Premio. Nobel per la letteratura a Handke e Tokarczuk

Alla scrittrice polacca un Nobel (2018) tra i più tempestivi, mentre quello all’austriaco appare un riconoscimento in buona parte tardivo

Lo scrittore austriaco Peter Handke, premio Nobel per la Letteratura 2019 e la scrittrice polacca Olga Tokarczuk, premio Nobel per la letteratura 2018 (Ansa))

Lo scrittore austriaco Peter Handke, premio Nobel per la Letteratura 2019 e la scrittrice polacca Olga Tokarczuk, premio Nobel per la letteratura 2018 (Ansa)

Avvenire

Imprevedibile come spesso accade, questa volta il Nobel per la letteratura è riuscito a prendere di sorpresa perfino sé stesso. Pochi giorni fa, infatti, le dichiarazioni trapelate dall’interno dell’Accademia di Svezia – che quest’anno, dopo gli scandali del 2018, ha assegnato il premio avvalendosi di una giuria allargata – lasciavano intendere che i vincitori sarebbero stati scelti in una prospettiva meno eurocentrica rispetto al passato. Detto, fatto: a ottenere il doppio riconoscimento (c’era da recuperare, appunto, il Nobel non assegnato lo scorso anno) sono un’autrice e un autore che non soltanto provengono dall’Europa, ma addirittura dal cuore d’Europa. Mitteleuropeo in senso stretto è l’austriaco Peter Handke, al quale è stato formalmente attribuito il premio per il 2019, mentre quello del 2018 è andato retroattivamente alla polacca Olga Tokarczuk.

Sul fronte generazionale, vent’anni quasi esatti separano i due vincitori (Handke è del dicembre 1942, Tokarczuk del gennaio 1962) e diverso è lo strumento linguistico di cui si servono. Ma al di là di questo, risulta subito evidente una prossimità culturale che potrebbe avere il suo minino comun denominatore in uno dei grandi Nobel mancati degli scorsi decenni, il tedesco W.G. Sebald. Pressoché coetaneo di Handke, l’autore di Austerlitz è non di rado evocato come possibile modello dei Vagabondi, il libro che ha contributo in modo determinante a rafforzare la fama e il prestigio di Tokarczuk (una nota per il lettore italiano: prima dei Vagabondi, uscito nei mesi scorsi da Bompiani, i titoli dell’autrice erano arrivati nel nostro Paese per iniziativa di sigle indipendenti, in particolare e/o e nottetempo). Alcunitemi, come quello dello spaesamento e dell’erranza, contribuiscono ad accomunare ulteriormente Handke, che nel complesso rimane il più novecentesco e a suo modo romanzesco tra i due, e Tokarczuk, per la quale invece la mescolanza dei generi è ormai un fatto compiuto, attraverso una personalissima inclinazione a incrocaire l’esattezza del reportage con improvvise accensioni liriche.

Ma se quello alla scrittrice polacca è un Nobel tra i più tempestivi, quello all’austriaco appare al contrario un riconoscimento in buona parte tardivo. Non immeritato, sia chiaro, ma forse troppo procrastinato nel tempo, così da far risaltare ancora di più la frattura che corre tra la stagione di maggior popolarità di Handke (gli anni Settanta e Ottanta, segnati anche dalla collaborazione cinematografica con Wim Wenders) e la sua attuale condizione di maestro ormai indiscutibile. In mezzo, come sappiamo, ci sono state le tensioni degli anni Novanta, quando le controverse posizioni dell’autore a proposito della guerra nella ex Jugoslavia gli alienarono molte simpatie. Comprese, a quanto pare, quelle degli accademici svedesi di allora. A ben vedere, però, anche il ripensamento odierno somiglia molto a una conferma: da qualche tempo in qua, quando entra in gioco la politica, il Nobel per la letteratura riscopre la virtù della prudenza. E un po’, se serve, perfino, quella della smemoratezza.

SCHEDE Le biografie dei due Nobel

OLGA TOKARCZUK. Nata il 29 gennaio 1962 a Sulechów, ha studiato psicologia a Varsavia. È scrittrice e poetessa tra le più acclamate in Polonia e la sua opera è stata tradotta in trenta paesi. Il romanzo I vagabondi(Bompiani) le è valso il Man Booker International Prize 2018 ed è stato finalista al National Book Award. Per tre anni consecutivi i suoi libri sono stati votati come i più amati dai lettori polacchi. Nel 2015 è stata insignita del riconoscimento letterario più prestigioso in Polonia, il Nike (e il Nike Readers’ Prize).

In Italia con la casa editrice Nottetempo ha pubblicato Guida il tuo carro sulle ossa dei morti (2012) e Nella quiete del tempo (2013), che ha vinto uno dei più prestigiosi riconoscimenti polacchi, il Premio della Fondazione Koscielski. Altri premi ricevuti da Tokarczuk sono il Brueckepreis e il Premio letterario annuale del Ministero della Cultura e del Patrimonio Nazionale Polacco.

Ha scritto otto romanzi e due raccolte di racconti. L’anima smarrita(Topipittori), il primo libro di Tokarczuk per adulti e bambini, illustrato da Joanna Concejo, nel 2018 ha ricevuto la Menzione Speciale al Bologna Ragazzi Award.

PETER HANDKE. Nato a Griffen, in Carinzia, il 6 dicembre 1942, vive a Chaville nei pressi di Parigi. È considerato tra i più importanti scrittori contemporanei ed è noto come autore di provocatori successi teatrali (Insulti al pubblico, 1966; Kaspar, 1968) e di romanzi (Breve lettera del lungo addio, 1972; Infelicità senza desideri, 1972; La donna mancina, 1976), opere che hanno caratterizzato sia il clima fenomenologico del nouveau roman della neoavanguardia europea, sia quella sorta di minimalistica estenuazione psicologica tipica della crisi dello sperimentalismo di fine Novecento.

Fra le numerose opere tradotte in Italia, figurano Infelicità senza desideri(Garzanti, 1976), Esseri irragionevoli in via d’estinzione (Einaudi,1976), La donna mancina (Garzanti, 1979), L’ora del vero sentire (Garzanti, 1980),Lento ritorno a casa (Garzanti, 1986), Il cinese del dolore (Garzanti, 1988),Saggio sulla stanchezza (Garzanti,1991), Saggio sul juke-box (Garzanti, 1992), Saggio sulla giornata riuscita (Garzanti, 1993), Canto alla durata(Einaudi 1995, ultima edizione Collezione di poesia 2016), Il mio anno nella baia di nessuno (Garzanti, 1996), Un viaggio d’inverno (Einaudi, 1996),Appendice estiva a un viaggio d’inverno (Einaudi, 1997), In una notte buia uscii dalla mia casa silenziosa (Garzanti, 1998), Lucia nel bosco con quelle cose lì (Garzanti, 2001) e Un disinvolto mondo di criminali (Einaudi, 2002).

Ha inoltre firmato la sceneggiatura di alcuni film con il regista Wim Wenders, tra cui spicca Il cielo sopra Berlino (1987). Nel 2009 è stato insignito del Premio Franz Kafka.

