Disoccupati pure i preti Nei Grigioni alcuni don cercano un lavoro

La disoccupazione può toccare tutti. Uomini e donne. Artigiani, operai, impiegati e agricoltori. Laureati e non. E pure i preti. Le vocazioni sono in crisi, ma questo non impedisce che alcuni don non abbiano un lavoro. Succede nella diocesi di Coira dove alcuni preti-disoccupati hanno deciso di rompere il silenzio attorno alla loro situazione per denunciare l’indifferenza della Curia.

“Sicuramente i vicari generali non sono sempre all’altezza della situazione. Dimostrarci un po’ più di umanità e meno disprezzo non guasterebbe” sottolinea ai microfoni RSI Andreas Falow, prete ultracinquantenne, nato e cresciuto in Germania. È stato parroco in diverse località a Zurigo e nei Grigioni. Ora, però, non ha più lavoro e percepisce l’indennità di disoccupazione. Nella Diocesi di Coira non è l’unico. Un suo collega parla chiedendo l’anonimato.

E il vescovo cosa dice? La Curia, tramite il suo portavoce, risponde per iscritto. “Per motivi di correttezza il vescovo deve segnalare al Comune parrocchiale se ci sono stati (ripetutamente e in più parrocchie) dei gravi problemi con un prete – rileva il testo -. La protezione dei dati personali non permette però alla Diocesi di commentare nei media casi concreti”.

