I cattolici vogliono abolire il celibato dei preti. Si parte dalla Svizzera, ma richiesta di preti sposati è mondiale

Il Vescovo Felix Gmür di Basilea candidato a portavoce delle istanze di rinnovamento da inoltrare a Papa Francesco e ai Vescovi europei. Il Movimento Internazionale dei Sacerdoti Lavoratori Sposati rilancia appello a riammettere nella Chiesa i preti sposati che sono una grande risorsa.

WEINFELDEN  – Abolizione del celibato per i preti, ordinazione delle donne alle cariche sacerdotali e una commissione esterna per far luce sui casi di abusi sessuali: sono le richieste contenute in una risoluzione approvata dal sinodo della Chiesa cattolica del canton Turgovia.

La risoluzione è indirizzata all’assemblea dei presidenti delle conferenze episcopali che si riunirà in febbraio a Roma. Il testo approvato dai rappresentanti della comunità cattolica turgoviese – si legge in una nota – prende avvio dalle “terribili notizie di casi di abusi sessuali all’interno della Chiesa cattolica”.

Per ripristinare la fiducia nella struttura gerarchica della Chiesa è indispensabile “una commissione d’inchiesta esterna”. Il sinodo turgoviese ritiene necessaria una discussione aperta per chiarire se l’obbligo del celibato e l’atteggiamento negativo verso l’omosessualità possano essere considerate fra le cause delle violenze a sfondo sessuale.

Per questo giudica importante trasmettere a Roma un segnale forte e coraggioso in favore dell’abolizione del celibato e dell’ordinazione delle donne al sacerdozio. Con la risoluzione, il sinodo dice di voler “sostenere nei suoi sforzi rilevanti Felix Gmür, vescovo della diocesi di Basilea di cui fa parte Turgovia”. Il testo chiede al vescovo Gmür di rappresentare “risolutamente” le preoccupazioni della comunità all’assemblea episcopale che si terrà a Roma.

fonte tio.ch

a cura di sacerdotisposati@alice.it

Vaticano, Papa Francesco: Chiese sempre più vuote, decide di venderle piuttosto che affidarle ai preti sposati

L’obiettivo è quello di evitare che diventino luoghi profani, per così dire, “spinti”: tipo garage, pizzerie, discoteche, banche, palestre. Per questo La Cei e i superiori dei vari ordini religiosi, come riporta Il Giorno, si sono riuniti in una due giorni per mettere a punto un sistema di regole da seguire nella vendita delle chiese non più utilizzate e sconsacrate. Che solo in Italia sono centinaia e centinaia, a fronte di 600 che a oggi hanno cambiato uso senza seguire un particolare criterio. Un patrimonio immobiliare enorme, che può essere fonte di cospicue entrate. Tanto che lo stesso Papa Francesco, ieri, è intervenuto nella questione sottolineando come il ricavato delle cessioni debba essere impiegato “al servizio dei poveri”. Bergoglio ha dettato la linea: vendere le chiese si può “ma in caso di necessità devono servire al maggior bene dell’essere umano e specialmente al servizio dei poveri”.
Libero Quotidiano

Chiesa affronti con coraggio il futuro: largo ai preti sposati

Le parrocchie chiuse sono un peccato mortale pastorale; Papa Francesco esclama: “che pena le chiese (e le parrocchie, ndr) chiuse”; e il Santo curato d’Ars ha detto: “lasciate per vent’anni una parrocchia senza prete e vi si adoreranno le bestie”.

Il Movimento internazionale dei Sacerdoti Lavoratori Sposati, fondato nel 2013 da don Giuseppe Serrone, diffonde un testo di don Cionchi della diocesi di Senigallia (fonte: senigallianotizie.it). Reintrodurre nella Chiesa i preti sposati, accanto ad altre sperimentazioni potrebbe evitare la chiusura di molti luoghi di cultu necessari alla cura pastorale dei fedeli.

C’è anche la speranza che in un futuro, speriamo prossimo, si sblocchi anche l’ordinazione sacerdotale di ”viri probati” sposati e non. Anche questa pratica è sul tavolo del Papa. Ne abbiamo tanti in Diocesi. Certo hanno bisogno di Corsi specifici, come c’erano una volta i Corsi per le vocazioni adulte lavoratori, il discernimento del Vescovo, ma non possiamo chiudere le parrocchie con l’idolatria e il blocco della non-ordinazione di vocazioni adulte di sposati e non. D’altronde, gli Apostoli erano quasi tutti sposati. Perché non avere il coraggio di affrontare il futuro, almeno con “sperimentazioni” e proposte finalizzate proprio alla cura pastorale, perché – come ripete spesso Papa Francesco – “salus animarum suprema lex”?

da Don Giuseppe Cionchi

Papa Francesco all’Angelus: “Egoismo e maldicenze fanno male alla Chiesa”

“La missione dei cristiani nella società è quella di dare sapore alla vita con la fede e l’amore che Cristo ci ha donato, e nello stesso tempo di tenere lontani i germi inquinanti dell’egoismo, dell’invidia, della maldicenza, e così via”.

