Su ambiente e sviluppo sostenibile accordo ancora distante

Difficoltà  rilevanti  sono segnalate da Rio de Janeiro, dove sono in corso i lavori  preparatori  della XXI Conferenza  mondiale annuale dell’Onu  su ambiente e sviluppo sostenibile (la cosiddetta Rio+20,  a vent’anni appunto dalla prima edizione del 1992 nella medesima città brasiliana),  che terrà la  sessione ministeriale, a livello di capi di Stato e di Governo,  dal   20 al 22 giugno. Per ora restano  posizioni fortemente divergenti sul testo del documento finale da approvare.  Come sempre accade in simili assisi internazionali, si stanno incontrando ostacoli  persino sull’uso e sul significato delle parole da impiegare nel documento.

osservatore romano

Minambiente, passo avanti sulla green economy e la tutela ambientale

Finalmente si parla di ambiente quale componente fondamentale per rimettere in moto l’ingranaggio della crescita, con un approccio fortunatamente diverso da quello del centrodestra italiano, che ha considerato la protezione e valorizzazione dell’ambiente come un costo, specie per quelle industrie energivore che vogliono continuare a mantenere livelli di inquinamento non più sostenibili.
Il rifinanziamento del Fondo rotativo del Protocollo di Kyoto con i proventi della vendita dei permessi di emissione in linea con la direttiva europea “Emissions Trading” è una scelta che premia chi inquina di meno e si rinnova, e che conseguentemente permetterà di promuovere le tecnologie verdi, mentre il recupero e la valorizzazione delle aree industriali dismesse soggette a bonifica ambientale configura un modello di sviluppo nuovo che riqualifica il territorio, invece di continuare sulla strada dei condoni, del saccheggio e della deregulation.
Ma vediamolo in dettaglio così come descritto dalla nota ufficiale del ministero dell’Ambiente:
“Nell’ambito delle decisioni che il governo dovrà assumere per la ripresa a partire dal Consiglio dei Ministri del 5 dicembre, il Ministro dell’Ambiente Corrado Clini ha presentato due proposte in materia di “Politiche e misure ambientali per la crescita” e “Prevenzione e Gestione del Rischio idrogeologico”.
In particolare le Politiche e misure ambientali per la crescita prevedono: Un piano nazionale per la manutenzione, la sicurezza e la revisione degli usi del territorio, fondato sulle competenze esistenti a livello nazionale, regionale e locale, e sostenuto da un fondo permanente; l’ Istituzione della lista delle tecnologie “verdi”, che contribuiscono alla protezione dell’ambiente ed alla riduzione delle emissioni dei gas ad effetto serra.
La promozione delle tecnologie “verdi” attraverso sia il rifinanziamento del ” Fondo rotativo del Protocollo di Kyoto” con i proventi della vendita dei permessi di emissione in linea con la direttiva europea “Emissions Trading” sia incentivi fiscali. La promozione dell’esportazione delle tecnologie “verdi” sostenendo le imprese italiane che partecipano ai programmi di cooperazione ambientale.
La valorizzazione dei parchi nazionali e regionali e delle zone di particolare pregio paesaggistico, con l’introduzione di misure di autofinanziamento e la partecipazione alla gestione di cooperative di giovani esperti con età inferiore a 35 anni; il recupero e la valorizzazione delle aree industriali dismesse soggette a bonifica ambientale, attraverso la semplificazione e l’allineamento delle normative tecniche alle norme ed esperienze europee, l’uso delle aree per insediamenti finalizzati prioritariamente alla produzione ed all’uso delle fonti rinnovabili, o per la realizzazione di zone boschive di “ricarica ambientale” nei casi delle aree piu’ compromesse, incentivi fiscali per le imprese che investono in quelle aree.
Sul dissesto idrogeologico – recita ancora la nota del ministero dell’Ambiente – è stato presentato uno schema di decreto legge che comprende misure di carattere fiscale, finanziario e amministrativo a favore delle aree colpite dagli eventi calamitosi ed introduce politiche di prevenzione per la difesa del suolo.
Fra le misure previste: La tracciabilità dei flussi finanziari e la verifica in tempo reale dello stato di avanzamento delle attività di erogazione e gestione dei fondi destinati alla prevenzione.
Sanzioni per gli amministratori che dirottano su interventi diversi i fondi destinati alla tutela del territorio; Misure per garantire l’informazione alle comunità interessate sugli stati d’allerta e sui provvedimenti a tutela della pubblica utilità. Una deroga al patto di stabilità per gli enti locali per gli interventi immediatamente successivi agli eventi che hanno causato danni alle popolazioni e al territorio. Un credito di imposta a favore dei privati che finanziano, su aree proprie o altrui, interventi di mitigazione del rischio idraulico, individuati dal Ministro dell’ambiente. Una forma di integrazione automatica del fondo di protezione civile”.
Per completare questo quadro di proposte occorre però che nel provvedimento di lunedì vi sia obbligatoriamente anche la conferma della detrazione fiscale del 55% ai fini del miglioramento dell’efficienza energetica, un caso di scuola di come le politiche e le misure ambientali possano essere volano per l’occupazione e la crescita.
Francesco Ferrante / paneacqua.eu

