Diocesi Novara: Arrestato Sacerdote

NOVARA – La Diocesi di Novara, in una nota, rende noto che Don Stefano Maria Cavalletti, parroco di Carciano di Stresa, è stato arrestato.

fonte: obiettivonews.it

Il prete mancava dalla parrocchia da domenica scorsa, quando non ha celebrato Messa. Un anno fa era già stato condannato in primo grado per truffa dal tribunale di Verbania per una vicenda legata ad una eredità. L’inchiesta che ha portato al suo arresto, secondo quanto appreso, è coordinata dalla procura di Milano. La diocesi di Novara, si legge ancora nel comunicato, affida don Stefano “nella preghiera al Signore e attende che si faccia chiarezza sull’accaduto”.

Vescovo Torino: Nulla, non una parola di novità. Parecchie ovvietà e poi strane ed evanescenti proposte

L’arcivescovo di Torino ha inviato agli amministratori all’inizio del 2012 una lettera alla città su lavoro, giovani e immigrati. In questi tre temi Nosiglia individua i punti dai quali ripartire. Nulla, non una parola di novità. Parecchie ovvietà e poi strane ed evanescenti proposte.
“La lettera mi fa venire in mente, con nostalgia, un invito condivisibile a guardare al futuro e al camminare insieme che era già presente nella lettera che fece il cardinale Pellegrino nel 1972. Anche se in questo caso la profondità è minore” spiega la segretaria della Camera del Lavoro di Torino, Donata Canta. Che apprezza i punti chiave della missiva (lavoro, giovani, immigrazione) ma che non condivide del tutto gli strumenti individuati dall’arcivescovo Nosiglia. Perché, dice Donata Canta, “dire che sul lavoro bisogna togliere ai più privilegiati per dare ai meno privilegiati è un luogo comune se non si dice chi sono”. E ancora, “l’invito ai giovani a prendere tutto il lavoro che viene è giusto, ma ingeneroso se si tiene conto dell’alto numero di avviamenti che cessano dopo 30 giorni”. La sindacalista sperava poi in qualcosa di più sull’immigrazione: “per esempio che venisse detto con forza che alla base dell’integrazione ci sono il diritto di cittadinanza per chi nasce sul suolo italiano e il diritto di voto per gli immigrati”. (st.p. – Repubblica del 4 gennaio 2012).

Cinque in gondola per il dopo Scola

POTREBBE essere nominato entro gennaio il nuovo patriarca di Venezia. La consultazione dei vescovi del Triveneto è ormai in dirittura d’arrivo e tra qualche settimana la terna dei candidati arriverà sul tavolo della Congregazione per i vescovi. Ultima tappa prima della decisione del papa sul dopo Scola. A scandire i tempi della successione è l’amministratore apostolico di Venezia, monsignor Beniamino Pizziol: . Il vescovo di Vicenza opta per l’ottimismo, ma altri pastori lamentano la lentezza dell’iter amministrativo.

In effetti la pratica Venezia è iniziata con vistoso ritardo. Il cardinale Angelo Scola è stato nominato arcivescovo di Milano il 28 giugno, eppure la consultazione ha mosso i primi passi solo tra la fine di novembre e l’inizio di dicembre, quando dalla nunziatura apostolica in Italia sono partite le lettere per chiedere ai pastori del Triveneto di indicare le loro preferenze. Certo l’avvicendamento in nunziatura tra monsignor Giuseppe Bertello e il nuovo ‘ambasciatore’, monsignor Adriano Bernardini, ha allungato le pastoie burocratiche. Ma il cambio della guardia non basta a giustificare un immobilismo lungo sei mesi. A spiegare la lentezza della procedura concorre anche la decisione del pontefice di prendersi tutto il tempo necessario per scegliere il vertice di uno dei cinque patriarcati cattolici in Occidente. Venezia non è una nomina come le altre: è tradizionalmente sede cardinalizia e nel XX secolo è stata diocesi di provenienza di ben tre pontefici (Giuseppe Sarto, Angelo Roncalli e Albino Luciani).

