I preti sposati e il cammino della croce

Il Movimento Internazionale dei sacerdoti sposati commenta il testo di Maurizio Patriciello su Avvenire “La vita dei preti. Noi, sempre con il fardello. E dalla parte dei perdenti”. “Come preti sposati lo sperimentiamo ogni giorno”.

Di seguito il testo tratto da Avvenire:

“«I preti sanno morire». Da giorni mi martella in testa il titolo dell’ultimo libro di don Mazzolari, scritto per onorare la memoria dei preti morti durante la Seconda guerra mondiale. Sanno morire anche oggi i preti nei Paesi in guerra e in quelli dove la pace è fragile. Sanno morire dentro, per i motivi più diversi, i preti sparsi per il mondo. Una morte mai disgiunta dal mistero immenso della resurrezione. Strana figura quella del prete, rinunciate a volerlo comprendere del tutto. Giuro che non lo avevo messo in conto, quando, tremante, celebrai la prima Messa. Mai contento, mai soddisfatto, mai sereno; sempre contento, sempre soddisfatto, sempre sereno. Sempre a portata di mano eppure inafferrabile. Aveva ragione don Lorenzo Milani, quando metteva in guardia il suo amico Pipetta: «Quando avrai vinto… quel giorno non ti fidar di me». So bene che queste parole potrebbero suscitare la facile ironia di qualcuno. Fa niente, accetto il rischio, rendono bene il mio pensiero. I preti sanno morire ogni giorno, perché ogni giorno il Signore che hanno scelto di seguire, muore. Sotto i nostri occhi, muore; nelle periferie più sperdute, muore; nelle nostre miserie, muore. Sui nostri altari, muore; annegato nelle nostre inutili ricchezze, muore. Nel pane prima rubato e poi calpestato, muore. Nei nostri giovani bisognosi di droga, muore; nei nostri mari zeppi di morte, muore. Nella nostra incapacità di capire il suo cuore, muore. E i preti sanno morire con lui. Liberamente si sono fatti prigionieri, poveri, ammalati, soldati; per essere accanto, sostenere, pregare, accompagnare. Per prendere sulle proprie spalle un fardello di cui avrebbero potuto fare a meno.

Sono andati, i preti. Con i loro limiti, la loro fede, le loro paure, il desiderio di portare Cristo, il suo Vangelo, la sua forza. Ci sono riusciti? A volte sì, a volte, no. Ma c’erano. Sanno morire i preti quando si fanno carico degli scandali di alcuni confratelli – vicini o lontani, non importa –, e per quelli commessi mille anni prima. Chi, oggi, chiede perdono per i peccati di Nerone? E per quelli di Goebbels? E per quelli di Pol Pot? Ad Auschwitz Birkenau, a Dachau, in tanti luoghi simili, inorridiamo tutti, è vero. Dividere il mondo in buoni e cattivi è facile; chiedere la testa del nemico è facile. Più spesso di quanto si possa credere, però, il male e il bene s’intrecciano, i loro colori si confondono. Avviene sovente che nella stessa persona – io, tu, tuo figlio, tua mamma – sono presenti entrambi. È allora che inizia la dolorosa fatica del discernimento. La sete di giustizia, il desiderio di non aggiungere dolore al dolore. «Quel giorno» non ti fidare di me, ammoniva don Milani. Perché «quel giorno», a piazzale Loreto non mi troverai; a tirare sassi alla donna adultera non ci sarò, e neppure a insultare in massa l’uomo colpevole solo della sua pelle diversa. Il grido della folla: ‘Crocifiggilo!’, mi fa paura, chiunque sia il condannato e quale che sia la ragione accampata. Il giorno in cui il reo riceverà la giusta pena, mentre gli altri brindano, volentieri resterò accanto alla sua vecchia mamma in lacrime.

Non cercare di capire, non ci riuscirai, non ci riesco nemmeno io. Una questione di genetica cristiana? Può darsi. Vedi papa Francesco? Alcuni, che pur si dicono e sono cattolici certamente più di me, non riescono a capirlo. Non lo capiscono perché non lo ascoltano davvero e non ne hanno studiato il cuore, un cuore che riproduce in piccolo il cuore del suo Maestro: sconfinato, bello, misericordioso, caparbio; che vuole, a ogni costo, arrivare a tutti. Che continua a credere che anche nel più miserabile dei miserabili c’è un filo di umanità; nel più gelido abisso del male, è nascosta una fiammella di bontà. È difficile, lo so, me ne rendo conto. Anche a questo è dovuta la solitudine del prete. D’altronde, fin dove possiamo spingerci per tentare di capire Lui – Dio! – che dalle potenze vertiginose della sua divinità si sbriciola e di rimpicciolisce sino all’annullamento per diventare uomo? Per amore, solo per amore. E tu credi che poi si arrenda, alzi le mani, faccia dietrofront davanti all’egoismo, al peccato, alla stoltezza dell’umano? E ai discepoli di ieri e di oggi che cosa chiede? Fiducia. Avrebbe potuto chiamare diecimila angeli per scendere dalla croce. Non lo ha fatto. E mi implora di non farlo.

Ecco il prete, un uomo che, liberamente, si lascia condannare a morte, ‘condannare a vita’, come il suo Signore; uno ‘stolto’ veramente ‘saggio’. «Tu sei pazzo. Non sai quel che fai», mi disse il mio vecchio babbo quando gli confidai l’idea di lasciare l’ospedale nel quale lavoravo per diventare prete. Inconsapevole profeta, aveva più ragione di quanto sia lui che io potessimo immaginare. Cristo è pazzo, gli apostoli sono stati pazzi, i santi di ieri e di oggi sono pazzi. La Chiesa deve avere il coraggio di essere pazza. Pazza di amore, ostinata, testarda, povera, buona, disposta a imboccare sempre la strada più scomoda. A difendere sempre le cause dei perdenti. Sempre dalla parte degli ultimi. Nessuno ha chiesto a nessuno di diventare prete. Chi accetta di rispondere alla chiamata, però, deve essere disposto a salire sulla croce e diventare mistero a se stesso.

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