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Un’analisi storico-ecclesiastica riguardante la Chiesa e le disposizioni che hanno portato a bandire matrimonio e figli per i propri sacerdoti nel corso degli anni

Alberto Morandi  analizza e pone riflessioni sul celibato ecclesiastico, che deriva da disposizioni di natura storica ed ecclesiologica e non da una natura teologica ed evangelica.

fonte: tratto da luinonotizie.it

… in un recente saggio il Papa emerito Benedetto XVI ha affermato che il celibato dei sacerdoti ha un grande significato ed è indispensabile per il cammino della Chiesa verso Dio, come già sostenuto nell’esortazione apostolica “Sacramentum Caritatis” del 2007, una ferma presa di posizione a favore del celibato sacerdotale nei confronti dell’apertura proposta a larga maggioranza dai vescovi nel documento finale del Sinodo sull’Amazzonia, approvato il 26 ottobre scorso, di concedere ai diaconi permanenti, uomini sposati che hanno ricevuto il primo grado dell’ordine sacro, la possibilità, dopo una formazione adeguata, di essere ordinati sacerdoti per sostenere la difficile vita della comunità cristiana nelle zone più remote della regione amazzonica in assenza di sacerdoti.

Nell’enciclica “Sacerdotalis Caelibatus” del 1967 Paolo VI ha esposto le motivazioni cristologiche, spirituali, ecclesiologiche e pastorali della regola del celibato ecclesiastico, infatti come Cristo diede totale dedizione al servizio di Dio e degli uomini, così la partecipazione dei sacerdoti sarebbe tanto più perfetta quanto più sarebbero liberi da vincoli di carne e di sangue, con una totale donazione a Cristo; il celibato favorirebbe un amore senza riserve e una carità aperta a tutti.

Poiché nei Vangeli Cristo non ha mai comandato esplicitamente il celibato agli apostoli, occorre precisare che l’imposizione del celibato a tutto il clero secolare della Chiesa latina è stata una decisione di natura storica, ecclesiologica e giuridica, non derivante da imposizioni evangeliche e/o teologiche.

Paolo di Tarso, quando nel capitolo 7 della prima Lettera ai Corinzi afferma che: “è cosa buona per l’uomo non toccare donna, ma, a motivo dei casi di immoralità, ciascuno abbia la propria moglie e ogni donna il proprio marito … Non rifiutatevi l’un l’altro, se non di comune accordo e temporaneamente, per dedicarvi alla preghiera. Poi tornate insieme, perché Satana non vi tenti mediante la vostra incontinenza. Questo lo dico per condiscendenza, non per comando. … Ai non sposati e alle vedove dico: è cosa buona per loro rimanere come sono io; ma se non sanno dominarsi, si sposino: è meglio sposarsi che bruciare. … Ti trovi legato a una donna? Non cercare di scioglierti. Sei libero da donna? Non andare a cercarla. Però se ti sposi non fai peccato; e se la giovane prende marito, non fa peccato”, non esprime un comando evangelico ma solo un autorevole consiglio personale secondo la sua esperienza di vita cristiana.

Nel III secolo Tertulliano, apologista intransigente riguardo i comportamenti e i costumi dei cristiani, era sposato così come nel IV secolo il Padre della Chiesa Gregorio di Nissa quando entrò nella vita ecclesiastica, prima di dedicarsi alla vita monastica.

Nei primi secoli del cristianesimo si chiedeva ai pastori l’osservanza di una continenza totale anche nei riguardi delle proprie mogli: nel 305-306 circa il Concilio di Elvira, in Spagna, dichiarò che ai vescovi, ai presbiteri e ai diaconi era proibito avere relazioni sessuali con le proprie mogli e generare figli, quindi il Concilio di Cartagine del 390 considerò quest’obbligo una prassi antica e di origine apostolica, ma tali decisioni avevano un’efficacia solo locale. Papa Siricio nel 385 impose il celibato a tutti i presbiteri, decreto confermato dal Sinodo di Roma del 386, ma tale disposizione venne di fatto applicata al solo clero romano, essendo all’epoca e nell’alto medioevo le diocesi autonome dal vescovo di Roma.

Ma già nel VI secolo risulta che vescovi e presbiteri fossero sposati con figli, infatti Papa Ormisda fu ordinato diacono quando era sposato e aveva un figlio, il quale poi divenne Papa Silverio. A causa dell’esclusione dei rapporti coniugali perfino con la propria moglie era considerato non conveniente che un chierico si sposasse, ma nella Chiesa latina i matrimoni dei chierici, pur essendo illeciti, restarono canonicamente validi fino al 1139, quando il Concilio Lateranense II li dichiarò nulli.

Si può quindi affermare che nel medioevo il clero di fatto poteva convivere con le proprie donne e con i propri figli fino al Concilio di Pavia del 1022, quando con Papa Benedetto VIII venne introdotto l’obbligo del celibato ecclesiastico, confermato da Papa Leone IX con il divieto dei rapporti coniugali per i presbiteri e fatto applicare a tutta la Chiesa latina da Papa Gregorio VII nel 1075, quando prevalse l’orientamento rigorista promosso dai monaci appartenenti al clero regolare.

Infine nel XVI secolo il Concilio di Trento, con l’istituzione dei seminari per la formazione di sacerdoti celibi, rese non più necessario ricorrere a uomini sposati per l’ordine sacro e nel 1965 il Concilio Vaticano II ha riaffermato nel decreto “Presbyterorum Ordinis” la “convenienza” del celibato sacerdotale sia per l’imitazione di Cristo sia perché il sacerdote vivrebbe il celibato per rendere testimonianza non alla vita materiale ma alla futura vita spirituale.

Nelle Chiese ortodosse orientali la disciplina del celibato, in virtù del Concilio Trullano di Costantinopoli del 692, secondo cui il celibato non era condizione per l’ordinazione sacerdotale, si applica solo ai vescovi ma non è ammesso il matrimonio dopo l’ordinazione sacra né è ammessa l’ordinazione di un uomo sposato più di una volta o che abbia sposato una vedova, una donna divorziata o una prostituta.

Penso che questa delicata questione di carattere storico ed ecclesiologico più che teologico sia l’ennesimo “casus belli” utilizzato ipocritamente dagli ultrareazionari e dagli ultraconservatori, gelosi dei propri interessi economici e dei propri privilegi materiali, per attaccare nuovamente l’opera riformatrice della Chiesa Cattolica intrapresa secondo gli insegnamenti evangelici della carità, della povertà e dell’umiltà da Papa Francesco a favore dei poveri, dei bisognosi, dei sofferenti, degli sfruttati e degli emarginati della terra, per una Chiesa, attenta ai problemi sociali in una società sempre più arida, egoista e indifferente nei confronti degli “altri” esseri umani, che sia una Madre che accoglie misericordiosa, come la consideravano già Giovanni XXIII, Paolo VI e Giovanni Paolo I dopo le indicazioni espresse dal Concilio Vaticano II, e non una fredda padrona immutabile e severa con gli ultimi ma accondiscendente con i potenti, come la vorrebbero ancor oggi i nostalgici dei tempi del Papa Re!

Pubblicato da

Movimento Internazionale Sacerdoti Sposati Per informazioni scrivi a ufficio.press@yahoo.it

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