Diem/TG/RG

Riflessione sulla situazione dei mercati finanziari

Premesso che è stato un grave errore non affrontare il problema della regolazione dei mercati finanziari subito dopo la crisi che si è manifestata nel 2008.
Premesso che è stata sottovalutata irresponsabilmente la dimensione raggiunta dal giro di affari della finanza internazionale, che nelle sue varie componenti è almeno 9 volte (oltre 600.000 miliardi) il Prodotto interno lordo mondiale annuale (75.000 miliardi). Alcuni decenni fa non era così.
Parafrasando Sraffa si potrebbe dire che è cresciuta fino a diventare incontrollabile la produzione di denaro attraverso denaro.
Questa massa di denaro, quando si muove, produce effetti simili ad uno tsunami finanziario, i cui effetti non sono limitati alla finanza ma investono inevitabilmente anche le attività reali, produttive o dell’ingegno che siano. Come del resto il “sequestro” di ingenti somme per remunerare i redditi dei manager del mondo finanziario ha sottratto risorse agli altri redditi. Non a caso la divaricazione tra i redditi ha raggiunto dimensioni mai viste, con il reddito dei mega manager che ha raggiunto oltre 400 volte il reddito medio.
Purtroppo le classi dirigenti, che allo scoppiare della crisi erano a maggioranza liberista o comunque subalterni a questa ideologia, hanno scelto la strada di tentare di ridurre la crisi iniziata nel 2008 ad una sorta di pausa, dopo la quale tornare alla situazione precedente. Una mera illusione.
Negli Usa in verità qualche tentativo di regolazione c’è stato, ma limitato all’interno e peraltro in grande sofferenza di attuazione. I capitali finanziari con base negli Usa sono rimasti sostanzialmente liberi di operare nel mercato mondiale come prima e per certi versi peggio di prima, cioè alla ricerca di guadagni ad ogni costo da altre parti. Le Agenzie di rating sono la muta da caccia al loro servizio e hanno il compito di individuare le “prede”.
L’affidabilità del giudizio delle agenzie di rating è quanto meno discutibile non solo perché la loro proprietà è dello stesso mondo finanziario americano, ma anche perché non hanno previsto, ad esempio, la crisi di Lehman Brother, e neppure quella della Parmalat, che all’Italia è costata un punto di Pil.
Ogni volta che una proposta viene avanzata, come ad esempio la Tobin tax, immediatamente viene avanzata l’obiezione che si, forse si potrebbe fare, ma solo quando tutti saranno d’accordo, cioè mai.
E’ la stessa storia del protocollo di Kyoto per la salvaguardia del clima, se non si fosse decisa la strada delle adesioni successive, fino a raggiungere la massa critica della sua entrata in vigore, saremmo ancora al caro amico. Del resto oltre la Tobin tax occorrono altri provvedimenti come la revisione delle banche generali.
Eppure il dubbio che qualcosa occorre fare nella testa dei governanti europei esiste, purtroppo manca il coraggio delle grandi scelte, coraggiose e capaci di guardare al futuro, con l’ambizione di cambiare il mondo esistente (senza queste risposte gli indignati hanno poche speranze), come fu dopo la crisi del 1929 con l’accordo di Bretton Wood. Accordo che però venne molti anni dopo l’inizio della crisi e nel pieno della seconda guerra mondiale. Oggi la situazione è molto più grave perché anche se esistono migliori meccanismi di salvaguardia sociale la dimensione della crisi finanziaria attuale non ha paragoni con il 1929 perché la sua dimensione è enormemente maggiore.
Un aspetto su cui non si riflette abbastanza è che la dimensione del coinvolgimento nelle operazioni finanziarie è di massa, basta pensare al ruolo dei fondi pensione, oppure alla quantità rilevante di risparmiatori che in un modo o nell’altro sono coinvolti nell’andamento della borsa e del mercato finanziario.
Fino a poco tempo fa, a crisi già iniziata, autorevoli esponenti degli organi di sorveglianza, non solo italiani, sostenevano ancora la tesi che il mercato si autoregolerebbe e basterebbero conoscenza e trasparenza. Il problema è anche di orientamento culturale, che infatti può limitare la capacità di indicare riforme adeguate per mettere sotto controllo questa sorta di mostro dell’Id. Occorre riproporre l’obiettivo di mettere sotto controllo i mercati finanziari, con divieti e ammissioni, trasparenza imposta, ecc. Nel tempo si potrebbe limitare e forse fare regredire questa massa enorme di denaro senza base reale. Oppure aumentare la base reale dell’economia e dell’occupazione.
La scelta della Bce di immettere liquidità nelle banche, sul modello Usa, non sta dando i risultati sperati perché le banche hanno il problema della leva, cioè il rapporto tra capitale proprio (caduto in verticale) e i prestiti concessi. Al massimo possono parcheggiare il denaro ricevuto in titoli, ma qui il cane si morde la coda perché il timore è che i titoli non verranno onorati e il capitale proprio non è sufficiente a dare garanzia. Lo strumento in sé può essere utile, ma non da solo, non senza regolazione e non senza misure per lo sviluppo. E’ in questo quadro che va collocata l’ideologia tedesca (nulla a che fare con Marx) che pone vincoli draconiani ai bilanci pubblici, imponendo il pareggio di bilancio nelle Costituzioni, fingendo di ignorare che solo la crescita, in particolare dell’occupazione, può rendere tollerabile la riduzione del debito pubblico. Paradossalmente potrebbe esserci un debito in discesa in un paese economicamente morto, o quasi.
La Germania è sollecitata dal mondo finanziario internazionale, con il risultato che riceve prestiti a tassi bassissimi. La Germania, in scala ridotta, beneficia come gli Usa, in piena crisi finanziaria, dell’arrivo di capitali.
Riuscirà la Germania a resistere alla tentazione di cogliere opportunità a danno dei paesi europei più esposti, mettendo a rischio la tenuta dell’Euro e non solo ? Ormai siamo a questo punto e avere iniziato in Italia dal risanamento finanziario – paradossalmente – senza mettere in campo una strategia di sviluppo non convince gli stessi mercati finanziari. Infatti lo spread sui titoli a 10 anni resta alto, malgrado il Governo Monti.
Come affrontare questa fase ? Anzitutto avendo il coraggio di parlare male di Garibaldi, che in questo caso è l’insistenza sulle misure restrittive ad ogni costo, o almeno come centro delle politiche.
In breve: occorre reperire nuove risorse da evasione fiscale, dall’applicazione delle stesse regole a tutti i redditi, da una vera patrimoniale, dall’accordo con la Svizzera per la tassazione dei capitali esportati, dall’asta delle frequenze. Le risorse vanno utilizzate dallo Stato per sostenere i redditi più bassi, pensioni comprese, e per alcuni progetti di ricerca, investimenti, sviluppo e occupazione.
La ripresa non è tornare a prima della crisi ma impostare una nuova fase di sviluppo, di qualità ambientale e sociale e per questo occorre un programma di interventi pubblici.
La qualità politica di una fase come questa richiede la ricerca del consenso e della convergenza delle forze sociali. Insistere su un’impostazione tecnocratica non porterà lontano, perché questa strada non è in grado di convincere neppure i mercati finanziari, di risalire la china, perchè si muove all’interno dello schema attuale. Mentre l’unico modo per affrontare le difficoltà attuali è progettare una nuova fase di sviluppo del nostro paese in grado di affrontare il mare aperto delle difficoltà, qualunque sia il futuro che aspetta il nostro paese e l’Europa. 
di Alfiero Grandi – paneacqua.eu