Cultura / Letteratura Gozzano: crepuscolare, scanzonato e moderno

In passato l’immagine di Guido Gozzano tramandataci dalla scuola era quella di un poeta un po’ retrò, passatista e magari anche un tantino “polveroso”. È del resto l’immagine che lui stesso, in parte, ha contribuito a divulgare. Gozzano è il poeta diCocotte, della Signorina Felicita, dell’Amicadi nonna Speranza… Eppure, negli ultimi decenni, la critica più avveduta ha messo in luce il suo ruolo di primo piano nella storia della letteratura italiana del Novecento: Gozzano come iniziatore della poesia contemporanea. Saranno altri i a 32 annipoeti più ‘novecenteschi’ (Ungaretti, Montale, Saba, Quasimodo…), ma Gozzano, parodiando la tradizione in maniera divertente e scanzonata, ha fatto da apripista alle esperienze successive, soprattutto a quelle più sperimentali. Guido Gozzano moriva a Torino cent’anni fa, esattamente il 9 agosto 1916. Se ne andava a soli 32 anni. Era nato, sempre a Torino, il 19 dicembre 1883, da genitori entrambi canavesani. Il padre, Fausto, ingegnere, e la madre, Diodata Mautino, figlia del senatore Massimo (amico di d’Azeglio e Cavour), donna amante dell’arte e del teatro, si erano conosciuti qualche anno prima ad Agliè Canavese, dove la villa del Meleto (tutt’oggi casa-museo di Guido Gozzano) rappresenterà per il poeta uno dei principali ‘luoghi dell’anima’. Conseguita la maturità classica, Gozzano si iscrive alla Facoltà di Legge dell’ateneo torinese, senza però mai laurearsi, per quanto in alcune poesie egli si attribuirà il titolo di avvocato. Due sono le raccolte poetiche fondamentali, che fanno di Gozzano il più importante esponente del Crepuscolarismo: La via del rifugio (1907) e soprattutto I colloqui (1911), uno dei più celebri ‘canzonieri’ della poesia italiana del XX secolo. Nelle sue liriche Gozzano tende a inglobare continui riferimenti alla letteratura precedente: da Dante a Petrarca, da Ariosto a Tasso, da Leopardi all’amato e insieme odiato D’Annunzio. Proprio per questo rapporto con la tradizione, qualche critico lo ha accusato di plagi nei confronti degli autori che aveva letto e che, per una sorta di memoria involontaria, tornavano nei suoi versi. Questa attitudine all’utilizzo di materiali di varia natura è stata definita ‘postmoderna’. Forse è proprio lui, nel nostro Novecento, l’iniziatore di quella linea della contaminazione disinibita e della ripresa in una chiave sostanzialmente depotenziata con cui identifichiamo, appunto, la poetica del postmoderno. Perciò Gozzano non va valutato negativamente in quanto ‘poeta della letteratura’: «il fatto che Gozzano sia stato il maestro di giocolieri e funamboli del linguaggio », ha scritto bene Giuliano Ladolfi, «non dipende dall’essenza del suo poetare, ma dal fatto che certi giudizi critici hanno colto solo l’aspetto esteriore della sua produzione trascurandone le cause». È dunque importante, per ridare a Gozzano il giusto posto nella letteratura italiana del Novecento, rileggerne l’opera al di là dei cliché e dei luoghi comuni critici, ripetuti senza un effettivo vaglio di saggio in saggio, di storia letteraria in storia letteraria. Certo, non c’è dubbio che Gozzano sia il capostipite di quel- la ‘scuola dell’ironia’ (come la chiamò il critico Marziano Guglielminetti) che ebbe a Torino, ai primi del Novecento, il suo centro propulsore. Ma è opportuno leggere la sua opera anche oltre questa costante ironica. Perché spesso, sotto la superficie di un sorriso amaro, emergono questioni e tematiche esistenziali tutt’altro che banali. Primo tra tutti il motivo della morte. Gozzano si era ammalato molto giovane di tubercolosi, la malattia che lo condurrà a morte precoce. Il confronto serrato con «la Signora vestita di nulla» (come la chiama in un suo testo, “L’ipotesi”) lo induce a una serie di riflessioni profonde, la cui urgenza l’ironia riesce solo in parte ad attenuare. Connesso a questa attesa della morte è anche l’altro grande tema della produzione gozzaniana: l’aridità sentimentale, vale a dire l’impossibilità di amare. Sappiamo di una relazione tormentata con la poetessa torinese Amalia Guglielminetti, rapporto testimoniato da un fitto carteggio, forse però più schermaglia letteraria che documento realistico. Sapendo di essere condannato a una fine imminente, Guido non riesce a lasciarsi andare al vitalismo del sentimento e della passione, che dunque tende a rimuovere dal proprio orizzonte di vita. Per sfuggire alla morte – anche la medicina ha le sue mode, e quella del tempo suggeriva simili soluzioni… – nel febbraio del 1912 Gozzano si imbarca con un amico, anch’egli tubercolotico, per un viaggio in India, un itinerario terapeutico più che turistico, da lungo tempo progettato e sempre rinviato proprio per la salute precaria. Toccata Napoli, Porto Said, Aden, ai primi di marzo giunge a Bombay e poco dopo a Kandy, sull’isola di Ceylon, da dove, alcune settimane dopo, riprende la via del ritorno. Due anni più tardi scriverà di quell’esperienza in una serie di articoli per il quotidiano ‘La Stampa’, inventandosi però di aver visitato molti altri luoghi dell’entroterra indiano (tra cui Goa, Madras, Delhi, Agra, Jaipur, Benares), dai quali fingerà di inviare una serie di corrispondenze di viaggio, poi raccolte nel volume postumo Verso la cuna del mondo. Lettere dall’India (1917). Ebbene, nei capitoli che andranno a costituire il volume indiano troviamo una pensosità di toni e una sincerità di espressioni che danno un’immagine dello scrittore piuttosto diversa da quella che affiora dalle poesie. Emerge ad esempio con prepotenza il motivo religioso. Sappiamo che la religiosità gozzaniana non era stata sostenuta, negli anni giovanili, da una convinta adesione al credo cattolico, al quale pure era stato educato. Anzi, in una poesia dei Colloqui, “Pioggia d’agosto”, egli afferma esplicitamente la sua ‘allergia’ alle ideologie positive, comprese quelle di matrice religiosa: «La Patria? Dio? L’Umanità? Parole / che i retori t’han fatto nauseose». Da qui l’adesione a una filosofia naturalistica venata di panismo, lontana da qualsivoglia dottrina religiosa costituita. Eppure in una lettera del 22 ottobre 1910 al direttore del quotidiano ‘Il Momento’, in risposta a un’inchiesta sull’arte e sulla poesia nell’ambito della quale era stato interpellato, Gozzano scrive: «Oggi credo nello spirito, sento, intendo in me la vita dello spirito […]. Non so se sia questa la mia via di Damasco, né se mi porti in avvenire a una fede dogmatica, ma sento che questa è la via della salute […]. La stessa fede nel positivismo che attraversammo, ci insegna che il positivismo fu un’illusione, che vane furono le apologie della materia e della matta bestialità […]. La parola anima non fa più sorridere gli uomini di intelletto, come appena vent’anni or sono, ma rende curiosi e meditabondi». L’anno prima di morire Gozzano dedicherà a san Francesco d’Assisi un’“orditura fotogrammatica”, cioè il soggetto di un film che si sarebbe dovuto girare a partire dall’estate del 1916, un progetto che poi non si realizzerà per l’inesorabile peggioramento delle condizioni di salute. Francesco affascinava Guido per la radicalità della sua scelta di vita, per la profondità del suo amore per Dio e il creato, per la seraficità della sua esistenza in tutti i suoi episodi. Come per Dante (si ricordi il canto XI del Paradiso), anche per Gozzano Francesco è una sorta di alter Christus. La figura di Gesù attirò costantemente Guido: si pensi alle sue celebri poesie natalizie, come La notte santa, imparata a memoria da generazioni di scolari. Questa ‘nostalgia del divino’ era destinata a prendere in lui sempre più corpo e presenza, acuendosi negli ultimi tempi. Fino a quando – in punto di morte – chiese di riconciliarsi con Dio e con la sua Chiesa, facendo chiamare al proprio capezzale il sacerdote per ricevere i sacramenti. Ad assisterlo spiritualmente fu padre Mario Dogliotti, l’amico della giovinezza divenuto benedettino con il nome di Silvestro. Fu l’epilogo di una vita sofferta, tormentata fisicamente e psicologicamente, segnata però da una costante, sottile, sincera ricerca interiore. © RIPRODUZIONE RISERVATA Letteratura. Il poeta torinese morì cent’anni fa di tubercolosi. Oltre le incomprensioni della critica, oggi emerge come precursore di successive poetiche di scrittura sperimentali Amava la “citazione” Forse è proprio lui, nel Novecento, l’iniziatore di quella linea della contaminazione disinibita e ironica con cui identifichiamo, appunto, la poetica postmoderna Sotto la superficie di un sorriso amaro, celava questioni tutt’altro che banali, anzitutto quella della morte (se ne andò a trentadue anni) Verso la fine lavorava a mettere a punto il palinsesto per un film su san Francesco ANNIVERSARIO. Guido Gozzano, nato nel 1883, morì a Torino il 9 agosto 1916

Mata Hari, a 140 anni dalla nascita è ancora mito

L’ha definita “una delle prime femministe”, omaggiandone lo spirito combattivo e anticonformista, e la capacità di dare scandalo: non deve sorprendere che uno scrittore del calibro di Paulo Coelho abbia deciso di dedicare proprio al mito di Mata Hari il suo nuovo, attesissimo libro ‘La Spia”, in uscita il 10 novembre e pubblicato in Italia da La Nave di Teseo. Se, a sentirlo pronunciare, è probabile che il nome Margaretha Geertruida Zelle lasci per lo più indifferenti, basta infatti dire Mata Hari per aprire le porte alla seduzione e al mistero, ricordando la celeberrima danzatrice-spia che negli anni della Belle Epoque provocò scompiglio in tutta Europa.

A 140 anni dalla nascita, avvenuta in Olanda, nel villaggio di Leeuwarden il 7 agosto 1876, Margaretha in arte Mata Hari ancora non ha esaurito la sua carica di fascino, divenendo la spia per antonomasia oltre che emblema di malia e intrigo. La pelle ambrata, gli occhi profondi e il corpo snello e sinuoso la resero capace di far innamorare tutti gli uomini che incontrava, ma fu di certo la forza di un animo spregiudicato e indomito a delineare il suo carattere, dando vita a un personaggio dai contorni sempre nebulosi. Dapprima furono le danze esotiche, dalla prorompente carica erotica mescolata a un’idea di spiritualità orientale, ad accendere la passione di chi la vedeva esibirsi come ballerina, prima in Francia poi in Spagna, Italia e Germania.

In seguito, con lo scoppio della Prima Guerra Mondiale, Mata Hari – già amante di personaggi influenti e ricchi, come nobili, politici e militari – divenne una spia, corteggiata al tempo stesso dai Francesi e dai Tedeschi. A decretare la fine della sua fortuna fu l’accusa infamante di fare il doppio gioco, mai realmente provata, e un dispaccio inviato via radio dalla Spagna (intercettato dall’esercito francese), in cui Mata Hari veniva indicata come spia tedesca, dal nome in codice H-21. Sebbene gli studiosi ancora discutano su quale sia stato davvero il ruolo nello spionaggio avuto dalla donna, nonché sui dettagli della sua vita, la storia ha di fatto consegnato al mito la figura di Mata Hari.

E il suo personaggio è diventato leggendario travalicando epoche e Paesi, perché sempre alimentato da una miriade di voci, curiosità, fantasie. Del resto, quando si parla di Mata Hari è vero tutto e il contrario di tutto. Per questo l’attenzione su di lei non è mai venuta meno, e la sua figura è stata al centro di film (come ‘Mata Hari’ di George Fitzmaurice e ‘Mata Hari, agent H21’ di Jean-Louis Richard, con rispettivamente Greta Garbo e Jeanne Moreau nel ruolo della protagonista), speciali tv, libri e perfino videogiochi. Ma gli eventi che la riguardano non sono mai stati del tutto chiariti, rimanendo ambigui e misteriosi.

Poche certezze dei fatti ci sono per esempio anche nel momento più estremo, in quell’alba del 15 ottobre 1917 a Vincennes, quando il plotone d’esecuzione decretò la fine della sua vita dopo il processo che la condannò alla pena capitale riconoscendola una spia tedesca. Si dice che Mata Hari non arretrò e non si fece bendare, anzi sostenne lo sguardo dei 12 soldati francesi che aveva di fronte, dando l’ennesima prova di quel sangue freddo che sempre la accompagnò. Tra gli aneddoti raccontati, c’è anche quello che la vede denudarsi davanti ai soldati in un’ultima volontà di seduzione, e il racconto del gesto di galanteria dei suoi stessi aguzzini, che degli 11 colpi di fucile a disposizione (perché solitamente un fucile era caricato a salve) ne mandarono 8 a vuoto, colpendola solo con 3.

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Mattarella, dovere valorizzare cultura

(ANSA) – POMPEI, 14 MAG – “Il nostro Paese ha il patrimonio artistico e culturale più grande del mondo. C’è esigenza non solo di conservarlo ma anche di valorizzarlo ed è un nostro dovere farlo, sia nei confronti della nostra storia che del nostro futuro”. Così il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, a Pompei in occasione della inaugurazione della mostra di Mitoraj.
“Ogni investimenti per la cultura è speso anche ai fini della crescita del nostro Paese – ha aggiunto Mattarella – Questo sito, come tutto ciò che viene prodotto dalla cultura, ha una grande ricaduta per l’intera società anche di carattere economico. Gli investimenti che si fanno nella cultura non sono solo un dovere di qualità della vita sociale ma provocano ricaduta di crescita economica”.