Lo ha ricordato Papa Francesco all’Angelus. “Questi germi – ha spiegato – rovinano il tessuto delle nostre comunità, che devono invece risplendere come luoghi di accoglienza, di solidarietà e di riconciliazione”. “Per adempiere a questa missione, bisogna – ha scandito il Papa – che noi stessi per primi siamo liberati dalla degenerazione corruttrice degli influssi mondani, contrari a Cristo e al Vangelo; e questa purificazione non finisce mai, va fatta continuamente, va fatta tutti i giorni”. “Quanto ha bisogno il mondo della luce del Vangelo che dobbiamo portare con le nostre opere buone”, ha poi aggiunto Francesco commentando la pagina evangelica del discorso della Montagna. “Ognuno di noi – ha ricordato Francesco – chiamato ad essere luce e sale nel proprio ambiente di vita quotidiana, perseverando nel compito di rigenerare la realtà umana nello spirito del Vangelo e nella prospettiva del regno di Dio”. “Ci sia sempre di aiuto – ha pregato ad alta voce il Pontefice – la protezione di Maria Santissima, prima discepola di Gesù e modello dei credenti che vivono ogni giorno nella storia la loro vocazione e missione”. Un Angelus forte quello di Papa Francesco che arriva il giorno dopo i manifesti apparsi a Roma che puntavano il dito proprio contro il Pontefice.

Il Giornale

 

Preti sposati: la visita di Bergoglio a casa non basta. Serve cambio della legge Chiesa e la possibilità di tornare in servizio attivo come sacerdoti

“Non siamo laici”. I preti sposati con regolare percorso sono ancora sacerdoti. Il commento di don Serrone dopo la visita di Papa Francesco ad alcune famiglie di preti sposati a Roma

Un tempo, con malcelato disprezzo, li chiamavano gli «spretati». Ma ormai da qualche decennio le cose non stanno più così, di norma la Chiesa concede senza troppi traumi la dispensa dagli obblighi del celibato che non è affatto un «passaggio allo stato laicale» (come spesso viene erroneamente indicato si media, v. articolo di Vecchi in Corriere della Sera da qui)  ai sacerdoti che scoprono di essersi innamorati ma non per questo vogliono tradire la promessa di celibato e fare le cose di nascosto: e così fanno richiesta, appunto, della dispensa dagli obblighi del celibato per mettere su famiglia. Nel pomeriggio di venerdì Francesco è andato a trovare sette di questi ex sacerdoti che vivono con le loro famiglie in una casa a Ponte di Nona, nella periferia est di Roma. Perché i tempi sono cambiati ma le cose non sempre sono facili: «Il Santo Padre ha inteso offrire un segno di vicinanza e di affetto a questi giovani che hanno compiuto una scelta spesso non condivisa dai loro confratelli sacerdoti e dai familiari».

per maggiori informazioni

cell. +39 3423519619

Preti sposati. Radio Vaticana: “La Chiesa non ha mai legato sacerdozio e celibato sul piano dogmatico”

“La Chiesa non ha mai legato sacerdozio e celibato sul piano dogmatico”, ma ha riconosciuto il valore profondo di questo legame. Lo ha detto il prefetto della Congregazione dei Vescovi, il cardinale Marc Ouellet, durante il convegno “Il celibato sacerdotale, un cammino di libertà”, in corso all’università Gregoriana di Roma.

Potrebbe scattare presto l’ora dei preti sposati? Se lo chiede l’associazione dei sacerdoti lavoratori sposati commentando le notizie che arrivano da Roma: in città presso l’Università Gregoriana dei Gesuiti si sta tenendo un convegno per ribadire la dottrina classica tradizionalista sul celibato dei preti e del no ai preti sposati.

Il Convegno si è aperto Giovedì, 4 febbraio con il Saluto introduttivo: Rev. P. François-Xavier Dumortier, SJ. Presentazione del Convegno: Rev. Mons. Tony Anatrella. Conferenza: Celibato e legame nuziale di Cristo alla Chiesa Sua Em. Rev.ma il Card. Marc Ouellet.

