziale sul secondo trimestre segna, fa sapere sempre l’Istat, una crescita zero. Nella media del primo semestre dell’anno, invece, la produzione industriale risulta in rialzo dello 0,2% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente, stando ai dati corretti per gli effetti di calendario. Guardando all’indice grezzo si evidenzia però un ribasso dello 0,9%.

Produzione per beni consumo a top da un anno
La produzione industriale nel settore dei beni di consumo a giugno registra un rialzo del 2,5% su base mensile. Lo rileva l’Istat. Si tratta del dato migliore da oltre un anno, ovvero da maggio del 2013

ansa 6 agosto 2014 ore 11,19

Confcommercio, consumi al palo L’effetto bonus e’ “invisibile”

Crescita lenta dei consumi a giugno secondo Confcommercio: l’aumento tendenziale e’ stato dello 0,4%, corrispondente a un +0,1% rispetto al mese di maggio.
Secondo l’associazione dei commercianti l’effetto bonus “e’ quasi invisibile”.
“E’ troppo poco rispetto alle attese – aggiunge Confcommercio – sono segnali positivi ma straordinariamente deboli e insufficienti per affermare che la domanda delle famiglie sia giunta ad un incoraggiante punto di svolta”.
Secondo Confcommercio, “allo stato attuale si conferma il permanere di un quadro economico privo di una precisa direzione di marcia, situazione che dopo un lungo ed eccezionale periodo recessivo non puo’ non preoccupare molto”.
Secondo l’indicatore consumi di Confcommercio per il mese di giugno, “la cautela nell’interpretare i dati deriva anche dal peggioramento registrato a luglio proprio dal clima di fiducia delle famiglie, il secondo consecutivo, sintomo del permanere di uno stato di disagio caratterizzato dalla dominanza dell’incertezza per il futuro rispetto agli effetti reali di un maggior reddito disponibile”. Nel dettaglio l’indicatore dei consumi di Confcommercio registra una crescita dell’1% della domanda di servizi, mentre la spesa per i beni ha registrato una variazione nulla rimanendo sugli stessi livelli dell’anno scorso. A giugno, variazioni positive rispetto a giugno del 2013 si rilevano per la spesa reale in beni e servizi per le comunicazioni (+3,8%) grazie soprattutto all’acquisto di beni, per i beni e servizi ricreativi (+1,3%) e per gli alberghi, pasti e consumazioni fuori casa (+1,1%) settore su cui influisce l’incremento della spesa per gli alberghi. Secondo Confcommercio invece una crescita piu’ contenuta si e’ registrata per i beni e servizi per la persona (+0,8%) e per gli alimentari, bevande e tabacchi (+0,5%). Una riduzione particolarmente significativa, infine, ha interessato i beni e servizi per la mobilita’ (-1,1%). Riduzione dei consumi si sono registrate anche per l’abbigliamento e le calzature (-1,1%) e per i beni e servizi per la casa (-0,8%).
(AGI) .

«In Italia sanatorie, scudi, condoni, sono pane quotidiano. Siamo un paese a forte matrice cattolica, abituato a fare peccato e ad avere l’assoluzione»

«In Italia sanatorie, scudi, condoni, sono pane quotidiano. Siamo un paese a forte matrice cattolica, abituato a fare peccato e ad avere l’assoluzione», ha detto il direttore dell’Agenzia delle entrate, Rossella Orlandi, intervenendo a un convegno organizzato a Roma da Conf commercio.

Chi evade si aspetta l’assoluzione
Difficile tagliare i fili e ricostruire il rapporto con il fisco in una forma nuova. «Siamo un paese – ha sottolineato Rossella Orlandi – dove chi evade poi si aspetta l’assoluzione. La matrice cattolica di questo paese poi spinge chi evade a credere che poi arriverà uno scudo o un condono». Il direttore dell’Agenzia delle Entrate ha sottolineato che «se il cittadino che evade è convinto che la sanzione non arriverà difficilmente si abituerà a rispettare le leggi».

Le frodi sono la nostra priorità
Le frodi, ha detto Orlandi, hanno raggiunto una «diffusione incredibile» e «il contrasto forte alle frodi» è una delle priorità su cui si muoverà l’Agenzia delle entrate, sottolineando che nella lotta all’evasione non sarà comunque abbandonata nessuna attività. Da un lato l’Agenzia continuerà il percorso di «dialogo, confronto e semplificazione» fiscale per i cittadini, dall’altro si concentrerà sul «contrasto dell’evasione fiscale che ha dimensioni preoccupanti e ha tre controeffetti negativi: inquina il mercato, facendo fuori le aziende sane, impedisce una distribuzione equa delle risorse, perché la tassazione pesa sulla parte onesta, ed è strettamente connessa alla corruzione, perché senza fondi neri, che si creano con l’evasione, la corruzione non sarebbe possibile».

Per le imprese virtuose rimborsi Iva più veloci
Su controlli e rimborsi si terrà conto dei «comportamenti delle imprese», ha detto il direttore dell’Agenzia delle Entrate Rossella Orlandi. Le imprese «virtuose», che hanno sempre pagato, ha spiegato la Orlandi, «avranno rimborsi in tempi brevi», mentre per quelle «con precedenti di frodi ci saranno controlli più ampi».

Ho perso un pomeriggio per capire l’Imu di casa mia
C’è la necessità di semplificare l’approccio al fisco da parte dei cittadini. «Io che sono una esperta di fisco – ha raccontato Orlando – ho perso un pomeriggio per cercare di capire che cavolo dovevo fare con l’Imu di casa mia». Per il neo direttore dell’Agenzia delle Entrate c’è la necessità di semplificare l’approccio al fisco da parte dei cittadini: «è necessario facilitare l’approccio, la semplificazione è una delle nostre priorità». E ha definito una rivoluzione nel rapporto del fisco con i cittadini la dichiarazione precompilata.

ilsole24ore.com

Argentina a un passo dal fallimento: S&P, e’ “in selective default”

Dopo 13 anni l’Argentina e’ tornata a un passo dal fallimento totale. Standard & Poors’, che gia’ collocava i titoli di Buenos Aires a livello spazzatura (CCC-), stasera ha emesso un giudizio di “selective default”: situazione che non equivale ad un fallimento totale ma che riconosce che il Paese onora i sui impegni su certi bond ma non su altri. Il riferimento citato da S&P e al fatto che il 30 giugno l’Argentina non ha onorato il pagamento di 539 milioni di dollari di interessi su titoli emessi con scadenza 2033. Ad innescare l’ennesimo declassamento il mancato accordo con diversi hedge fund americani che recentemente hanno vinto una causa negli Usa che li vedeva contrapposti al governo argentino. Alla fine del 2001 fu il governo argentino a dichiarare un completo ed effettivo default perche’ non era piu’ in grado di onorare titoli per 132 miliardi di dollari.

agi

Fiducia imprese al top da agosto 2011

(ANSA) – ROMA, 28 LUG – La fiducia delle imprese a luglio segna un nuovo rialzo, secondo l’indagine dell’Istat, raggiungendo 90,9 punti dagli 88,2 di giugno. Un livello così alto non si registrato da agosto 2011. In particolare, l’indice aumenta per le imprese dei servizi di mercato, costruzioni e commercio ma è in lieve diminuzione le imprese manifatturiere.

Termini Imerese, il futuro passa dal Brasile Così si punta a salvare l’ex impianto Fiat

Il destino della fabbrica siciliana è in mano a un fondo di Rio che vorrebbe produrre una citycar ibrida. Ma le incognite sono molte e i sindacati sono scettici

di Maurizio Maggi e Gloria Riva
Dalle sponde del Tirreno alle rive atlantiche di Rio de Janeiro. Se le trattative tra i sindacati, il governo e la Grifa andranno in porto, il nuovo padrone dello stabilimento d’auto di Termini Imerese, in provincia di Palermo, sarà raggiungibile al numero 401 di Rua Visconde de Piraja, Ipanema, a due passi dalle spiagge più famose del mondo.

