Preti sposati / Celibato necessario?

Dopo il sinodo sull’amazzonia, la possibilità dell’ordinazione di diaconi sposati ha prodotto alcuni interventi che dichiarano o lasciano intendere che il celibato dei preti sia “necessario”, per l’accesso al ministero ordinato. Il Movimento Internazionale dei sacerdoti sposati rilancia un intervento di Gilberto Borghi su vinonuovo.it

Dopo il sinodo sull’amazzonia, la possibilità dell’ordinazione di diaconi sposati ha prodotto alcuni interventi che dichiarano o lasciano intendere che il celibato dei preti sia un carattere “necessario”, essenziale per l’accesso al ministero ordinato, fondandosi su dati biblici, storici e teologici.

Siccome ciò non mi “torna”, ho iniziato una ricerca personale per vedere come stanno le cose. Mi sono presto reso conto che la questione è molto più complessa di come questi interventi la dipingono. I dati mi permettono di fare alcune affermazioni, nelle quali è evidente che fondare la necessità del celibato per i ministri ordinati, su base biblica, storica e teologica è sostanzialmente impossibile Qui mi limito a mostrare i dati biblici e storici, lasciando i dati teologici per un successivo post.

1) Non esiste alcun testo biblico in cui, in modo specifico ed esclusivo, il celibato e/o la verginità vengano richiesti come necessari all’episcopos (sovrintendente), al presbiteros (anziano), e al diaconos (servitore). Tutti i testi che invitano al celibato e alla verginità sono riferiti a tutti i discepoli, come una delle possibilità per vivere la propria fede in Cristo, a prescindere dal ministero svolto (cfr, ad es. Mt 12,19; 1 Cor 7,36-37).

2) L’espressione biblica “uomo di una sola donna”, usata da Paolo in relazione a vescovi, (1 Tm 3,2) presbiteri (Tt 1,6) e diaconi (1 Tm 3,12), ma anche, al femminile, per una donna “ministra” non ordinata, (1 Tm 5,9) indica con chiarezza che la condizione ordinaria che Paolo ha davanti è quella di ministri sposati, sia quelli ordinati sia quelli non.

3) Tale espressione non può essere interpretata in modo figurato e simbolico, come qualcuno fa, lasciando intendere per “donna” la Chiesa con cui il ministro si sposerebbe. La formula “uomo di una sola donna” è sempre connessa alla descrizione della situazione reale della famiglia del ministro, evocata subito dopo come luogo effettivo per verificare la sua condizione morale o le sue qualità di “capo”. Indica perciò un comportamento etico concreto, a cui i ministri ordinati si dovrebbero attenere.

4) Già dall’epoca degli apostoli, fino al 300 circa, i testi non biblici e la prassi della chiesa riconoscono l’esistenza di ministri sposati accanto ad altri celibi e vergini, e ciò non è mai percepito come problema morale o teologico-ecclesiale. Ci sono autori (ad es. Origene, Tertulliano) che suggeriscono il celibato ai ministri ed altri (ad es. sant’Attanasio) che parlano tranquillamente di ministri sposati. Tale coesistenza è spiegabile se si riconosce che gli inviti all’ascetismo sessuale sono generalizzati a tutti i cristiani, (vedi ad es. S. Giustino e Atenagora di Atene) ma non obbligatori, e sono dovuti all’assunzione di un’ etica stoica e al “messianismo”, ben presto scemato, che attendeva la seconda venuta di Cristo da lì a poco. Nulla a che vedere con lo specifico del ministero ordinato.

5) Dal 300 a poco dopo l’anno mille si assiste ad una legislazione canonica di sinodi (ad es. Neocesarea), concili (ad es. Elvira e Nicea) e papi (ad es. Siricio e Leone Magno) che, gradualmente, ma anche in modo non lineare, punta verso la separazione del ministero sacerdotale dalla sessualità attiva, ma continua a permettere ad un uomo sposato di accedere agli ordini sacri. Non si vieta perciò la convivenza matrimoniale, ma l’uso del sesso in essa. In alcuni casi solo nei giorni in cui si celebrano i “sacri misteri”, in altri invece come condizione perenne dopo l’ordinazione. Solo un testo, (concilio di Cartagine) però, accenna alla motivazione di ciò: i ministri “siano totalmente continenti, per poter ottenere da Dio quello che chiedono con semplicità”. La questione perciò è connessa alla visione del sesso che sta lentamente penetrando la riflessione teologica, condizionata molto dalla filosofia neo-platonica, in cui sesso e “cose sacre” non è bene stiano insieme.

6) Nello stesso periodo di tempo, però, la prassi ecclesiale vede Papi, (ad es. Ormisda), Vescovi (ad es. il padre di San Gregorio Nazianzeno), e diaconi (ad es. il padre di San Patrizio), sposati, ed è altamente probabile che alcuni continuino anche ad avere rapporti, pure dopo l’ordinazione. Inoltre molti vescovi, papi e santi, sono figli di ministri ordinati (ad es. i papi Teodoro e Silverio), con addirittura successioni dinastiche di papi (ad es. Gregorio Magno). Questo genera problemi nella gestione dei ministri ordinati, meno disponibili all’obbedienza, per motivi famigliari, ma anche problemi di potere all’interno della Chiesa, connessi al nepotismo nascente.

7) Forse anche per questo, a partire dal 1120 circa, la legislazione canonica (vedi Concilio Lateranense I e II) conferma il divieto di rapporti coniugali ai ministri ordinati, ma impone loro anche la separazione coniugale, in modo che la convivenza non sia più causa di “cedimenti” alla regola, e il ministro sia più libero nell’obbedienza gerarchica. Resta però ancora possibile e normale l’ordinazione di uomini già sposati, che, assieme al consenso della moglie, accettino tali condizioni di vita. Questa situazione è ribadita ancora nel 1322 da papa Giovanni XXII, e si protrae fino all’inizio del 1500.

8) E’ solo il concilio di Trento, (15 luglio 1563) che con l’istituzione di seminari per la formazione di candidati celibi agli ordini sacri rende non più necessario ricorrere a candidati sposati, lasciando invece la possibilità di ordinare ancora diaconi sposati. Nemmeno a Trento perciò c’è una decisione esplicita di vietare l’ammissione all’ordine sacro di persone sposate, ma tale condizione è un effetto operativo delle scelte di Trento, che si affermano nel giro di qualche decennio. Ora tale effetto ha anche il merito di evitare che la Chiesa si impoverisca, per i benefici economici del ministero lasciati in eredità ai figli dei sacerdoti. Alcuni testi tra il 1000 e il 1500 indicano che questa preoccupazione era presente nei vescovi e nei papi dell’epoca (ad es. Sinodo di Pavia, papa Benedetto VIII, 1022).

Be First to Comment

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *