La Riforma Liturgica in Brasile

Pubblicato il 8 novembre 2019 nel blog: Come se non

GregorioLutz

E’ appena uscito, per le Edizioni Loyola di San Paolo del Brasile, un volume in onore del P. Gregorio Lutz, CSSp, (1931-2019), importante teologo del postconcilio in Brasile. Nel volume sono raccolti non solo una serie di preziose testimonianze su di lui, ma scritti importanti dello stesso Lutz, che coprono circa 40 anni di attività.  Mi è stato chiesto di scrivere la prefazione per questo volume. La riporto qui nell’originale italiano. 

Un pioniere della Riforma liturgica: P. Gregorio Lutz

Per un uomo che ha studiato ed è stato ordinato prima del Concilio Vaticano II, nel 1960, la scoperta della liturgia, durante gli anni 60, è stato l’aprirsi di un mondo nuovo1. Potremmo quasi pensare che la lettura di questo testo ci riporti al cammino fatto dalla Chiesa dal 1960 ad oggi. Ed è bello rievocare per sommi capi questi sviluppi, in compagnia del cammino di P. Gregorio, che continua fino ad oggi. Di qualche interesse è che mentre P. Gregorio diventava prete, nel 1960, all’età di 29 anni, io non ci fossi ancora, essendo nato l’anno successivo. Così possiamo considerare questa mia prefazione un atto di onore ad uno dei liturgisti della “generazione precedente”, di 30 anni prima di me. Vorrei pertanto premettere ad una rapida analisi del testo, una serie di considerazioni su questa “differenza di generazione”.

1. Generazioni a confronto

Leggendo i testi di questo volume, che coprono uno spazio di circa 40 anni tento di dire una parola per ricollocarli nel loro contesto originario e così introdurli più adeguatamente nel tempo di oggi.

1.1. Gli ultimi anni e la crisi del Concilio

Negli ultimi 40 anni, nella Chiesa e nella liturgia, è successo molto, moltissimo. Tre papi: la fase finale, soffertissima, del pontificato di Giovanni Paolo II; il tentativo di restaurazione ecclesiale e liturgica di Benedetto XVI; i primi anni del pontificato profetico e riformatore di Francesco. In liturgia abbiamo vissuto prima l’entusiasmo, poi il disorientamento, poi il progetto di orientamento ad oriente (o all’indietro); infine abbiamo recuperato la direzione e il passo conciliare, il dialogo col mondo, la relazione tra rito e vita, il valore dell’ecumenismo, il buon senso, il realismo, la parresia ed anche un sano sense of humour.
Ma prima non sapevamo tutto questo: guardavamo al passato e intuivamo solo “per speculum” ciò che doveva aspettarci. Così ne è scaturita, allora, una ricostruzione della storia della salvezza e del suo rapporto con la riforma liturgica, che è stata accuratamente presentata in tutti i suoi aspetti.

1.2. Due generazioni “conciliari”

In fondo, riletti oggi, questi testi sono la prova di un “bisogno di rilettura e di riappropriazione del Concilio Vaticano II” che era già vivissima 40 anni fa. E che ha dovuto patire tutte le inerzie, le sordità, le tiepidezze e le ingiustizie che abbiamo dovuto vedere fino alla fine del pontificato di Benedetto XVI. Prima di Francesco, solo pochi mesi prima di lui, già con il primo anniversario conciliare, l’11 ottobre del 2012, l’aria era cambiata. Nonostante il tentativo di imporre una lettura del Concilio mediata e quasi anestetizzata, attraverso il parallelismo non ingenuo dell’anno della fede, dal Catechismo della Chiesa Cattolica, è stato l’anniversario del Concilio Vaticano II a prevalere e a segnare le menti, le bocche e i cuori. Le menti ricominciavano a ragionare in modo sinodale, le bocche pronunciavano di nuovo parole a lungo censurate, i cuori comprendevano, finalmente, la irreversibilità dei fenomeni e la opportunità di scelte nuove. Da quando l’anniversario conciliare si è messo in modo, è diventato irrefrenabile e ha travolto ogni resistenza.

