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“Per la Chiesa la cosa più pericolosa è la minaccia di uno scisma o la pressione del clericalismo integrista?”

(a cura Redazione “Il sismografo”)

José María Castillo sj con Papa Francesco
(José María Castillo) Meno di una settimana fa ho pubblicato una breve riflessione su “Religión Digital”, proponendo, per quanto riguarda i problemi relativi all’Amazzonia, di unirci tutti al papa, invece di criticarlo. E su questo stesso concetto, prima di tutto, voglio insistere. Ma aggiungendo una domanda: la cosa più pericolosa nella Chiesa proprio ora è la minaccia di uno scisma o è la pressione del clericalismo integrista?
La ragion d’essere di questa domanda è facilmente comprensibile: negli ambienti della Curia Vaticana le idee e gli interessi dei cardinali, dei vescovi e dei monsignori che rappresentano il clero conservatore hanno indubbiamente un peso maggiore rispetto alle idee ed alle privazioni di centinaia di migliaia di cristiani che vivono abbandonati nell’immensa Amazzonia.
Ebbene, coloro che fanno pressioni a Roma, affinché il papa non prenda alcuna decisione in questo momento, dovrebbero (soprattutto) ricordare quell’importante testo del Concilio Vaticano II: “I laici, come tutti i fedeli, hanno il diritto di ricevere abbondantemente dai sacri pastori i beni spirituali della Chiesa, soprattutto gli aiuti della parola di Dio e dei sacramenti” (LG, 37).
Rispondere adeguatamente a questo diritto dei fedeli è un obbligo pressante che ha il governo della Chiesa. Un obbligo a cui il papa deve rispondere, qualunque siano gli interessi e gli argomenti del clero più integrista e conservatore.
Nella Curia Vaticana dovrebbero sempre tenere presente che la Chiesa ha la sua origine e la sua ragion d’essere non in certi settori del clero, per quanto importanti possano essere. La Chiesa ha la sua origine e la sua ragione d’essere in Gesù il Signore, la “Parola” che Dio doveva dire a questo mondo e che nel Vangelo Gesù ci ha lasciato. E non dimentichiamo che ce l’ha lasciato come mandato, che ha il suo culmine nell’Eucaristia, perché facciamo memoria di lui e lo teniamo presente.
Questo dato è così decisivo che tutto il resto vi è subordinato. Perfino la nomina di vescovi e ministri in ogni comunità cristiana. È importante sapere che nella Chiesa dei primi secoli a ogni comunità si riconosceva il diritto di eleggere i suoi ministri. Ed anche il diritto di rimuoverli, quando i ministri non si comportavano in coerenza con la loro missione. Non sto esponendo una teoria. Sto parlando di un fatto ben dimostrato. Nell’autunno del 245 a Cipriano, vescovo di Cartagine, si presentò il problema sollevato dai fedeli di tre diocesi spagnole: León, Astorga e Mérida. In queste chiese i vescovi non avevano adempiuto al loro obbligo di difendere la fede cristiana nella persecuzione dell’imperatore Decio contro i cristiani. In una situazione del genere le comunità avevano deposto i tre vescovi dai loro incarichi. Ma uno di loro, chiamato Basilide, si rivolse a Roma, a papa Stefano, con un rapporto manipolato a beneficio di Basilide. Il papa lo ricollocò nella sua sede diocesana.
Ebbene, stando così le cose, i fedeli delle tre diocesi citate, nel vedersi abbandonati da Roma, andarono da Cipriano, che convocò un Sinodo locale per risolvere la questione. La decisione del Sinodo ci è pervenuta nella lettera 67 di Cipriano, firmata anche dai 37 vescovi partecipanti al Sinodo.
Si può ragionevolmente pensare che si trattava di una mentalità estesa e approvata dalle Chiese del secolo III. Ebbene, nella lettera sinodale vengono fatte tre affermazioni decisive:
1) La comunità locale ha il potere di eleggere i suoi ministri, in particolare il vescovo:
“Vediamo infatti che ha origine divina l’elezione del vescovo alla presenza del popolo fedele, sotto gli occhi di tutti … Dio ordina che di fronte all’assemblea si elegga il vescovo” (Epist. 67, IV, 1-2).
2) La comunità ha il potere di rimuovere il vescovo indegno:
“Per questo il popolo … deve allontanarsi dal vescovo peccatore e non mescolarsi al sacrificio di un vescovo sacrilego, soprattutto quando ha il potere di eleggere vescovi degni o di rifiutare quelli indegni” (Epist. 67, III, 2).
3) Persino il ricorso a Roma non deve cambiare la situazione, quando non è stato fatto con verità e sincerità:
“Un’ordinazione regolare (quella di Sabino, successore di Basilide, ndt) non può essere invalidata dal fatto che Basilide… sia andato a Roma e dal nostro collega Stefano (che, per il fatto di stare lontano dal luogo dove sono avvenuti i fatti, li conosce male) abbia ottenenuto di essere ingiustamente riabilitato nella dignità episcopale, dalla quale è stato regolarmente deposto” (Epist. 67, V, 3).
È evidente che questo Sinodo dimostra di avere una mentalità secondo la quale la Chiesa consisteva più nella comunità che nel clero. Questo non significava attentare contro i diritti del clero, ma semplicemente riconoscere la funzione ed i diritti della comunità.
Così si pensava e si agiva nella Chiesa dei primi secoli. Attualmente si pensa e si agisce esattamente all’opposto: ciò che viene imposto è l’interesse e la convenienza del clero, anche quando ciò comporti il lasciare nell’abbandono religioso ed evangelico centinaia di migliaia di cristiani, che non possono conseguire l’adempimento dei loro diritti perché viviamo in una Chiesa che antepone gli interessi del clero ai diritti degli ultimi di questo mondo.
Ed è molto importante sottolineare molto chiaramente che questa situazione sarà risolta quando saranno prese due decisioni, che sono sempre più pressanti: 1) consentire l’ordinazione presbiterale degli uomini sposati; 2) stabilire nella Chiesa l’uguaglianza dei diritti delle donne e degli uomini.
Con l’evoluzione della società e della cultura, queste due decisioni saranno inevitabili entro pochi anni. Ci piaccia o no, il mondo sta andando in questa direzione. Ancora una volta la Chiesa insisterà nell’imporre al mondo e alla storia ciò che il mondo e la storia hanno già ampiamente dimostrato, che la Chiesa non ha alcun potere per questo e che non è in questo mondo per questo?
La conclusione è chiara: la stessa fedeltà alla Chiesa e al papa, che mi ha motivato a scrivere la precedente riflessione sull’Amazzonia, è quella che ora mi motiva a dire quello che scrivo qui perché è ciò che vedo più coerente e pieno di speranza non solo per la Chiesa e il papa, ma anche per l’Amazzonia.
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Articolo pubblicato il 17.02.2020 nel Blog dell’Autore in Religión Digital (www.religiondigital.com )
Traduzione a cura di Lorenzo TOMMASELLI

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