“Grazie a Dio”: la pedofilia tra il clero vista con gli occhi delle vittime

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Nelle sale italiane l’ultimo film di Ozon: un atto di denuncia delle responsabilità e dell’ipocrisia della Chiesa cattolica nella gestione della pedofilia tra il clero. Un film, basato su fatti realmente accaduti, in cui la violenza – quella fisica e quella delle istituzioni ecclesiastiche, sorde alle richieste di verità e giustizia – anche se narrata più che mostrata esplicitamente, percorre ogni scena facendo montare tensione e rabbia nello spettatore. 

di Ingrid Colanicchia

C’è una scena del film «Grazie a Dio», del regista francese François Ozon, che dà tutta la misura dell’ipocrisia della Chiesa cattolica nella gestione della pedofilia tra il clero. È quella in cui l’arcivescovo di Lione, Philippe Barbarin, riceve nel suo studio uno dei tre protagonisti del film, Alexandre, in cerca di verità e giustizia. Prima di farlo accomodare, Barbarin gli mostra un’immagine appesa al muro: la riproduzione della famosa foto che ritrae un bambino del ghetto di Varsavia durante la seconda guerra mondiale. «Una foto toccante», commenta il cardinale.

Il regista ha raccontato di essersi ispirato a quanto confidatogli dal vero Alexandre, colui che per primo ha gettato un fascio di luce sul caso al centro del film (quello delle molestie sessuali commesse negli anni Settanta e Ottanta da padre Bernard Preynat, oggi 75enne, su decine di minori dei gruppi scout della diocesi di Lione), e di aver voluto girare quella scena per palesare il contrasto tra ciò che la Chiesa dovrebbe fare – proteggere i bambini – e ciò che ha fatto.

Già, perché Alexandre – e con lui lo spettatore – in quel momento non sa che il cardinale è già a conoscenza dei delitti commessi da padre Preynat (fatti occorsi prima dell’arrivo di Barbarin in diocesi, nel 2002), ha fiducia nella Chiesa e pensa che verranno presto presi provvedimenti. È la fiducia di chi, nonostante le molestie subite, continua a credere nelle autorità ecclesiastiche, a portare i figli a messa, a pregare. Sarà solo quando capirà che questa fiducia è mal riposta, quando vedrà che il cardinal Barbarin non ha intenzione di prendere nessun provvedimento, che Alexandre si rivolgerà alla giustizia civile, dando avvio al caso giudiziario.

In questa battaglia Alexandre non sarà solo: al montare del caso molte delle vittime si fanno avanti, incoraggiate dalla denuncia delle altre, fino a decidere di riunirsi un un’associazione dal significativo nome «La parole libérée» («La parola liberata»).

Ozon, che sceglie di raccontare questa storia accompagnandoci dentro le vite di tre di queste vittime (Alexandre, François ed Emmanuel), usa un registro asciutto, mai retorico, in cui la violenza – narrata a parole più che mostrata esplicitamente – percorre ogni scena facendo montare tensione e rabbia nello spettatore. 

Violenza che è duplice, perché il film non si concentra esclusivamente su quella fisica e psicologica inferta da Preynat su decine e decine di minori dei gruppi scout della diocesi di Lione che ha seguito tra il 1970 e il 1991, ma racconta anche – e forse soprattutto – la violenza delle istituzioni ecclesiastiche, sorde alle richieste di verità e giustizia. Talmente sorde che, nel corso di una conferenza stampa tenutasi a Lourdes nel marzo 2016 dopo lo scoppio del caso, dalla bocca del cardinal Barbarin escono le parole che danno il titolo al film: «Grazie a Dio, la maggior parte di questi crimini sono prescritti».

Il film lascia i protagonisti alla fine delle indagini. La giustizia nel frattempo sta facendo il suo corso. Il 7 marzo scorso il cardinal Barbarin è stato condannato a sei mesi di carcere con la condizionale per non aver denunciato le molestie sessuali commesse da padre Preynat e per averlo lasciato a contatto con i bambini, nell’esercizio delle sue funzioni, fino al settembre 2015, malgrado quanto raccontatogli da Alexandre Hezez (questo il vero nome dell’Alexandre protagonista del film). Contro questa decisione gli avvocati del cardinale hanno fatto appello. Il processo dovrebbe iniziare a fine novembre. Nel frattempo Barbarin si è recato a Roma per presentare le sue dimissioni al papa, ma Bergoglio le ha rifiutate in attesa della fine del procedimento. Barbarin ha deciso comunque di ritirarsi temporaneamente dalla guida della diocesi, assunta dal vicario generale.

Quanto a padre Preynat, che mai ha negato i crimini di cui è accusato – «è il suo unico pregio» scherza qualcuno nel film –, dovrebbe comparire davanti al tribunale di Lione il 13 gennaio 2020. Nel frattempo, nel luglio scorso, è stato dimesso dallo stato clericale.

Nell’ultima scena del film uno dei figli di Alexandre gli chiede: «Papà, tu credi ancora in Dio?». Non sappiamo se al vero Alexandre sia stata realmente rivolta questa domanda ma è l’interrogativo che ci accompagna per tutta la visione della pellicola e con il quale usciamo, in silenzio, dalla sala.

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