È qui, infatti, che ha sede Kbo Capital, la società d’investimenti guidata dal banchiere Roland Gerbauld pronta a ricapitalizzare la Grifa, la start up dal nome antico (Gruppo Italiano Fabbriche Automobili) che da settembre 2013 è in pista per rilevare e, si spera, rilanciare il travagliato impianto siciliano ex Fiat.

È ambizioso il progetto della Grifa: cominciare a produrre, tra fine 2015 e inizio 2016, una citycar a motorizzazione ibrida. Nel segmento A, quello della Panda, di vetture ibride ancora non ce ne sono. La più piccola in circolazione è la Yaris Hybrid della Toyota. Secondo la Grifa, la sicilianina dal passaporto carioca dovrà costare meno dell’utilitaria nipponica a doppia alimentazione – attualmente il prezzo di listino della versione economica è di 18.650 euro – in modo da poter essere impiegata pure nel car-sharing. Successivamente, la vettura sarà realizzata anche con la sola alimentazione elettrica e, a regime, dalla fabbrica dovrebbero uscire 35 mila macchine all’anno.Nei prossimi giorni ci sarà l’aumento di capitale, per salire dagli attuali 25 milioni di euro a quota cento. Gli attuali azionisti italiani (un immobiliarista, un operatore turistico e un produttore di macchinari per l’energia eolica, racconta il portavoce della società) scenderanno all’uno per cento: il resto sarà tutto in mano ai manager di Kbo Capital, tutti banchieri di formazione internazionale, che nel prossimo consiglio d’amministrazione faranno il loro ingresso ufficiale in società, conquistando pure la presidenza.

Anche se il capitale sarà presto straniero, la Grifa seguiterà comunque a parlare italiano. L’attuale amministratore delegato, Augusto Forenza, che ha guidato un’azienda di componenti che forniva la Fiat a Melfi, rimarrà al vertice, così come il capo delle relazioni istituzionali e del personale, Giancarlo Tonelli, ex capo risorse umane di Fiat Auto. Non è l’unico dirigente con un passato torinese a far parte della squadra. Alla regìa tecnica, infatti, ci sono Giuseppe Ragni, già direttore centrale dell’Alfa e condirettore generale di Alenia Aeronautica, e Giovanni Battista Razelli, un passato in Ferrari e poi gran capo del gruppo piemontese in America Latina. Da qui sono nati i rapporti con la finanza brasiliana, sfociati nell’accordo con Kob Capital.

Tutto è comunque legato alla soluzione della matassa sindacale. Alla fine dell’anno scadrà la cassa integrazione per i 769 dipendenti dell’impianto siciliano dove, fino al 2011, si è prodotta la Lancia Ypsilon. Il tempo stringe e se va in fumo anche questa iniziativa sarà praticamente impossibile immaginare un futuro industriale per la sfortunata fabbrica isolana. Anche perché senza accordo non arriveranno, alla Grifa, i prestiti promessi dal ministero dello Sviluppo Economico e dalla Regione Sicilia. Dice Tonelli: «Noi investiremo 350 milioni di euro in tre anni: i cento del capitale e altri 250 grazie ai finanziamenti delle istituzioni, denari che pagheremo un po’ meno di quanto faremmo andando a reperirli sul mercato, e che restituiremo: non si tratta di quattrini pubblici a fondo perduto, ci tengo a precisarlo. Così come dev’essere chiaro che non possiamo farci carico pure degli addetti dell’indotto, come piacerebbe al sindacato», spiega Tonelli.

Dopo l’ultimo incontro (martedì 8 luglio) con la società, peraltro, l’ottimismo da parte dei rappresentanti dei lavoratori sembra essersi raffreddato. Il responsabile del personale, infatti, ha ribadito che la Grifa potrà riassumere circa 400 persone nel giro di 2-3 anni. Ipotesi che non garba troppo a Roberto Mastrosimone, segretario regionale della Fiom-Cgil: «Per ora quelli della Grifa sono solo annunci, non siamo riusciti ad analizzare nel dettaglio il piano industriale. Se al principio pensavamo che dietro al progetto ci fosse Fiat, ora ci chiediamo perché il gruppo torinese dovrebbe regalare gli impianti alla Grifa, mentre tutti i dipendenti vengono licenziati in attesa di una ipotetica riassunzione solo di una parte della forza lavoro». Alla Fiat di Sergio Marchionne, in verità, oggi interessa soprattutto che Termini Imerese esca dal suo perimetro senza traumi sul piano sociale ed effetti negativi per l’immagine.

Al prossimo appuntamento a Roma, alla presenza del governo e pure della Fiat – il 23 luglio – i contorni della faccenda saranno meglio definiti. Meno pessimista appare il sindaco della cittadina, Totò Burrafato, già scottato dal fallimento della “via molisana” per rilanciare l’impianto. Massimo Di Risio, il patron della DR di Isernia, che pure quando gareggiava con le auto da corsa se la cavava bene, nel gran premio della rinascita di Termini s’è fermato ai box prima ancora dello start. «Tutti quelli che si sono avvicinati allo stabilimento di Termini Imerese si sono spiaccicati contro il muro. Ora, forse, questa è la volta buona», si augura il primo cittadino.

Il telaio, il motore termico e le parti meccaniche, dice Tonelli a “l’Espresso”, la Grifa «li comprerà da un costruttore europeo». Tonelli non vuole dire che li acquisterà da un costruttore italiano ma il candidato più probabile, e verrebbe da dire naturale, è proprio Fiat.

Esplicite invece, fin da subito, le intese con la Magneti Marelli, che già fornisce componenti elettrici ed elettronici fuori dal gruppo Fiat. Il presidente della Magneti Marelli, tra l’altro, è Eugenio Razelli, fratello di Giovanni Battista, uno dei potenziali “papà” tecnici delle future Grifa. Lo sviluppo del sistema ibrido, la sfida tecnologicamente più impegnativa, sarà fatto in collaborazione con il Politecnico di Torino e con quello di Palermo.

Bocche cucite sull’argomento design, ma si sa che tra i carrozzieri interpellati c’è anche l’Italdesign di Giorgio Giugiaro. Sul vessillo nazionale del Brasile campeggia la scritta “Ordem e Progresso”, ispirata al motto del filosofo positivista Auguste Comte. I lavoratori di Termini Imerese, il governo e la Fiat incrociano le dita e sperano che il piano della Grifa targata Rio de Janeiro faccia davvero dei progressi.

espresso.repubblica.it

Il tesoro del Vaticano vale almeno 10 miliardi

Investimenti in immobili, azioni, oro, valute pregiate. Dall’Apsa allo Ior, la prima mappa della holding pontificia che gestisce in Italia e in Europa il tesoro della Santa Sede. Per la quale si è scatenata un’altra guerra di potere

di Emiliano Fittipaldi – espresso.repubblica

Il tesoro del Vaticano vale almeno 10 miliardi

Immobili, azioni, oro, valute pregiate per un valore superiore a dieci miliardi di euro. “L’Espresso” nel numero in edicola domani presenta la prima analisi completa degli investimenti della Santa Sede in tutta Europa, radiografata da Emiliano Fittipaldi grazie a documenti riservati e bilanci interni. Spulciando una relazione segreta della Cosea, la dissolta Commissione referente sull’organizzazione della struttura economica pontificia si scopre, per esempio, che «le varie istituzioni vaticane gestiscono i propri asset e quelli di terzi a un valore dichiarato di 9-10 miliardi di euro, di cui 8-9 miliardi in titoli, e uno di immobiliare». Il cuore degli investimenti è amministrato dall’Apsa. Che controlla la Sopridex Sa, proprietaria di immobili di lusso nel centro di Parigi con inquilini famosi come François Mitterrand e oggi ha attività iscritte a bilancio che arrivano a 46,8 milioni di euro. Ma all’Apsa fanno capo anche dieci società svizzere (tra cui la misteriosa Diversa Sa, l’Immobiliere Sur Collonge e l’Immobiliere Florimont) che, insieme alla Profima Sa, gestiscono proprietà e terreni nella confederazione elvetica e in mezza Europa. Tutte insieme valgono 18 milioni.

