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Israele/Palestina, quei popoli che vivono tra il bisogno e la paura di dover scavalcare un muro che tanti, invece, vorrebbero copiare

(a cura Redazione “Il sismografo”)

(Damiano Serpi) Si fa tanto un gran parlare oggi di muri, reticolati, filo spinato, barriere mobili e fisse da posizionare per la nostra icurezza, protezione e tranquillità. L’umanità sembra essersi svegliata di soprassalto ed essersi accorta all’improvviso, come ci racconta una vecchia storia, di essere come un re nudo. Ricco, potente, autorevole ma nudo.
Abbiamo paura, ci sentiamo indifesi, percepiamo il futuro come l’ammassamento di terribili “uomini neri” che sempre più nascosti nell’ombra attendono il momento più proficuo per farci del male, toglierci le nostre conquiste, farci oggetto delle più tremende violenze. Siamo certi che le nostre ricchezze, conquiste, agi e la nostra stessa vita siano in grave pericolo. Un pericolo incombente che però viene solo dall’esterno, dagli altri, da fuori confine, da chi è diverso da noi per cultura, cittadinanza, razza, credo religioso, usi e costumi. Noi siamo nel giusto, gli altri no. Ciò che di male viene da fuori è classificato subito come terrorismo da combattere senza esclusione di colpi. Se, invece, avviene al nostro interno allora è solo follia, pazzia, goliardia da compatire.
Ci sentiamo come quei conquistatori del Far West che si cinturavano dentro serratissimi fortini in mezzo alla radura con il terrore che gli indiani, i cattivi per antonomasia, facessero scalpo delle loro teste. Così ci rifugiamo dentro casa, alziamo muri, mettiamo catenacci, poniamo barriere sempre più invalicabili laddove riteniamo possano fungere al meglio la loro funzione protettiva. Ci sediamo davanti ad una tastiera e un mouse e cominciamo anche noi ad alzare muri digitali. Ci viene facile etichettare gli altri, far di tutta l’erba un fascio, chiedere provvedimenti sempre più pesanti e, cosa ancor più grave, fornire quell’acqua indispensabile affinché il razzismo e l’antisemitismo di vecchia memoria resuscitino dalle ceneri ancora ardenti di un passato con cui, soprattutto noi europei, non abbiamo ancora fatto i debiti conti. Non siamo sicuri dove stia realmente il limite di sicurezza oltre il quale è meglio non andare, tuttavia lo decidiamo a priori e su di esso costruiamo le nostre convinzioni, teorie e teoremi.
Il muro, tanto più alto tanto meglio, serve per farci credere non solo di essere al sicuro ma anche di essere dalla parte dei giusti, dei buoni, delle vittime che devono potersi difendere. Non importa troppo investigare sulla reale efficienza ed efficacia di quella barriera, l’importante è convincersi che serva, sia indispensabile. Inoculata questa convinzione il gioco è fatto. Ad ogni tentativo di scavalcamento o ad ogni conclamato fallimento del muro non si potrà più tornare indietro ma si rilancerà. Si troverà sempre qualcosa da migliorare e così il muro si ingrosserà sempre più. Individuato il nemico lo si vedrà ovunque e si sceglierà in base a questo assioma e non al buon senso. Il personale soccomberà sempre rispetto al generale. Ecco perché in questo martoriato pianeta Terra oggi tutti si sentono in diritto e in dovere di combattere il terrorismo. Non ce ne siamo ancora accorti? Eppure, basta accendere una tv e guardare un notiziario. Tutti combattono contro il terrorismo, però sempre quello degli altri. Nessuno è più “il cattivo” di una volta ma son tutti “il terrorista numero 1”.  In Siria, in Libano, in Turchia, in Libia, in Ucraina, in Terra Santa, in Iraq, nello Yemen e in tantissime altre parti del mondo, persino in casa nostra, ognuno usa le armi, la forza e la violenza con la motivazione di voler combattere il terrorismo di qualcun’altro. Intento più che meritevole e giusto, ma a chi spetta decidere chi è il terrorista da colpire e da cui proteggersi? Esiste un manuale di istruzioni che ci fornisce un chiaro decalogo da rispettare? E, infine, i muri ci proteggono davvero dai terroristi?
