Mattarella, dovere valorizzare cultura

(ANSA) – POMPEI, 14 MAG – “Il nostro Paese ha il patrimonio artistico e culturale più grande del mondo. C’è esigenza non solo di conservarlo ma anche di valorizzarlo ed è un nostro dovere farlo, sia nei confronti della nostra storia che del nostro futuro”. Così il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, a Pompei in occasione della inaugurazione della mostra di Mitoraj.
“Ogni investimenti per la cultura è speso anche ai fini della crescita del nostro Paese – ha aggiunto Mattarella – Questo sito, come tutto ciò che viene prodotto dalla cultura, ha una grande ricaduta per l’intera società anche di carattere economico. Gli investimenti che si fanno nella cultura non sono solo un dovere di qualità della vita sociale ma provocano ricaduta di crescita economica”.

Musei aperti anche a Ferragosto fino alle 22

(AGI) – Roma, 11 ago. – Il ministero dei Beni e delle Attivita’ Culturali e del Turismo anche quest’anno a Ferragosto aprira’ le porte ai visitatori del patrimonio culturale statale. Musei, gallerie, monumenti, palazzi, ville, castelli, templi, parchi, giardini, aree e siti archeologici rimarranno fruibili per l’intera giornata estiva, spiegano dal dicastero del Collegio Romano specficando che i principali musei statali, come ogni venerdi’, prolungheranno l’orario di apertura fino alle 22. Per informazioni su orari di apertura e costo dei biglietti e’ possibile consultare il sito www.beniculturali.it o telefonare al numero verde del MiBACT 800991199.

La perla, il corallo e il desiderio della bellezza

La cosiddetta Pala di Brera di Piero della Francesca doveva essere più grande dell’attuale, forse il doppio. Tant’è che la conchiglia che orna il catino absidale del dipinto doveva trovarsi al centro dell’opera. La conchiglia veniva così a rappresentare una sorta di nodo mistico tra Cielo e terra, quel nodo mistico che, in fondo, fu la Madonna stessa, creatura capace di generare il suo Creatore.
La pala celebra una serie di avvenimenti accaduti nella travagliata vita di Federico da Montefeltro attorno all’anno 1472: la nascita dell’erede, Guidobaldo, dopo sei figlie femmine; la morte della Moglie Battista Sforza; la conquista di Volterra. La Vergine e il Bambino rappresentano, infatti, la moglie e il figlio di Federico. L’abside monumentale riprende i disegni di Leon Battista Alberti e nella nicchia, oltre alla conchiglia, sorprende l’oggetto appeso a una catena che molti identificano con un uovo di struzzo. In realtà, nonostante la forma ovale dovuta allo scorcio prospettico, sembra trattarsi di una perla. La conchiglia, o meglio, la Pecten maximus, con la sua perfezione geometrica ha affascinato l’uomo fin dall’antichità. La mitologia greca vuole Venere, dea della bellezza, nata da una conchiglia. Famosa è l’opera di Sandro Botticelli, dove il tema della nascita di Venere è rivisitato dall’artista alla luce del Battesimo. Così Piero della Francesca sembra evocare Efrem il Siro che, nel suo De margarita, associa il simbolo della conchiglia alla Madre di Dio. Nel IV secolo, infatti, si pensava che la conchiglia producesse la perla senza la fecondazione maschile. In realtà la formazione della perla avviene dopo che un granello di sabbia, penetrato nell’alveo della conchiglia, scatena un processo, potremmo dire immunitario, per cui l’ostrica riveste l’intruso di madreperla, dando origine al prezioso gioiello. Ancora di più quindi il simbolo diviene allusivo dell’Incarnazione: anche il Verbo assunse la nostra carne rivestendola, con la sua passione e morte, di immortalità e di grazia.
Se una perla scende a piombo sul capo della Madonna, che ha il volto della moglie defunta, annunciando la risurrezione, un corallo pende al collo di Cristo, che sta come morto fra le braccia della madre. Al corallo si attribuivano proprietà curative ed era perciò considerato un simbolo apotropaico. Sono proprio questi simboli marini a riportarci al mistero della nostra esistenza e a quell’insopprimibile desiderio di verginità e bellezza che in tutte le culture, a dispetto di certa propaganda attuale, sono congiunte a eternità e purezza e, dunque, all’anelito di raggiungere Dio.
bellezza.arte
avvenire.it

Il genio di Memling in mostra a Roma. Dal 10 ottobre alle Scuderie del Quirinale capolavori dal mondo