Inoltre il Vaticano possiede società immobiliari anche in Inghilterra (la British Grolux Investments Ltd, fondata nel 1933, gestisce oggi a Londra attività per la bellezza di 38,8 milioni di euro inclusi negozi di lusso in New Bond Street) e, ovviamente, in Italia: oltre allo sterminato forziere di Propaganda Fide (ribattezzata Congregazione per l’evangelizzazione dei popoli, ha un patrimonio stimato, al netto della crisi immobiliare, di circa 7 miliardi), controlla pure le società Sirea e Leonina, che a bilancio valgono oltre 16 milioni.

Il bilancio finale dell’Apsa è impressionante. Case e appartamenti sparsi in Europa nel 2013 hanno toccato il valore complessivo di 342 milioni, ma quello del portafoglio investimenti in euro ha superato la bellezza di 475 milioni, a cui bisogna aggiungere titoli per 137 milioni di dollari, 33 milioni di sterline e 17 milioni di franchi svizzeri.

Infine l’oro: leggendo i dati riservati del 2013 si scopre che l’Apsa detiene metalli preziosi per «30,8 milioni di euro una voce che corrisponde a 32.232 once in lingotti e a 3.122 once d’oro monetato… Il valore è diminuito di 12,4 milioni di euro rispetto all’esercizio precedente». Qualcuno, però, sospetta che parte importante delle riserve auree del Vaticano (alcune stime interne della segreteria di Stato da prendere con le molle parlano di un controvalore di 140 miliardi di euro, il doppio di quanto conservato dalla Banca d’Italia) sia conservata nei forzieri svizzeri e in Inghilterra.

Oltre all’oro dell’Apsa il Vaticano conta sul patrimonio dello Ior, valutato 6 miliardi tondi tondi. Non stupisce che sul gruzzolo, dopo l’arrivo del nuovo pontefice, si sia scatenata una battaglia (l’ennesima) per la gestione che come protagonista il cardinale australiano George Pell, nominato da Francesco capo di un nuovo dicastero, la Segreteria dell’Economia.

Lieve aumento accise tabacchi 1 agosto

(ANSA) – ROMA, 15 LUG – Scatta dal 1 agosto un “leggero aumento” delle accise per assicurare 23 milioni nel 2014 e 50 milioni nel 2015 a copertura del decreto Valore cultura del governo Letta. L’accisa minima sulle sigarette, comunica l’Agenzia delle Dogane e dei Monopoli, passa da da 125,78 a 126,80 il chilo convenzionale, quella sui trinciati da 105,30 a 108,00 il chilo, mentre l’aliquota di base sale da 58,5 al 58,6%. Si tratta di aumenti minimi (2 cent a pacchetto) che non avranno ripercussioni sui consumatori.

Monti, le privatizzazioni e le liberalizzazioni: il "grande inganno"

