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«La violenza su un bambino è un omicidio psichico». Con buona pace di papi, reverendi e monsignori

La strategia della Chiesa nei confronti della pedofilia è sempre stata quella di evitare lo scandalo e proteggere il confessore, che anche durante il periodo dell’Inquisizione raramente incorreva in pene gravi pur di fronte a eclatanti violazioni. I preti, in virtù di un privilegio di casta, non subivano la tortura e la carcerazione preventiva, e nel caso di auto-accusa spontanea le pene erano ancora più lievi e niente affatto commisurate alla gravità e alla reiterazione delle condotte. Non si offendano i convinti sostenitori di Bergoglio ma la strategia delle autorità ecclesiastiche, attuale e recentissima, di denuncia e intransigenza è solo il frutto di un necessario adeguamento alle mutate circostanze, dato che il problema è esploso a livello mondiale e non è più occultabile. Ogni tanto qualche prelato sfugge alle maglie predisposte dal pontefice argentino per mantenere il tema della pedofilia clericale il più lontano possibile dai riflettori mediatici al fine di gestirlo “dettando i tempi” più consoni a quelli della Chiesa.

È il caso (solo l’ultimo di tanti) del reverendo Usa, Richard Bucci, un prete di Rhode Island il quale ha vietato la comunione ai legislatori statali che hanno sostenuto la legge sul diritto all’aborto, giustificandosi così: «L’aborto è un massacro di bambini innocenti. Non c’è paragone tra pedofilia e aborto. La pedofilia non uccide nessuno, l’aborto lo fa». Premesso che la confusione tra feto e bambino la dice lunga sulla chiarezza di idee del prelato sull’argomento, dato che è da tempo scientificamente provato che la vita umana inizia alla nascita (pertanto, anche per semplice logica, chi non è nato non può essere ucciso), in “risposta” all’affermazione violentissima di don Bucci, e a dimostrazione che riflette una “convinzione” ancora molto radicata in ambito ecclesiastico cattolico (e non solo), vi proponiamo questa intervista alla neonatologa e psicoterapeuta Maria Gabriella Gatti che abbiamo pubblicato su Left del 31 agosto 2018.

Dottoressa Gatti, cos’è la pedofilia?

Il pedofilo è un grave malato mentale, nonostante ciò che afferma la psichiatria americana nel DSM-V, il manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali, che include la pedofilia tra i disturbi del comportamento sessuale nel gruppo delle parafilie. Giustamente c’è chi ha definito l’abuso sessuale su un minore un «omicidio psichico»: non ha niente di sessuale in quanto è un’azione, una pulsione se vogliamo usare una terminologia psichiatrica che va contro l’identità, la potenzialità psichica ed evolutiva del bambino. Il bambino rappresenta quell’identità umana, vitalità che il pedofilo ha perduto per vicende personali. Nel comportamento del pedofilo se la pulsione omicida, compulsiva e ripetitiva, rappresenta l’aspetto psicopatologico, il controllo razionale gli conferisce una qualità criminale propria delle psicopatie. Infatti quest’ultimo consente fino a un certo punto di evitare le conseguenze penali oltre che l’utilizzo di sofisticate strategie di scelta e di avvicinamento delle vittime.

Quali sono le conseguenze della violenza subita?

Tradito da una figura importante di riferimento, il minore può andare incontro a uno stato dissociativo, a una grave depressione, a sensi di colpa intensi che minano il senso della propria identità. Nel caso che le vittime siano soggetti prepuberi, ciò che si va a colpire è l’evento trasformativo fisico e psichico dell’adolescenza e la possibilità del rapporto uomo-donna.

Qual è la particolarità della pedofilia di matrice clericale?

Per comprendere il manifestarsi della pedofilia nella chiesa cristiana dobbiamo prendere in considerazione due aspetti. Il primo deriva dal pensiero greco: le donne e i bambini fino ai sette anni non erano considerate persone perché privi di razionalità; l’altro prende origine dalla concezione sacrale e trascendente dell’assoluto proprie delle religioni monoteistiche. Il cristianesimo dei primi secoli fu impegnato nell’operazione di assorbire la filosofia platonica nella propria teologia, grazie soprattutto ai Padri della Chiesa e a Origene. Platone notoriamente non amava molto il genere femminile e Origene si evirò: la dottrina cristiana relegava le donne a ruolo di madre e moglie. L’unica emancipazione loro consentita era un percorso virginale, che le rendeva simili a Maria ma che comunque le escludeva dal sacerdozio. La sessualità e il peccato erano considerati donna come Eva, e sono noti gli sforzi di sant’Agostino per poterne venire a capo. Il concilio di Trento confermando la supremazia del celibato e della verginità come ideali cristiani cercò, con esiti più che discutibili, di ripristinare l’ascetismo delle origini e accentuò il carattere maschile dell’istituzione Chiesa rendendo, se possibile, ancora più distante e astratta l’immagine femminile.

Il celibato, o la verginità, come ideale di vita clericale, imporrebbe una sorta di sublimazione per cui la sessualità verrebbe deviata dal suo scopo (dal rapporto uomo-donna) per essere indirizzata a fini di elevazione spirituale (verso un ente onnipotente ed astratto). La sublimazione è in realtà un’assenza di rapporto e il suo ideale è l’anaffettività. La pedofilia è l’esito estremo di un processo di annullamento della sessualità e del rapporto uomo-donna. Il sacro si costituisce come totale alienazione ed estraneazione da sé di ciò che è specifico della realtà umana cioè il pensiero irrazionale, costituito da sensazioni, immagini, affetti che si generano dai rapporti e danno forma alla creatività. Secondo Rudolf Otto la dimensione sacrale è «l’irrazionale nell’idea del divino» cioè una sfera misteriosa oltre la logica e la ragione. Nel tentativo di rapportarsi al sacro, il prete corre il rischio di perdere la propria identità e annullare la propria dimensione umana e affettiva: egli è facile preda dello smarrimento e del terrore che si traducono in condotte paradossali e perverse. Il sacro si costituisce come l’esperienza di un’alterità radicale, il cosiddetto “anders”, il “fascinans et tremendum” che abbaglia la mente determinando una reazione di terrore.

E cosa può accadere?

Il sacerdote che dovrebbe essere colui, come dice la parola, che testimonia l’esistenza del sacro, diventa una vittima, destinata a creare altre vittime, dell’aspetto terribile ed inquietante del sacro. Bisogna ricordare quanto scriveva Ernesto De Martino: nel momento in cui si costituisce l’esperienza del sacro si rischia di “non esserci”, di perdere cioè l’identità. In questo contesto, la pedofilia è uno specifico modo con cui si risolve nella psicopatologia la “crisi della presenza” vale a dire la crisi di identità che è insita nel rapporto con il sacro. La pedofilia nel momento in cui si lega alla realtà del sacro, sarebbe la testimonianza di una crisi (della presenza) dell’identità che non riesce a risolversi attraverso la dinamica della “tecnica rituale”, infatti il compito del rito è quello di fornire una configurazione simbolica ai contenuti psichici alienati. Verrebbe spontaneo considerare la violenza contro il bambino da parte dei preti pedofili come il risultato di uno sconvolgimento, di un mutamento catastrofico improvviso che altera tutti i criteri di giudizi e di riferimento etico.

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