Oggi Venerdì, 5 febbraio c’è stata la relazione “Per il Regno”. Il dono del celibato nel Nuovo Testamento delle Dott.ssa Rosalba Manes. A seguire
L’appello alla tradizione nella difesa del celibato sacerdotale: il contributo di Johann Adam Möhler al dibattito (Rev. P. Joseph Carola, SJ)

Sabato, 6 febbraio il convegno si concluderà con Lettura dell’Enciclica “Sacerdotalis Coelibatus” del Beato Paolo VI (Sua Ecc. Rev.ma Mons. Joël Mercier).

L’intervento su Il prete ordinato “in persona Christi”
di Sua Em. Rev.ma il Card. Pietro Parolin è molto atteso per Sabato. Parolin, segretario di Stato Vaticano aveva riaperto la discussione sui preti sposati. Il celibato sacerdotale «non è un dogma della Chiesa e se ne può discutere perché è una tradizione ecclesiastica».

L’arcivescovo Pietro Parolin ha risposto così a una domanda del quotidiano venezuelano «El Universal» e la sua «apertura» è rimbalzata immediatamente in Curia. Il dato della non intangibilità della legge canonica sul celibato, sostenuto dalla maggior parte dei teologi, era stato pubblicamente contestato alcuni mesi fa dal cardinale Mauro Piacenza, prefetto del clero, mentre il suo predecessore, Claudio Hummes aveva preso la posizione contraria.
«Si può parlare, riflettere e approfondire questi temi che non sono definizioni di fede – aveva aggiunto Parolin – e pensare in qualche modifica ma sempre al servizio dell’unità e tutto secondo la volontà di Dio… Dio parla in molti modi. Dobbiamo fare attenzione a questa voce che ci orienta sulle cause e sulle soluzioni, per esempio la scarsità di clero. Quindi bisogna tenere presenti, nel momento di prendere delle decisioni, questi criteri (la volontà di Dio, la storia della Chiesa) così come l’apertura ai segni dei tempi».

Le parole del nuovo segretario di Stato vaticano avevano ovviamente diviso in due il mondo cattolico e innescato un acceso confronto sulla necessità o l’inopportunità del matrimonio per i sacerdoti. I sostenitori del superamento del celibato sacerdotale sostengono che le nozze dei preti consentirebbero ai pastori di essere maggiormente vicini alla loro gente e al passo con la vita moderna, ma anche di risolvere il problema della scarsità di vocazioni. «Un sondaggio Galup ha dimostrato che la maggioranza dei cattolici è favorevole al matrimonio dei sacerdoti» ha dichiarato Christine Schenk, una delle promotrici di Future Chrurch, organizzazione no profit nata nel 1990 a Cleveland, in Ohio, che sostiene varie cause interne alla Chiesa romana cattolica, tra le quali anche la fine del celibato sacerdotale.

Per l’associazione dei sacerdoti lavoratori sposati, fondata nel 2003 da don Giuseppe Serrone, che commenta la questione nei giorni del convegno sul celibato alla Gregoriana di Roma, le gerarchie vaticane sono in fase di immobilismo sulla questione della riammissione al ministero dei preti sposati. E Papa Francesco non si schiera e di fatto sostiene i tradizionalisti.

Antonio Socci attacca anche i preti sposati… Le Paoline non vendono il libro di Socci sul Papa

«Non intendiamo promuovere un libro la cui tesi non è ufficiale, né dimostrata. Ci sono accuse non fondate e il volume non serve a costruire dialogo».

Non usa mezzi termini suor Beatrice Salvioni, dell’ufficio nazionale delle Librerie Paoline, nel bocciare il libro di Antonio Socci Non è Francesco (Mondadori) in cui lo scrittore riferisce di una elezione non valida di Papa Bergoglio all’ultimo Conclave.

Le Paoline dunque, una delle case editrici cattoliche più famose e più diffuse su tutto il territorio, non fanno mistero nel boicottare il volume dello scrittore. «La nostra posizione è quella di non tenere il libro nelle nostre librerie Paoline – dice suor Beatrice al Giornale -. Abbiamo inviato una circolare a tutte le nostri sedi con questo invito. Non intendiamo promuovere un libro la cui tesi non è stata approvata e con accuse infondate. Il libro di Socci non serve a costruire dialogo».

Dall’ufficio comunicazione delle Librerie Paoline il volume Non è Francesco viene addirittura definito «integralista». «Non ci piace affatto – spiegano – e chiediamo alle nostre sedi di non tenerlo negli scaffali».

La scelta, in effetti, ricade su ciascuna libreria – che può dunque decidere di tenere qualche copia in vendita – ma l’indicazione di fondo è chiara. «Non siamo né bigotte né codine – prosegue suor Beatrice senza peli sulla lingua – ma non intendiamo sostenere una tesi di cui non abbiamo la prova certa e che non aiuta al confronto».