Come stanchi e disamorati passeggeri di una nave crociera che si avvia nella notte verso una rotta mortale, l’Europa si avvita nella spirale dell’autodistruzione, ballando sul ponte del transatlantico del neoliberismo. Così l’aveva previsto in maniera immaginifica il grande regista francese Jean-Luc Godard, con il suo ultimo film del 2010 “Film Socialisme”, ermetico sguardo sulla società capitalistica in disfacimento, come si conviene al padre della “Nouvelle Vague”. Profetiche scene girate da Godard proprio sulla nave Costa Concordia, quella stessa che è piaggiata a due bracciate dall’isola del Giglio.
Un paese sfiduciato, stremato e sull’orlo di una crisi depressiva, attende con ansia che il governo della Destra tecnocratica privatizzi tutto quanto è privatizzabile e liberalizzi fino all’acqua potabile, quella stessa che il recente referendum popolare ha decretato “bene comune intoccabile”. Mentre i registi mondiali della speculazione finanziaria (una quindicina di personaggi, circa 140 società) portano il loro attacco a fondo contro l’Eurozona, l’Unione europea, utilizzando le debolezze di bilancio e politiche di alcuni stati, tra i quali appunto l’Italia.
E la sinistra? Sfiancata, inebetita e ammutolita, la sinistra dentro e fuori la maggioranza del governo Monti/Passera/Fornero sembra succube di un senso di colpa atavico: aver iniziato essa stessa con i suoi più capaci leader, proprio 20 anni fa, la stagione delle privatizzazioni, con Amato, Ciampi e Prodi, ed aver avviato anche le liberalizzazioni con l’allora ministro dello Sviluppo Bersani, oggi capo del PD. E nel decimo anniversario dell’Euro, le privatizzazioni e le liberalizzazioni ad ogni costo, si presentano come il “Grande Inganno” del neoliberismo, travestito da efficientismo riformatore.
Ma andiamo per ordine. Si sostiene che entrambe le misure aprano le porte alla libera e corretta concorrenza, sviluppino il mercato e aumentino il numero dei posti di lavoro, inoltre i consumatori ne guadagnerebbero in efficienza e qualità dei servizi, trasparenza delle tariffe e abbattimento dei costi. Non è del tutto vero. Anzi!
Con la prima stagione di privatizzazioni, avviata dal governo di Ronald Reagan negli USA, durante gli anni Ottanta (su indicazione e sotto la gestione della Scuola di Chicago del Nobel per l’economia Friedman) con la battaglia contro i controllori di volo, la liberalizzazione delle rotte interne per le compagnie di volo nazionali e la rottura dei monopoli delle TLC, gli americani conobbero una prima fase di ripresa dalla recessione, che però portò alla distruzione di grandi società aeree storiche PAN AM e TWA), alla perdita della supremazia mondiale tra le compagnie di volo, a favore di quelle europee (British Airways, Lufthansa e Air France); allo strapotere delle compagnie europee ed orientali nel traffico delle TLC via satellite, all’abbattimento di diritti sindacali e alla riduzione drastica dei livelli salariali: generale peggioramento della qualità dei servizi.
Stessa storia nella Gran Bretagna dell’altra “allieva” di Friedman e delle “Reaganomics”, la “Dama di ferro” Margaret Thatcher. Anche lei iniziò con una storica vittoria contro i sindacati, stroncando gli scioperi ad oltranza dei minatori e da lì fece cadere a pioggia il suo piano di privatizzazioni e liberalizzazioni, per contrastare la recessione. Ma gli inglesi oggi hanno servizi meno efficienti, ferrovie più pericolose, la quasi totale assenza di industrie e un livello di vita molto modesto rispetto agli altri europei “continentali”.
A resistere finora al “vento gelido” delle privatizzazioni e liberalizzazioni sono state la Francia e la Germania, ovvero i due paesi guida dell’Unione europea e, guarda caso, quelle che chiedono sacrifici e maggiore mercato agli altri, in primis all’Italia.
La stagione italiana di neoliberismo addomesticato, in salsa “amatriciana”, fu iniziata da Amato, proseguita da Ciampi (con l’accordo storico tra il defunto ministro Beniamino Andreatta e il commissario europeo alla concorrenza, il belga Karel Van Miert) e consacrata da Prodi, prima come presidente dell’IRI (nel 1933 l’Istituto, già Spa, era al settimo posto nella classifica delle maggiori società del mondo per fatturato, con 67.5 miliardi di dollari di vendite. Fu liquidato nel 2000) e poi come capo del governo nel ’96 e nel 2006. Il ricavato delle privatizzazioni ( a capo dello speciale Comitato fu messo Mario Draghi, poi governatore Bankitalia e oggi presidente BCE, e come vice Vittorio Grilli, poi direttore generale del Tesoro e oggi viceministro all’Economia) doveva servire a ridurre lo stock di indebitamento pubblico, già nel 1993 al 118,2%!
Iniziò Prodi, presidente dell’IRI, con la vendita dell’Alfa Romeo alla Fiat nel 1986. Si dovevano realizzare 3.300 miliardi di lire con la Ford, che si impegnava a investirne altri 4.000, ma sindacati e partiti (dalla DC, al PSI, al PCI) si opposero alla “svendita” agli americani e così la vinsero Gianni Agnelli e Cesare Romiti con un’offerta di 1.050 miliardi di lire in 5 rate senza interessi (ne furono sborsati solo 400 tra il ’93 e il ‘98). La FIAT si accaparrò il Biscione di Arese (l’auto italiana allora più venduta negli USA) e alla fine chiuse gli stabilimenti storici dell’Alfa e in pratica licenziò quasi tutti i lavoratori. L’Alfa Romeo è diventata un “brand” senza identità, sempre in procinto di essere benduta al migliore offerente straniero e la FIAT è diventata la monopolista dell’auto (proprietaria anche di marchi storici come Lancia, Ferrari, Maserati).
Causa l’inefficacia delle regole Antitrust, della sorveglianza blanda di Consob e dele altre Autorità di Garanzia (le società “multate” o condannate possono ricorrere sempre al TAR e al Consiglio di Stato per farsi non solo ridurre le ammende, ma molto spesso annullare le sentenze!) finora le privatizzazioni e le tiepide liberalizzazioni in Italia hanno solo portato benefici ad una ristretta cerchia di famiglie, alle banche e assicurazioni, alle Fondazioni (feudi dei partiti e delle amministrazioni locali). In quanto a maggiore concorrenzialità, miglioramento dei servizi e abbattimento dei costi verso i consumatori nessun vantaggio finora, se non nel ramo della telefonia mobile.
Vediamo gli altri “casi storici”:
Finanziaria SME dell’IRI, l’alimentare e grande distribuzione con la GS, Cirio-Bertolli-De Rica, venduta al ribasso, dopo il tentativo di privatizzarla a De Benedetti, contrastata da Craxi e Berlusconi, poi spezzettata e oggi con i supermercati in parte in mano alla francese Carrefour.
Banche pubbliche (Comit, Credit, IMI, Banca di Roma, Assicurazioni INA, BNL) finite nel risiko dei poteri forti, intreccio tra industrie manifatturiere e media, oggi alla merce dei grandi gruppi europei (BNL del Tesoro, oggi una succursale della francese BNP Paribas), con i vertici scelti dalle Fondazioni coacervo di interessi politici clientelari. Risultato: scarsa efficienza dei servizi, i più cari rispetto al sistema bancario europeo, intrecci “perversi” con le grandi società spesso “bollite” e scarsa propensione ai prestiti alle famiglie e alle nuove e piccole imprese. I più alti tassi per i mutui immobiliari. Dimensioni ridotte, tranne l’Unicredit, 70esima nella classifica delle 140 aziende più importanti del mondo.
Autostrade vendute ai “soliti amici“, tra cui brillano i Benetton: pedaggi sempre più cari, l’allungamento a dismisura del periodo di concessione dall’Anas. Per alcuni anni presidente è stato il professor Gian Maria Gros-Pietro, il capo dell’IRI che operò la privatizzazione, e che poi ha presieduto anche Atlantia, la holding dei Benetton che controlla le Autostrade. All’Anas si trova come capo assoluto l’ex-Direttore generale dell’IRI che cooperò alla vendita, Pietro Ciucci, amministratore delegato anche della società per la costruzione del Ponte sullo Stretto di Messina. E consulente per le beghe europee ed altro di Atlantia-Autostrade è stato quel Carlo Malinconico, da ultimo sottosegretario alla Presidenza del consiglio che si è dovuto dimettere per le vacanze pagate “a sua insaputa” dai personaggi della “cricca”. In Francia dove esiste un regime di concorrenza vero, le autostrade sono gestite da grosse società private, il pedaggio è più basso che in Italia, gli spazi di ristoro sono appannaggio di diverse società di ristoro ( e non come in Italia dove regna l’oligopolio dell’Autogrill, sempre di proprietà Autostrade)
Aeroporti (Seat Milano e ADR Roma) ancora ai “soliti amici”, aumento dei diritti di volo e peggiori condizioni di servizi per i viaggiatori.
Vendita politica della Telecom agli altri “amici” del governo, con cambi di cordate a seconda dei governi regnanti e “calata” degli stranieri, quasi padroni del mercato più redditizio, quello della telefonia mobile, che per fortuna viene tenuta sotto stretto controllo dalle autorità antitrust europee. Ma nessuna banda larga o cablatura dell’intero territorio, come prevedeva in vece il Piano Socrate, varato negli anni Novanta con grande “preveggenza” dall’allora STET-Telecom pubblica (un progetto da 13 mila miliardi d’investimento, per cablare entro il ’98 le case di tutti gli italiani finito ingloriosamente).
Alitalia, prima colpita dalla concorrenza di AirOne sulla rotta dalle uova d’oro Milano-Roma e poi svenduta alla CAI (che ha inglobato la Air One in forte crisi debitoria) degli amici del governo Berlusconi (Colaninno, Passera, i Benetton, Tronchetti Provera, Caltagirone, Carlo Toto, gli Angelucci, i Gavio delle autostrade Milano-Torino). Un salasso per i contribuenti italiani di quasi 4 miliardi di euro, mentre l’acquisto da parte della CAI è stato sui 300 milioni. In realtà la società ormai vola verso l’inglobamento nella potente Air France-KLM (quelle stesse società che durante i governi di centrosinistra avrebbero dovuto entrare al 50% in società con scambi azionari!) .
Dopo un primo momento di ossigeno per casse esauste dello Stato, gli introiti sono andati a beneficio delle solite cordate rampanti del capitalismo familistico italiano, grazie anche a piani dolorosi di cassa integrazione, prepensionamenti e licenziamenti, tutti pagati con i soldi dei contribuenti, quindi con la revisione delle tariffe grazie ai regimi di convenzioni, in parte con l’ingresso di soci stranieri e la perdita dei know-ow italiani.
Ora il Piano Monti/ Passera/ Fornero prevede, tra l’altro di privatizzare le Ferrovie ( l’unico vero “competitor” è la cordata Della Valle – Montezemolo – Punzo con la NTV, già in parte venduta ai francesi). Ma da anni i contribuenti italiani sono “costretti” a sovvenzionare il bilancio delle FS con migliaia di miliardi, senza però usufruire di servizi adeguati sulle rotte da e verso il Sud, quelle dei pendolari e ora anche il servizio cuccette. Oltre a pagare ogni anno un biglietto sempre più caro, rispetto alle altre ferrovie europee. Quindi, toccherà alle Poste, già trasformate proprio da Passera, all’epoca presidente, in Banca-posta, ristrutturata con un forte “dimagrimento del personale” e perdita di efficienza nel servizio più propriamente del recapito, tanto da far prosperare società private nella distribuzione e spedizione. Grazie a quella trasformazione entrò nelle Poste la banca-assicurazione Mediolanum di Berlusconi-Ennio Doris con sportelli di vendita. Oggi, è al primo posto nelle intenzioni di privatizzazione, anche sulla base di una delibera della Commissione europea, che però trova ostacoli nei paesi principali, anche grazie alla battaglia dei sindacati.
Aumentando il numero delle licenze delle farmacie, della distribuzione delle pompe di benzina, delle licenze dei taxi, del numero di accessi alle professioni come notai e giornalisti, Monti e il “Trio Bellezza” (Alfano-Bersani-Casini), che lo sostiene, pensano che di colpo scendano i prezzi e aumentino i posti di lavoro. In realtà faranno un gran regalo ai centri commerciali e ipermercati (con le COOP in prima fila). Incredibile che i media, fin qui antiberlusconiani, credano a queste “panzane”, dopo gli esempi storici già vissuti sulla pelle degli italiani. Proprio mentre aumenta nell’opinione pubblica (ultimo sondaggio Demos) la voglia di più Stato efficiente, meno politica e meno poteri forti in economia e nella gestione dei servizi pubblici. Il numero delle farmacie in Italia in rapporto agli abitanti è nella media europea, stando agli studi statistici Eurostat, un po’ meno della Francia, ma più di Germania e Gran Bretagna. Le licenze taxi sono poco più basse della media europea, solo che nelle due grandi metropoli, (Roma e Milano) non esiste un servizio di Metropolitante come nelle principali capitali europee (in media 42 kilometri contro 10-15 volte in più per Parigi e Londra o Berlino). A questo proposito, fa tuttora scalpore lo studio analitico di Bankitalia (Questioni di economia e finanza. Il servizio di taxi in Italia: ragioni e contenuti di una riforma. Febbraio 2007, di Chiara Bentivogli e Manuela Calderini).
Intanto, a livello europeo, Francia e Germania si guardano bene dallo “svendere” i loro gioielli ai privati di casa e tanto meno agli stranieri, seppure di stretta osservanza europea.
Si parla anche di privatizzare parte della RAI, magari vendendo una rete, Raiuno, per fare cassa e risanare il debito di Viale Mazzini. Ma in questo caso, caro professor Monti,dalla sua esperienza di Commissario europeo alla concorrenza, forse non sarebbe meglio procedere con una nuova disciplina che liberi veramente il mercato, sciogliendo le rendite oligopolistiche di Mediaset (generalista e digitale terrestre) di SKY (satellitare), attuando una regolamentazione europea con un forte servizio pubblico finanziato con entrate certe e non aleatorie con oggi (come il canone nella bolletta elettrica), la possibilità per tutti gli operatori di essere presenti sulle varie piattaforme, magari ripensando alle cosiddette piattaforme uniche utilizzate da tutti? Soprattutto, con una rete per ogni competitor privato come nel resto del mondo!
Studi professore la storia e la geopolitica. Studi con attenzione. Si applichi con umiltà e, soprattutto, ascolti gli esperti del settore, fuori dalla cerchia dei poteri forti.
di Gianni Rossi – paneacqua.eu