A contendersi l’eredità di Scola è una cinquina di monsignori. Il favorito resta l’attuale vescovo di Trieste, Gianpaolo Crepaldi, 64 anni. Canonista e difensore inflessibile dei valori non negoziabili, in contemporanea con l’anno della fede sulla nuova evangelizzazione, ha promosso un sinodo sul tema per il 2012-2013. Nel vortice della battaglia per l’acqua bene pubblico, invece, non ha esitato a bacchettare i referendari cattolici, mentre davanti alla tremenda strage di cristiani in Nigeria, si è scagliato contro la comunità internazionale: .

Un po’ più distanziato da Crepaldi gioca le sue carte il nunzio apostolico in Venezuela, Pietro Parolin, classe 1955. Vanta un passato in segreteria di Stato e gode della stima degli ambienti conciliari. Unico neo – non di poco conto – manca di esperienze in diocesi. Crepaldi è polesano, Parolin vicentino: le origini di entrambi rispondono alle voci insistenti di chi scommette su un patriarca veneto. Se così fosse, avrebbero poche chance il vescovo di La Spezia, Francesco Muraglia, genovese (58 anni), dato in forte ascesa, e il vescovo di Piacenza, Gianni Ambrosio (68). Il presule vercellese ha dalla sua il segretario di Stato, Tarcisio Bertone, il grande sconfitto nelle ultime grandi provviste (Torino e Milano). Il vice del papa potrebbe passare in Laguna ‘per incassare’ il credito.

Chiude la cinquina veneziana monsignor Francesco Lambiasi, nato nel 1947 e vescovo di Rimini. Dal 2001 al 2007 ha ricoperto l’incarico di assistente generale dell’Azione cattolica. Lambiasi piace ai progressisti e figurava nella terna finale esaminata dalla Congregazione per i vescovi nel dopo Tettamanzi. Gli altri erano il bertoniano, Aldo Giordano, attuale osservatore permanente della Santa Sede all’Onu e ovviamente Scola. Difficile che Lambiasi possa salire in gondola. Per lui sembrano più probabili le Due Torri: tra un anno e mezzo sarà il superfavorito come arcivescovo di Bologna. Ma quella è un’altra storia, ancora lontanissima…

Giovanni Panettiere – quotidiano.net

Patriarca “assente”, malumore tra i preti

di Marta Artico
La mancata nomina del nuovo Patriarca di Venezia sta creando mal di pancia all’interno della Chiesa veneziana, che però si fanno sentire più a livello di Curia che nelle parrocchie. Rimane l’evidenza che oramai da diversi mesi la diocesi è senza una guida: l’ex Patriarca di Venezia, Angelo Scola, oggi vescovo di Milano, si è insediato sulla cattedra di Sant’Ambrogio a fine settembre, ma la nomina è stata decisa dal Papa e comunicata dal Patriarca ai fedeli già a fine giugno, a poco più di un mese dalla visita di Benedetto XVI nella città lagunare.
Da giugno in poi si sono inseguiti tanti, alcuni sono stati bruciati ancora prima di diventare potenzialmente attendibili, altri sono sul tappeto in attesa di conferme. Rimane però un’evidenza: il Papa ha voluto percorrere la via ordinaria, quella delle consultazioni messe in moto dalla Nunziatura apostolica. Le lettere ai vescovi sono arrivate a dicembre, alla fine dello stesso mese sono state rispedite indietro con i nomi e Benedetto XVI avrà una rosa di tre favoriti tra i quali decidere. Prima di Pasqua, però, quasi sicuramente il nuovo Patriarca non farà il suo ingresso. Se il nome sarà deciso entro questo mese, la speranza è che poi, nell’arco di due mesi e mezzo-tre, il nuovo pastore sia pronto.
Tra i sacerdoti veneziani cresce l’attesa, ma anche l’impazienza. Nell’ultimo numero de L’Incontro, il foglietto distribuito settimanalmente dalla Fondazione Carpinetum e diretto da don Armando Trevisiol si legge: «Continuano i contatti e le trattative per la costruzione della “Cittadella della Solidarietà” in via Vallenari, purtroppo la mancanza di un capo autorevole (il Patriarca) rallenta l’iter per la realizzazione di questo sogno ambizioso. Ci auguriamo che a Roma – prosegue don Trevisiol – si diano una mossa per risolvere questa situazione di stallo che danneggia fortemente la vita del Patriarcato». Più chiaro di così. Nei giorni scorsi il parroco della chiesa dei Santi Gervasio e Protasio, don Gianni Antoniazzi, ha espresso lo stesso pensiero, in una formula assai originale, dalle righe del foglietto parrocchiale “Lettera Aperta”: «Da tanto tempo nella nostra diocesi manca un vero pastore – si legge – questo ritardo comincia ad infastidire. Meglio lasciare in bianco piuttosto che scrivere le opinioni». Segue una colonna completamente bianca, contenente simbolicamente quanto è meglio non scrivere.
«Siamo impazienti – commenta don Gianpiero Lauro vicario foraneo di Carpenedo – tante cose vanno avanti egualmente, ma c’è bisogno di chi decida. Sapevamo – prosegue – che ci voleva un po’ di tempo per via di “complicazioni burocratiche”, il nunzio è stato nominato da poco, del resto parroci e parrocchie non sanno cosa c’è sotto. La vita delle comunità va avanti ma c’è un progetto di chiesa più generale che ha bisogno del Vescovo».
«Era prevedibile che ci volesse tanto – spiega il parroco di Dese, don Enrico Torta – La nostra è una diocesi importante, credo che la mancanza di un capo si senta più nelle alte sfere della Curia, noi andiamo avanti, quando arriverà arriverà. Certo, non si può negare che lo desideriamo. Non faccio dietrologie, non credo ce ne siano, nel nostro Patriarcato ci vuole una persona capace che continui il lavoro di Scola, mi sento però di dire che fortunatamente abbiamo un clero che si dedica al servizio della comunità».
Di tutt’altro avviso don Massimo Cadamuro, vicario foraneo del territorio che va da Favaro a Quarto d’Altino: «La mancanza del Patriarca è un problema grosso davvero. Che le parrocchie vadano avanti da sole non è vero. Durante ogni funzione religiosa si nomina il Patriarca e ciò la dice lunga sul fatto che io come sacerdote non sono qui per caso, il mandato lo ricevo proprio dal vescovo, non certo siamo liberi professionisti. La mancanza del Patriarca inizia fortemente a pesare: la Chiesa da sola non può procedere, il dramma della nostra diocesi è che non abbiamo nessuno e siamo senza pastore».
Il parroco della comunità di Marango nell’ultimo numero del foglietto ha scritto una vera e propria lettera al futuro Patriarca, per alimentare il dibattito e nella speranza che presto arrivi: «Qualche prete Le chiederà posti e riconoscimenti minacciando di andarsene – si legge – non li assecondi assolutamente e, se lo vogliono, che se ne vadano».

Diocesi di Orvieto: il vescovo decide di ordinare prete il giovane diacono Luca Seidita, ma il Vaticano glielo proibisce. Il vescovo obbedisce, ma il giovane si suicida. E il Vaticano punisce il vescovo

DIMISSIONATO IL VESCOVO DI ORVIETO
PER L’ORDINAZIONE DI CANDIDATI “NON IDONEI”

36044. ORVIETO-ADISTA. Diocesi di Orvieto: il vescovo decide di ordinare prete il giovane diacono Luca Seidita, ma il Vaticano glielo proibisce. Il vescovo obbedisce, ma il giovane si suicida. E il Vaticano punisce il vescovo rimuovendolo dalla sua carica episcopale. Certo non avrà fatto piacere al Vaticano il dissenso pubblicamente espresso da mons. Scanavino, vescovo di Orvieto, rispetto alla decisione dei dicasteri vaticani di bloccare, rimandandola a tempo indeterminato, l’ordinazione sacerdotale di Luca Seidita; e Luca, ventinovenne, già diacono e nell’ultimo anno segretario del vescovo, scoraggiato e deluso per quel no, il 30 novembre scorso si è ucciso. Il giovane al suo computer aveva lasciato scritto – insieme ai ringraziamenti al vescovo che lo aveva accompagnato in Vaticano sperando in una diversa soluzione («ma non c’è stato niente da fare», aveva commentato Scanavino) e con la richiesta di perdono per la sua fragilità -: «Volevo diventare sacerdote. Tutta la mia vita è stata dedicata a questo. Mi è stato negato».