Banca mondiale: la crisi non risparmierà nessuno

Non c’è un buon clima fra i leader europei. Le prossime riunioni – fino a quella del Consiglio prevista per fine mese – che dovrebbero decidere su come affrontare i nodi della governance, del Fondo salva stati, della Tobin tax , del fiscal compact, dei bilanci e dei debiti degli Stati, Grecia in primo piano, del patto fiscale, si svolgeranno in un clima di sospetto, di schermaglie, di alleanze che nascono e muoiono. Mario Monti è un protagonista di primo piano di questa fase. Ha riportato l’Italia in Europa, si muove con grande cautela, incontra i capi dei governi più importanti, ieri ha visto il premier britannico David Camerun, i “potenti” che gestiscono Commissione e Consiglio, indica scelte anche innovative rispetto a quanto fino ad oggi è stato messo in cantiere. Non si tira indietro nella polemica aperta con i tedeschi sul ruolo dell’Italia. Nel complesso, la linea di politica economica portata avanti dalle istruzioni europee fino ad oggi, rigore a senso unico, non sembra scalfita, malgrado gli impegni a parole per la crescita, l”unica strada per uscire dalla crisi. E’ in questo quadro che si muovono le agenzie di rating che si sbizzarriscono e rispondono alle critiche dei governi a colpi di declassamento. Fitch, per esempio, avverte l’Italia che un nuovo taglio è una “opzione possibile”.Alessandro Settepani, senior director dell’agenzia di rating, spiegando che l’eventuale accordo sul fiscal compact “è uno dei fattori che sono presi in considerazione dal comitato di valutazione”. L’economista afferma che se per raggiungere quest’accordo la strada “sarà lunga, lenta e dolorosa è un conto, ma se sarà immediata e veloce è un altro”.Ma, specifica l’agenzia, “non ci aspettiamo un default dell’Italia, è veramente troppo grande per fallire”.

Riviste in negativo le stime di crescita

Le agenzie fanno il loro mestiere, sono associazioni private direttamente o collaterali a grandi gruppi finanziari che vedono l’euro come il fumo negli occhi. Il presidente della Bce, Mario Draghi, è invece la massima autorità bancaria, e non si stanca di dire che la situazione è drammatica, siamo sull’orlo del baratro, la crisi peggiora giorno per giorno. L’allarme viene anche dalla Banca mondiale che ha rivisto in negativo le stime di crescita per il 2012. Le ultime previsioni dell’istituto sull’economia mondiale danno una crescita del Pil planetario del 2,5% nel 2012, un calo dell’1,1% rispetto a quanto previsto a giugno e, forse avverte la Banca mondiale si tratta di previsioni ancora ottimistiche. La crisi del debito della zona euro- afferma una nota dell’Istituto- della zona euro frena la crescita dell’economia mondiale, investendo anche i paesi in via di sviluppo, Cina e Brasile in primo luogo. La Banca mondiale avverte che “se la crisi economica si intensifica nessuno sarà risparmiato. E’ necessario prepararsi al peggio”. E il direttore Christine Lagarde continua a parlare di ” recessione a livello mondiale”
Camerun al premier italiano: lavoriamo insieme
Il presidente Monti gioca una partita molto importante, difficile.. Esprime in tutti gli incontri fiducia che l’Europa ce la farà, fiducia nell’Italia e nella capacità di affrontare la crisi, fiducia nell’euro. Anche se Moody’s, per importanza la seconda agenzia di rating, parla di recessione per il nostro Paese per il 2012 , con un rialzo dei fallimenti aziendali e un calo dei prezzi immobiliari. Ha scoperto l’acqua calda. Basta leggere i dati di volta in volta resi noti, da Bankitalia, Istat, dallo stesso ministro dell’Economia. Nei confronti del nostro presidente del consiglio , comunque, tutti hanno parole di elogio Camerun dice che ” il premier italiano è un leader forte” esprimendo “la volontà di lavorare insieme per il mercato unico che è nell’interesse dell’Inghilterra e dell’Italia e sarà uno strumento per la crescita economica”. Resta, però, il problema della governance dell’eurozona “che non è ancora perfettamente adeguata e all’altezza della sfida”. Cameron sottolinea che “serve un’agenda a lungo termine per la crescita., la competitività e il deficit fiscale. Di questo abbiamo parlato con Monti”..
Il presidente francese critica l’ortodossia tedesca
Dopo l’incontro con Cameron Monti è andato nella sede della Borsa di Londra, il London Stock Exchange, dove incontrando a porte chiuse gli investitori istituzionali internazionali che trattano i titoli di Stato italiani. Nel suo tour inglese Monti ha anche trovato il modo di rispondere al portavoce del governo tedesco, Stefan Seibert . “Monti- aveva detto il portavoce – non ha chiesto alcun aiuto alla Merkel”. Monti replica a muso duro: ” L’Italia non chiede niente a nessuno, noi non chiediamo nulla alla Germania ma va migliorata la governance dell’economia dell’Eurozona che non è adeguata alla sfida, le regole e la disciplina”. Si dà il caso che proprio Merkel sia un ostacolo a nuove e significative scelte proprio riguardo a questi problemi. Non è un caso che colui che è l’alleato principale della cancelliera tedesca, Sarkozy, batta proprio su questo testo. Rivela il giornale satirico Canard Enchainé una battuta non proprio benevola del premier francese: ” Il problema- ha detto- è la governance europea che paghiamo con l’ortodossia tedesca”.
paneacqua.eu

