Aperture del cardinale Schönborn sui preti sposati

Settimanana news pubblica intevista al cardinale Schönborn con ampia rilettura del Sinodo Amazzonico. Il Concilio ha espressamente dichiarato in Presbyterorum ordinis (art. 16) che il celibato non fa parte dell’essenza del sacerdozio e ha apprezzato i meriti dei sacerdoti sposati nelle Chiese orientali uniate. Questo deve essere ricordato ad alcuni critici che parlano di preti sposati con un linguaggio addirittura sprezzante.

Che dire dei viri probati presbiteri? Il documento finale del sinodo non usa mai questa espressione, ma parla della possibilità di imporre le mani a diaconi permanenti che hanno dato buona prova di sé e siano richiesti dalla comunità in modo da poter anch’essi presiedere l’eucaristia.

– Si tratta del ben noto articolo 111. Già la possibilità di pensare a facilitare le condizioni di ammissione all’ufficio sacerdotale ha suscitato voci preoccupate nel periodo di preparazione al sinodo. Secondo i più decisi sostenitori del celibato, occorre attenersi al celibato per il Regno dei cieli. Essi portano a questo scopo un insieme di argomenti: quello cristologico, che richiama la conformità con la forma di vita di Gesù, quello ecclesiologico sulla totale disponibilità per la Chiesa e quello escatologico, che sottolinea la natura di segno, rimandando oltre l’esistente verso la pienezza del compimento. Papa Francesco ha ripetutamente sottolineato che un celibato opzionale è fuori discussione ma, allo stesso tempo, ha annunciato la sua intenzione di voler riflettere su alcune norme eccezionali per regioni remote. È ciò che ha fatto il sinodo.

Prima di tutto, vorrei aggiungere un’importante affermazione. Credo che per la maggior parte dei vescovi – spero per tutti coloro che in questo sinodo hanno votato a favore dell’articolo 111 – sia ovvio che per la Chiesa latina la forma di vita celibataria del sacerdote rimane la forma fondamentale.

Nell’anno 692, il Trullanum (Concilio di Trullo) decise per le Chiese orientali, in particolare per la tradizione bizantina, che il clero sposato era per così dire il modello basilare. A quel tempo, Roma non riconobbe quel concilio, ed è chiaramente rimasto fermo fino ad oggi che il carattere simbolico del sacerdozio celibatario rimane la forma basilare. Credo che questo debba rimanere tale anche in futuro, perché su questo punto alla Chiesa cattolica romana è stato affidato un grande tesoro che, nel corso dei secoli, nonostante tutte le difficoltà e tutte le debolezze, ha dimostrato di essere estremamente fecondo.

Ciò che l’articolo 111 propone nel documento sinodale è una norma eccezionale che esiste già oggi nella Chiesa latina. Io ho un parroco luterano che è diventato cattolico con tutta la sua famiglia, e con l’autorizzazione di papa Benedetto XVI ha ricevuto l’ordinazione sacerdotale. E questo non è il primo caso, ma rimane evidentemente una norma speciale in situazioni speciali.

Credere che i viri probati possano diventare la forma fondamentale del sacerdozio nella Chiesa cattolica romana, penso che sarebbe un grave errore di calcolo. Ma non credo nemmeno che i sacerdoti sposati siano sacerdoti di seconda classe; e sottolineo questo come ordinario delle Chiese cattoliche orientali in Austria con circa 30 sacerdoti sposati in questo ordinariato i quali vivono con le loro famiglie e compiono il loro servizio. Se fosse vera l’affermazione secondo cui esiste un nesso ontologico tra celibato e sacerdozio, significherebbe che questi preti ontologicamente non sono sacerdoti in senso pieno, e ciò non può essere.

– Il Concilio ha espressamente dichiarato in Presbyterorum ordinis (art. 16) che il celibato non fa parte dell’essenza del sacerdozio e ha apprezzato i meriti dei sacerdoti sposati nelle Chiese orientali uniate. Questo deve essere ricordato ad alcuni critici che parlano di preti sposati con un linguaggio addirittura sprezzante.

L’aequa dignitas, di cui ha parlato il Concilio, è qui da richiamare. Con la forma di vita celibataria, se vissuta in maniera credibile, è sottolineata l’alterità di Dio. La rinuncia è un vuoto che indica un mistero più grande.

– Una domanda aperta è come possono i viri probati significare, a modo loroquesta alterità di Dio.

Il problema dei viri probati rimane in effetti anche per noi un interrogativo. L’abbiamo detto al sinodo e penso che sia lo stesso anche per la Chiesa universale. Il diacono permanente, che ha un lavoro, ha famiglia ed esercita il suo servizio nella Chiesa, è un laboratorio per un eventuale ministero sacerdotale che, naturalmente, deve accettare i limiti che comportano l’attività professionale e la vita familiare. Ma sostanzialmente non è impossibile.