Riflessione sulla situazione dei mercati finanziari

Premesso che è stato un grave errore non affrontare il problema della regolazione dei mercati finanziari subito dopo la crisi che si è manifestata nel 2008.
Premesso che è stata sottovalutata irresponsabilmente la dimensione raggiunta dal giro di affari della finanza internazionale, che nelle sue varie componenti è almeno 9 volte (oltre 600.000 miliardi) il Prodotto interno lordo mondiale annuale (75.000 miliardi). Alcuni decenni fa non era così.
Parafrasando Sraffa si potrebbe dire che è cresciuta fino a diventare incontrollabile la produzione di denaro attraverso denaro.
Questa massa di denaro, quando si muove, produce effetti simili ad uno tsunami finanziario, i cui effetti non sono limitati alla finanza ma investono inevitabilmente anche le attività reali, produttive o dell’ingegno che siano. Come del resto il “sequestro” di ingenti somme per remunerare i redditi dei manager del mondo finanziario ha sottratto risorse agli altri redditi. Non a caso la divaricazione tra i redditi ha raggiunto dimensioni mai viste, con il reddito dei mega manager che ha raggiunto oltre 400 volte il reddito medio.
Purtroppo le classi dirigenti, che allo scoppiare della crisi erano a maggioranza liberista o comunque subalterni a questa ideologia, hanno scelto la strada di tentare di ridurre la crisi iniziata nel 2008 ad una sorta di pausa, dopo la quale tornare alla situazione precedente. Una mera illusione.
Negli Usa in verità qualche tentativo di regolazione c’è stato, ma limitato all’interno e peraltro in grande sofferenza di attuazione. I capitali finanziari con base negli Usa sono rimasti sostanzialmente liberi di operare nel mercato mondiale come prima e per certi versi peggio di prima, cioè alla ricerca di guadagni ad ogni costo da altre parti. Le Agenzie di rating sono la muta da caccia al loro servizio e hanno il compito di individuare le “prede”.
L’affidabilità del giudizio delle agenzie di rating è quanto meno discutibile non solo perché la loro proprietà è dello stesso mondo finanziario americano, ma anche perché non hanno previsto, ad esempio, la crisi di Lehman Brother, e neppure quella della Parmalat, che all’Italia è costata un punto di Pil.
Ogni volta che una proposta viene avanzata, come ad esempio la Tobin tax, immediatamente viene avanzata l’obiezione che si, forse si potrebbe fare, ma solo quando tutti saranno d’accordo, cioè mai.
E’ la stessa storia del protocollo di Kyoto per la salvaguardia del clima, se non si fosse decisa la strada delle adesioni successive, fino a raggiungere la massa critica della sua entrata in vigore, saremmo ancora al caro amico. Del resto oltre la Tobin tax occorrono altri provvedimenti come la revisione delle banche generali.
Eppure il dubbio che qualcosa occorre fare nella testa dei governanti europei esiste, purtroppo manca il coraggio delle grandi scelte, coraggiose e capaci di guardare al futuro, con l’ambizione di cambiare il mondo esistente (senza queste risposte gli indignati hanno poche speranze), come fu dopo la crisi del 1929 con l’accordo di Bretton Wood. Accordo che però venne molti anni dopo l’inizio della crisi e nel pieno della seconda guerra mondiale. Oggi la situazione è molto più grave perché anche se esistono migliori meccanismi di salvaguardia sociale la dimensione della crisi finanziaria attuale non ha paragoni con il 1929 perché la sua dimensione è enormemente maggiore.
Un aspetto su cui non si riflette abbastanza è che la dimensione del coinvolgimento nelle operazioni finanziarie è di massa, basta pensare al ruolo dei fondi pensione, oppure alla quantità rilevante di risparmiatori che in un modo o nell’altro sono coinvolti nell’andamento della borsa e del mercato finanziario.
Fino a poco tempo fa, a crisi già iniziata, autorevoli esponenti degli organi di sorveglianza, non solo italiani, sostenevano ancora la tesi che il mercato si autoregolerebbe e basterebbero conoscenza e trasparenza. Il problema è anche di orientamento culturale, che infatti può limitare la capacità di indicare riforme adeguate per mettere sotto controllo questa sorta di mostro dell’Id. Occorre riproporre l’obiettivo di mettere sotto controllo i mercati finanziari, con divieti e ammissioni, trasparenza imposta, ecc. Nel tempo si potrebbe limitare e forse fare regredire questa massa enorme di denaro senza base reale. Oppure aumentare la base reale dell’economia e dell’occupazione.
La scelta della Bce di immettere liquidità nelle banche, sul modello Usa, non sta dando i risultati sperati perché le banche hanno il problema della leva, cioè il rapporto tra capitale proprio (caduto in verticale) e i prestiti concessi. Al massimo possono parcheggiare il denaro ricevuto in titoli, ma qui il cane si morde la coda perché il timore è che i titoli non verranno onorati e il capitale proprio non è sufficiente a dare garanzia. Lo strumento in sé può essere utile, ma non da solo, non senza regolazione e non senza misure per lo sviluppo. E’ in questo quadro che va collocata l’ideologia tedesca (nulla a che fare con Marx) che pone vincoli draconiani ai bilanci pubblici, imponendo il pareggio di bilancio nelle Costituzioni, fingendo di ignorare che solo la crescita, in particolare dell’occupazione, può rendere tollerabile la riduzione del debito pubblico. Paradossalmente potrebbe esserci un debito in discesa in un paese economicamente morto, o quasi.
La Germania è sollecitata dal mondo finanziario internazionale, con il risultato che riceve prestiti a tassi bassissimi. La Germania, in scala ridotta, beneficia come gli Usa, in piena crisi finanziaria, dell’arrivo di capitali.
Riuscirà la Germania a resistere alla tentazione di cogliere opportunità a danno dei paesi europei più esposti, mettendo a rischio la tenuta dell’Euro e non solo ? Ormai siamo a questo punto e avere iniziato in Italia dal risanamento finanziario – paradossalmente – senza mettere in campo una strategia di sviluppo non convince gli stessi mercati finanziari. Infatti lo spread sui titoli a 10 anni resta alto, malgrado il Governo Monti.
Come affrontare questa fase ? Anzitutto avendo il coraggio di parlare male di Garibaldi, che in questo caso è l’insistenza sulle misure restrittive ad ogni costo, o almeno come centro delle politiche.
In breve: occorre reperire nuove risorse da evasione fiscale, dall’applicazione delle stesse regole a tutti i redditi, da una vera patrimoniale, dall’accordo con la Svizzera per la tassazione dei capitali esportati, dall’asta delle frequenze. Le risorse vanno utilizzate dallo Stato per sostenere i redditi più bassi, pensioni comprese, e per alcuni progetti di ricerca, investimenti, sviluppo e occupazione.
La ripresa non è tornare a prima della crisi ma impostare una nuova fase di sviluppo, di qualità ambientale e sociale e per questo occorre un programma di interventi pubblici.
La qualità politica di una fase come questa richiede la ricerca del consenso e della convergenza delle forze sociali. Insistere su un’impostazione tecnocratica non porterà lontano, perché questa strada non è in grado di convincere neppure i mercati finanziari, di risalire la china, perchè si muove all’interno dello schema attuale. Mentre l’unico modo per affrontare le difficoltà attuali è progettare una nuova fase di sviluppo del nostro paese in grado di affrontare il mare aperto delle difficoltà, qualunque sia il futuro che aspetta il nostro paese e l’Europa. 
di Alfiero Grandi – paneacqua.eu

