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Governo. Conte, Renzi e il pericolo di andare alla conta. Mattarella valuta gli scenari

È un gioco di specchi. Renzi accusa Conte (e Zingaretti) di aver già deciso la «cacciata». L’avvocato-premier dice l’esatto contrario, che il leader di Iv ha ormai fissato il suo obiettivo politico: scalzarlo da Palazzo Chigi. È in questa lettura contrapposta tutta la gravità di quella che mercoledì era una «pre-crisi», ieri mattina una «crisetta» e in serata si è trasformata in uno «show-down». Un’escalation che Mattarella ha iniziato a seguire in tempo reale, potenziando tutti i canali di interlocuzione istituzionale. Dal Quirinale si dosano le parole, non si dà nulla per già compiuto e la definizione più precisa della situazione è «rischio di crisi». Il capo dello Stato teme che entrambi i duellanti abbiano deciso di chiudere i conti tra di loro, che stiano via via allontanando ogni ipotesi di mediazione e compromesso. Un fatto che lo obbligherebbe a valutare tutti gli scenari, e a leggere attentamente i segnali del Parlamento.

Se ci fosse la crisi ogni strada sarebbe aperta, fermo restando che il dosso del referendum costituzionale del 29 marzo, seguito dai tempi tecnici (due mesi) necessari per disegnare i nuovi collegi in caso di conferma del taglio dei parlamentari, chiuderebbe la finestra elettorale nazionale sino a giugno. Prima di luglio-settembre, insomma, non si potrebbe votare. E allora, se la spaccatura tra Iv e resto della maggioranza diventerà formale, è plausibile che il primo gesto di Mattarella sia rinviare Conte alle Camere, per verificare i numeri. In caso di sfiducia, e di assenza di alternative, il premier potrebbe restare in carica per gli affari correnti e lo scioglimento sarebbe rinviato a quando l’intero iter successivo al referendum costituzionale sarà completato.

Ma, appunto, bisogna ascoltare attentamente i segnali del Parlamento. Per valutare, ad esempio, se ci siano disponibilità per un esecutivo istituzionale, con un mandato preciso e delimitato. E poi, una volta riaperti le porte del Quirinale alle delegazioni dei partiti, potrebbero spuntare nuove sorprese. La Lega, ad esempio, si presenterebbe al Colle con l’unica richiesta del voto anticipato o con la ‘linea Giorgetti’, favorevole ad una tregua per completare le riforme istituzionali? Il centrodestra, inoltre, potrebbe tornare a fare fronte comune chiedendo di aprire le consultazioni per un esecutivo a sua guida, contando sullo sfarinamento di M5s. Le strade sono davvero tante e varie, insomma. Per ora, conviene tenere i fari puntati sui protagonisti. Il premier Conte sta valutando in queste ore lo «schema Salvini», ovvero portare in Parlamento la crisi e lì sfidare Renzi a viso aperto. Per poi tirare fuori l’asso, ovvero quel drappello di «responsabili» (centristi e forzisti) disponibili a far proseguire la legislatura. Al Senato, per stare in sicurezza, ne servirebbero 10-15. Ma certo, il fatto che la crisi si stia consumando sulla giustizia non aiuta i moderati a uscire allo scoperto.

Conte, quindi, è tentato dallo strappo finale, ma anche consapevole dei rischi. È certo che Renzi stia ‘bluffando’, ma non ha ancora tra le mani le certezze che gli servono per fare l’ultimo passo. E poi, la polveriera M5s come reagirebbe a un’alleanza con ex berlusconiani? E mentre si vagheggia anche di ritorni di fiamma Di Maio-Salvini, che però spaccherebbero definitivamente i pentastellati, Renzi in serata continua a spiegare le sue ragioni: dopo l’Emilia, dice, Conte e Zingaretti dovevano imporre un riequilibrio al M5s, ma al contrario li hanno ‘coccolati’ adeguandosi alla loro agenda, preferendo gli scenari di alleanze future al governo del Paese. «Noi siamo alleati, non sudditi. Se qualcuno vuol fare la ruota di scorta, si accomodi».

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