maya festeggiano il capodanno. E la fine del mondo?

Capodanno maya. Fra le rovine di Iximché, a cento km dalla capitale, Ciudad de Guatemala, tra danze solenni e riti ancestrali, i sacerdoti Maya hanno festeggiato in questi giorni l’arrivo del nuovo anno, il 5128, secondo il loro calendario. Ma cosa avranno da festeggiare se proprio una profezia maya annuncia la fine del mondo per il 21 dicembre 2012?

“Apocalypse later”. In realtà, pare che le cose non stiano in questo modo e a dirlo è il presidente della Repubblica Otto Pérez, che ha presenziato le cerimonie Maya e che, in occasione delle celebrazioni del capodanno, ha affermato la falsità della notizia di una imminente fine del mondo.

 

Un anno speciale. Sulla questione si è espresso anche il leader indigeno Cirilo Pérez Oxlaj ribadendo che «Di fronte alle falsità osservate da parecchio tempo, il Consiglio nazionale degli anziani ricorda e chiarisce al mondo intero che si sta solo concludendo un ciclo del Sole che noi chiamiamo Oxlajuj B’aqtun e non è la fine del mondo. (…) Questo anno promette di essere un anno speciale per il Guatemala, un anno in cui ci prepariamo per una nuova era composta da cinque cicli, un anno in cui armonizziamo il nostro cuore, i sentimenti e la nostra anima per poterli condividere con la nostra Madre Terra».
Giovanna Fraccalvieri – newnotizie.it

2012, l’anno della talpa

Un anno. Per l’eternità, un attimo; per chi soffre, un’eternità. Ricorderemo l’anno appena trascorso per la pesante crisi economica e finanziaria, con il suo strascico di ingiustizie e sofferenze, ma lo ricorderemo anche per la riscoperta della cittadinanza attiva da parte di molti, in tanti angoli del mondo. Una grande voglia di partecipazione, un protagonismo di base fuori dai partiti tradizionali, la ricerca di una politica altra, non antipolitica ma antipartitica.
Il presepe è una metafora del frammento di storia che stiamo vivendo. Il presepe racconta di povertà; parla di una famiglia come tante, vittima della “macelleria sociale” di sempre; una famiglia con varie difficoltà, non ultima la gravidanza di Maria, che come troppe donne, per ogni difficoltà, ne paga due.
Ci piace e ci fa commuovere il povero Cristo di gesso, immobile, innocuo del presepe. Invece facciamo fatica a vederlo in carne ed ossa, imprevedibile, che ci infastidisce in ogni “poverocristo”: nel bambino africano che vediamo in televisione, stremato dalla fame e dalla guerra e in sua madre che lo guarda morire; nella schiava bambina costretta alla prostituzione; nel malato terminale privato della dignità della sua malattia; nel disoccupato e nel precario che intravedono solo disperazione nel proprio futuro; nell’imprenditore in difficoltà che si suicida; nel tossicodipendente, nel malato di mente, nel portatore di handicap, nel detenuto, nel migrante, nel barbone; nel pensionato, nell’operaio e nell’impiegato che, col loro stipendio, stentano ad arrivare a fine mese.
«Non date mai ai poveri ciò che è vostro; semplicemente restituite loro ciò che gli appartiene e che gli avete rubato». Con queste parole di sant’Ambrogio, raccolte da Paolo VI nell’enciclica Populorum Progressio del 1967, la Chiesa sceglieva chiaramente da che parte stare: dalla parte dei poveri. Accettare fino in fondo il Vangelo di Gesù ci deve portare a denunciare fermamente l’imperante ondata di egoismo che schiaccia inesorabilmente i poveri e ci deve far andare controcorrente rispetto al dilagante perbenismo ipocrita da benpensanti. Purtroppo oggi le gerarchie vaticane sembrano più interessate a mantenere i propri privilegi che a difendere con credibilità i poveri; e purtroppo nella Chiesa la virtù di dissentire sembra essere ancora poco vissuta.
In questi anni i soloni della politica e della finanza ci hanno rotto le scatole con la storia della globalizzazione che accorcia le distanze fra gli esseri umani e li rende tutti abitanti di un unico villaggio globale. In realtà questa globalizzazione, prevalentemente economica e finanziaria, invece che ridurre ha aumentato i divari tra uomini e tra popoli, innalzando barriere invalicabili per la maggior parte degli esseri umani. I movimenti, derisi e inascoltati, criticano da anni questa globalizzazione fasulla, che lascia indietro o ai margini la maggioranza degli esseri umani. Tanti, forse solo con i mezzi di Davide contro Golia, continuano a contrastare il gigante: pensiamo alle grandi manifestazioni dell’anno che si chiude, al commercio equo e solidale, alla finanza etica, all’obiezione alle spese militari, al boicottaggio delle multinazionali; pensiamo a tutti coloro che spendono la vita con coraggio e gratuità per la giustizia e la solidarietà; una solidarietà che resiste, che opera in mille rivoli, raggiunge i luoghi abbandonati, si china sulle più intoccabili ferite; una solidarietà che non si arrende.
Nella selva del Chiapas si racconta questa storia. «Il leone non uccide con gli artigli o con i denti aguzzi. Il leone uccide guardando. Atterra la preda con una zampata poi rimane a guardarla. La bestiola vede ciò che il leone guarda, vede la sua immagine nello sguardo del leone; vede che nello sguardo del leone lei è piccola e debole. E per la paura con cui si vede nello sguardo del leone, ha paura. È così che la bestiola si arrende e il leone la divora senza pietà. Il leone uccide guardando. Però c’è un animaletto che non reagisce cosi, che quando incontra il leone non gli presta attenzione e continua per la sua strada. E se il leone gli dà una zampata, lui risponde graffiando con le sue piccole zampine. E questa bestiola non si arrende al leone perché non si accorge di essere guardata… è cieca: è la talpa. La talpa rimase cieca perché, invece di guardare fuori, prese a guardarsi nel cuore. E dunque non si preoccupava di forti o deboli, di grandi o piccoli, perché il cuore è il cuore, e non si spaventa come si spaventano gli animali o le cose. Ma questa cosa del guardarsi dentro era permesso farla solo agli dei, che la castigarono, non lasciarono più che guardasse fuori e la condannarono a camminare e a vivere sotto terra. Ma la talpa non ne soffrì nemmeno un po’, giacché continuò a guardarsi dentro. Ecco perché la talpa non ha paura del leone. E non ha paura del leone neppure l’uomo che sa guardare nel proprio cuore. Vede la forza del proprio cuore e quindi fissa il leone; e il leone si accorge, guardando negli occhi dell’uomo, di essere solo un leone, e il leone si vede guardato, e ha paura, e scappa via».
Non dobbiamo più permettere che i leoni impongano cosa vedere e come guardarci; il leone, la crisi, la manovra ingiusta del governo, le caste, le gerarchie non ci faranno paura se, guardandoci nel cuore, riscopriremo la nostra dignità, il meglio di noi. E se saremo in tanti a farlo, se saremo noi ad imporre ai leoni come e cosa guardare, per loro saranno veramente guai. Allora buon 2012 a tutte le “talpe”!
 di don Vitaliano Della Sala – adista