Per «vietare» la diffusione del libro di Socci nelle Librerie Paoline è stata inviata addirittura una nota informativa a tutti i punti vendita. «Credo che le nostre librerie, proprio perché espressione di un carisma ispirato al Vangelo – si legge nella circolare a firma della stessa suor Beatrice -, siano impegnate a diffondere cultura e non ad alimentare il “prurito di novità”, come dice San Paolo, anche se questo “prurito” porta qualche soldino. Credo che possiamo tranquillamente dire – a chi chiede questo titolo – il motivo della nostra posizione nei confronti del libro, certe che la chiarezza coerente di un impegno religioso e culturale sia il guadagno più vero».

L’autore non ci sta e ribatte con forza: «Mi sembra una censura ridicola – dice al Giornale -. Le Paoline vendono di tutto e si trovano anche libri che contestano dogmi fondamentali. Sono sicuro che suor Beatrice non ha letto minimamente il mio testo che è invece una difesa della dottrina cattolica e della Chiesa. La sua è una visione bigotta e oscurantista», prosegue lo scrittore, ricordando che nelle classifiche di questa settimana «al primo posto, nelle librerie cattoliche, c’è il mio volume. Ed è stato fuori solamente solo due giorni. È segno che il mondo cattolico è molto interessato».

Socci era già intervenuto sui social network per placare le polemiche. «Qualcuno – ha scritto – emulato poi da qualche ingenuo si è inventato che il mio libro Non è Francesco sarebbe stato presto ritirato dal commercio. È ovviamente una sciocchezza senza alcun fondamento. È in qualsiasi libreria».

Ma la contestazione circola sul Web, soprattutto da parte di molti cattolici che si rifiutano di credere alla tesi di Socci, secondo il quale l’elezione di Jorge Mario Bergoglio sarebbe invalida. E c’è chi, in confessione, chiede smarrito al sacerdote se le tesi di Socci siano giuste o meno.

di Serena Sartini – Il Giornale

papa.francesco.udienza

Tradizionalista Antonio Socci attacca Papa Bergoglio accusandolo di premiare i preti comunisti

in basso il testo del giornalista tradizionalista Antonio Socci

fonte: http://www.liberoquotidiano.it/news/11686502/Antonio-Socci–Papa-Bergoglio-premia.html

papa.francesco

Nell’epoca Bergoglio, il Vaticano ha praticamente riabilitato la Teologia della liberazione che, nata negli anni Sessanta, molti disastri ha combinato, soprattutto in America latina, per aver alimentato la subalternità della Chiesa al pensiero marxista. Nei mesi scorsi ci sono stati eventi clamorosi, come lo «sbarco» trionfale in Vaticano di Gustavo Gutierrez, «padre» della Tdl. Un anno fa «L’Osservatore romano» pubblicò ampi stralci di un suo libro che celebrava le sue invettive contro il neoliberismo. Questa estate è arrivato un altro gesto altamente simbolico, passato quasi inosservato, che riguarda Miguel d’Escoto Brockmann.

D’Escoto era il figlio dell’ambasciatore del Nicaragua negli Stati Uniti. Ordinato prete nel 1961 si coinvolse nella Tdl e nell’ottobre 1977 si pronunciò pubblicamente a favore del Fronte Sandinista, un gruppo rivoluzionario d’ispirazione marxista che nel 1979 prese il potere in Nicaragua. D’Escoto fu ministro degli Esteri nel governo sandinista dal 1979 al 1990. Nello stesso governo-regime il gesuita Fernando Cardenal fu ministro dell’educazione e suo fratello Ernesto fu ministro della cultura. Giovanni Paolo II bocciò duramente il coinvolgimento dei tre religiosi nel governo sandinista. Già subito dopo la sua elezione papa Wojtyla aveva tuonato contro la Tdl. Nel suo viaggio in Messico del 1979 affermò: «La concezione di Cristo come politico, rivoluzionario, come il sovversivo di Nazaret, non si compagina con la catechesi della Chiesa».

Giovanni Paolo II – Nel 1983 Giovanni Paolo II andò in visita pastorale proprio in Nicaragua dove già all’aeroporto rimproverò pubblicamente padre Ernesto Cardenal per il suo coinvolgimento nel governo. Il fatto fece scalpore e il regime sandinista organizzò una contestazione pubblica del papa durante la celebrazione della messa. Ma papa Wojtyla non era tipo da farsi intimidire e, dall’altare, urlò più dei contestatori sollevando il alto il crocifisso, come l’unico vero Re dell’universo. Nonostante il richiamo pubblico i tre religiosi risposero picche e D’Escoto nel 1984 fu sospeso a divinis con gli altri. Il governo sandinista cadde nel 1990, ma D’Escoto continuò a far politica. Nel 2008 addirittura lo ritroviamo a presiedere la sessione annuale dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite. Eletto Bergoglio, D’Escoto fiuta l’aria e scrive al nuovo papa chiedendo il ritiro della sospensione a divinis per poter tornare a celebrare la messa. Richiesta subito accolta. Il 1° agosto di quest’anno Bergoglio firma la revoca. Perché «sono mutate le epoche, i contesti e soprattutto è cambiato lui», spiegavano in Curia il 4 agosto 2014. D’Escoto – a loro dire – «ha capito di aver sbagliato e il Pontefice ha compreso la sincerità del ravvedimento».