Una bomba nel cuore della Ue

Un’ipoteca sui tempi e sui risultati della risposta comune che i paesi europei stanno mettendo a punto di fronte alla crisi dei debiti sovrani è arrivata ieri da oltreoceano. Standard & Poor’s ha deciso un’ondata di declassamenti che investono direttamente i debiti sovrani del vecchio continente. Se solo Lussemburgo, Germania e Olanda conservano la tripla A, il declassamento della Francia e dell’Italia, così come della Spagna, pregiudica il fondo Salvastati, allontana il nuovo trattato ed è una spada di Damocle sulla crescita.
La scommessa peggiore però è sul destino dell’euro di cui un’Italia che finisce in serie B è, pur non volendo, una spina nel fianco.
Come si ricorderà, già a inizio dicembre l’agenzia Usa aveva messo sotto credit watch con implicazioni negative ben 15 nazioni dell’Eurozona, ma la decisione per l’Italia arriva proprio mentre il Tesoro stava iniziando a mettere a segno aste di titoli di stato con rendimenti in forte calo: dopo il dimezzamento dei tassi all’asta Bot di giovedì, ieri è stata la volta dei Btp triennali il cui rendimento è sceso a 4,83%.
Il declassamento renderà più difficile reperire capitali sui mercati proprio in un anno in cui l’Italia dovrebbe collocare titoli per 420 miliardi di euro. La decisione, annunciata nella serata di ieri ma trapelata nel pomeriggio, ha fatto scivolare l’euro nel cambio sul dollaro al livello più basso degli ultimi tempi e ha provocato immediate ripercussioni sulle principali borse europee e sugli spread tra i titoli di stato tedeschi e quelli dell’intera eurozona.
La notizia scoppia come una bomba nel bel mezzo delle trattative per la messa a punto del testo del trattato europeo sul fiscal compact, da cui si è autoesclusa la Gran Bretagna (peraltro non toccata dal downgrading, ndr), e per il rafforzamento del fondosalvastati. Viene così da oltreoceano l’ostacolo maggiore al coordinamento delle politiche comunitarie nei confronti della crisi e, paradossalmente ma non troppo, il mega-declassamento finisce per dare una mano proprio alla Gran Bretagna, che si è chiamata fuori dall’accordo dell’Immacolata. Ne spezza l’isolamento, la rimette in gioco. Soprattutto in un momento in cui Sarkozy, a 100 giorni dalle elezioni, perde un “tesoro nazionale”. Quel merito di credito che finora ha consentito a Parigi di approvvigionarsi senza pensieri sui mercati.
Una decisione che arriva proprio mentre Parigi si appresta a collocare quest’anno ben 178 miliardi di euro di titoli di stato ed è il secondo contribuente del fondo salvastati. Non è un caso che ieri Alain Minc, consigliere del presidente Sarkozy, abbia sottolineato che «fare una cosa così la settimana in cui i mercati europei si normalizzano, come ha fatto notare Draghi, significa che non abbiamo più a che fare con dei pompieri piromani, ma con persone dai comportamenti perversi».
A ventiquattro ore dall’appello del presidente della Bce Mario Draghi, che giovedì nella conferenza stampa di inizio anno ha sollecitato una chiara stesura del fiscal compact e l’urgente operatività del fondo salva-stati, la notizia rischia ora di inceppare il delicato equilibrio e soprattutto l’euromeccanismo messo in piedi per arginare il propagarsi della crisi sul debito. Ma non è tutto visto che, secondo gli analisti, un taglio del rating dei paesi dell’Eurozona assesterebbe un colpo senza precedenti non solo alle prospettive di ripresa economica europea ma anche alla possibilità di rendere operative, per tutti e 26 gli stati pronti a sottoscrivere il nuovo trattato, le nuove regole di rigore.
Il declassamento di Standard & Poor’s, arriva poi a una settimana dall’annunciato triangolare a Roma tra Francia, Germania e Italia e a due dal Consiglio europeo del 30 dicembre a Bruxelles, quando i 26 capi di stato e di governo dovranno trovare l’accordo sul testo del nuovo trattato in vista della firma il primo marzo.
Raffaella Cascioli – europaquotidiano