Idee. Wikieconomia, una rete contro la crisi

Wikieconomia

Un giorno gli italiani hanno acceso il televisore e con l’alluvione di Olbia hanno scoperto i rischi dell’insostenibilità ambientale. Un altro con il rogo di Prato quelli dell’insostenibilità sociale. L’urgenza dei tempi che stiamo vivendo è tale che ci inchioda a scrivere sempre lo stesso libro. Che ruota attorno a quella leva che Archimede cercava per sollevare il mondo, al tema per il quale voglio essere ricordato con un epitaffio sulla mia lapide dove si dica che ho lavorato e lottato per il «voto col portafoglio».

Ovvero il potere enorme che abbiamo (ma che utilizziamo ancora solo in piccolissima parte) di influenzare il mercato premiando le imprese che sono all’avanguardia nella sostenibilità sociale e ambientale. Potere che dovremmo usare per il nostro bene (con autointeresse lungimirante) per evitare che sul mercato prevalgano scelte ambientali e sociali dissennate che ricadono sui nostri simili e alla fine, come un boomerang, anche su noi stessi.

Viviamo una fase del tutto particolare della vita economica del nostro pianeta. La globalizzazione è un po’ come l’epopea della frontiera nel Far West. Dove prima sono arrivati gli «spiriti animali» che  colonizzarono il nuovo mondo lungo la via del telegrafo.

Solo successivamente nella storia della frontiera americana sono arrivate le regole e le leggi. Così oggi le grandi imprese multinazionali sfruttano al meglio la possibilità di muoversi su scala globale lungo la via della rete delocalizzando la produzione dove conviene di più (e costa meno in termini di lavoro, ambiente e tasse). E colossi finanziari troppo grandi per fallire, troppo complessi per essere regolati, la fanno da padrone in una finanza ipertrofica come «battelli ebbri» di baudelairiana memoria che hanno rotto gli argini e i freni di regolatori deboli o collusi. Dandosi il nome di banca, ma operando in realtà da gigantesche bische dove prevale il trading ad alta frequenza e l’uso di derivati per finalità puramente speculativa.

Nella globalizzazione stiamo dunque vivendo una delicata transizione nella quale le regole e le istituzioni globali non sono arrivate; il sonno dei regolatori produce dei mostri e il conflitto tra imprese globali e regole nazionali genera sviluppo economico ma anche insostenibilità ambientale, livelli di povertà inaccettabili, crisi finanziarie, diseguaglianze imponenti e il gigantesco dilemma di una ricchezza senza nazioni e di nazioni senza ricchezza.

Ma nulla si decide solo sulle nostre teste senza che noi possiamo intervenire per cambiarlo. Abbiamo in tasca le chiavi delle nostre catene e non ce ne siamo ancora accorti. Esiste un paradigma alternativo (copernicano) da sostituire a quello ormai obsoleto che ha fatto il suo tempo (tolemaico) e che non è più in grado di farci progredire dal punto in cui siamo arrivati.

E che è decisamente meno efficiente sia in termini di fertilità economica che di capacità di creare le condizioni per la pienezza e la felicità della nostra vita.

Ognuno nasce con un talento specifico nella vita e la sua fioritura dipende dalla capacità di trovarlo, coltivarlo e valorizzarlo. L’economista è un entomologo o un dottore? Più la seconda dal mio punto di vista, anche se per curare i pazienti la conoscenza scrupolosa e accurata dell’anatomia è fondamentale e quindi il momento dell’osservazione e dello studio del funzionamento dei meccanismi socioeconomici è fondamentale.

E il dottore sociale sa che la sfida più stimolante e appassionante è quella di risolvere i problemi degli ultimi e contribuire al bene comune e alla fioritura e soddisfazione di vita collettiva. In fondo chiedere a un economista perché mai dovrebbe occuparsi di povertà è come domandare a un medico perché si appassiona alla cura di malattie gravi invece di occuparsi solo di eliminare le rughe dal volto di qualche capricciosa star del cinema che non vuole invecchiare. Per un economista/dottore sociale non c’è nulla di meglio che cercare di fare da ponte tra le due sponde spesso troppo lontane degli operatori competenti ma poco sensibili e dei testimoni sensibili ma dotati di scarse competenze. Dare competenze ai sensibili e sensibilità ai competenti è il lavoro prezioso da fare in questa terra di mezzo nella quale lo sforzo della divulgazione assume importanza fondamentale.

La fiducia nel futuro (e non i vari capitali fisici, umani e sociali) è la molla più profonda che ci spinge a intraprendere la faticosa strada di un investimento per creare un’azienda, che ci induce a impegnare il nostro capitale in un’attività produttiva e a creare una famiglia. In questo ambito il compito di un economista civile che vuole alimentare speranza è triplice: indicare l’orizzonte verso cui tendere (additando il «non ancora»), tracciare nuovi sentieri dal punto in cui ci troviamo per evitare il rischio paralizzante che nessuna strada porti ad esso (costruendo il «già»), abitare i luoghi dove il «già» sta prendendo forma vivendo a fianco e interagendo con chi è operativo in una crescita mutualmente stimolante.

Rispetto ai libri scritti in precedenza, quest’ultimo si arricchisce anche di un fattore chiave: il lavoro iniziato qualche anno fa sui social network. È per questo che ho deciso di chiamarlo Wikieconomia. Scrivere un libro è come partecipare a una maratona fatta di tanti scatti separati, uniti poi assieme. E i social network stimolano a esprimerci su durate corte o cortissime (i 140 caratteri di Twitter) che aumentano la nostra capacità di sintesi e rinforzano la nostra abilità a esporre pensieri brucianti in poco spazio. Allo stesso tempo essi (quando vengono usati bene e non diventano solo sfogatoi moltiplicatori di rabbia ed emozioni di breve periodo) sono luoghi nei quali si costruisce dal basso, assieme, sapere collettivo, in scambi che annullano i limiti spazio-temporali tra persone lontanissime che partecipano allo stesso dibattito virtuale.

Un po’ come un gigantesco speaker’s corner globale dove la rete sostituisce Hide Park e tutti possono simultaneamente parlare e ascoltare senza vincoli spazio-temporali.

Il primo problema di cui oggi un economista anche solo liberale dovrebbe occuparsi è come può la maggioranza debole e dispersa contrastare e arginare il potere di lobby concentrate e aggressive. Una novità importante da questo punto di vista è proprio la rete, che offre tecnologie e modalità di aggregazione un tempo impensate, aiutando l’interesse della maggioranza a prendere forma e consapevolezza, a condensarsi e rinforzarsi.

Così come Wikipedia è l’esempio lampante di come la rete ha stimolato l’estrazione di operosità dagli immensi giacimenti di gratuità umana, con una comunità di volontari che ha edificato la piramide di un’enciclopedia online, così la wikieconomia potrebbe essere la grande opera del futuro, la costruzione di un’economia al servizio del bene comune e dell’interesse di tutti.

avvenire.it

Conclusi 8 restauri alla Certosa Bologna

(ANSA) – BOLOGNA, 12 AGO – Otto grandi cantieri di restauro sono stati aperti e conclusi dall’estate 2013 ad oggi nell’area monumentale della Certosa. Negli ultimi 12 mesi è stato realizzato il maggior numero di interventi nel cimitero cittadino, da quando nel ’99 il Comune di Bologna ha avviato un programma di restauro e valorizzazione. Tra gli altri, eseguito il restauro dell’ingresso monumentale, detto dei ‘Piangoloni’, con le 3 colossali statue in terracotta, e dei 2 Leoni dell’emiciclo sud del Chiostro Maggiore.

Santo Curato d’Ars (Giovanni Maria Vianney) santo del 4 agosto

Dardilly, Francia, 8 maggio 1786 – Ars-sur-Formans, Francia, 4 agosto 1859

Giovanni Maria Vianney nacque l’8 maggio 1786 a Dardilly, Lione, in Francia. Di famiglia contadina e privo della prima formazione, riuscì, nell’agosto 1815, ad essere ordinato sacerdote.Per farlo sacerdote, ci volle tutta la tenacia dell’abbé Charles Balley, parroco di Ecully, presso Lione: lo avviò al seminario, lo riaccolse quando venne sospeso dagli studi. Giovanni Maria Vianney, appena prete, tornò a Ecully come vicario dell’abbé Balley. Alla morte di Balley, fu mandato ad Ars-en-Dombes, un borgo con meno di trecento abitanti. Giovanni Maria Vianney, noto come il curato d’Ars, si dedicò all’evangelizzazione, attraverso l’esempio della sua bontà e carità. Ma fu sempre tormentato dal pensiero di non essere degno del suo compito.Trascorreva le giornate dedicandosi a celebrare la Messa e a confessare, senza risparmiarsi. Morì nel 1859. Papa Pio XI lo proclamerà santo nel 1925. Verrà indicato modello e patrono del clero parrocchiale. (Avvenire)

Etimologia: Giovanni = il Signore è benefico, dono del Signore, dall’ebraico

Martirologio Romano: Memoria di san Giovanni Maria Vianney, sacerdote, che per oltre quarant’anni guidò in modo mirabile la parrocchia a lui affidata nel villaggio di Ars vicino a Belley in Francia, con l’assidua predicazione, la preghiera e una vita di penitenza. Ogni giorno nella catechesi che impartiva a bambini e adulti, nella riconciliazione che amministrava ai penitenti e nelle opere pervase di quell’ardente carità, che egli attingeva dalla santa Eucaristia come da una fonte, avanzò a tal punto da diffondere in ogni dove il suo consiglio e avvicinare saggiamente tanti a Dio.

Guardando al Santo Curato d’Ars, ovvero a san Giovanni Maria Vianney viene da pensare ai versi pronunciati nel salmo 117: «La pietra scartata dai costruttori è divenuta testata d’angolo», parole riprese da Gesù e riportate dagli evangelisti Matteo, Marco, Luca, negli Atti degli Apostoli e nella prima lettera di san Pietro.
Ebbene, ciò che Cristo Signore aveva riferito a se stesso in quanto Figlio di Dio non riconosciuto come tale, può essere applicato ad alcuni santi, fra i quali il patrono dei parroci, don Giovanni Maria Vianney, che sicuramente divenne sacerdote più per volontà divina che per volontà umana, scartato come fu, e a più riprese, da professori ed esaminatori.
Su di lui sembra non puntare nessuno. Soltanto un sacerdote crede in questo giovane, che pare proprio non avere talenti e capacità: è l’abbé Charles Balley (1751-1817), parroco di Écully, presso Lione.
Proprio ad Écully, l’11 febbraio 1778 Matteo Vianney (1753-1819) aveva sposato Maria Beluse (1753-1811); dalla loro unione nacquero sei figli che secondo l’uso devozionale di allora furono consacrati alla Vergine Maria prima ancora della loro nascita. Giovanni Maria nacque a Dardilly, dove aveva preso dimora la famiglia Vianney, verso la mezzanotte dell’8 maggio 1786, tre anni prima dello scoppio della Rivoluzione Francese. Fu battezzato il giorno stesso e prese il nome del fratello minore di suo padre.
«Appena questo figlio prediletto cominciò ad osservare gli oggetti esterni, la pia madre fu lieta di indicargli il crocifisso e le immagini religiose, che ornavano le pareti della casa, e, quando le piccole braccia poterono appena muoversi fuori dalle fasce, cominciò a guidare la manina incerta dalla fronte al petto e dal petto alle spalle: il bambino ne prese presto l’abitudine». Fin da piccolo fu educato a frequentare la chiesa parrocchiale. Le celebrazioni liturgiche lo affascinavano così tanto da imitarle e ripeterle una volta tornato a casa. Quando conduceva al pascolo il bestiame, spesso lasciava ai compagni la custodia degli animali per correre dietro un cespuglio a recitare il santo rosario ed era felice di entrare in una chiesa quando sentiva suonare la campana. Il bambino imparò ben presto anche a venire incontro alle necessità dei bisognosi, prendendo esempio dai suoi genitori, che lavoravano senza risparmiarsi la campagna, riuscendo a condurre una vita tranquilla e con generosità sfamavano ogni giorno molti poveri, non prima di averli invitati a recitare una preghiera.
«I piccoli non conoscono quella debolezza che si chiama rispetto umano», riferisce François Trochu, che compilò scrupolosamente una biografia in occasione della canonizzazione del Curato d’Ars, avvenuta il 31 maggio 1925. Infatti, in qualunque luogo si trovasse, in casa, in strada, nel giardino, Giovanni Maria «benediceva l’ora» cioè, seguendo l’esempio di sua madre, ogni volta che sentiva suonare le ore, incurante della presenza di altre persone, sospendeva l’attività che stava compiendo, faceva il segno della Croce, recitava l’Ave Maria e ripeteva, a chiusura, il segno della Croce. Questa consuetudine perdurerà lungo tutto l’arco della sua esistenza. La madre di Giovanni Maria, sua prima catechista, fu la prima ad avvedersi  della bellezza della sua anima. «Vedi, mio Giovanni se le tue sorelle o i tuoi fratelli offendessero il Signore, ne avrei grande pena, ma la pia pena sarebbe maggiore ancora, se lo offendessi tu!».
Molti anni dopo, quando qualcuno si feliciterà con lui per aver avuto così presto il gusto della preghiera e dell’altare, egli risponderà, sempre con profonda commozione: «Dopo che a Dio, lo devo a mia madre, tanto ella era buona! La virtù passa facilmente dal cuore della madre nel cuore dei figli… Un figlio che ha avuto la fortuna di avere una buona madre, non dovrebbe mai guardarla, né pensare a lei, senza commuoversi fino al pianto!».
Nel gennaio del 1791 entrò in vigore nel lionese la Costituzione civile del clero. Don Giacomo Rey, parroco per 39 anni di Dardilly, aveva prestato giuramento scismatico; ma in seguito, dopo aver riconosciuto la sua colpa, prese a celebrare la Santa Messa in una casa privata, a causa della persecuzione giacobina, poi si ritirò a Lione ed infine si stabilì in Italia. Il 7 luglio 1803 giunse al suo posto un nuovo parroco, don Giacomo Tournier (1769-1806), anch’egli compromesso con il regime di Parigi. In perfetta buona fede, la famiglia Vianney continuava ad assistere alla Santa Messa. Fu la figlia di 12 anni, Caterina, ad accorgersi che qualcosa non funzionava: le prediche di don Tournier non ricordavano per nulla quelle di don Rey. Nelle sue omelie tornavano con insistenza i nomi di «cittadino», «civismo», «costituzione» e spesso criticava i suoi predecessori. In chiesa si videro volti nuovi, mentre i fedeli più zelanti cominciarono ad allontanarsi dalla parrocchia. Caterina Vianney pose la questione ai suoi familiari: dove andavano a Messa i buoni cattolici? I genitori approfondirono il problema, scoprendo che i preti sani avevano rifiutato il giuramento e proprio per tale ragione erano stati cacciati, ma subivano anche pesanti persecuzioni ed erano costretti a fuggire per non finire sotto la ghigliottina. Tutti i sacerdoti che avevano rifiutato il giuramento erano esposti al pericolo di essere arrestati e giustiziati entro ventiquattro ore, senza possibilità di appello. Coloro che avessero denunciato questi preti avrebbero avuto un compenso di cento franchi, mentre coloro che li avessero ospitati e protetti avrebbero subito la deportazione secondo le leggi del 24 aprile, 17 settembre e 20 ottobre 1793. La famiglia Vianney, incurante degli evidenti pericoli in cui incorrevano, prese ad ospitare in casa propria i preti refrattari, dove potevano anche celebrare le Sante Messe.
Il 1793 è l’anno del Terrore e a Lione il sangue scorre a fiumi, nella Place des Terreaux la ghigliottina lavora senza tregua. Giovanni Maria cresce in questo clima oppressivo, di violenza feroce contro l’innocente, ma anche in una casa dove si mantiene salda la fede in Cristo. Diventa apostolo e catechista fra i suoi coetanei. Organizza processioni e, mentre in tutta la Francia sono state proibite le cerimonie religiose, il ragazzo guida i coraggiosi compaesani, che seguono una croce fabbricata semplicemente con due bastoni, recitando il Rosario e cantando. A nove anni, eccetto gli elementi di religione, non conosce quasi nulla della scienza umana. Sua sorella Caterina gli ha insegnato l’alfabeto ed egli sa leggere appena un libro di preghiere.
A Dardilly la scuola, a causa della furia rivoluzionaria, era stata soppressa. La contraddizione era palese: da una parte la legge del 19 dicembre 1793 esigeva che tutti i fanciulli di sei anni almeno, o di otto al più tardi, frequentassero obbligatoriamente le scuole pubbliche per tre anni di seguito; dall’altra, veniva concesso a pochi di aprire una scuola, con l’obbligo di prestare giuramento al Regime, che garantiva il certificato di civismo. Inoltre, venivano interdetti maestri religiosi e preti. Tuttavia era diffusa la scarsità di pedagoghi giacobini e per tali ragioni la piccola scuola di Dardilly fu chiusa.
Nel 1799, all’epoca del secondo Terrore, Giovanni Maria ricevette la prima comunione, che venne amministrata in una camera della casa della famiglia Pingon di Écully, dove viveva il marchese Claude de Jouffroy d’Abbans (1751-1832), inventore del battello a vapore. Il colpo di Stato del 18 brumaio dell’anno IV (9 novembre 1799) portò Napoleone (1769–1821) al potere e, quindi, i sacerdoti refrattari fecero ritorno alle loro chiese, perciò anche don Balley rientrò a Écully.
Giovanni Maria ha ormai 20 anni e le sue manifestazioni sono decisamente di carattere ascetico. Preghiera, penitenza, meditazione. A tavola mangia quasi sempre solo la minestra, chiedendo che venga scodellata senza burro. Spesso trascorre il tempo in chiesa oppure nella canonica di Écully insieme al curato don Balley, il quale lo prende fin da subito in grande simpatia: vede qualcosa in lui che altri non scorgono. In canonica si accosta agli studi, ma fin dal principio manifesta grandi difficoltà. Con la penna in mano diventa lento e imbarazzato: la sua intelligenza è rimasta arrugginita per troppi anni. Mesi e mesi di sforzi che risultano vani, inefficaci. Con tenacia e volontà si concentra sui libri, ma le difficoltà sono enormi, tanto da sembrare insormontabili. Prega, si mortifica e, troppo poco nutrito, s’indebolisce sempre più. Un giorno il parroco lo rimprovera: «Giovanotto sta bene pregare e far penitenza, ma bisogna anche mangiare e non rovinarsi la salute».
È proprio in questo tempo che Giovanni Maria sperimenta una dolorosa e forte crisi vocazionale, provando un netto disgusto per i libri. Con la mente rivede i suoi cari, l’amata casa di famiglia, i campi paterni… ha nostalgia dell’aratura della terra, della semina, della mietitura del grano. Fra l’altro il padre di Giovanni Maria Vianney è decisamente contrario all’ordinazione del figlio, che lo reclama in famiglia per impiegarlo nelle mansioni rurali.
Il giovane afferma con amarezza a don Balley di voler far ritorno alla dimora paterna; ma il suo maestro di fede e d’intelletto si dimostra assai rattristato nell’udire quelle intenzioni, perciò non cede e cerca di spronarlo perché ha piena fiducia nelle potenzialità del suo allievo. I libri continuano ad essere il martirio di Giovanni Maria, il terribile ostacolo alla realizzazione della sua vocazione e secondo la sua stessa confessione «non poteva cacciare nulla nella sua povera testa» oppure «sono come gli zeri, valgo soltanto se vicino ad altre cifre». Cosciente del pericolo, decide di ricorrere all’intervento divino facendo un voto: si sarebbe recato a piedi fino al santuario di La Louvesc, presso la tomba  di san Francesco Regis (1597–1640), l’apostolo del Velay e del Vivarais, il sacerdote della Compagnia di Gesù, che, predicando il Vangelo e amministrando il sacramento della penitenza per monti e per villaggi, si adoperò senza sosta per rinnovare la fede cattolica nell’animo degli abitanti.
È il 1806. Da Écully al villaggio di La Louvesc distano circa cento chilometri. Magro come un anacoreta, ma comunque in forze, Giovanni Maria parte. Durante il suo pellegrinaggio viene scambiato per un fannullone, un vagabondo e subisce minacce, rischiando di venire denunciato ai gendarmi. Bussa alle porte per essere sfamato, ma raramente trova ristoro e allora si nutre di erba che trova lungo il cammino e beve acqua di fonte. Privo di proteine e vitamine, cade nella denutrizione e nello sfinimento, tanto che è stordito, eppure prosegue il suo andare,  a volte in compagnia di qualche tozzo di pane, ricevuto in elemosina.