Per la Santa Sede il diacono «non era maturo» per il sacerdozio. In realtà, per le voci e le delazioni di sospetta omosessualità. Secondo il procuratore di Orvieto Francesco Novarese, «alcune leggende metropolitane (…) raccontavano che fosse omosessuale. Alcune malelingue sostengono che si potrebbe essere suicidato proprio per quello». Malelingue anche per il vescovo: «Né nei documenti seminaristici né nel comportamento del diacono – ha affermato – era mai emerso alcun elemento di omosessualità». «Per me era pronto a diventare prete», ha detto mons. Scanavino nel comunicato con cui annunciava che l’ordinazione del diacono era sospesa, ammettendo apertis verbis «divergenze di valutazione, com’è logico che ci siano in una comunità plurale».

Quando ha cominciato a circolare la voce sull’allontanamento del loro vescovo, i fedeli orvietani si sono mobilitati, sia con fiaccolate di solidarietà, sia inviando una lettera al papa, in calce alla quale il 26 febbraio sono state raccolte circa 700 firme per esprimere «sentimenti di smarrimento e impotenza misti a rabbia e dolore di fronte al solo pensiero di subire una grande ingiustizia».

E li ha incontrati mons. Scanavino i suoi fedeli, accorsi numerosi e plaudenti il 5 marzo, per comunicare loro il suo allontanamento. E lì, senza mai un cenno polemico con Roma, ha parlato delle divisioni verificatesi negli ultimi anni nella diocesi orvietana, «un cancro», ha detto, «che bisogna curare, anche con il bisturi».

La parola al vescovo

Che sia questa la “grave causa” che lo ha costretto alle “dimissioni”? In un’intervista del 7 marzo al quotidiano genovese, Il Secolo XIX, lo stesso vescovo spiega: «Le cose non andavano bene già da un paio d’anni. Qui in diocesi abbiamo una comunità di sacerdoti che servono una zona di montagna… undici parrocchiette. La comunità ha accolto nel tempo alcuni giovani. Per non creare disguidi con il seminario ufficiale, che è ad Assisi» e presso il quale avrebbero dovuto risiedere, «ho deciso di mettere ordine chiudendo questo tipo di esperienza. E sistemando, naturalmente, quei quattro o cinque giovani che c’erano» ordinandoli sacerdoti. Però qualcuno ha subito scritto a Roma che non erano adatti». Perché, chiede il giornalista, per «dicerie, malignità su presunti e particolari orientamenti sessuali?». Affermativa la risposta: «Proprio quello», anche per Luca Seidita («ma su di lui avrei messo la mano sul fuoco, era stato con noi cinque anni e per dodici mesi, addirittura, mio segretario particolare. Supponevo di conoscerlo bene»). «Quando dicono che sei così, sei fritto… Sono problemi delicati, diventano un cavallo di Troia». «Diciamo – aggiunge a mo’ di spiegazione – che se io me ne fossi andato avrei fatto un piacere a diverse persone». Non fa nomi, si limita ad un generico «certi contrasti avvengono sempre all’interno della Chiesa. Magari all’inizio c’è chi ha intenzione davvero di fare pulizia, non dico di no… Però poi viene strumentalizzato. Anche in questo caso, forse, c’era qualcuno che dietro alla sete di verità era animato dalla volontà di…». Prendere il suo posto?, suggerisce il giornalista. «Bravo! Ah! Ah! Ah! Proprio questo!», conviene mons. Scaravino.