Germania: treno scorie, 1.300 arrestati

La polizia tedesca ha arrestato oggi all’alba 1.300 fra i manifestanti ambientalisti che a Dannenberg, nel nord, bloccavano la ferrovia dove deve passare un treno di scorie atomiche, proveniente dalla Francia e diretto alla vicina discarica nucleare di Gorleben. Lo scrive la Bbc sul suo sito. Il treno trasporta 11 container contenenti 300 tonnellate di scorie di uranio.
ansa

Durban, ultima spiaggia per salvare il pianeta

Le emissioni serra sono cresciute del 38 per cento tra il 1990 e il 2009. Il fragile accordo per ridurle, che impegna solo una minoranza dei Paesi inquinatori, sta per scadere. Il numero di governi pronti a sottoscrivere un’intesa per difendere l’atmosfera diminuisce. I climatologi avvertono che, continuando di questo passo, l’aumento di temperatura nel corso del secolo sarà devastante.

Messa in questi termini la scommessa di Durban, la conferenza Onu sul clima che si apre domani in Sudafrica, appare persa in partenza. La prima fase del protocollo di Kyoto del 1997, che impegnava i Paesi industrializzati a ridurre del 5,2 per cento le emissioni di gas serra entro il 2012, si concluderà alla fine del prossimo anno. Calcolando che per ratificarlo ci sono voluti sette anni di negoziati, con gli Stati Uniti che frenavano e l’Europa che spingeva, si comprende perché la missione di arrivare in tempo alla seconda fase di impegni appare impossibile.

Anche perché Canada, Russia e Giappone hanno già fatto sapere che non intendono firmare un impegno per il periodo che si apre con il 2013. Gli Stati Uniti non hanno mai sottoscritto alcun accordo vincolante sul clima. E i Paesi di nuova industrializzazione, dal 2008 responsabili della maggior parte delle emissioni serra, utilizzano la formula delle “responsabilità comuni ma differenziate” per rinviare l’accettazione di un target obbligato di riduzione.

La conferenza di Durban, presentata come “l’ultima occasione per salvare il clima”, segnerà
dunque il tramonto di un impegno per la difesa dell’atmosfera? Non è detto perché molti dei protagonisti della battaglia climatica non hanno gettato la spugna. L’Unione europea, che ha mantenuto gli impegni assunti a Kyoto, ritiene che solo se le emissioni globali di gas serra si dimezzeranno rispetto ai livelli del 1990 entro il 2050 si potrà avere un 50 per cento di possibilità di contenere l’aumento della temperatura globale di 2 gradi, il tetto oltre il quale i danni comincerebbero ad assumere una dimensione catastrofica.

E l’Unep, il Programma Ambiente delle Nazioni Unite, ha elaborato uno scenario di riduzione nei vari settori (produzione di energia elettrica, trasporti, edilizia, agricoltura, rifiuti) in cui si dimostra che i tagli sono realizzabili non solo a costi contenuti, ma con meccanismi che porterebbero a ricadute positive sull’insieme del’economia.

Da Durban, con buona probabilità, uscirà dunque uno scenario di transizione, un ponte tra il 2012 e il 2015, l’anno in cui potrebbe essere raggiunto un accordo più ampio. Un’intesa che probabilmente risulterà agevolata dal ruolo crescente della green economy nei Paesi caratterizzati dalle economie più dinamiche, a cominciare dalla Cina che ha già conquistato la leadership nel campo dell’eolico e del fotovoltaico.

Già a Cancun, alla conferenza sul clima del 2010, i Paesi industrializzati avevano scelto la strada degli incentivi economici impegnandosi a stanziare un fondo per il trasferimento di tecnologie pulite ai Paesi in via di sviluppo di 30 miliardi di dollari nel periodo 2010-2012 e di 100 miliardi di dollari l’anno fino al 2020. Una cifra in linea con quella che, secondo i calcoli di Confindustria, servirebbe per realizzare gli obiettivi volontari proposti al tavolo del negoziato dai Paesi che hanno firmato l’accordo di Cancun: 40 miliardi di dollari all’anno da qui al 2020. Inoltre il mercato del carbonio, cioè la compravendita di emissioni serra, nel 2008 è arrivato a 92 miliardi di euro e continua a crescere.

Insomma i meccanismi di mercato stanno timidamente cominciando a rivelare la verità dei prezzi, cioè il costo occulto prodotto dall’inquinamento. Un costo nascosto dal fiume di denaro che per decenni ha sostenuto il sistema produttivo basato sui combustibili fossili (ancora oggi incentivati con 400 miliardi di dollari di sussidi l’anno). Ma il processo è lento, mentre il disastro climatico avanza veloce. La sfida di Durban è tutta qui: si riuscirà ad accelerare il percorso di guarigione dell’atmosfera prima che la malattia diventi devastante?
repubblica.it