Tanti estimatori delle barriere ai confini, persino in Italia, prendono come fulgido esempio da imitare la barriera di protezione che negli ultimi lustri lo Stato di Israele ha costruito a protezione dei propri instabili confini con la Cisgiordania occupata. Persino il presidente USA Donald Trump lo ha fatto per giustificare la bontà della sua idea, oggi divenuta triste realtà, di realizzare un identico alto muro fisico sul confine che separa il suo Paese dal Messico per evitare che i “malvagi” entrino nel suo territorio. I dati parlano chiaro. E’ inequivocabile e incontestabile il fatto che il muro di contenimento israeliano abbia reso possibile negli anni una costante diminuzione degli attentati terroristici. D’altronde l’idea era tanto semplice quanto ovvia. Meno gente passa attraverso un confine meno possibilità hai che qualcuno di loro sia un terrorista in visita non tanto amichevole. Ragionando per eccesso è come dire che se mettessimo un numero chiuso alle autovetture che devono circolare in una data rete stradale avremmo di certo una diminuzione degli incidenti e del numero delle vittime. Ma questo significa, forse, che quel muro è stato davvero efficace ed efficiente? E soprattutto, a che prezzo?
Si fa in fretta a parlare dell’efficienza e della bontà di un muro quando non si ha a che fare con esso ogni giorno. Questo è ancor più vero quando la frase deve riferirsi a noi che nel nostro quotidiano ci infuriamo per una coda all’ufficio postale o per un ingorgo in centro che ci fa ritardare di qualche minuto all’appuntamento in palestra o con il parrucchiere. La realizzazione di questo lungo muro in calcestruzzo e ferro lungo un’ipotetica linea di confine tra Israele e Cisgiordania non si può valutare solo con la scarna e impersonale statistica dei numeri. Per capire cosa ha provocato e provoca tuttora l’esistenza di questa barriera fisica occorre mettersi nei panni di coloro che devono conviverci tutti i santi giorni dell’anno. Facendolo ci si renderà conto che israeliani e palestinesi hanno pagato e pagano ogni giorno un prezzo molto alto per poter leggere i numeri di quella statistica, forse hanno pagato quel risultato con una salata ipoteca sul loro stesso futuro. Da una parte ci sono i palestrinesi che vedono in quel muro la propria frustrazione, impotenza e fallimento di un sogno. Quel muro per loro è diventato un simbolo di inganno, di scarto e di concenti delusioni. Per i palestinesi quel muro rappresenta la loro inferiorità rispetto al vicino, la loro repressa identità di popolo e nazione, la loro conclamata subalternità che si sostanzializza in una pressoché totale impossibilità di esercitare il fondamentali diritto alla mobilità. Ma non solo questo. Quel muro ha pian piano decretato l’aprioristica appartenenza di tutti i palestinesi, nessuno escluso, alla categoria dei “terroristi” da cui tenersi alla larga e sottoporre a dei ferrei controlli. Non importa se non lo si è per davvero, se si è sempre vissuto pacificatamene o se nel proprio animo si è sempre coltivata la cultura del rispetto. Si è terroristi “presunti” per il solo fatto di essere palestinesi, di essere nati in una famiglia palestinese, di vivere in un villaggio palestinese. E’ quel muro che lo dice, lo testimonia, lo certifica e lo pretende. Insomma, capovolgendo i principi del diritto penale universale, quel muro sancisce di fatto il principio che ogni palestinese è terrorista fino a prova contraria.
Dall’atra parte del muro gli israeliani hanno pian piano dovuto convivere e convincersi dell’idea che qualsiasi cosa fosse arrivata dalla parte opposta non sarebbe potuta essere che negativa, pericolosa, potenzialmente deleteria. Per loro il muro è diventato quel limite immaginario dove a destra di esso sta il bene e a sinistra tutto il male.  Oltrepassare quel muro equivale ad uscire dal fortino western per cadere nelle mani degli indiani pronti a colpirti con frecce e pugnali. Quel limite di calcestruzzo rappresenta il più pericoloso incubo con cui convivere, quello di sapere ed essere conscio in ogni momento del fatto che a pochi passi da te, dietro quel muro alto 10 metri, c’è sempre e comunque un nemico che ti odia, ti sorveglia, trama contro di te e aspetta con pazienza l’occasione per vendicarsi. Tutta la tua vita viene così regolata dalla presenza di quel muro che ti impone scelte, ti segna i percorsi, ti impedisce di evadere. Un muro che sopravvive e condanna l’esistenza di tante generazioni.
Con tutto questo devono convivere palestinesi e israeliani ogni giorno. Lo devono fare per spostarsi, per andare al lavoro, per far visita a un parente, per tornare a casa, per frequentare la scuola, per esercitare una professione o il commercio, per esercitare ogni loro sacrosanto diritto. Per turisti e pellegrini quel muro e quei check point sono un’attrazione quasi turistica, un obiettivo per le loro fugaci e “rubate” foto scattate dagli autobus o dai minibus in corsa che non devono subire alcun controllo ma devono solo transitare più lentamente in prossimità dei controlli. Per chi vive da quelle parti la musica è ben diversa.