In relazione alla sua domanda, se un sacerdote in questa forma di vita possa significare chiaramente l’alterità rispetto al mondo e mettere in risalto anche la dimensione escatologica, vorrei semplicemente raccomandare di leggere alcune biografie dei santi della Chiesa orientale. Uno dei grandi santi della Chiesa ortodossa russa è Giovanni di Kronstadt (1829-1908), che era un sacerdote sposato ed è una delle sante figure sacerdotali della Chiesa universale.

Penso che non si debbano assolutizzare gli argomenti a favore del celibato di cui si è parlato. Rimane sempre il velo o l’occultamento del sacramento. Non siamo ancora nel compimento, e la forma sacramentale contiene la pienezza, ma la contiene anche in forma frammentaria. Raccomando di leggere il n. 1550 del Catechismo della Chiesa cattolica, che parla dell’agire in persona Christi del sacerdote: non tutti gli atti del sacerdote si compiono con tutto il peso dell’in persona Christi, ma solo i grandi atti sacramentali dell’eucaristia, dell’assoluzione ecc.

Naturalmente, anche il ministero pastorale è un’immagine di Cristo, una sua icona. Ma non ha tutto il peso e la grandezza della sacramentalità e questo coopera a far in modo che il sacerdote non sia posto oltre misura su un piedestallo, cosa che non può di fatto realizzare. Il pericolo del clericalismo, di cui papa Francesco parla così spesso, ha qualcosa a che fare con il fatto che, nell’École française, il prete sia compreso come una forma superiore dell’essere cristiano. Ma il Concilio ha chiaramente affermato nella Lumen gentium n. 10 (e il Catechismo lo ha adeguatamente spiegato): il sacerdote è anzitutto un cristiano e la sua santità si manifesta nella santità dell’essere cristiano. Pertanto, credo anche che un vir probatus, a cui il vescovo ha imposto le mani, debba prima di tutto dare testimonianza di essere un vero cristiano.

– Lei ha detto che “non è impossibile” pensare a dei viri probati anche nelle nostre regioni. Di fronte alla desertificazione spirituale delle comunità rurali più piccole e al fatto che le vocazioni al sacerdozio vanno verso il punto zero, vorrei qui ancora una volta ritornare alla domanda se il “non impossibile” non è forse troppo debole. Non bisognerebbe – in vista di una situazione di emergenza – pensare anche qui concretamente ai viri probati?

Certamente, ma solo alle seguenti condizioni. In primo luogo, che il servizio sacerdotale celibatario sia promosso in modo molto esplicito come forma di base, perché era questa la forma di vita di Gesù. Questa sfida deve rimanere. E io penso che l’intera questione della pastorale vocazionale debba concentrarsi decisamente su questo. Consideri la forma di vita di Gesù senza legami, il suo rapporto con il Padre e con gli uomini in questa disponibilità totale e in piena trasparenza. Questa forma di vita è in se stessa un grande valore per cui vale la pena in ogni tempo invitare giovani e meno giovani a sceglierla.

La seconda cosa richiesta per questo cammino è che noi stiamo già iniziando un percorso alternativo alla formazione sacerdotale, che non va oltre la piena formazione degli otto anni in seminario, ma è predisposto per accompagnare vocazionalmente uomini non sposati – e ci sono diversi di questi candidati che si mettono in questione –, ma che non possono lasciare il loro lavoro professionale, e potrebbero compiere un percorso di formazione sacerdotale. Sarebbe un passo sperimentale in direzione dei viri probati e spesso parliamo di questa possibilità. È un imperativo urgente dell’ora. Ci sarebbero sicuramente non pochi candidati che si mettono in questione se non si insiste nell’avere solo un percorso per arrivare al sacerdozio.

La terza è lo sguardo ai criteri presenti nelle Lettere pastorali paoline. Cosa consente a una persona di essere presentata al vescovo come possibile sacerdote per una comunità che si sta estinguendo? Deve essere in grado di saper guidare bene la propria famiglia, deve godere di buona reputazione e deve aver dato buona prova nella vita e nel lavoro (cf. 1Tim 3,1-7; Tit 1,6-9). E tali uomini esistono. Lo dico e lo ha detto il sinodo per l’Amazzonia: i diaconi permanenti costituiscono un laboratorio di questo tipo. Essere diacono è certamente una vocazione vera e particolare, ma non in vista del presbiterato. È pensabile, tuttavia, che le comunità dicano che questo diacono ha dato così buona prova di sé tanto che il vescovo potrebbe ordinarlo sacerdote? L’ipotesi non è fuori luogo.

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