Persone formate al catechismo del pensiero unico neolibersita tireranno fuori la Grecia e l’Italia dal pantano?

di Leonardo Boff
 
Adista” – Segni nuovi – del 10 dicembre 2011
 
Per risolvere la crisi economico-finanziaria della Grecia e dell’Italia è stato costituito, per esigenza della Banca Centrale Europea, un governo di soli tecnici senza la presenza di politici, nellillusione che si tratti di un problema economico che deve essere risolto economicamente. Chi capisce solo di economia finisce col non capire neppure leconomia. La crisi non è di economia mal gestita, ma di etica e di umanità. E queste hanno a che vedere con la politica. Per questo, la prima lezione di un marxismo minimo è capire che l’economia non è parte della matematica e della statistica, ma un capitolo della politica. Gran parte del lavoro di Marx è dedicato alla destrutturazione dell’economia politica del capitale. Quando in Inghilterra si visse una crisi simile allattuale e si creò un governo di tecnici, Marx espresse con ironia e derisione dure critiche perché prevedeva un totale fallimento, come effettivamente successe. Non si può usare il veleno che ha creato la crisi come rimedio per curare la crisi.
 
Per guidare i rispettivi governi di Grecia e Italia hanno chiamato gente che apparteneva agli alti livelli dirigenziali delle banche. Sono state le banche e le borse a provocare l’attuale crisi che ha affondato tutto il sistema economico. Questi signori sono come talebani fondamentalisti: credono in buona fede nei dogmi del mercato libero e nel gioco delle borse. In quale punto dell’universo si proclama lideale del greed is good, ovvero l’avidità è un bene? Come fare di un vizio (e diciamo subito, di un peccato) una virtù? Questi signori sono seduti a Wall Street e alla City di Londra. Sono volpi che non si limitano a guardare le galline, ma le divorano. Con le loro manipolazioni trasferiscono grandi fortune nelle mani di pochi. E quando è scoppiata la crisi sono stati soccorsi
con miliardi di dollari sottratti ai lavoratori e ai pensionati. Barack Obama si è dimostrato debole, inchinandosi più a loro che alla società civile. Con i soldi ricevuti hanno continuato la baldoria, giacché la promessa regolazione dei mercati è rimasta lettera morta. Milioni di persone vivono nella disoccupazione e nel precariato, soprattutto i giovani che stanno riempiendo le piazze, indignati contro l’avidità, la disuguaglianza sociale e la crudeltà del capitale.
 
Persone formate al catechismo del pensiero unico neolibersita tireranno fuori la Grecia e l’Italia dal pantano? Quello che sta succedendo è il sacrificio di tutta una società sullaltare delle banche e del sistema finanziario.
 
Visto che la maggioranza degli economisti dell’estabilishment non pensa (né ha bisogno), tentiamo di comprendere la crisi alla luce di due pensatori che nello stesso anno, il 1944, negli Stati Uniti, ci hanno fornito una illuminante chiave di lettura. Il primo è il filosofo ed economista ungaro- canadese Karl Polanyi con il suo La grande trasformazione (1944; Einaudi, 1974), un classico. In che consiste? Consiste nella dittatura dell’economia. Dopo la Seconda Guerra Mondiale che ha aiutato a superare la grande Depressione del 1929, il capitalismo ha messo a segno un colpo da maestro: ha annullato la politica, mandato in esilio l’etica e imposto la dittatura delleconomia. A partire dalla quale non si ha più, come si era sempre avuta, una società con mercato, ma una società di solo mercato. L’ambito economico struttura tutto e fa di tutto commercio, sorretto da una crudele concorrenza e da una sfacciata avidità. Questa trasformazione ha lacerato i legami sociali e ha approfondito il fossato fra ricchi e poveri in ogni Paese e a livello internazionale.
 