Infatti l’indomani, 5 agosto, «La Prensa» di Managua riporta alcune bombastiche dichiarazioni rese in quelle ore dallo stesso D’Escoto alla tv governativa Canal 4. Titolo dell’articolo: «D’Escoto: Fidel Castro è eletto da Dio». Il religioso ed ex ministro, appena riammesso alla celebrazione eucaristica da Bergoglio, ha affermato: «Il Vaticano può mettere a tacere tutto il mondo, (ma) allora Dio farà in modo che le pietre parlino e che trasmettano il Suo messaggio. Tuttavia (Dio) non ha fatto questo, ha scelto il più grande latinoamericano di quasi tutti i tempi: Fidel Castro».
D’Escoto che – dice «La Prensa» – è «attuale consigliere per gli affari di frontiera e per le relazioni internazionali del Governo, del presidente del Nicaragua, il sandinista Daniel Ortega» (ma non aveva abbandonato la politica?), ha anche aggiunto: «È attraverso Fidel Castro che lo Spirito Santo ci trasmette il messaggio, questo messaggio di Gesù sulla necessità di lottare per stabilire con forza e in maniera irreversibile il Regno di Dio in terra, che è la Sua alternativa al potere».

Dopo questa esaltazione teologica del tiranno di Cuba, che opprime da decenni un intero popolo con la dittatura comunista, D’Escoto si è rallegrato per il provvedimento di revoca della sospensione da parte di papa Francesco. Il guanto di velluto usato da Bergoglio verso il potente e famoso «compagno» D’Escoto contrasta col pugno di ferro che ha usato per colpire un bravo e umile religioso dalla vita santa, padre Stefano Manelli, figlio spirituale di padre Pio e fondatore dei Francescani dell’Immacolata. Anche padre Manelli aveva scritto al papa, ma la sua lettera non è stata nemmeno presa in considerazione. La sua famiglia religiosa, ortodossa, disciplinata e piena di vocazioni è stata annientata per volere di Bergoglio, in quanto applicava il motu proprio di Benedetto XVI sulla liturgia. Ed era troppo ortodossa.

Padre Manelli – Padre Manelli non ha mai disobbedito alla Chiesa, mai ha deviato dalla retta dottrina, mai si è buttato in politica come D’Escoto e mai ha esaltato dei tiranni comunisti. Così è stato duramente punito. E non a caso a firmare il provvedimento punitivo è stato il cardinale Braz de Aviz, prefetto della Congregazione vaticana di competenza. Questo cardinale brasiliano, guarda caso, viene proprio – lui stesso – dalla Teologia della liberazione e nelle interviste che ha rilasciato, a proposito della Tdl, ha dichiarato essa è non solo «utile», ma addirittura «necessaria». Ha aggiunto: «Rimango convinto che in quella vicenda è passato comunque qualcosa di grande per tutta la Chiesa». Sì, un grande disastro. Ma certi «compagni» in rosso porpora oggi stanno ai vertici in Vaticano e puniscono coloro che sono stati sempre fedeli alla Chiesa. Il cardinale Braz de Aviz in quell’intervista ha allegramente snobbato le memorabili condanne della Tdl firmate da Joseph Ratzinger (e Giovanni Paolo II) con la «Libertatis Nuntius» (1984) e la «Libertatis Conscientia» (1986). Ormai si sentono i trionfatori: Wojtyla è morto e ritengono che Ratzinger abbia perso.