Banca mondiale: la crisi non risparmierà nessuno

Non c’è un buon clima fra i leader europei. Le prossime riunioni – fino a quella del Consiglio prevista per fine mese – che dovrebbero decidere su come affrontare i nodi della governance, del Fondo salva stati, della Tobin tax , del fiscal compact, dei bilanci e dei debiti degli Stati, Grecia in primo piano, del patto fiscale, si svolgeranno in un clima di sospetto, di schermaglie, di alleanze che nascono e muoiono. Mario Monti è un protagonista di primo piano di questa fase. Ha riportato l’Italia in Europa, si muove con grande cautela, incontra i capi dei governi più importanti, ieri ha visto il premier britannico David Camerun, i “potenti” che gestiscono Commissione e Consiglio, indica scelte anche innovative rispetto a quanto fino ad oggi è stato messo in cantiere. Non si tira indietro nella polemica aperta con i tedeschi sul ruolo dell’Italia. Nel complesso, la linea di politica economica portata avanti dalle istruzioni europee fino ad oggi, rigore a senso unico, non sembra scalfita, malgrado gli impegni a parole per la crescita, l”unica strada per uscire dalla crisi. E’ in questo quadro che si muovono le agenzie di rating che si sbizzarriscono e rispondono alle critiche dei governi a colpi di declassamento. Fitch, per esempio, avverte l’Italia che un nuovo taglio è una “opzione possibile”.Alessandro Settepani, senior director dell’agenzia di rating, spiegando che l’eventuale accordo sul fiscal compact “è uno dei fattori che sono presi in considerazione dal comitato di valutazione”. L’economista afferma che se per raggiungere quest’accordo la strada “sarà lunga, lenta e dolorosa è un conto, ma se sarà immediata e veloce è un altro”.Ma, specifica l’agenzia, “non ci aspettiamo un default dell’Italia, è veramente troppo grande per fallire”.

Riviste in negativo le stime di crescita

Le agenzie fanno il loro mestiere, sono associazioni private direttamente o collaterali a grandi gruppi finanziari che vedono l’euro come il fumo negli occhi. Il presidente della Bce, Mario Draghi, è invece la massima autorità bancaria, e non si stanca di dire che la situazione è drammatica, siamo sull’orlo del baratro, la crisi peggiora giorno per giorno. L’allarme viene anche dalla Banca mondiale che ha rivisto in negativo le stime di crescita per il 2012. Le ultime previsioni dell’istituto sull’economia mondiale danno una crescita del Pil planetario del 2,5% nel 2012, un calo dell’1,1% rispetto a quanto previsto a giugno e, forse avverte la Banca mondiale si tratta di previsioni ancora ottimistiche. La crisi del debito della zona euro- afferma una nota dell’Istituto- della zona euro frena la crescita dell’economia mondiale, investendo anche i paesi in via di sviluppo, Cina e Brasile in primo luogo. La Banca mondiale avverte che “se la crisi economica si intensifica nessuno sarà risparmiato. E’ necessario prepararsi al peggio”. E il direttore Christine Lagarde continua a parlare di ” recessione a livello mondiale”
Camerun al premier italiano: lavoriamo insieme
Il presidente Monti gioca una partita molto importante, difficile.. Esprime in tutti gli incontri fiducia che l’Europa ce la farà, fiducia nell’Italia e nella capacità di affrontare la crisi, fiducia nell’euro. Anche se Moody’s, per importanza la seconda agenzia di rating, parla di recessione per il nostro Paese per il 2012 , con un rialzo dei fallimenti aziendali e un calo dei prezzi immobiliari. Ha scoperto l’acqua calda. Basta leggere i dati di volta in volta resi noti, da Bankitalia, Istat, dallo stesso ministro dell’Economia. Nei confronti del nostro presidente del consiglio , comunque, tutti hanno parole di elogio Camerun dice che ” il premier italiano è un leader forte” esprimendo “la volontà di lavorare insieme per il mercato unico che è nell’interesse dell’Inghilterra e dell’Italia e sarà uno strumento per la crescita economica”. Resta, però, il problema della governance dell’eurozona “che non è ancora perfettamente adeguata e all’altezza della sfida”. Cameron sottolinea che “serve un’agenda a lungo termine per la crescita., la competitività e il deficit fiscale. Di questo abbiamo parlato con Monti”..
Il presidente francese critica l’ortodossia tedesca
Dopo l’incontro con Cameron Monti è andato nella sede della Borsa di Londra, il London Stock Exchange, dove incontrando a porte chiuse gli investitori istituzionali internazionali che trattano i titoli di Stato italiani. Nel suo tour inglese Monti ha anche trovato il modo di rispondere al portavoce del governo tedesco, Stefan Seibert . “Monti- aveva detto il portavoce – non ha chiesto alcun aiuto alla Merkel”. Monti replica a muso duro: ” L’Italia non chiede niente a nessuno, noi non chiediamo nulla alla Germania ma va migliorata la governance dell’economia dell’Eurozona che non è adeguata alla sfida, le regole e la disciplina”. Si dà il caso che proprio Merkel sia un ostacolo a nuove e significative scelte proprio riguardo a questi problemi. Non è un caso che colui che è l’alleato principale della cancelliera tedesca, Sarkozy, batta proprio su questo testo. Rivela il giornale satirico Canard Enchainé una battuta non proprio benevola del premier francese: ” Il problema- ha detto- è la governance europea che paghiamo con l’ortodossia tedesca”.
paneacqua.eu