1.3. E’ sogno o realtà?

Questo libro, dunque, attesta le premesse di ciò che, oggi, finalmente, può diventare realtà pastorale e disegno culturale. Con contributi diversi – brevi interventi di chiarificazione o grandi testi organici – il suo autore tenta di restituire al lettore, in tutta la freschezza possibile, le intuizioni migliori che, quasi 60 anni fa, hanno ridestato l’interesse per la liturgia nel corpo ecclesiale e che sembravano morte e sepolte, quasi oggetto di una “damnatio memoriae”.
Questa “amnesia ecclesiale” sulle condizioni che hanno permesso una esperienza e una prassi liturgica rinnovata richiedono una accurata ricerca. Da un lato la liturgia sembra il luogo “iniziale” di una Riforma della Chiesa che deve essere “ben altro”. Ciò ha reso, non raramente, la riforma liturgica “distratta” da altri livelli di preoccupazione e di priorità ecclesiale. D’altro canto, proprio la liturgia, che ha inaugurato la riforma conciliare, rimane anche il livello più profondo della conversione pastorale richiesta dal Concilio Vaticano II. E di questo P. Gregorio dà una testimonianza non solo profonda, ma a 360 gradi.

1.4. Presentimento e memoria

Dopo il Concilio, con tutta l’acqua che è passata sotto i ponti ecclesiali e culturali, mettendo di nuovo queste pagine sotto gli occhi e rileggendole tutte con cura, vi si trovano i presentimenti di quello che doveva ancora essere, mediati dalla memoria di ciò che era già stato e non doveva essere negato, rimosso e perduto.
La pubblicazione di questo testo può assumere così il senso di una “consegna”. La generazione che “ha recepito la riforma” – la generazione di coloro che hanno vissuto “in diretta” l’evento conciliare e lo hanno visto “impattare” sulla realtà europea e sud-americana, come P. Gregorio – consegna un patrimonio di sapere e di esperienza, che non può essere in alcun modo aggirato, sottovalutato o addirittura, come talvolta accade, denigrato.
Ciò non significa che quanto troviamo qui attestato non esiga riflessione, critica, ripensamento. Il rispetto che dobbiamo al lavoro “di una vita” include anche la responsabilità di dire “le stesse cose con altre parole”. Ma con queste parole dovremo sempre fare i conti.

2. La “materia” del volume: liturgia generale e liturgia speciale

Se guardiamo all’indice del volume, scorgiamo subito la ampiezza e la articolazione del pensiero di P. Gregorio. Nei primi capitoli del testo è evidente la impostazione “storico-salvifica” di presentazione della liturgia, che elabora con cura il tema del mistero pasquale, del sacerdozio di Cristo e della chiesa come “comunità sacerdotale”. A ciò P. Gregorio aggiunge, tuttavia, una bella sensibilità per la dimensione “simbolico-rituale” della liturgia, con la peculiarità della sua mediazione. A questo interesse si associa, in modo classico, una grande sensibilità per il ruolo che lo Spirito Santo esercita nell’atto di culto rituale, con implicazioni molto chiare sul piano della spiritualità e della catechesi.
Il collegamento con la prassi ecclesiale brasiliana ha acceso in P. Gregorio una attenzione specifica per la corporeità, per il culto mariano e anche per le forme di “religiosità popolare” con cui la tradizione liturgica deve entrare in contatto, se vuole mantenere un legame con la vita dei soggetti. Così la integrazione della cultura popolare, la valorizzazione del rosario devono diventare oggetti di riflessione seria, da parte di una “riforma liturgica” che venga pensata in rapporto ad una “radice locale”, che per il Brasile assume una dimensione “continentale”.
Qui mi pare che trapeli, in P. Gregorio, la esigenza di coniugare, in forma convincente, la “molteplicità delle forme culturali” con la “unità della fede”. Per questo egli dedica anche una attenzione al percorso con cui il Congo era pervenuto alla approvazione di un “messale romano” adattato e inculturato per le Diocesi del Congo. Anche in quel caso, infatti, la realtà del Congo non è una realtà unitaria, ma differenziata, con profonde differenze tra diocesi diverse, all’interno dello stesso stato, che può essere considerato un “piccolo continente” all’interno del continente africano.
La riflessione sul cammino della riforma copre riflessioni che iniziano negli anni 80 e si chiudono solo pochi anni fa. Il travaglio della recezione, dell’adattamento e della salvaguardia dell’unità attraversano le pagine di P. Gregorio, con grande lucidità.