Proprio Benedetto XVI, di recente, ricordando Giovanni Paolo II, ha scritto: «La prima grande sfida che affrontammo fu la Teologia della liberazione che si stava diffondendo in America latina. Sia in Europa che in America del Nord era opinione comune che si trattasse di un sostegno ai poveri e dunque di una causa che si doveva approvare senz’altro. Ma era un errore. La fede cristiana veniva usata come motore per questo movimento rivoluzionario, trasformandola così in una forza di tipo politico (…). A una simile falsificazione della fede cristiana bisognava opporsi anche proprio per amore dei poveri e a pro del servizio che va reso loro». Nel 2013 uno dei fondatori della Tdl, Clodoveo Boff (fratello dell’altro Boff), uno dei pochi che ha veramente capito la lezione (non così D’Escoto), ha dato ragione a Ratzinger per quello che (a nome di papa Wojtyla) fece trent’anni fa: «Egli ha difeso il progetto essenziale della teologia della liberazione: l’impegno per i poveri a causa della fede. Allo stesso tempo, ha criticato l’influenza marxista. La Chiesa» osservava Clodoveo Boff «non può avviare negoziati per quanto riguarda l’essenza della fede: non è come la società civile dove la gente può dire quello che vuole. Siamo legati ad una fede e se qualcuno professa una fede diversa si autoesclude dalla Chiesa. Fin dall’inizio ha avuto chiara l’importanza di mettere Cristo come il fondamento di tutta la teologia (…). Nel discorso egemonico della teologia della liberazione ho avvertito che la fede in Cristo appariva solo in background. Il ’cristianesimo anonimo’ di Karl Rahner era una grande scusa per trascurare Cristo, la preghiera, i sacramenti e la missione, concentrandosi sulla trasformazione delle strutture sociali». Oggi, nell’epoca Bergoglio, si torna indietro proprio a Rahner, a quella filosofia che già tanti danni ha fatto fra i gesuiti e nella Chiesa. E in questo vuoto abissale i cattolici tornano ad essere sballottati qua e là «da ogni vento di dottrina». Subalterni ad ogni ideologia e inquinati da qualunque eresia. Una grande tenebra avvolge Roma.

di Antonio Socci

Un prete «sposato» può amministrare i sacramenti?

Risponde padre Francesco Romano, docente di Diritto Canonico alla Facoltà teologica dell’Italia centrale

È vero che il sacerdote, anche se «spretato», può comunque amministrare i Sacramenti? Se si resta sacerdote per tutta la vita, questo vale anche se un prete si sposa? Lo stesso principio vale anche per le suore?

Lettera firmata

Le domande del nostro Lettore richiedono prima di tutto alcuni necessari ed elementari chiarimenti. Esse richiamano per alcuni aspetti il quesito dal titolo «Il prete rimane sacerdote per sempre?», che fu posto al P. Valerio Mauro in questa rubrica dell’11 giugno 2008.

L’ordine è il sacramento che per istituzione divina segna con carattere indelebile alcuni tra i fedeli costituendoli ministri sacri, consacrati e deputati a pascere il popolo di Dio, adempiendo ciascuno nel suo specifico grado le funzioni di insegnare, santificare e governare (can. 1008). Gli ordini sono l’episcopato, il presbiterato e il diaconato (can. 1009 §1).

La differenza di significato tra ordine sacro e stato clericale è sostanziale. L’ordine sacro introduce il fedele in una condizione sacramentale trasformandolo ontologicamente, cioè in modo soprannaturale nel suo stesso essere, costituendolo «ministro sacro» e abilitandolo ad agire in persona Christi nel caso dell’episcopato e del presbiterato, mentre i diaconi vengono abilitati a servire il popolo di Dio nella diaconia della liturgia, della parola e della carità (can. 1009 §3). Lo stato clericale, al contrario, determina una condizione giuridica che deriva dalla sacra ordinazione comportando per il chierico diritti e obblighi secondo l’ordinamento ecclesiastico.

Abbiamo detto che l’ordine sacro è un sacramento indelebile perché imprime il carattere. Su questa motivazione teologica nessuno potrà mai essere privato della potestà d’ordine (can. 1338 §2), che per la stessa ragione mai potrà essere dichiarata nulla se è stata validamente conferita (can. 290).

Pertanto, lo stato clericale è una conseguenza del sacramento dell’ordine, ma i due elementi sono distinti anche se correlati: un chierico può decadere dallo stato clericale, ma non potrà mai essere privato dell’ordine sacro, anche se spontaneamente lo chiedesse.

Il Legislatore ha previsto tre casi in cui il chierico può perdere lo stato clericale: invalidità della sacra ordinazione dichiarata per sentenza giudiziaria o per decreto amministrativo (can. 290 n. 1); dimissione legittimamente imposta a causa di un delitto che prevede una specifica sanzione (can. 290 n. 2); rescritto della Sede Apostolica con cui viene concessa la dispensa al diacono per cause gravi e al presbitero per cause gravissime (can. 290 n. 3).

In conclusione, la sacra ordinazione validamente amministrata ha un carattere permanente e la sua irreversibilità non cadrà mai nella disponibilità di alcuno, neppure della suprema autorità della Chiesa. Anche il peggiore comportamento delittuoso che venisse commesso dal chierico non produrrebbe effetti penali da annullare o invalidare la sacra ordinazione e la sua intrinseca potestà d’ordine.