Finalmente giunge al santuario, situato a 1.100 metri di altitudine fra le montagne dell’Haut-Vivarais. È stremato, ma felice. Si dirige subito alla tomba di san Francesco Regis e implora la grazia di imparare sufficientemente il latino, tanto da poter accedere agli studi teologici. Si confessa da un padre gesuita del santuario e gli rivela anche il suo voto. Il religioso gli commuta l’impegno preso: anziché attendere l’elemosina degli altri lungo il cammino di ritorno, avrebbe dovuto lui compierla. Dirà più tardi: «Ho sperimentato la verità della parola della Scrittura: val più dare che ricevere”», aggiungendo: «Non consiglierei mai a nessuno di fare il voto di mendicare».
I libri di studio non gli diedero più la nausea, ma a 24 anni era al livello di uno studente di 15. Ottenne la grazia da Dio, ma non dall’ordinamento militare. Infatti i seminaristi vennero dispensati dal servizio nell’esercito perché il cardinale Joseph Fesch (1763 – 1839), che aveva cresimato Vianney e che era in ottimi rapporti con Napoleone, suo nipote, ottenne da lui che tutti gli studenti ecclesiastici, iscritti nelle liste ufficiali della sua diocesi, fossero esentati dall’arruolamento, come coloro che erano già stati ordinati sacerdoti. Ci furono quattro eccezioni e fra questi seminaristi anche Giovanni Maria Vianney. È probabile che don Balley avesse omesso di segnalare all’arcivescovo che il suo chierico continuava a studiare, oppure, come seconda ipotesi plausibile, potrebbe esserci il fatto che i vicari generali avessero dimenticato di farlo iscrivere fra gli studenti dei seminari. Don Balley, allarmato, andò a fare le dovute rimostranze, ma non ci fu nulla da fare: non poteva essere considerato seminarista uno studente tardivo come Vianney, alloggiato in una casa di contadini, che riceveva lezioni in una canonica; inoltre il suo nome non figurava neppure nella lista ufficiale rilasciata dall’autorità diocesana…
Non restava che obbedire. Giovanni Maria entrò come recluta in una caserma di Lione, ma fu presto colto dalla febbre. Venne ricoverato all’ospedale, poi, convalescente, non riuscì a presentarsi in tempo all’ufficio del capitano per la partenza verso la frontiera della Spagna, dove era stato destinato il suo reparto. Entrò così a far parte della lista nera dei disertori e come tale venne ricercato per qualche tempo, fino all’amnistia: Napoleone, vincitore sull’Austria, aveva accordato la grazia in occasione del suo secondo matrimonio con l’arciduchessa Maria Luisa (1791 – 1847). Fu così che Gian Francesco Vianney di 20 anni, con atto notarile e dietro il versamento di 3.000 franchi, parte dell’eredità del fratello Giovanni Maria, prese il suo posto nell’esercito e venne incorporato nel 6° reggimento.
Aveva 26 anni quando don Balley ritenne che era giunto il momento di provare l’inserimento nel Seminario minore di Verrières, presso Montbrison, per il corso di filosofia della durata di una anno, per poi essere ammesso al Seminario maggiore di Sant’Ireneo a Lione. Ma immediatamente prese a circolare la disistima nei suoi confronti. Per questo giovane, che amava il nascondimento e non otteneva risultati soddisfacenti, nessuno provava interesse. Ed ecco la pagella di quel 1812: Lavoro: bene; Scienza: molto debole; condotta: buona; carattere: buono. Con queste valutazioni riuscì, comunque, ad entrare nel Seminario di Lione (1813-1814).
Ma i nodi vennero subito al pettine e nel consiglio docenti si diceva: «Capisce male il latino e lo parla ancora peggio», fino ad arrivare alla decisione: «Sarebbe il caso che il giovane se ne tornasse a casa e utilizzasse il suo tempo in modo più sensato. La vita sacerdotale non fa per lui. Restando qui sprecherebbe il suo e il nostro tempo». Giovanni Maria Vianney, colui che sarebbe stato proclamato da Pio XI, nel 1929, «celeste patrono di tutti i parroci dell’universo» e da Benedetto XVI, nel 2009, «di tutti i sacerdoti del mondo», venne espulso dal Seminario.
Affinché riuscisse a indossare la talare, è stata fondamentale tutta la tenacia dell’abbé Charles Balley: gli ha fatto scuola in canonica, l’ha avviato al seminario, lo ha riaccolto quando è stato sospeso dagli studi per incapacità e, dopo un altro periodo di difficile preparazione, è riuscito a farlo ordinare sacerdote nella città di Grenoble.
Spinto da don Balley, Giovanni Maria prosegue, nonostante gli insuccessi e le sconfitte. Ma la posta in gioco è troppo alta. Dirà il 13 agosto 1815: «Oh! Che cosa grande è il sacerdozio! Il sacerdozio non lo si capirà bene che in cielo… Se lo si comprendesse sulla terra, si morrebbe, non di spavento, ma di amore!…».
Ha scritto Benedetto XVI nella «Lettera per l’indizione di un anno sacerdotale in occasione del 150° anniversario del dies natalis del Santo Curato d’Ars» (16 giugno 2009):
«Ci sono, purtroppo, anche situazioni, mai abbastanza deplorate, in cui è la Chiesa stessa a soffrire per l’infedeltà di alcuni suoi ministri. È il mondo a trarne allora motivo di scandalo e di rifiuto. Ciò che massimamente può giovare in tali casi alla Chiesa non è tanto la puntigliosa rilevazione delle debolezze dei suoi ministri, quanto una rinnovata e lieta coscienza della grandezza del dono di Dio, concretizzato in splendide figure di generosi Pastori, di Religiosi ardenti di amore per Dio e per le anime, di Direttori spirituali illuminati e pazienti. A questo proposito, gli insegnamenti e gli esempi di san Giovanni Maria Vianney possono offrire a tutti un significativo punto di riferimento: il Curato d’Ars era umilissimo, ma consapevole, in quanto prete, d’essere un dono immenso per la sua gente».
Nessuna posizione umana è comparabile a quella del sacerdote: «Un buon pastore, un pastore secondo il cuore di Dio, è il più grande tesoro che il buon Dio possa accordare ad una parrocchia e uno dei doni più preziosi della misericordia divina». Sul sacerdozio non riusciva a capacitarsi della grandezza del dono e del compito affidati da Dio a una creatura umana: «Oh come il prete è grande!… Se egli si comprendesse, morirebbe… Dio gli obbedisce: egli pronuncia due parole e Nostro Signore scende dal cielo alla sua voce e si rinchiude in una piccola ostia…».
Spiegando ai suoi fedeli l’importanza dei sacramenti, l’abbé Vianney affermerà: «Tolto il sacramento dell’Ordine, noi non avremmo il Signore. Chi lo ha riposto là in quel tabernacolo? Il sacerdote. Chi ha accolto la vostra anima al primo entrare nella vita? Il sacerdote. Chi la nutre per darle la forza di compiere il suo pellegrinaggio? Il sacerdote. Chi la preparerà a comparire innanzi a Dio, lavandola per l’ultima volta nel sangue di Gesù Cristo? Il sacerdote, sempre il sacerdote. E se quest’anima viene a morire [per il peccato], chi la risusciterà, chi le renderà la calma e la pace? Ancora il sacerdote… Dopo Dio, il sacerdote è tutto!… Lui stesso non si capirà bene che in cielo». Continua Benedetto XVI nella sua Lettera: «Queste affermazioni, nate dal cuore sacerdotale del santo parroco, possono apparire eccessive. In esse, tuttavia, si rivela l’altissima considerazione in cui egli teneva il sacramento del sacerdozio. Sembrava sopraffatto da uno sconfinato senso di responsabilità […]. Senza il prete la morte e la passione di Nostro Signore non servirebbero a niente. È il prete che continua l’opera della Redenzione sulla terra… Che ci gioverebbe una casa piena d’oro se non ci fosse nessuno che ce ne apre la porta? Il prete possiede la chiave dei tesori celesti: è lui che apre la porta; egli è l’economo del buon Dio; l’amministratore dei suoi beni… Lasciate una parrocchia, per vent’anni, senza prete, vi si adoreranno le bestie… Il prete non è prete per sé, lo è per voi”».
Finalmente il 13 agosto del 1815, a 29 anni e tre mesi, dopo indicibile fatica, poté salire all’altare e compiere il primo sacrificio eucaristico. Da bambino, quando era ancora accanto all’amata madre, egli affermava: «Se fossi prete, vorrei conquistare molte anime», quelle anime lo stavano attendendo.
Tornò a Ecully come vicario dell’abbé Balley, ma quest’ultimo, vecchio prima del tempo, morì nel 1817 dopo essersi confessato con il caro allievo, il figlio prediletto. Ricevette da lui il viatico, l’estrema unzione e gli ordinò di prendere gli strumenti di penitenza, mormorandogli all’orecchio: «Tieni, figliolo, nascondili. Se scoprissero questi arnesi dopo la mia morte, crederebbero che io ho già scontato i miei peccati e mi lascerebbero in Purgatorio fino alla fine del mondo». La disciplina e il cilicio di don Balley vennero ereditati, e quindi utilizzati, dall’abbé Vianney, il quale custodì con devozione gli oggetti appartenuti al suo maestro e padre spirituale, anche un piccolo specchio, «perché aveva riflesso il suo volto».
Ora,  per la diocesi di Lione, si poneva il problema di dove collocarlo. Era vacante una minuscola cappellania (neppure parrocchia) di Ars del dipartimento dell’Ain, a 35 chilometri a nord di Lione. Gli abitanti erano 230. Non valeva la pena “sprecare” un sacerdote per una realtà così piccola e situata in un punto che la diocesi considerava una sorta di Siberia, un luogo dimenticato dal mondo. Tuttavia, c’era quell’ “ignorante” pretino di 32 anni da sistemare. L’onorario previsto era di 500 franchi, concessi annualmente dal Comune.
Il 9 febbraio 1818 l’ “inutile” ministro di Dio si mise in cammino e, trovato un ragazzo per la via, gli domandò l’indicazione per il villaggio che doveva raggiungere, promettendogli, come evoca, ricordando le parole pronunciate dal santo, il «Monument de la Rencontre» di Ars: «Io ti mostrerò il cammino del cielo».