L’altro pensatore è un filosofo della scuola di Francoforte, esiliato negli Usa, Max Horkheimer, autore de L’eclissi della ragione (1947; Einaudi 1969). Qui si danno i motivi per la Grande Trasformazione di cui parla Polanyi che consistono fondamentalmente in questo: la ragione non è più orientata dalla verità e dal senso delle cose, ma è stata sequestrata dal processo produttivo e ridotta ad una funzione strumentale «trasformata in un semplice meccanismo molesto di registrazione dei fatti». Deplora che concetti come «giustizia, uguaglianza, felicità, tolleranza, per secoli giudicati inerenti alla ragione, abbiano perso le loro radici intellettuali». Quando la società eclissa la ragione, diventa cieca, perde significato lo stare insieme, rimane impaludata nel pantano degli interessi individuali o corporativi. È quello che abbiamo visto nell’attuale crisi. I premi Nobel dellEconomia, i più umanisti, Paul Krugman e Joseph Stiglitz hanno scritto ripetutamente che i “giocatori di Wall Street dovrebbero stare in carcere come ladri e banditi.

Dove Monti può risparmiare: vendere 30 lussuosi aerei di stato, “taxi” di ministri e sottosegretari (poltrone per le escort)

Gli aerei volavano da mattina a sera per dare un passaggio ad Apicella, imbarcare bellissime escort, che dalla camera da letto e dalle lenzuole costruiscono una esistenza fatta di soldi facili e serate piacevoli, dipendenti pubblici che fanno il lavoro sporco tacendo e fanno finta di non vedere, collaboratori desiderosi di fare i mezzani, ufficiali dell’aeronautica militare ridotti al ruolo di accompagnatori silenziosi, pur covando rancori. Tutti tengono famiglia! Nel 2010 le ore di volo sono state 8500, come se in cielo ci fosse stato un aereo notte e giorno per un anno intero: un viaggio ininterrotto lungo 365 giorni, quanto basta per andare su Marte e tornare. Ogni membro del governo volava 97 ore all’anno. Nel 2005 erano 78. Lo scrive l’Espresso del 7 luglio 2011. La flotta di Stato è la più numerosa d’Europa, il cuore è di stanza a Ciampino con il 31° stormo, ma è disseminata anche altrove.Carabinieri, Vigili del fuoco, Capitaneria, Guardia di Finanza, Forestale sono dotati di aerei che all’occorrenza volano e volano davvero tanto anche per scopi non istituzionali: nel 2009 le “missioni di stato” sono state ben 1963, più di cinque al giorno compresi sabati e domeniche e nel primo trimestre del 2010 486. La spesa globale in un decennio si è aggirata sugli 800 milioni di euro.Ma viene accollata in parte al bilancio dell’aeronautica militare sacrificando esigenze di servizo.Il generale Vincenzo Camporini rompendo gli schemi si sfoga:” in una vecchia legislatura i Presidenti delle Camere erano entrambi milanesi, ma ogni lunedì mattina L’Aeronautica doveva mandare due aerei per portarli a Roma: uno decollava da Linate alle 7 e l’altro alle 7,30”. Altro che efficienza e rispetto delle istituzioni dell’amministrazione dell’ex capitale degli Asburgo: i presidentissimi non facevano nemmeno lo sforzo di usare lo stesso aereo! “Il problema è soprattutto di opportunità”, aggiunge il generale, “in un momento di crisi e di tagli ci sono molti voli che lasciano perplessi”. Ma noi “quando riceviamo un ordine della presidenza del consiglio dobbiamo obbedire”. Negli ultimi anni governi di destra e di sinistra hanno comprato “decine di meravigliosi aerei Piaggio 180 chiamati la Ferrari dei cieli, con otto meravigliose morbide poltrone, che filano a 700 chilometri all’ora”. La flotta ha tre airbus 319Cj, costo 60 milioni ognuno, due dei quali dotati di salotto presidenziale, che possono imbarcare fino a 50 persone, cinque trireattori Falcon 900, costo 40 miloni ciascuno, di fabbricazione francese con 12 poltrone reclinabili, due vecchi Falcon 50 che volano per ragioni umanitarie, squadriglie di Piaggio P180 dei quali una quindicina impiegati per voli di Stato e quelli delle varie armi. Il presidente del Consiglio ha a disposizione un Agusta–Westland AW-139, con interni di pelle e optional Hi- Tech, che nel giro di qualche mese sarà raggiunto da una seconda fuoriserie dei cieli: il nostro Presidente si tratta meglio di Obama. In totale, 30 aerei per 64 membri del governo. Una pacchia.