Ma a chi può far gola la diocesi di Orvieto? L’arcano, sempre che il sospetto di Scaravino sia corretto, per ora rimane irrisolto (e non è detto che se ne verrà a capo in futuro): il papa intanto ha nominato temporaneamente un amministratore apostolico ad nutum Sanctae Sedis (risponde solo alla Santa Sede, neanche alla Conferenza episcopale umbra) nella persona di mons. Giovanni Marra, pensionato come vescovo (ultima sede, la diocesi di Messina) e come generale di Corpo d’Armata, titolo che spetta all’Ordinario militare (Marra ha ricoperto questo incarico dal 1989 al 1996).

Parlano anche altri fatti

Fin qui, dunque, il punto di vista del vescovo sugli eventi che l’hanno riguardato. Ma parlano anche altri fatti.

Mons. Scaravino è un vescovo stimato in diocesi per la sua bontà, il tratto amichevole ed empatico, (un po’ meno per la sua capacità di gestione amministrativa, pronto com’è ad entusiasmarsi e ad imbarcarsi in imprese di interesse sociale e pastorale con una però insufficiente copertura economica), per la fiducia nella capacità di miglioramento e realizzazione di persone con esperienze anche problematiche alle spalle. Proprio come nel caso di Luca Seidita che, approdato al seminario di Assisi, era però stato ritenuto da questa struttura non idoneo al percorso per l’ordinazione sacerdotale; situazione analoga a quella di altri seminaristi provenienti da varie regioni. Tali aspiranti, in maggioranza anch’essi reduci da fallimentari esperienze seminariali, sono allora stati presi in carico da sacerdoti diocesani, particolarmente attivi in campo sociale, che li hanno “formati” venendo così a costituire una sorta di seminario parallelo (Seidita ha passato due anni in una delle parrocchie di San Venanzo e tre in quella di Ficulle). Mons. Scanavino ha dato il suo entusiastico consenso a questa esperienza, fino ad ordinare tre di questi giovani. È da presumere che dallo stesso seminario, di fronte all’annuncio della quarta ordinazione “sconsigliata” – quella del Seidita –, si siano rivolti alla Santa Sede che l’ha poi vietata. D’altronde, l’esperienza del “seminario parallelo” era già nota al Vaticano: un visitatore apostolico si era recato ad Orvieto a giugno per indagare la faccenda; un secondo visitatore apostolico si era presentato a fine agosto: oggetto dell’indagine, direttamente il vescovo. (eletta cucuzza – adistanotizie 21 2011)

Dodici diocesi: acqua pubblica e partecipata

«Dobbiamo imparare a usare l’acqua con sobrietà e senza spreco», l’acqua non può «essere trattata come una merce», la gestione deve essere «comunitaria, orientata alla partecipazione e non determinata dalla logica del profitto». Sono gli inviti di una campagna sull’acqua promossa dalla rete interdiocesana «Nuovi stili di vita», con l’adesione di una dozzina di diocesi italiane. Il manifesto della campagna precisa che «l’accesso all’acqua è un diritto universale inalienabile» per poi aggiungere che la campagna per l’acqua è «una proposta cristiana al di sopra di ogni schieramento politico e ideologico, un invito ad adottare stili di vita e comportamenti che tutelino questo bene prezioso comune, garantendone la disponibilità per tutti». Nel capitolo successivo («Stili di vita amici dell’acqua») non mancano proposte concrete per non sprecare l’acqua: scegliere, ad esempio, la doccia al posto del bagno, non lasciare rubinetti aperti, evitare le perdite, fare attenzione nella scelta dei prodotti, privilegiare l’uso dell’acqua da rubinetto e, quando è assolutamente necessario usare l’acqua minerale, allora preferire almeno quelle imbottigliate vicino casa («a chilometro zero»). Si entra poi in una dimensione più «politica» sottolineando come quello all’acqua sia «un diritto da tutelare»: l’acqua non può essere trattata come una «mera merce»; le autorità devono garantirne «la qualità»; la gestione dell’acqua deve essere «comunitaria, orientata alla partecipazione di tutti e non determinata dalla logica del profitto».