Era stato «preavvertito dal Vescovo che avrebbe trovato una situazione religiosamente precaria: “Non c’è molto amor di Dio in quella parrocchia; voi ce ne metterete”. Era, di conseguenza, pienamente consapevole che doveva andarvi ad incarnare la presenza di Cristo, testimoniandone la tenerezza salvifica: “[Mio Dio], accordatemi la conversione della mia parrocchia; accetto di soffrire tutto quello che vorrete per tutto il tempo della mia vita!”, fu con questa preghiera che iniziò la sua missione. Alla conversione della sua parrocchia il Santo Curato si dedicò con tutte le sue energie, ponendo in cima ad ogni suo pensiero la formazione cristiana del popolo a lui affidato. Cari fratelli nel Sacerdozio, chiediamo al Signore Gesù la grazia di poter apprendere anche noi il metodo pastorale di san Giovanni Maria Vianney!». Benedetto XVI non propone a modello, dunque, la pastoralità moderna, bensì quella della Tradizione e si potrebbe affermare la stessa considerazione per la liturgia, come ha avuto modo di spiegare molto bene nella sua autobiografia, ma questo è un altro tema. Prosegue il Pontefice: «Ciò che per prima cosa dobbiamo imparare è la sua totale identificazione col proprio ministero. In Gesù, Persona e Missione tendono a coincidere: tutta la sua azione salvifica era ed è espressione del suo “Io filiale” che, da tutta l’eternità, sta davanti al Padre in atteggiamento di amorosa sottomissione alla sua volontà. Con umile ma vera analogia, anche il sacerdote deve anelare a questa identificazione. Non si tratta certo di dimenticare che l’efficacia sostanziale del ministero resta indipendente dalla santità del ministro; ma non si può neppure trascurare la straordinaria fruttuosità generata dall’incontro tra la santità oggettiva del ministero e quella soggettiva del ministro. Il Curato d’Ars iniziò subito quest’umile e paziente lavoro di armonizzazione tra la sua vita di ministro e la santità del ministero a lui affidato, decidendo di “abitare” perfino materialmente nella sua chiesa parrocchiale: “Appena arrivato egli scelse la chiesa a sua dimora… Entrava in chiesa prima dell’aurora e non ne usciva che dopo l’Angelus della sera. Là si doveva cercarlo quando si aveva bisogno di lui”, si legge nella prima biografia». In chiesa il tempo scompariva, come lo spazio, lì guardava il buon Dio e «Dio guarda me…».
Quando giunse ad Ars il 13 febbraio 1818 trovò un paese immerso nella solitudine, isolato, quasi inaccessibile, anche a causa della quasi impraticabilità delle strade. Gli abitanti, infatti, non si allontanavano quasi mai da lì, «essendo del resto selvatici per natura».
Ad Ars Vianney si diede subito da fare, trovando l’appoggio nella contessina Maria Anna Colomba Garnier des Garets (1754-1832) di 64 anni. La Rivoluzione, nonostante fosse nobile, non l’aveva catturata. Il prete venuto da Dardilly non pretendeva di cambiare il mondo, ma quel minuscolo paese, che Dio gli aveva affidato. Si assicurò perciò la cooperazione delle famiglie migliori per perfezionare i buoni, richiamare gli indifferenti, convertire i peccatori. Dinanzi all’opera da intraprendere si sentiva debole e insufficiente, ma abbattendo l’orgoglio spalancò le porte alla forza misteriosa della Grazia, che inondò la sua anima e il paese di Ars, per il quale offrì tutto se stesso, sottoponendosi a durissime penitenze. Per diverso tempo dormì al piano terra con pavimento e muri umidi e senza materasso poiché lo regalò ai poveri. Contrasse nevralgie facciali molto dolorose e di cui soffrì per 15 anni. Gli fu allora detto di salire nella sua camera, ma lui scelse il solaio. Non ebbe mai per il suo «cadavere», come chiamava il proprio corpo, alcuna pietà.
Per cibarsi usava spesso la marmitta, divenuta leggendaria: in essa cuoceva patate per una settimana e le mangiava fredde, a volte ricoperte di muffa. Di tanto in tanto si faceva cuocere un uovo nella cenere calda oppure impastava un pugno di farina con acqua e sale, preparando i cosiddetti «matefaims» del Curato d’Ars. D’altra parte non aveva cessato di cibarsi di erba. Di tutta fretta mangiava quel poco-niente e beveva un bicchiere d’acqua. Proverbiali erano poi i suoi digiuni, di cui faceva uso per scacciare il peccato dalle anime. Affermava: «Questa specie di demoni – dice il Vangelo – non si scaccia che col digiuno e la preghiera» (Mt 17,20). Rivelerà: «… il demonio fa poco conto della disciplina e degli altri strumenti di penitenza. Ciò che lo sbaraglia è la privazione del bere, nel mangiare e nel dormire. Niente il demonio teme di più e quindi nulla è più gradito a Dio! Quando ero solo, e lo sono stato per otto o nove anni, potendo fare un poco a mio piacimento, mi è capitato di non mangiare per diversi giorni… Allora ottenevo da Dio tutto ciò che volevo per me e per gli  altri» e, con commozione, «Ora non è la stessa cosa. Non posso stare a lungo senza magiare; non riesco più a parlare… Ma come ero fortunato, quando ero solo! Comperavo dai poveri i pezzi di pane che erano stati loro offerti; passavo una buona parte della notte in chiesa; non avevo tanta gente da confessare come ora… E il buon Dio mi faceva grazie straordinarie…».
Utilizzò l’istruzione religiosa per debellare l’ignoranza e cristianizzò, evangelizzò, catechizzò, lanciando una vera e propria crociata contro la bestemmia, il lavoro festivo, le osterie e i balli. Le persone andavano a confessarsi sempre più frequentemente da lui e sovente, come accadrà anche al confessionale di Padre Pio da Pietrelcina, l’abbé Vianney non le assolveva se non vedeva il pentimento.
Tutti gli obiettivi che si era posto al suo ingresso nel villaggio furono raggiunti, riuscendo anche a sopprimere le osterie, dispensatrici di vizi e miseria. Quando, più tardi, forestieri, fedeli o semplicemente curiosi arriveranno in massa ad Ars, san Giovanni Maria Vianney non si opporrà  all’apertura di attività commerciali come gli alberghi. L’ordine, pur con una presenza massiccia di pellegrini, regnerà sovrano. Gli antidoti dell’abbé Vianney al malcostume, al malaffare, allo sciupio della vita erano: messe quotidiane, sacramenti, catechismo, vespri, preghiere, letture devote, rosario, processioni, rogazioni, così si realizzò la restaurazione spirituale ad Ars, che andò di pari passo con quella materiale.
Aveva per il peccatore tenera compassione, ma ciò non gli impediva di essere senza misericordia verso il peccato, di fronte al quale diventava rigidissimo e tuonava, spiegando che esiste una santa collera che viene dallo zelo «con cui dobbiamo sostenere gli interessi di Dio». La sua santa collera veniva non dal temperamento mite, bensì dal senso del dovere religioso, avendo assunto l’abito sacerdotale ed essendo divenuto, a pieno titolo, Alter Christus.
La cappellania diventò parrocchia nel 1821 e Vianney inziò l’opera di restauro della chiesa. Inoltre, nel 1824, aprì una scuola e un orfanotrofio per ragazze, chiamato «Providence». Le giovani erano tante, circa 60, e il cibo, un giorno, iniziò a scarseggiare. Vianney pregò e il granaio si riempì: la cosa singolare è che il poco grano vecchio rimasto si distingueva dai chicchi nuovi. Ci fu carestia a causa della siccità e la farina era rarissima, ma il mediatore di Dio, con la preghiera, moltiplicò anche quella.
Tormentato dal desiderio di solitudine e di meditazione, sognava il giorno in cui avrebbe potuto ritirarsi nell’amata casa «Providence» per stabilire un’adorazione perpetua. Ma i disegni erano ben diversi.
Dopo cinque anni Ars non era più Ars. Come affluenza di persone sembrava divenuta una metropoli. I forestieri rimanevano stupiti e meravigliati quando vi giungevano: il comportamento degli abitanti era esemplare. Ad essi il curato aveva raccomandato di recitare l’Angelus tre volte al giorno, perciò quando i tre colpi di campana si diffondevano nella valle, tutti si fermavano: gli uomini si scoprivano il capo, le donne giungevano le mani e tutti pregavano.
Violente furono le persecuzioni diaboliche ai danni del Curato d’Ars, che sarà nominato esorcista. Il maligno, che lui chiamava «grappino», lo pedinò per circa trentacinque anni, dal 1824 al 1858 e non gli permetteva di riposare. Rovesciava le sedie, scuoteva i mobili e ripeteva: «Vianney, Vianney! Mangiapatate!, Ah! Non sei ancora morto!… Un giorno ti avrò». Grugniti di orso, latrati di cane…Vianney pregava e faceva penitenza, non mangiava e non dormiva e un giorno il «grappino», sconfitto, non tornò più a molestarlo.
La fama di santità percorse tutta la Francia e anche oltre. Il santo si schernì sempre dall’essere l’autore di prodigi, guarigioni e miracoli, attribuendo tutto all’intercessione di santa Filomena (III-IV secolo), martire dell’antica Roma, di cui la chiesa di Ars conservava una reliquia.
Tuttavia quella fama di santità urtava parecchi ecclesiastici, che non potevano credere in un sacerdote “ignorante”, spesso considerato addirittura pazzo. A tali illazioni monsignor Alexandre Raymond Dévié (1767 – 1855), vescovo di Belley, rispondeva: «Signori, io auguro a tutto il mio clero un granellino di questa follia».
Dall’età di 11 anni desiderava vivere in solitudine, ma non gli fu permesso; rimase 41 anni curato delle anime di Ars, contro la sua volontà, sottomettendosi a quella di Dio. Un giorno disse: «Non è per la fatica che costa… Ciò che spaventa è il conto che si deve rendere a Dio della vita di curato […] non sapete che cosa voglia dire passare da una canonica al tribunale di Dio». Tre volte tentò la fuga da Ars, ma fece sempre ritorno nel luogo dove Dio l’aveva chiamato ad operare.
I suoi sermoni sono un capolavoro di dottrina e di teologia. Siamo di fronte a un predicatore straordinario. Si prepara le prediche meglio che può, poi le studia. Ma quando le espone, parla con tanta convinzione, con tanto ardente amore per Dio che coinvolge e travolge gli uditori. Parecchi testimoni hanno raccontato che, nonostante la sottile voce del santo, l’assenza di microfoni, l’assembramento delle migliaia di persone nella e presso la chiesa, non impedivano alla Grazia di manifestarsi ugualmente e molti si convertirono senza neppure sentirlo.
Un avvocato anticlericale andò ad Ars sperando di ridere a spese di quello strano prete, in realtà tornò a casa convertito: agli amici che gli chiesero che cosa avesse visto ad Ars, egli rispose che aveva incontrato Dio in un uomo.
Le sue benedizioni, le sue prediche, il suo carisma si estendono ormai per ogni dove; in moltissimi vogliono raggiungere Ars, tanto che tutta l’Europa viene qui rappresentata.
Nel 1835 don Vianney risente ancora delle penitenze giovanili: nevralgie facciali e mal di denti impressionanti. Fino al 1843, nonostante la mole di lavoro a cui deve attendere, non ha accanto a sé nessun coadiutore, ma dopo questa data monsignor Devie raccomanda i parroci di Rancé e di Savigneux di aiutarlo nelle diverse funzioni del suo ministero.
Proprio in quell’anno Vianney fu in punto di morte a causa di una pleuro-polmonite, d’altra parte già due anni prima, sentendosi sfinito e prossimo alla morte, aveva fatto testamento, nel quale «lasciava alla terra il suo corpo di peccati e consegnava la sua povera anima alle Tre Persone della SS. Trinità».