‘Il giudizio universale’ di Hans Memling

Tavole, ritratti, prestiti dai maggiori musei del mondo illustrano per la 1/a volta a Roma il genio di Hans Memling, pittore fiammingo tra i più contesi nel ‘400 anche dalla ricca committenza italiana. Dal 10/10 al 18/1 alle Scuderie del Quirinale opere come il Trittico della famiglia Pagagnotti o quello dei Moreel, nonché il Giudizio Universale, che dopo 600 anni arriva in Italia da dove era partita la commissione del banchiere fiorentino Angelo Tani, fermata a Danzica da una razzia di pirati.

ansa

3 Agosto 2014 ore 20,21

La lingua antica e futura di Sinisi è l’endecasillabo perfetto

Ciò che innanzitutto colpisce nel Contrasto dell’uomo e della donna di Fabrizio Sinisi (CartaCanta editore, Forlì 2014, pp. 80, euro 10) è la davvero non comune maestria di versificazione, nell’uso spregiudicato e innovativo della forma chiusa.
Al modo dei Contrasti medievali, dialoghi fra l’uomo e la donna, (Rosa fresca aulentissima di Cielo D’Alcamo), o dando la parola a oggetti inanimati secondo la figura retorica della «prosopopea» (la rosa e la viola, eccetera), Sinisi istaura un dialogo combattivo tra un io dubitante e un tu femminile che appare meglio esperienziato.
Sono trentadue doppie ottave simmetricamente distribuite in quattro capitoli. L’endecasillabo è perfetto (solo in un paio di occasioni l’accento è sulla quinta sillaba) e la struttura della rima talvolta è classica (sei versi a rima alternata e due in rima baciata: ABABABCC), ma più spesso è ABABCBCC, come in certi madrigali di Alessandro Contarini («A che ferirmi, ahi, dispietato arciero»), costruzione affine all’anglosassone strofa spenseriana (Edmund Spenser, 1552-1599).
Il Contrasto di Sinisi è un consapevole omaggio alle Canzonette mortali di Giovanni Raboni, le quali avevano l’inconfondibile timbro amoroso raboniano in un metro meno rigoroso. Sinisi (Barletta, 1987) è ricercatore nell’università di Bari, ha pubblicato da Archinto la raccolta poetica La fame (2011) e svolge un’intensa attività teatrale come aiuto regista nel Teatro laboratorio della Toscana, diretto da Federico Tiezzi. Lo scorso anno ha presentato al Meeting di Rimini una drammatizzazione delle Confessioni di Agostino.
L’eco di Raboni, nel Contrasto, si coglie anche nelle localizzazioni milanesi («da via Larga a via Festa del Perdono», percorso caro anche a Sinisgalli; «Lanza-Brera-Piccolo Teatro»), ma poi c’è anche Roma («gli architravi di Termini»; «la Salita del Grillo»; «via Tre Cannelle», «Centocelle»), e anche Venezia («sfiatati ci appoggiavamo ai calanchi / neri di Palazzo Ducale»), e perfino Termoli.
Questa instabilità paesaggistica, se da un lato è coerente con la precarietà identitaria dei protagonisti, dall’altro impedisce che il dettato si fissi stabilmente nella memoria del lettore che, attirato dalla circolazione dei sentimenti, si aspetterebbe un più profondo scavo.
C’è anche una caduta scurrile che Raboni non si sarebbe mai concesso. A questo proposito è significativo che nella prima edizione delle Canzonette mortali (Crocetti, 1986) fosse inclusa una sestina à la Arnaut Daniel, che non figurerà in Tutte le poesie (Garzanti, 1997) e neppure nel postumo Meridiano (Mondadori, 2006). L’esclusione, mi piace congetturare, forse è per motivi tecnici, perché la sestina è la più impervia delle forme chiuse, e l’ungarettiano «Recitativo di Palinuro» (nella Terra impareggiabile, 1950) è difficilmente emulabile; ma anche perché nella sestina raboniana c’è un doppio senso dimenticabile. Ricordo l’episodio come sfida a Sinisi che, con la sua padronanza metrica, potrebbe ben cimentarsi nella sestina.
Avevo accennato alla precarietà identitaria dei protagonisti: lui chiede a lei una risposta per riconoscere sé stesso, forse (per citare un poeta che non amo, Mario Luzi) ancora nell’«età immodesta e leggera, / quando si aspetta che altri, / chiunque sia, diradi queste ombre»; lei è appesantita da un passato da cui sembra difficile il distacco, entrambi in confusione tra amore e biochimica. Davide Rondoni, che dirige la collana e firma il risvolto, si chiede: «Un amore solo dispendio o acquisto, un incontro come conferma di una fatale mancanza e malora o scoperta? Si vede il cielo da questa finestra?». Ne condivido la conclusione: «La lingua italiana, nutrita di molte linfe eppure sciolta da ogni obbligo letterario, si mostra qui in uno strano sfarzo, ancora viva, ancora antica e futura».