ilmanifesto.it

Una poltrona per cinque: Fassino, Gariglio e gli altri candidati alle primarie di Torino

Nel capoluogo piemontese il centrosinistra ha buone chance di confermare il sindaco. Ma Chiamparino non si può ricandidare, così si è aperta la sfida per la successione. Domenica il voto. E il verdetto
Domenica 27 febbraio, dalle 8 alle 20, si tengono a Torino le ultime primarie per il candidato sindaco di centrosinistra di una grande città, dopo quelle di Milano, Bologna, Napoli, Cagliari. Cinque i candidati: Piero Fassino e Davide Gariglio (Pd), Gianguido Passoni (assessore,indipendente a sinistra del Pd, sostenuto anche dai circoli cittadini di Sel), Michele Curto (giovane di area Gruppo Abele) e Silvio Viale (candidato di bandiera dei radicali).

Particolarmente contorta e combattuta la genesi di queste primarie e delle candidature, in una città considerata “sicura” per il centrosinistra come Torino. Non c’era un delfino di Chiamparino, che non si può ricandidare per la terza volta. Il Pd aveva puntato inizialmente sul rettore del Politecnico Francesco Profumo. Ma Profumo ha rinunciato quando ha visto che le primarie, pretese da Sel, erano inevitabili. A quel punto è sceso in campo Fassino, a cui la maggior parte dei dirigenti locali ha inizialmente riservato una tiepida accoglienza. A sinistra intanto lavoravano “Torino Bene Comune” (che ha candidato l’assessore Passoni) e “Altra Torino” (che non ha candidato nessuno).

Il Pd stabiliva la regola che per candidarsi alle primarie i suoi esponenti dovevano raccogliere almeno il 20% delle firme degli iscritti torinesi del partito. Soglia raggiunta, oltre che da Fassino, solo da mister preferenze Davide Gariglio, di area cattolica. Falliva il tentativo dell’assessore Roberto Tricarico di presentarsi con firme di cittadini non iscritti al Pd. A sinistra prendeva quota l’ipotesi di candidare Giorgio Airaudo, leader della Fiom. Per stoppare un fenomeno vendoliano di unità come quello che ha vinto le primarie a Milano, vari esponenti del Pd fanno barricate contro Airaudo. Ottengono di mettere in difficoltà le aree di sinistra, imponendo l’escusione dalla coalizione della Federazione della Sinistra, già cacciata dalla Giunta Chiamparino.

L’incertezza di Airaudo dura fino a fine gennaio. A poche ore dalla chiusura delle iscrizioni alle primarie, dice definitivamente no. I sostenitori dell’assessore Passoni confermano la sua candidatura, ma all’ultimo momento si iscrive anche l’outsider 30 enne Michele Curto, area Gruppo Abele. A sinistra c’è chi lo accusa di dividere il fronte per favorire Fassino (replica: “Cerco i voti di gente che non avrebbe partecipato alle primarie”). Il regolamento torinese prevede che non debbano raccogliere firme i candidati ufficiali dei partiti. Quindi Fassino, Gariglio e Silvio Viale, che i radicali candidano senza prevedere una reale campagna. Passoni e Curto sono invece candidati “civici”, tenuti a raccogliere almeno 3 mila firme in venti giorni. Per Passoni le firme certificate sono 7.400, per Curto 3.400. Come nelle altre città possono votare anche gli stranieri residenti, e i giovani dai 16 anni compiuti.

ECCO IL PROFILO DEI 5 CANDIDATI:

Davide Gariglio, 44 anni, di origini democristiane, poi passato alla Margherita, è consigliere regionale del Pd, eletto per la seconda volta nel 2010 con “il maggior numero di preferenze in tutto il centrosinistra piemontese”, come scrive sul suo sito all’indomani del voto. Dal 2005 è presidente del consiglio regionale, nel quinquennio della Bresso. “Nuova energia per Torino”: con questo slogan inizia la sua campagna per diventare sindaco. E fa una proposta-choc: arrivare al biglietto gratuito del tram abolendo le circoscrizioni, cioè il decentramento comunale, per finanziare il regalo. Poi per evitare incidenti con i presidenti di circoscrizione lascia cadere la cosa e procede su binari più cauti. E incassa l’alleanza di altri campioni delle preferenze Pd, come Placido e Laus.