3. Una riflessione sui sacramenti e sui sacramentali

Accanto alla riflessione sull’intero campo della tradizione liturgica, riformato in seguito alle indicazioni del Concili Vaticano II, la raccolta di testi prevede anche una parte assai significativa dedicata ai sacramenti. Tutti i sacramenti vengono considerati, non solo nella loro identità più tipica, ma anche nelle dinamiche iniziatiche che determinano. I testi dedicati alla “prima comunione” e al “matrimonio” attestano bene la comprensione del sacramento attraverso una nuova attenzione alle “pratiche” che accompagnano il significato teologico in modo originario. Qui mi pare di poter riconoscere uno dei dati fondamentali con cui P. Gregorio si inserisce nella grande catena di coloro che hanno permesso la “recezione” di SC e della riforma liturgica. La liturgia, infatti, proprio con l’acquisire il ruolo di “culmen” et “fons” di tutta la azione della Chiesa, contribuisce in modo decisivo non soltanto alla disciplina della Chiesa, ma alla sua dottrina. Il “sapere” ecclesiale sul battesimo, sulla eucaristia, sulla penitenza e sull’ordine sacro viene profondamente ricompreso. Perciò in P. Gregorio resta molto chiaro che la recezione della Riforma liturgica è un passaggio decisivo per la vitalità della Chiesa del futuro.
In tal senso si muove anche la attenzione per le “forme nuove” di vita sacramentale, per le quali è necessario un lucido apporto della teologia: l’esame, all’interno dei “sacramentali”, delle liturgie della parola “in assenza di presbitero”, o la discussione sul ruolo stesso della Parola dal punto di vista teologico, o anche le aperture ad una “comunione eucaristica” che faccia fronte alle “divisioni ecclesiali” costituiscono chiari segni di una sensibilità aperta, dialogica, serena.
Il campo vasto degli interessi di P. Gregorio, comprensivi di tutte le attenzioni per il tempo liturgico, la preghiera nel tempo (anno liturgico e liturgia delle ore) insieme con la cura della “ars celebrandi” come nuova frontiera della Riforma Liturgica, attesta bene il lavoro compiuto a 360 gradi, a diversi livelli, e senza mai perdere il legame fondamentale con l’azione pastorale, in periferia, negli “ospedali da campo” e nei “campi profughi”.

4. Il lavoro teologico e le tre “i” di Papa Francesco.

Vorrei concludere ponendo a me, e ai lettori, una domanda molto semplice: che cosa può fare, in questo ambito liturgico, la teologia di oggi? La domanda, ovviamente, ha a che fare con il “depositum” non solo della fede, ma anche del lavoro teologico delle generazioni dopo il Concilio, alle quali appartiene in toto la vicenda teologica e liturgica di P. Gregorio.
E’ evidente che, nella prospettiva inaugurata da papa Francesco, che riprende il magistero dei “segni dei tempi”, così tipico del Concilio Vaticano II, un pensiero teologico vivo e acuto, capace di riflessione e di preghiera, è uno degli strumenti essenziali per “aprire” la Chiesa. Papa Francesco ha proposto in molte occasioni questo racconto bello e toccante. Il racconto di una teologia che non sta “al balcone” o “alla scrivania”, ma “in strada”. E lo ha espresso, forse nel modo più intenso, nel famoso discorso al Collegio degli scrittori della Civiltà cattolica (del 9 febbraio del 2017). Esso di presenta come una “teologia” delle tre “i”: una teologia della inquietudine, una teologia della incompletezza e una teologia della immaginazione. Sono le tre “i” che all’inizio del romanzo “Tempi difficili” di Ch. Dickens vengono messe sul banco degli imputati dalla nuova cultura “generale e astratta”. In un certo senso possiamo dire che gli ideali del “sistema istituzionale” guardano con preoccupazione ad ogni manifestazione di inquietudine, di incompletezza e di immaginazione. Il “sistema ecclesiale” esige totale completezza, tranquilla autosufficienza, rigoroso principio di realtà. E rischia, il sistema, di pretendere questo anche da quei “funzionari” che si chiamano teologi. Che dovrebbero soltanto giustificare lo status quo, non introdurre elementi di inquietudine e di turbamento e semplicemente ripetere ciò che il codice e il magistero ha storicamente affermato: come se la storia fosse finita e la Chiesa potesse essere solo “retro oculata”.
A me pare che dai testi di P. Gregorio emerga una Chiesa non solo “retro”, ma anche “ante” oculata. Che guarda avanti. E che per questo sa che la tradizione giova solo se è sana. Sana tradizione e legittimo progresso sono state le chiavi di interpretazione con cui P. Gregorio ha offerto il proprio servizio ecclesiale e culturale, per 50 anni e più. Questo volume attesta la bontà del percorso e la utilità che la memoria di esso non vada perduta. Ne va della qualità dell’atto di fede di cui saranno capaci i nostri figli e i nostri nipoti.

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