Fu un martire del confessionale: arrivò a starvi anche 18 ore al giorno. Benedetto XVI, sull’esempio di Vianney, invita a rimettere al centro delle preoccupazioni pastorali la confessione, il sacramento che rigenera e riporta alla vita l’anima fatta per la libertà della Verità e non per la menzogna e la prigionia del peccato, che getta nelle tenebre la persona, serrandola in una gabbia di male. E se l’anima è torturata, tutto l’equilibrio psicofisico è turbato e compromesso. Scrive ancora il Santo Padre nella sua Lettera: «Sconsiglia ai suoi parrocchiani la danza. Eppure le danze del suo tempo sono meno immorali e scandalose di certe danze di oggi: le sue parrocchiane ci vanno coperte e con le gonne lunghe. Chissà che cosa direbbe di certi balli del nostro secolo! Eppure nega l’assoluzione a chi non promette di astenersi da certi balli. Alcuni gli rispondono che andranno in un’altra chiesa dove non avranno difficoltà a farsi assolvere. A questi risponde: “Se altri preti vi vogliono aiutare ad andare all’Inferno, che se ne prendano la responsabilità”».
Era il mese di marzo del 1850 quando uscì un libro del suo amico, il venerabile fratel Gabriele Taborin (1799-1864), fondatore dei Fratelli della Sacra Famiglia, dal titolo: L’Angelo conduttore dei pellegrini di Ars. Quando Taborin gli fece dono del volume, l’abbé Vianney rimase profondamente addolorato, poiché si trattava di un lavoro encomiastico nei suoi confronti. «Ma come avete potuto ingannarmi così?», disse turbato , «Vi credevo incapace di fare un libro cattivo. Non voglio assolutamente che quest’opera sia conservata o divulgata in alcun modo. Bruciatela immediatamente! Vi rimborserò io le spese della stampa». Di fronte all’interdetto Taborin egli aggiunse, pensando sempre di essere un asino che aveva scambiato il suo «raglio per un nitrito»: «Il vostro libro è buono farà senz’altro del bene. Ma bisogna togliere tutti quegli elogi menzogneri che avete messo all’inizio. Come avete potuto farmi simili lodi. A me, che non sono che un povero peccatore, il più ignorante dei preti. A me che forse un giorno sarò sconfessato! Gli altri parroci fanno del bene. Io non faccio che tele di ragno, e se anche essi non lo dicono, comunque lo pensano». Il suo disappunto non venne preso in considerazione e il Vescovo di Belley diede l’autorizzazione alla distribuzione del volume. Il commento del Curato d’Ars fu: «Appena una croce mi lascia, eccone subito un’altra pronta a sostituirla» e non autografò neppure una copia.
L’abbé Vianney  trascorre tutta la sua giornata e la sera in chiesa: all’altare, sul pulpito, in confessionale. Spesso la notte non trova riposo, a causa delle molestie sataniche, che si fanno sentire anche di giorno, come quella mattina del 24 febbraio 1857. Mentre il curato si trovava in sacrestia, alcuni fedeli, che si trovavano nella canonica, videro uscire le fiamme dalla sua stanza. Corsero per andarlo ad avvisare. Egli, che già indossava i paramenti sacri e stava per iniziare a celebrare la Santa Messa, senza scomporsi disse: «Quel villano d’un grappino!… Non ha potuto prendere l’uccello e così brucia la gabbia». Così dicendo trasse di tasca la chiave della porta per dare la possibilità ai parrocchiani di spegnere l’incendio. (Ancora oggi sono visibili le tracce del fuoco su diversi oggetti). Ma grande fu lo stupore quando i soccorritori videro, aprendo la porta, che le fiamme si erano fermate davanti al reliquiario di legno che don Vianney teneva sul cassettone e che conteneva oltre cinquecento reliquie di santi, raccolte nel corso degli anni.
Fra i tanti doni straordinari di don Vianney c’era quello del discernimento degli spiriti, cioè l’intelligibilità delle anime che gli permetteva di scrutare i cuori e rivelare anche ciò che i penitenti non osavano dire oppure li illuminava sui pericoli della coscienza e sulle tentazioni. Giorno, notte, sempre, senza soste… nulla lo poteva fermare di fronte alla liberazione del peccato. Soffriva di emicranie paurose dentro il confessionale, gelido d’inverno, una fornace d’estate, eppure proseguiva, incurante di sé.
Venivano pagati i poveri per tenere il posto in coda ai più abbienti. Don Vianney non faceva mai distinzioni fra i fedeli, usando lo stesso atteggiamento, come faceva anche san Giuseppe Cafasso (1811-1860), sia per i meno fortunati che per le persone illustri. Una volta un ricco signore si lamentò a gran voce perché era costretto, per confessarsi, a rispettare la fila come gli altri. Con passo deciso si avviò al confessionale, superando tutti gli astanti, e con arroganza disse: «La settimana scorsa, io, sono stato a pranzo con l’imperatore!», allora l’abbé Vianney spuntò fuori e rispose: «E io pranzo tutti giorni con Nostro Signore!». Arguto e pungente, il Curato rispondeva sempre a tono, come quella volta che si rivolse in questi termini ad un pellegrino scettico, il quale gli aveva domandato se vedeva davvero il diavolo: «Sì, e anche adesso!».
Incoraggiava alla comunione frequente, affermando che non tutti coloro che si avvicinano all’altare sono santi, ma i santi sono fra coloro che si comunicano spesso. Un giorno un’indemoniata gli gridò: «Quanto mi fai soffrire… Se sulla terra ci fossero tre persone come te, il mio regno sarebbe distrutto».
Unito costantemente a sorella povertà, amava i paramenti sacri ricchi e preziosi, gli arredi della chiesa belli e nobili. Affermava che «niente è troppo bello per Dio» e agì di conseguenza abbellendo la chiesa, il campanile, il coro, le cappelle Jean-Baptiste nel 1823, Ecce Homo nel 1833, Sainte Philomène nel 1837 Per tutta la vita accoglierà con riconoscenza donazioni e favori di benefattori aristocratici e potenti, sempre destinati ad abbellire la chiesa o la «Providence».
Incontrandolo ci si convertiva o si consolidava la fede che si aveva, cercando di perfezionarsi, ma gli stessi preti rimanevano scossi e rileggevano la propria vocazione alla luce della vita, della pastorale, delle parole del Curato d’Ars. Spiegava il patrono dei parroci: «La causa della rilassatezza del sacerdote è che non fa attenzione alla Messa! Mio Dio, come è da compiangere un prete che celebra come se facesse una cosa ordinaria!» e prese l’abitudine di offrire sempre, celebrando, anche il sacrificio della propria vita: «Come fa bene un prete ad offrirsi a Dio in sacrificio tutte le mattine!». Il cuore, il centro della vita del prete è l’Eucaristia, ma tale deve essere anche per il laico, come afferma nel sermone pensato per la sesta domenica dopo Pentecoste: «Quale gioia per un cristiano che ha la fede, che, alzandosi dalla santa Mensa, se ne va con tutto il cielo nel suo cuore! … Ah, felice la casa nella quale abitano tali cristiani!… quale rispetto bisogna avere per essi, durante la giornata. Avere, in casa, un secondo tabernacolo dove il buon Dio ha dimorato veramente in corpo e anima!. . .».
Nel 1836 si organizzò un servizio di vetture fra Ars e Trévoux, tre volte alla settimana e divenne quotidiano fra Ars e Lione nel 1840. Due carrozze omnibus furono poi ulteriormente approntate, per due volte al giorno, con la linea Parigi-Lione. Il numero dei pellegrini giunse ad ottantamila all’anno, contando solo coloro che si servivano di mezzi pubblici.
Con decreto dell’11 agosto 1855 Napoleone III promosse l’abbé Vianney nell’ordine imperiale della Legion d’Onore, con il grado di cavaliere, titolo che assume un’inevitabile vena umoristica sulle spalle spigolose e fragili del curato, il quale, quando era diventato canonique, aveva immediatamente venduto, a vantaggio dei poveri, la mozzetta che gli avevano consegnato. Un giorno si sentì dire: «Signor Curato, tutte le potenze della terra vi offrono decorazioni. Quindi Dio non mancherà di decorarvi in Cielo» e lui, seriamente: «È questo che mi fa paura! Guai se alla morte mi presentassi con queste bagatelle, e dovessi sentire Dio che mi dice: “Vattene! Hai già ricevuto la tua ricompensa”». Allora, quando seppe che la croce di cavaliere non aveva alcun valore commerciale, altrimenti l’avrebbe venduta per i suoi poveri, la restituì al mittente.
Morì, sfinito, ma senza agonia, il 4 agosto 1859 alle 2 della notte. Il campanile di Ars emise i rintocchi funebri e venne imitato dai paesi di Savigneux, Misérieux, Toussieux, Jassans-Riottier. Dopo le esequie, il suo corpo, per consentire l’ultimo saluto dei  fedeli, rimase esposto in chiesa dieci giorni e dieci notti.  Papa san Pio X lo ha proclamato beato l’8 gennaio 1905; mentre il 31 maggio 1925 è stato canonizzato da Pio XI. Nel centenario della morte, il 1° agosto 1959, il beato Giovanni XXIII gli ha dedicato un’enciclica, Sacerdotii Nostri Primordia, additandolo a modello dei sacerdoti.
Nel 1986, il venerabile Giovanni Paolo II, nel bicentenario della nascita del santo, andò in pellegrinaggio ad Ars, dedicandogli la tradizionale lettera che indirizzava ogni giovedì Santo a tutti i sacerdoti. Lascia scritto il Papa: «Sulla strada del rientro dal Belgio a Roma,  ebbi la fortuna di sostare ad Ars. Era la fine di ottobre del 1947, la domenica di Cristo Re. Con grande commozione visitai la vecchia chiesetta dove San Giovanni Maria Vianney confessava, insegnava il catechismo e teneva le sue omelie. Fu per me un’esperienza indimenticabile. Fin dagli anni del seminario ero rimasto colpito dalla figura del parroco di Ars, soprattutto alla lettura della biografia scritta da Mons. Trochu. San Giovanni M. Vianney sorprende soprattutto perché in lui si rileva la potenza della grazia che agisce nella povertà dei mezzi umani. Mi toccava nel profondo, in particolare, il suo eroico servizio confessionale. Quell’ umile sacerdote che confessava più di dieci ore al giorno, nutrendosi poco e dedicando al riposo appena alcune ore, era riuscito, in un difficile periodo storico, a suscitare una sorta di rivoluzione spirituale in Francia e non soltanto in Francia. Migliaia di persone passavano per Ars e si inginocchiavano al suo confessionale. Sullo sfondo della laicizzazione e dell’anticlericalismo del XIX secolo, la sua testimonianza costituisce un evento davvero rivoluzionario.
Dall’incontro con la sua figura trassi la convinzione che il sacerdote realizza una parte essenziale della sua missione attraverso il confessionale, attraverso quel volontario “farsi prigioniero del confessionale”».
Il Cuore incorrotto dell’abbé Vianney è custodito in un reliquiario donato, in occasione del centenario della beatificazione, dalla parrocchia di San Giovanni Maria Vianney (località Borghesiana) di Roma al Santuario di Ars. L’opera, in bronzo argentato, è stata fusa nella fonderia dei laboratori della Domus Dei di Albano su progetto dell’artista Alessia Bernabei di Roma. Il reliquiario è stato ideato prendendo spunto da una frase tratta dalle omelie del Curato: «Il cuore dei santi é saldo come una roccia tra i flutti del mare», e rielabora il  portale della Cappella del Cuore di Ars, trasformandolo in un tempietto, edificato sopra una roccia, che si erge tra le onde del mare.