Una bomba nel cuore della Ue

Un’ipoteca sui tempi e sui risultati della risposta comune che i paesi europei stanno mettendo a punto di fronte alla crisi dei debiti sovrani è arrivata ieri da oltreoceano. Standard & Poor’s ha deciso un’ondata di declassamenti che investono direttamente i debiti sovrani del vecchio continente. Se solo Lussemburgo, Germania e Olanda conservano la tripla A, il declassamento della Francia e dell’Italia, così come della Spagna, pregiudica il fondo Salvastati, allontana il nuovo trattato ed è una spada di Damocle sulla crescita.
La scommessa peggiore però è sul destino dell’euro di cui un’Italia che finisce in serie B è, pur non volendo, una spina nel fianco.
Come si ricorderà, già a inizio dicembre l’agenzia Usa aveva messo sotto credit watch con implicazioni negative ben 15 nazioni dell’Eurozona, ma la decisione per l’Italia arriva proprio mentre il Tesoro stava iniziando a mettere a segno aste di titoli di stato con rendimenti in forte calo: dopo il dimezzamento dei tassi all’asta Bot di giovedì, ieri è stata la volta dei Btp triennali il cui rendimento è sceso a 4,83%.
Il declassamento renderà più difficile reperire capitali sui mercati proprio in un anno in cui l’Italia dovrebbe collocare titoli per 420 miliardi di euro. La decisione, annunciata nella serata di ieri ma trapelata nel pomeriggio, ha fatto scivolare l’euro nel cambio sul dollaro al livello più basso degli ultimi tempi e ha provocato immediate ripercussioni sulle principali borse europee e sugli spread tra i titoli di stato tedeschi e quelli dell’intera eurozona.
La notizia scoppia come una bomba nel bel mezzo delle trattative per la messa a punto del testo del trattato europeo sul fiscal compact, da cui si è autoesclusa la Gran Bretagna (peraltro non toccata dal downgrading, ndr), e per il rafforzamento del fondosalvastati. Viene così da oltreoceano l’ostacolo maggiore al coordinamento delle politiche comunitarie nei confronti della crisi e, paradossalmente ma non troppo, il mega-declassamento finisce per dare una mano proprio alla Gran Bretagna, che si è chiamata fuori dall’accordo dell’Immacolata. Ne spezza l’isolamento, la rimette in gioco. Soprattutto in un momento in cui Sarkozy, a 100 giorni dalle elezioni, perde un “tesoro nazionale”. Quel merito di credito che finora ha consentito a Parigi di approvvigionarsi senza pensieri sui mercati.
Una decisione che arriva proprio mentre Parigi si appresta a collocare quest’anno ben 178 miliardi di euro di titoli di stato ed è il secondo contribuente del fondo salvastati. Non è un caso che ieri Alain Minc, consigliere del presidente Sarkozy, abbia sottolineato che «fare una cosa così la settimana in cui i mercati europei si normalizzano, come ha fatto notare Draghi, significa che non abbiamo più a che fare con dei pompieri piromani, ma con persone dai comportamenti perversi».
A ventiquattro ore dall’appello del presidente della Bce Mario Draghi, che giovedì nella conferenza stampa di inizio anno ha sollecitato una chiara stesura del fiscal compact e l’urgente operatività del fondo salva-stati, la notizia rischia ora di inceppare il delicato equilibrio e soprattutto l’euromeccanismo messo in piedi per arginare il propagarsi della crisi sul debito. Ma non è tutto visto che, secondo gli analisti, un taglio del rating dei paesi dell’Eurozona assesterebbe un colpo senza precedenti non solo alle prospettive di ripresa economica europea ma anche alla possibilità di rendere operative, per tutti e 26 gli stati pronti a sottoscrivere il nuovo trattato, le nuove regole di rigore.
Il declassamento di Standard & Poor’s, arriva poi a una settimana dall’annunciato triangolare a Roma tra Francia, Germania e Italia e a due dal Consiglio europeo del 30 dicembre a Bruxelles, quando i 26 capi di stato e di governo dovranno trovare l’accordo sul testo del nuovo trattato in vista della firma il primo marzo.
Raffaella Cascioli – europaquotidiano

Parroco dichiara guerra allo strapotere della finanza “a suon di campane”

Fa suonare ogni giorno alle 17.30 in punto, ora della chiusura delle borse, le campane della sua chiesa «contro lo strapotere della finanza internazionale».

Protagonista don Giovanni Kirschner, parroco di Povegliano, piccolo centro alle porte di Treviso, deciso a dar battaglia a suon di rintocchi «per risvegliare le coscienze in questi tempi di crisi globale». Un concerto di protesta giornaliero che è partito alla fine dell’anno, nonostante le perplessità dei parrocchiani. «Un modo per manifestare – racconta il parroco – contro la libera volpe in libero pollaio, per provare a smuovere la gente e farla unire alla richiesta di regole per controllare un mercato dove pochi ricchi decidono i destini di miliardi di persone».

Don Giovanni non è nuovo a iniziative originali.
Per sensibilizzare le anime nei confronti dei problemi dei più bisognosi ha tappezzato la canonica di foto di bimbi denutriti e ha allestito una piazzola vicino alla chiesa per accogliere extracomunitari e rom. Non contento, tre anni fa ha voluto issare sul tetto della canonica la bandiera della Romania per solidarietà con il suo popolo.

gazzettino.it

Persone formate al catechismo del pensiero unico neolibersita tireranno fuori la Grecia e l’Italia dal pantano?

di Leonardo Boff
 
Adista” – Segni nuovi – del 10 dicembre 2011
 
Per risolvere la crisi economico-finanziaria della Grecia e dell’Italia è stato costituito, per esigenza della Banca Centrale Europea, un governo di soli tecnici senza la presenza di politici, nellillusione che si tratti di un problema economico che deve essere risolto economicamente. Chi capisce solo di economia finisce col non capire neppure leconomia. La crisi non è di economia mal gestita, ma di etica e di umanità. E queste hanno a che vedere con la politica. Per questo, la prima lezione di un marxismo minimo è capire che l’economia non è parte della matematica e della statistica, ma un capitolo della politica. Gran parte del lavoro di Marx è dedicato alla destrutturazione dell’economia politica del capitale. Quando in Inghilterra si visse una crisi simile allattuale e si creò un governo di tecnici, Marx espresse con ironia e derisione dure critiche perché prevedeva un totale fallimento, come effettivamente successe. Non si può usare il veleno che ha creato la crisi come rimedio per curare la crisi.
 
Per guidare i rispettivi governi di Grecia e Italia hanno chiamato gente che apparteneva agli alti livelli dirigenziali delle banche. Sono state le banche e le borse a provocare l’attuale crisi che ha affondato tutto il sistema economico. Questi signori sono come talebani fondamentalisti: credono in buona fede nei dogmi del mercato libero e nel gioco delle borse. In quale punto dell’universo si proclama lideale del greed is good, ovvero l’avidità è un bene? Come fare di un vizio (e diciamo subito, di un peccato) una virtù? Questi signori sono seduti a Wall Street e alla City di Londra. Sono volpi che non si limitano a guardare le galline, ma le divorano. Con le loro manipolazioni trasferiscono grandi fortune nelle mani di pochi. E quando è scoppiata la crisi sono stati soccorsi
con miliardi di dollari sottratti ai lavoratori e ai pensionati. Barack Obama si è dimostrato debole, inchinandosi più a loro che alla società civile. Con i soldi ricevuti hanno continuato la baldoria, giacché la promessa regolazione dei mercati è rimasta lettera morta. Milioni di persone vivono nella disoccupazione e nel precariato, soprattutto i giovani che stanno riempiendo le piazze, indignati contro l’avidità, la disuguaglianza sociale e la crudeltà del capitale.
 
Persone formate al catechismo del pensiero unico neolibersita tireranno fuori la Grecia e l’Italia dal pantano? Quello che sta succedendo è il sacrificio di tutta una società sullaltare delle banche e del sistema finanziario.
 
Visto che la maggioranza degli economisti dell’estabilishment non pensa (né ha bisogno), tentiamo di comprendere la crisi alla luce di due pensatori che nello stesso anno, il 1944, negli Stati Uniti, ci hanno fornito una illuminante chiave di lettura. Il primo è il filosofo ed economista ungaro- canadese Karl Polanyi con il suo La grande trasformazione (1944; Einaudi, 1974), un classico. In che consiste? Consiste nella dittatura dell’economia. Dopo la Seconda Guerra Mondiale che ha aiutato a superare la grande Depressione del 1929, il capitalismo ha messo a segno un colpo da maestro: ha annullato la politica, mandato in esilio l’etica e imposto la dittatura delleconomia. A partire dalla quale non si ha più, come si era sempre avuta, una società con mercato, ma una società di solo mercato. L’ambito economico struttura tutto e fa di tutto commercio, sorretto da una crudele concorrenza e da una sfacciata avidità. Questa trasformazione ha lacerato i legami sociali e ha approfondito il fossato fra ricchi e poveri in ogni Paese e a livello internazionale.
 