Spero che Monti volti pagina perchè il delitto peggiore che questo ceto politico ha commesso è stato l’aver fatto diventare le istituzioni e la politica il postribolo del paese. Al punto che stipendi dei parlamentari e vitalizi sono diventati scandalo e problema del debito pubblico. Sul resto silenzio. Pier Francesco Guarguagliani, presidente e amministratore delegato di Finmeccanica, un tempo azienda pubblica gioiello, diventata crocevia di un mercato di affari e nefandezze, lascia con una liquidazione di 5,6 milioni di euro. Nessuno si meraviglia. Nessuno chiede a Monti di bloccare la liquidazione in attesa di valutare eventuali responsabilità per danni all’azienda.Sua moglie, Marina Grossi, presidente di Selex, una delle aziende più importanti del gruppo, sede di mercato di affari anch’essa, ancora resiste e non vuole dimettersi.

Guarguaglini, marito, è indagato per false fatturazioni per operazioni inesistenti, che in genere si fanno per costituire fondi per tangenti, la signora è indagata per i reati di corruzione e false fatturazioni.

Medaglie al merito. Solo Bazzecole!

di Elio Veltri – domani.arcoiris.tv

Di fronte alla gravissima crisi che stiamo vivendo sono tre le questioni aperte

Di fronte alla gravissima crisi che stiamo vivendo, sono tre le questioni aperte sui tavoli delle istituzioni europee, in quelle sopranazionali così come negli stati membri: il ruolo della Bce, gli eurobond, l’unione fiscale. Sono esse destinate a viaggiare su binari paralleli, quasi che la soluzione di una delle tre debba escludere le altre due, oppure è nel novero delle cose possibili una riforma più complessiva? Una crisi che sembra non aver mai fine ha posto in risalto tutta l’inadeguatezza della governance economica europea negli anni dell’euro.
La «zoppia» – per dirla con le parole del presidente Ciampi – di un’unione monetaria non controbilanciata da una politica di bilancio comune era stata da tempo denunciata. Certo, la crisi esplosa nell’autunno del 2008 ha aggravato questo stato di cose, ma la necessità di completare con ragionevolezza la costruzione europea non la scopriamo certo oggi. Riaffiorano così le tre questioni di cui si diceva all’inizio, che possiamo porre nei seguenti termini.
Primo: la Bce deve continuare ad agire in base al suo attuale statuto – ove l’imperativo categorico è quello di assicurare la stabilità dei prezzi – oppure dovrebbe farsi carico, come da più parti si è suggerito, anche della crescita economica? Secondo: l’Ue ritiene maturi i tempi per una prima emissione di eurobond o vuol lasciare questa proposta – prossima a compiere il suo ventesimo anniversario (com’è noto fu lanciata da Jacques Delors col suo Libro bianco del ’93) – nel proverbiale «libro dei sogni»?
Terzo: quali aree di sovranità nazionale i paesi dell’eurozona sono disposti a cedere (verso l’alto, cioè verso il livello di governo sopranazionale) per dare vita a una effettiva Unione fiscale? La tentazione, leggendo le domande nel loro assieme, di trovarsi di fronte a un puzzle irrisolvibile è forte: non si sa da quale parte cominciare a incastrare fra loro i pezzi. Questo rischio oggi è assolutamente da evitare, venendo l’Europa da mesi (per non dire anni) di tentennamenti. Se da un lato abbiamo visto più di un summit concludersi con un nulla di fatto, dall’altro la prassi di questo tempo è stata capace di introdurre alcune novità rilevanti.
Al riguardo, pensiamo ai copiosi acquisti effettuati dalla Bce a Francoforte, prima sotto la guida di Trichet e ora di Mario Draghi, di titoli di stato emessi da paesi dell’area dell’euro in evidente difficoltà (l’Italia fra questi). Il colpo d’ala però è ancora di là da venire, e vedere quotidianamente i nostri paesi europei in balia dei mercati finanziari internazionali non è motivo d’orgoglio. Anzi. L’Ue a ventisette, con un Pil pari a 12,9 trilioni di euro (che diventano 9,2 per i sedici dell’eurozona), è ancora oggi la prima economia al mondo (gli Usa si fermano a 11,8).