Autore:
Cristina Siccardi

Il genio di Memling in mostra a Roma. Dal 10 ottobre alle Scuderie del Quirinale capolavori dal mondo

‘Il giudizio universale’ di Hans Memling

Tavole, ritratti, prestiti dai maggiori musei del mondo illustrano per la 1/a volta a Roma il genio di Hans Memling, pittore fiammingo tra i più contesi nel ‘400 anche dalla ricca committenza italiana. Dal 10/10 al 18/1 alle Scuderie del Quirinale opere come il Trittico della famiglia Pagagnotti o quello dei Moreel, nonché il Giudizio Universale, che dopo 600 anni arriva in Italia da dove era partita la commissione del banchiere fiorentino Angelo Tani, fermata a Danzica da una razzia di pirati.

ansa

3 Agosto 2014 ore 20,21

Il seminarista

Il seminarista è un film d’autore in senso pieno, non solo perché il regista è autore di soggetto, sceneggiatura (con la collaborazione di Ugo Chiti) e montaggio, ma soprattutto perché la materia narrata è intensa, realistica, filologicamente corretta e storicamente ben documentata. Romanzo di formazione – ché di questo si tratta – di un prete mancato, racconto commosso di un’infanzia e di un’adolescenza passata in seminario, insieme a un gruppo di amici che hanno condiviso la sua vita.

Guido, professore di lettere classiche in un liceo di Prato, un bel giorno si sofferma a guardare la sua infanzia da una fessura che si affaccia sul vecchio cortile del seminario. Apprezzabile l’escamotage tecnico della fotografia a colori che diventa gelido bianco e nero non appena si racconta il passato, come è ancora più interessante la dissolvenza stemperata che riporta il protagonista ai suoi giorni di bambino. Bravo Andrea Locatelli che realizza una fotografia esente da pecche, dai toni cangianti, a tratti caldi e avvolgenti, ma in certe situazioni freddi e cupi. Il film procede come un lungo flashback bergmaniano nel quale Guido ritorna bambino di dieci anni per mano a sua madre che l’accompagna in seminario mentre in sottofondo scorrono le note di Ciao ciao bambina.

Il regista descrive la vita in seminario con dovizia di particolari, l’amicizia cameratesca tra i ragazzi, gli sfottò al pugliese (chiamato marocchino per il colore scuro della pelle), il più povero di tutti, la bontà di Sandro, destinato a morire, la ribellione di Guido (soprannominato ritrosa). I bambini sono molto bravi, così come lo sono gli attori adolescenti e adulti – per niente noti ma ben calati nella parte – recitano in un fiorentino spontaneo, comprensibile e privo di eccessi. Vediamo la ricorrenza del due novembre, i racconti dei morti, la mensa dove se non si mangia si viene puniti, i castighi imposti per inezie, i preti retrogradi e i sacerdoti progressisti, persino gli insegnanti pedofili. Il regista sta dalla parte di Don Milani e della Chiesa militante che si occupa dei poveri, mentre accusa il clero oscurantista che demonizza persino l’amore.

La ricostruzione d’epoca anni Sessanta è straordinaria: auto, biciclette, moto, abbigliamento, paste, figurine dei calciatori (Corso, Mazzola, Suarez); il tono è malinconico, persino triste, toccante quando muore uno dei ragazzi e nelle sequenze che vedono il più povero espulso ingiustamente dalla scuola. Proustiano nella ricerca del tempo perduto, molto Giovane Holden in tante sequenze, con una spruzzatina de Il posto delle fragole, che ci sta sempre bene. Un film che parla di solidarietà tra ragazzi, di scoperta dell’amore, di cinema che cambia con il passare degli anni, di una Chiesa che si macchia di assurdi peccati ma poi li nasconde, di una speranza riposta in chi mette l’amore al primo posto. Notevole la scena della proiezione in seminario de La magnifica preda (1954) di Otto Preminger, con il preside che cerca in ogni modo di nascondere le grazie procaci di Marilyn Monroe. La dolce vita è un film immorale e il cinema un pericolo, per la Chiesa oscurantista, al punto che i ragazzi sono obbligati a non guardare l’ingresso del Politeama quando in cartellone c’è Non perdiamo la testa con Ugo Tognazzi. Il regista racconta la formazione umana di Guido, che fuma e s’innamora come tutti gli adolescenti, fino a quando – deluso dai superiori e sconcertato per la morte dell’amico – si abbandona al sentimento terreno per Giulia e decide di uscire dal seminario. In definitiva il regista lancia un messaggio religioso molto coraggioso: “Ci sono modi diversi e opposti d’intendere il Vangelo. Bisogna pensare con la propria testa e non farsi mettere il lucchetto ai propri pensieri”, come dice il bibliotecario ribelle vicino alle idee di Don Milani. Una volta tanto i soldi del credito d’imposta, la Toscana Film Commission, il Comune di Prato e la Regione Toscana finanziano vero cinema e non puttanate para televisive. Non sappiamo come sia accaduto il miracolo, ma in ogni caso registi come Gabriele Cecconi fanno bene al cinema italiano. La speranza è che continuino a lavorare.

Gabriele Cecconi è laureato in Storia del Cinema, docente di Linguaggio cinematografico nel Corso di Regia alla Scuola di cinema Anna Magnani, direttore artistico del Film Festival Mauro Bolognini e presidente dell’Associazione culturale Alfafilm. Autore dal 1985 di cortometraggi e mediometraggi a soggetto su avvenimenti storico-religiosi, spesso premiati. Il seminarista è il suo confortante debutto nel mondo del lungometraggio.

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Regia: Gabriele Cecconi. Soggetto e Sceneggiatura: Gabriele Cecconi. Montaggio: Gabriele Cecconi (collaboratori: Sirio Zabberoni, Stefano Cangioli). Collaboratore alla Sceneggiatura: Ugo Chiti. Fotografia: Andrea Locatelli. Scenografie: Luciana Tacconi. Costumi: Veronica Spadaro. Aiuto Regista: Mike Ricci. Produzione: Dream Film, Alfa Film. Contributi: Regione Toscana, Toscana Film Commission, Credito d’Imposta Legge 244/2007, Patrocinio Comune di Prato. Distribuzione Home Video: General Video. Esterni: Prato, Pistoia. Musica: G. F. Handel “Largo”, F. Chopin “Sonata 2 op. 35 in Si Minore, F. Chopin Berceuse in Re Maggiore op. 57. M. P. Mussorgsky “Une Larme”, S. Rachmaninoff “Suite op. 5″, eseguiti al piano da Riccardo Marchi. Interpreti: Filippo Massellucci, Andrea Pelagalli, Gianluigi Tosto, Marco Nanni, Andrea Anastasio, Andrea Cerofolini, Gianmarco Dolfi, Francesco Tasselli, Giorgio De Giorgi, Gianfelice D’Accolti, Stefania D’Amore, Michela Parzanese, Giulia Anastasio, Emanuele Biagi, Luigi Bacci, Francesco Di Puglia, Adriano Gelli, Fabrizio Becheri.

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