Piero Fassino di anni ne ha 61, che rispetto all’ età media dei politici italiani non sono poi molti. Ma è definito “vecchio” perchè ha sempre fatto politica. Segretario provinciale della Fgci nel ’71, consigliere comunale per dieci anni dal 1975, segretario di federazione dal 1983, torna a Torino dopo quasi 25 anni “romani”. Slogan della campagna “Gran Torino”, preso dal film di Eastwood. La dichiarazione “se fossi un operaio avrei votato si al referendum Fiat” ha parecchio polarizzato l’attenzione. Come anche l’apertura della campagna elettorale nella sala del Lingotto con le autorità cittadine e rappresentanti dei “poteri forti”. Nei manifesti si fa ritrarre sempre con l’uscente Chiamparino, “per continuare a vincere”.

Gianguido Passoni, 40 anni, ex Pdci, assessore al Bilancio ora indipendente di sinistra vicino a Sel, è “figlio d’arte”. Nipote del primo prefetto partigiano nel ’45, figlio di un vice sindaco di Novelli e deputato Pci. Da consigliere della circoscrizione centro, con una forte preparazione economica esordisce come assessore alla casa nel 1999 nella Giunta Castellani. Fa nascere “Locare” agenzia immobiliare pubblica. Torna assessore, questa volta al bilancio, nella seconda Giunta Chiamparino dal 2006. I maligni lo definiscono “rosso come il bilancio” ma in realtà ferma il procedere dell’indebitamento ed evita la privatizzazione dell’azienda delle acque. Esce dal Pdci di Diliberto senza entrare in alcun partito, ma fondando l’associazione “Rosso ideale”. Logo e parola d’ordine universale della sua campagna: “Torino bene comune”.

Michele Curto, 30 anni, si è dimesso da presidente della cooperativa- associazione Terra del Fuoco, che vive di progetti pubblici, per candidarsi alle primarie. Punti forti della sua auto-presentazione: il lavoro coi rom, i treni della memoria ad Auschwitz, un incarico nella rete europea Flare contro le mafie. Dopo aver partecipato all’ipotesi di una lista civica con Chiamparino, Airaudo nel rinunciare alla propria candidatura ha deciso di sostenere quella di Curto. Distribuisce “centomila” arance da terre sequestrate alla ‘ndrangheta in Calabria. Slogan: “Un giovane sindaco per Torino”. Alla richiesta di confluire sul candidato a sinistra del Pd che ha ricevuto poco più del doppio delle sue firme, e buone percentuali nei sondaggi, ha risposto: “Non chiederò mai ai 3.400 che hanno firmato per me di votare per qualcun’altro. Sarebbe politicista e sbagliato chiederlo”.

Silvio Viale, 53 anni, radicale, noto come eroe della pillola RU 486, nasce come Lotta Continua e poi passa ai Verdi. Consigliere comunale ecologista dal ’93 al 2001, è noto per saper fare ostruzionismo alla sua stessa maggioranza. La contemporanea iscrizione ai radicali prevale. Candidato sindaco per i radicali nel 2001 non arrivando al 2% non rientra in consiglio comunale. Si qualifica poi sempre più come ginecologo abortista e pro-pillola. Il Pd lo esclude per questo motivo dal gruppetto dei candidati radicali nelle sue fila per le elezioni parlamentari del 2008. Alle primarie si è potuto candidare come rappresentante radicale, quindi senza raccogliere firme. Salvo una polemica contro i provvedimenti antismog non si segnalano altre iniziative clamorose di Viale per le primarie: non ha aperto neanche un sito web.

di Silvana Cerea – ilfattoquotidiano