avvenire.it

libri

© riproduzione riservata

Dentro la bellezza… Il velo e il finocchio, la vita che non inganna

É una vergine nordica quella dipinta da Marianne Stokes, artista austriaca del XIX secolo. Una Vergine Madre che rimanda alle tante Madonne del velo seminate nella storia dell’arte: la Madonna del velo di Raffaello, la Madonna del velo di Umberto Giunti, attribuita erroneamente a Botticelli. Madonne le quali, sollevando il velo che nasconde il divino Bambino, sembrano dire con il loro gesto: «Sotto il velo della carne si nasconde il Verbo dell’Altissimo, nato per morire». Forse per questo la Madonna della Stoke è anche un’Addolorata. Lo dicono i colori dell’abito, il rosso del sangue, il blu del Mistero. Lo dice lo sguardo mesto rivolto a noi, che rimaniamo quasi indifferenti di fronte al miracolo inusitato di un Dio che si fa uomo. Della passione, del destino di questo bambino, apparentemente uguale a tutti gli altri bambini, narrano gli arbusti spinosi sullo sfondo. Una girandola di spine che presto avvolgeranno il capo del Salvatore. Spicca tra esvelofinkk.jpgse un arbusto strano, ma inconfondibile per quanti amano andar per campi a raccogliere erbe, il finocchio selvatico. Un simbolo raro nell’arte, ma non sulla tavola. Un tempo, infatti, si era soliti offrire, con il vino meno buono, dolci al finocchio per la proprietà aromatica di questi semi capaci di correggere i difetti del vino. Per questo si prese ad usare il vocabolo “infinocchiare” col senso preciso di trarre in inganno. Non a caso la Madonna ha un abito dorato, tempestato di grappoli d’uva: quello che Cristo dispensa è il vino buono della gioia e della salvezza. Lo scopriranno quanti saranno fedeli nella tribolazione e lasceranno che si sollevi, per tempo, il velo della verità.

Il finocchio, infatti, ha la duplice valenza simbolica della forza e del tradimento. Non sono poche le nature morte che, mediante la comparsa di quest’ortaggio insieme con altri elementi, alludono alla Vanitas, cioè alla caducità della vita. Una di queste reca la firma di Carlo Magini, pittore marchigiano, del periodo barocco. Accanto a due finocchi in primo piano, egli dipinge due pezzi di carne (lombata di vitello), appena macellata, freschissima, e fra questi oggetti spicca un’arancia, frutto dorato che evoca l’albero della vita. Il simbolismo è chiaro: da un lato la carne con i suoi richiami e dall’altro l’inganno entro il quale la carne può trascinare a motivo del peccato. Dietro, una candela spenta e un fiasco di vino chiuso in modo approssimativo da una carta, raccontano della corruzione di tutte le cose, che incombe sul presente: la luce che si spegne, il vino che inacidisce. E noi, immersi in tutto questo, siamo appesi a un filo, in bilico come la tazza da caffe e il coltello in primo piano. Occorre qualcosa di certo che ci permetta di vivere il presente nella certezza del futuro. Tornano alla mente le sfide attuali. Di fronte ai diversi dibattiti sul genere, sui principi non negoziabili, di fronte all’appello accorato del Santo Padre contro eventuali guerre, la riflessione su ciò che veramente conta s’impone. E s’impone, ahimè, solo quando ciascuno di noi è messo di fronte al crudo realismo dei problemi, dove nessun tentativo di infinocchiare la realtà tiene. È bello allora trovare riposo fra le braccia di una Madre, come quella che ci offre Marianne Stoke, una madre capace di aiutarci a sollevare il velo che copre le coscienze, scoprire le falsità e giudicare tutto a partire da quella dimensione eterna che ci attende, dove tutto cadrà e solo la verità resterà, appunto, senza velo.

NAtura_Mor_42839740.jpg

Immagini
Marianne Stokes (1855-1927), Madonna col Bambino, 1907-08 Tempera su pannello, 88 x 119 cm. Wolverhampton Art Gallery, West Midlands, UK
Carlo Magini (1720-1806), Natura morta 1760 Olio su tela, 55×84 cm. Collezione Privata

avvenire.it