Possibile che una potenza economica di questa stazza non riesca a trovare in se stessa l’ispirazione e la volontà per uscire dallo stato d’incertezza in cui è intrappolata? La crisi, si badi bene, è giunta a tal punto che in giro per il mondo sono molti a parlare di una probabile fine dell’euro e, quel che è peggio, a scommettere su di essa.
Serve un colpo d’ala, dicevamo. Due proposte appaiono particolarmente meritevoli. La prima è quella sugli «eurounionbond» lanciata l’estate scorsa da Romano Prodi e Alberto Quadrio Curzio (Il Sole 24 Ore, 23 agosto 2011); la seconda è quella sull’«Unione fiscale» elaborata dal centro studi Bruegel con un paper scritto da Benedicta Marzinotto, André Sapir e Guntram B. Wolff (www.bruegel.org, n. 2011/06, novembre 2011).
In breve, l’originale proposta Prodi-Quadrio Curzio sugli eurobond è centrata sull’istituzione di un fondo finanziario europeo (Ffe), con un capitale di 1.000 miliardi di euro costituito dalle «riserve auree del sistema europeo di banche centrali (Sebc)» e «da altri capitali anche in forma di obbligazioni e azioni stimate a valori reali e non ai prezzi di mercato sviliti».
A questo punto, prosegue l’argomentazione, «il Ffe con 1.000 miliardi di euro di capitale versato potrebbe fare una emissione di 3.000 miliardi di eurounionbond (Eub) con una leva di 3 e durata decennale (e oltre) al tasso del 3%». Infine, i capitali così raccolti dal Ffe dovrebbero essere divisi in due parti; citiamo testualmente: «Per far scendere dall’attuale 85% al 60% la media del debito della Uem sul Pil, il Ffe dovrebbe rilevare 2.300 miliardi dei titoli di stato dei paesi della Uem (…) I rimanenti 700 miliardi della citata emissione dovrebbero andare a grandi investimenti europei anche per unificare e far crescere imprese continentali nell’energia, nelle telecomunicazioni, nei trasporti delle quali il Ffe diverrebbe azionista».
Pochi giorni or sono, Bruegel – il centro studi fondato nel 2005 a Bruxelles da Mario Monti – ha pubblicato un interessante paper dal titolo “Quale tipo di Unione fiscale?”.
Marzinotto, Sapir e Wolff propongono «una limitata unione fiscale, con la creazione di un ministero delle finanze dell’area dell’euro, e con un ministro che abbia diritti di veto sui bilanci nazionali che possano minacciare la sostenibilità dell’area dell’euro». Le innovazioni istituzionali rese necessarie da questa attualissima proposta – di unione fiscale si è molto parlato nell’incontro a tre Sarkozy-Merkel- Monti dell’altro ieri a Strasburgo – sono molte e profonde. Ancora una volta in breve: l’introduzione di una tassa imposta al livello europeo, ossia, «la disponibilità di risorse fiscali al livello federale» con il ricorso diretto ai contribuenti europei giacché – osservano gli autori – «tutte le unioni monetarie di successo hanno un ragguardevole bilancio federale». La loro proposta ne implica uno più piccolo, conferendo al nuovo ministero delle finanze dell’area dell’euro una taxing capacity di circa il 2 per cento del Pil dell’area medesima.
Altra necessaria innovazione istituzionale è quella sulle modalità di nomina del nuovo ministro delle finanze dell’area dell’euro, che dovrebbe essere «eletto dal parlamento europeo e dal consiglio con la normale regola di maggioranza». La proposta degli studiosi di Bruegel si allarga poi alla supervisione e regolazione del sistema finanziario dell’area dell’euro, prevedendo l’istituzione – proprio grazie all’aiuto del ministero di cui sopra – di una nuova authority (Edic, Euro-area deposit insurance corporation), necessaria soprattutto per la supervisione delle grandi banche operanti a livello continentale e che sfuggono, quindi, al controllo delle autorità nazionali.
Sia la proposta sugli unioneurobond sia quella sull’Unione fiscale richiedono modifiche ai trattati; entrambe aiuterebbero a risolvere la questione della missione della Bce, che potrebbe finalmente acquistare titoli, per così dire, «federali europei». Naturalmente si tratta di proposte in sè diverse, ma ancora una volta c’è qualcosa che le accomuna: aiutano a guardare avanti, verso un rinnovato patto europeo. Sta alla politica decidere da dove cominciare affinché quello che, in apparenza, è un puzzle trovi la sua corretta composizione.
Franco Mosconi – europaquotidiano