Se il sacramento dell’Ordine conferito validamente è intangibile, come pure la relativa potestà d’ordine, una sorte diversa potrà toccare all’esercizio di questa sacra potestà. La competente autorità ecclesiastica, di fronte alla commissione di uno specifico delitto, potrà irrogare al chierico nei modi previsti dal diritto una censura come per esempio la sospensione parziale o totale dall’esercizio dell’ordine sacro, quella che abitualmente viene chiamata sospensione «a divinis», definita anche «pena medicinale» in quanto mira a ottenere la correzione del reo, e quindi non potrà essere una pena perpetua perché attraverso di essa se ne auspica il suo ravvedimento.

In alcuni casi la pena massima prevista per il chierico è la dimissione dallo stato clericale (can. 1336 §1 n. 5), ma serve ancora sottolineare che essa non potrà mai comportare anche la privazione della potestà di ordine in quanto strettamente connessa al carattere sacramentale. L’effetto che produce la dimissione dallo stato clericale comporta la proibizione (quindi la liceità) di esercitare la potestà d’ordine (can. 1338 §2) perché nella decadenza dallo stato clericale, oltre alla perdita dei diritti e doveri di tale stato, è insita la proibizione di esercizio della potestà di ordine (can. 292).

La «proibizione» di esercitare l’ordine sacro è altro rispetto al concetto di «privazione» (che nel caso comporterebbe l’invalidità degli atti conseguenti) perché, per il carattere indelebile che imprime questo sacramento, il presbitero validamente ordinato non potrà mai esserne privato. Per questo, in dette circostanze anche il sacramento della penitenza e della confermazione potrebbero essere celebrati validamente in forza della intangibile potestà d’ordine se il Legislatore non vi avesse apposto una clausola invalidante a loro tutela in assenza della debita facoltà (cann. 966 §1; 882). Così avviene in caso di «errore comune» in cui la sola mancanza della facoltà di assolvere, ma non della potestà d’ordine, viene supplita dalla Chiesa ope legis, purché ricorrano le condizioni previste dal can. 144 §2. Per lo stesso motivo, l’assoluzione del complice nel peccato turpe è invalida per la clausola inabilitante espressamente apposta dal Legislatore (can. 977) e non per difetto della potestà d’ordine. Infatti, in pericolo di morte il presbitero assolve validamente e lecitamente il complice anche qualora sia presente un sacerdote approvato (can. 976).

Il sacerdote privo solo della debita facoltà, oppure dimesso dallo stato clericale per qualsiasi ragione, possedendo inalterata la potestà d’ordine, viene integrato ipso iure, quindi senza ricorso all’autorità ecclesiastica, nella facoltà di amministrare il sacramento della penitenza e della confermazione in caso di pericolo di morte del penitente anche quando sia presente un sacerdote approvato (cann. 976; 986 §2; can. 883 n. 3).

Alla prima domanda del lettore «se un prete spretato può comunque amministrare i sacramenti», ma aggiungo io, anche semplicemente sospeso a divinis, dobbiamo richiamare quanto è stato appena detto, cioè che la potestà d’ordine rimane intangibile per tutta la vita del presbitero, mentre può essergli proibito di esercitarla (cann. 292; 1338 §2). Questo ha come conseguenza che un presbitero in qualsiasi maniera decaduto dallo stato clericale (o «spretato», per dirla con il nostro Lettore) sia come pena che per indulto concesso dal Romano Pontefice, potrebbe in modo gravemente illecito, ma validamente, celebrare la messa in forza della inalienabile potestà d’ordine, sempre se conserva l’intenzione di fare ciò che fa la Chiesa, anche se in quelle circostanze non gli è lecito farlo a nome di essa. In altre parole, in questo caso, l’aspetto disciplinare non diminuisce l’efficacia degli atti che può validamente realizzare per la sua intramontabile condizione ontologica dovuta al sacramento dell’ordine.
Altra cosa è, invece, la validità della celebrazione della penitenza e della confermazione condizionata per legge canonica sempre alla concessione, da parte della competente autorità o per il diritto stesso, della facoltà di poterli amministrare (cann. 966 §1; 882). La concessione di questa facoltà è necessaria anche per il presbitero che conserva lo stato clericale, sotto pena di nullità dell’assoluzione o della confermazione, a meno che non ricorra il caso di «errore comune» (can. 144 §2).

Un’ulteriore dimostrazione ci viene ancora dallo stesso Codice di Diritto Canonico quando si riferisce al delitto di attentata azione liturgica del Sacrificio eucaristico.