I muri, le barriere, i new jersey di cemento posizionati a serpentina sulle strade, i check point, le torrette con le mitragliatrici a bella vista sono tutti simboli concreti di una convivenza che si basa sul sospetto, sulla reciproca mancanza di fiducia, sull’idea che l’altro sia sempre e comunque un nemico di cui avere paura e diffidenza. Paradossalmente proprio i check point sono tuttavia uno dei pochi luoghi in Terra Santa dove avviene comunque un incontro quotidiano tra i due popoli, dove le sponde opposte si mescolano e, seppur tra mille distingui, si apre un dialogo tra chi ha la consapevolezza di vivere gli stessi disagi. Da una parte i palestinesi che lottano per superare quei controlli e quel muro perché farlo significa poter andare a lavorare, avere una chance di guadagno, poter assicurare una vita dignitosa alla propria famiglia. Dall’altra i militari israeliani che devono convivere con l’idea che ogni uomo o donna, persino i bambini, che passa loro davanti può essere un terrorista pronto a immolarsi e immolare anche loro.
E così, proprio ieri mentre aspettavo il mio turno per passare i controlli in un check point israeliano ecco arrivare una notizia. Poco lontano, in un altro punto di controllo, un’auto non ha rallentato e i militari israeliani, vedendosela arrivare a tutta velocità, hanno aperto il fuoco uccidendo il conducente. Cos’era successo in realtà? Quell’andatura era frutto di un tentativo malevolo, di un malore improvviso o solo un caso, una goliardata di qualche giovanotto troppo esuberante? Da qualsiasi altra parte del globo avere quelle informazioni avrebbe fatto la differenza, ma non lì dove il muro detta legge, ricorda perennemente ciò che gli uomini potrebbero dimenticare. Non appena si è diffusa la notizia ho sentito intorno a me cambiare l’atmosfera, come quando durante una soleggiata giornata d’estate il cielo si incupisce all’improvviso e inizia a piovere a dirotto. I militari israeliani che avevo di fronte, tutti giovani sui 20 anni, avevano ora sul viso uno sguardo diverso, più cupo, più scuro. La mente di ognuno di loro si stava di certo domandando: “e se fosse successo a noi?”. Tutto era cambiato in pochi istanti. Per loro quella notizia era stata come il richiamo all’ordine. Erano lì per quello e chi era di fronte a loro poteva essere il nemico. Non era più tempo per la conversazione, per lo scambio di qualche seppur breve parola, per un sorriso strappato al passaggio di un bambino curioso o simpatico. Per i palestinesi in coda da ore per entrare nel tornello, e così passare il controllo dei documenti con la dovuta perquisizione, quella notizia complicava le cose. La loro paura era adesso quella di vedersi chiudere l’accesso e così dover rinunciare alla giornata di lavoro, alle proprie commissioni, ai propri commerci e tornare mestamente a casa con le pive nel sacco.
In un batter di ciglio ciò che sembrava essere il lento e stanco protrarsi di una formalità si è trasformato in qualcosa di più profondo. Ho potuto leggere nello sguardo di quelle persone che mi circondavano la paura e il terrore reciproco. Per me questo sentimento è durato poco, giusto il tempo di passare al controllo sfruttando il mio passaporto straniero e le credenziali in mio possesso. Avevano fretta di liquidarmi e di farmi passare alla svelta. Dietro di me sono transitate altre tre o quattro persone, poi il tornello è stato bloccato. Qualcuno alla radio aveva imposto un alt momentaneo per approntare nuove misure di sicurezza. Ecco, io ero passato. Per me è stata solo una piccola esperienza di vita da poter e dover raccontare. Per tutte quelle persone, siano esse palestinesi e israeliane poco importa, non era così. Per loro l’incubo continuava e si sarebbe ripresentato la sera dopo, il giorno dopo, la settimana o il mese dopo ancora.
Andando via da quel luogo ho guardato per l’ultima volta quel lungo muro grigio che divide in due quella Terra dove Gesù il Cristo camminò per davvero e convertì la gente con le sue parole e i suoi miracoli. Nel seguire con la coda dell’occhio quel muro che sembrava non finire mai all’orizzonte mi son chiesto come sarebbe oggi la mia vita, i miei sentimenti, il mio futuro se quella fosse stata la mia patria, la mia terra natia, il luogo della mia vita. Quel muro così austero e invincibile avrebbe condizionato anche me? Quel muro avrebbe cambiato anche le mie idee, i miei ideali, il mio agire? Quel muro che impatto avrebbe avuto con i miei sentimenti, la mia fede, il mio quotidiano vivere la vita? Ecco, forse sono queste le domande che ognuno di noi, soprattutto se si sente cristiano, dovrebbe porsi prima di dare un giudizio sulla bontà di un muro da costruire o su una barriera da innalzare per dividere l’umanità tra i buoni e cattivi.

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