L’altro pensatore è un filosofo della scuola di Francoforte, esiliato negli Usa, Max Horkheimer, autore de L’eclissi della ragione (1947; Einaudi 1969). Qui si danno i motivi per la Grande Trasformazione di cui parla Polanyi che consistono fondamentalmente in questo: la ragione non è più orientata dalla verità e dal senso delle cose, ma è stata sequestrata dal processo produttivo e ridotta ad una funzione strumentale «trasformata in un semplice meccanismo molesto di registrazione dei fatti». Deplora che concetti come «giustizia, uguaglianza, felicità, tolleranza, per secoli giudicati inerenti alla ragione, abbiano perso le loro radici intellettuali». Quando la società eclissa la ragione, diventa cieca, perde significato lo stare insieme, rimane impaludata nel pantano degli interessi individuali o corporativi. È quello che abbiamo visto nell’attuale crisi. I premi Nobel dellEconomia, i più umanisti, Paul Krugman e Joseph Stiglitz hanno scritto ripetutamente che i “giocatori di Wall Street dovrebbero stare in carcere come ladri e banditi.

Di fronte alla gravissima crisi che stiamo vivendo sono tre le questioni aperte

Di fronte alla gravissima crisi che stiamo vivendo, sono tre le questioni aperte sui tavoli delle istituzioni europee, in quelle sopranazionali così come negli stati membri: il ruolo della Bce, gli eurobond, l’unione fiscale. Sono esse destinate a viaggiare su binari paralleli, quasi che la soluzione di una delle tre debba escludere le altre due, oppure è nel novero delle cose possibili una riforma più complessiva? Una crisi che sembra non aver mai fine ha posto in risalto tutta l’inadeguatezza della governance economica europea negli anni dell’euro.
La «zoppia» – per dirla con le parole del presidente Ciampi – di un’unione monetaria non controbilanciata da una politica di bilancio comune era stata da tempo denunciata. Certo, la crisi esplosa nell’autunno del 2008 ha aggravato questo stato di cose, ma la necessità di completare con ragionevolezza la costruzione europea non la scopriamo certo oggi. Riaffiorano così le tre questioni di cui si diceva all’inizio, che possiamo porre nei seguenti termini.
Primo: la Bce deve continuare ad agire in base al suo attuale statuto – ove l’imperativo categorico è quello di assicurare la stabilità dei prezzi – oppure dovrebbe farsi carico, come da più parti si è suggerito, anche della crescita economica? Secondo: l’Ue ritiene maturi i tempi per una prima emissione di eurobond o vuol lasciare questa proposta – prossima a compiere il suo ventesimo anniversario (com’è noto fu lanciata da Jacques Delors col suo Libro bianco del ’93) – nel proverbiale «libro dei sogni»?
Terzo: quali aree di sovranità nazionale i paesi dell’eurozona sono disposti a cedere (verso l’alto, cioè verso il livello di governo sopranazionale) per dare vita a una effettiva Unione fiscale? La tentazione, leggendo le domande nel loro assieme, di trovarsi di fronte a un puzzle irrisolvibile è forte: non si sa da quale parte cominciare a incastrare fra loro i pezzi. Questo rischio oggi è assolutamente da evitare, venendo l’Europa da mesi (per non dire anni) di tentennamenti. Se da un lato abbiamo visto più di un summit concludersi con un nulla di fatto, dall’altro la prassi di questo tempo è stata capace di introdurre alcune novità rilevanti.
Al riguardo, pensiamo ai copiosi acquisti effettuati dalla Bce a Francoforte, prima sotto la guida di Trichet e ora di Mario Draghi, di titoli di stato emessi da paesi dell’area dell’euro in evidente difficoltà (l’Italia fra questi). Il colpo d’ala però è ancora di là da venire, e vedere quotidianamente i nostri paesi europei in balia dei mercati finanziari internazionali non è motivo d’orgoglio. Anzi. L’Ue a ventisette, con un Pil pari a 12,9 trilioni di euro (che diventano 9,2 per i sedici dell’eurozona), è ancora oggi la prima economia al mondo (gli Usa si fermano a 11,8).
Possibile che una potenza economica di questa stazza non riesca a trovare in se stessa l’ispirazione e la volontà per uscire dallo stato d’incertezza in cui è intrappolata? La crisi, si badi bene, è giunta a tal punto che in giro per il mondo sono molti a parlare di una probabile fine dell’euro e, quel che è peggio, a scommettere su di essa.
Serve un colpo d’ala, dicevamo. Due proposte appaiono particolarmente meritevoli. La prima è quella sugli «eurounionbond» lanciata l’estate scorsa da Romano Prodi e Alberto Quadrio Curzio (Il Sole 24 Ore, 23 agosto 2011); la seconda è quella sull’«Unione fiscale» elaborata dal centro studi Bruegel con un paper scritto da Benedicta Marzinotto, André Sapir e Guntram B. Wolff (www.bruegel.org, n. 2011/06, novembre 2011).
In breve, l’originale proposta Prodi-Quadrio Curzio sugli eurobond è centrata sull’istituzione di un fondo finanziario europeo (Ffe), con un capitale di 1.000 miliardi di euro costituito dalle «riserve auree del sistema europeo di banche centrali (Sebc)» e «da altri capitali anche in forma di obbligazioni e azioni stimate a valori reali e non ai prezzi di mercato sviliti».
A questo punto, prosegue l’argomentazione, «il Ffe con 1.000 miliardi di euro di capitale versato potrebbe fare una emissione di 3.000 miliardi di eurounionbond (Eub) con una leva di 3 e durata decennale (e oltre) al tasso del 3%». Infine, i capitali così raccolti dal Ffe dovrebbero essere divisi in due parti; citiamo testualmente: «Per far scendere dall’attuale 85% al 60% la media del debito della Uem sul Pil, il Ffe dovrebbe rilevare 2.300 miliardi dei titoli di stato dei paesi della Uem (…) I rimanenti 700 miliardi della citata emissione dovrebbero andare a grandi investimenti europei anche per unificare e far crescere imprese continentali nell’energia, nelle telecomunicazioni, nei trasporti delle quali il Ffe diverrebbe azionista».
Pochi giorni or sono, Bruegel – il centro studi fondato nel 2005 a Bruxelles da Mario Monti – ha pubblicato un interessante paper dal titolo “Quale tipo di Unione fiscale?”.
Marzinotto, Sapir e Wolff propongono «una limitata unione fiscale, con la creazione di un ministero delle finanze dell’area dell’euro, e con un ministro che abbia diritti di veto sui bilanci nazionali che possano minacciare la sostenibilità dell’area dell’euro». Le innovazioni istituzionali rese necessarie da questa attualissima proposta – di unione fiscale si è molto parlato nell’incontro a tre Sarkozy-Merkel- Monti dell’altro ieri a Strasburgo – sono molte e profonde. Ancora una volta in breve: l’introduzione di una tassa imposta al livello europeo, ossia, «la disponibilità di risorse fiscali al livello federale» con il ricorso diretto ai contribuenti europei giacché – osservano gli autori – «tutte le unioni monetarie di successo hanno un ragguardevole bilancio federale». La loro proposta ne implica uno più piccolo, conferendo al nuovo ministero delle finanze dell’area dell’euro una taxing capacity di circa il 2 per cento del Pil dell’area medesima.
Altra necessaria innovazione istituzionale è quella sulle modalità di nomina del nuovo ministro delle finanze dell’area dell’euro, che dovrebbe essere «eletto dal parlamento europeo e dal consiglio con la normale regola di maggioranza». La proposta degli studiosi di Bruegel si allarga poi alla supervisione e regolazione del sistema finanziario dell’area dell’euro, prevedendo l’istituzione – proprio grazie all’aiuto del ministero di cui sopra – di una nuova authority (Edic, Euro-area deposit insurance corporation), necessaria soprattutto per la supervisione delle grandi banche operanti a livello continentale e che sfuggono, quindi, al controllo delle autorità nazionali.
Sia la proposta sugli unioneurobond sia quella sull’Unione fiscale richiedono modifiche ai trattati; entrambe aiuterebbero a risolvere la questione della missione della Bce, che potrebbe finalmente acquistare titoli, per così dire, «federali europei». Naturalmente si tratta di proposte in sè diverse, ma ancora una volta c’è qualcosa che le accomuna: aiutano a guardare avanti, verso un rinnovato patto europeo. Sta alla politica decidere da dove cominciare affinché quello che, in apparenza, è un puzzle trovi la sua corretta composizione.
Franco Mosconi – europaquotidiano