L’invalidità è prevista solo per il caso di mancanza dell’ordine sacerdotale, senza citare e quindi includere come causa invalidante anche la sola eventuale decadenza dallo stato clericale (can. 1378 §2, n. 1). Al contrario, nello stesso contesto del canone, nel considerare il sacramento della confessione, la commissione del delitto di usurpazione dell’ufficio ecclesiastico riguarda l’attentato alla valida assoluzione nel suo complesso, cioè non solo la mancanza dell’ordine sacerdotale, ma anche, pur essendoci questa, la sola assenza della debita facoltà di amministrarla (cann. 1378 §2, n. 2; 966 §1).

Riguardo alla seconda domanda sul «prete che si sposa», come è noto nella Chiesa cattolica latina il presbitero è tenuto al celibato per accedere alla sacra ordinazione e anche successivamente. La sola perdita dello stato clericale, mentre fa venire meno gli obblighi e i diritti del chierico, «non comporta la dispensa dall’obbligo del celibato, la quale è di esclusiva competenza del Romano Pontefice» (can. 291).

Un chierico, sia che si sposi lecitamente dopo aver ottenuto la dispensa dagli oneri sacerdotali e dall’obbligo del celibato, oppure senza la necessaria dispensa attentando così il matrimonio anche solo civilmente, rimane integralmente depositario della potestà d’ordine. In questo secondo caso incorre nella sanzione della sospensione latae sententiae fino ad arrivare gradualmente alla dimissione dallo stato clericale (can. 1394 §1).

In entrambi i casi, venendo meno non la potestà d’ordine, ma soltanto il suo esercizio insieme alla decadenza dallo stato clericale, vale quanto abbiamo diffusamente detto prima circa la validità o meno della celebrazione dei sacramenti.

La proibizione di esercitare una potestà, una facoltà, un ufficio ecc. non è mai sotto pena di nullità (can. 1336 §1, n. 3), a meno che il Legislatore non vi apponga una clausola invalidante come nel caso della facoltà concessa per amministrare il sacramento della penitenza, quale requisito richiesto sempre ad validitatem (can. 969 §1), eccetto il caso di pericolo di morte del penitente (can. 976). Oppure, la facoltà dell’Ordinario del luogo e del parroco di assistere ai matrimoni validamente, a meno che (clausola inabilitante, cf. can. 10) non siano stati scomunicati, sospesi o interdetti dall’ufficio o dichiarati tali (can. 1109).

Un esempio abbastanza recente lo troviamo nel motu proprio Ecclesiae unitatem del 2 luglio 2009 con cui Benedetto XVI stabilisce che i ministri della Fraternità Sacerdotale San Pio X non possono esercitare in modo «legittimo» (sic!) alcun ministero. Come si vede, la legittimità consiste solo in una disposizione disciplinare che non comporta la nullità in caso di trasgressione, altrimenti la clausola invalidante sarebbe stata apposta «espressamente» (can. 10).

La sopravvivenza della valida sacra ordinazione rispetto a qualunque contingenza umana è esemplificata dal can. 293 che prevede la riammissione allo stato clericale per mezzo del rescritto della Sede Apostolica – quindi senza dover ripetere la sacra ordinazione per il carattere indelebile che imprime questo sacramento – oppure dalla sospensione per motivi pastorali del divieto della celebrazione dei sacramenti o dei sacramentali per esempio in pericolo di morte del fedele (can. 1338 §3).

Circa la terza domanda, pare d’intendere che il Lettore voglia sapere se una suora rimanga tale per tutta la vita. Su questo argomento ci sarebbe materia per scrivere almeno l’intero capitolo di un libro. Ci limitiamo a dire che tra il sacramento dell’ordine e la consacrazione religiosa attraverso la professione dei consigli evangelici non esiste neppure un lontano rapporto di analogia. Anche se il candidato all’ordine sacro e il religioso professo di voti perpetui manifestano entrambi l’intenzione di perseverare per tutta la vita, gli effetti giuridici in ordine alla perpetuità del loro stato di vita sono differenti. Il chierico riceve un sacramento che gli imprime il carattere in modo permanente, anche se dovesse decadere dallo stato clericale, conservando inalterata la potestà d’ordine. Il religioso, invece, che ottiene la dispensa dai voti, decade totalmente dalla vita consacrata tornando allo stato secolare.

Ultima precisazione. Se il religioso è anche chierico, con la dispensa dai tre voti decade dallo stato di vita consacrata, ma rimane presbitero o diacono con la facoltà di essere accolto e incardinato in una diocesi ed di esercitare l’ordine sacro divenendo presbitero o diacono diocesano.

È chiaro che una suora, non potendo ricevere l’ordine sacro, sarà sempre e comunque solo una fedele laica e una volta ottenuta la dispensa dai voti resterà solo una persona nubile che potrà tornare a progettare la sua vita ripartendo da questa nuova condizione secolare.

Francesco Romano

toscanaoggi.it

presbitero.uxorato