Fede e maschilismo, Bibbia e patriarcato

Fede e maschilismo, Bibbia e patriarcato. Ne abbiamo parlato con la pastora battista Lidia Maggi. Teologa e biblista, da sempre è impegnata nel dialogo ecumenico e interreligioso. La incontreremo martedì 24 settembre, presso la Parrocchia di San Giovanni Battista a Bergamo (ore 20.45), all’interno della rassegna Molte fedi sotto lo stesso cielo.

A “Molte fedi” lei porta una meditazione biblica: leggere i segni dei tempi. In che senso?
Siamo molto schiacciati sulla cronaca, ma leggere l’attualità senza inserirla in uno sguardo più alto è rischioso. Penso che la Bibbia sia sempre stata usata per interpretare il presente. Più che darci indicazioni puntuali può offrirci una grammatica, una cura contro la sterilità. 

Una cura contro la sterilità?
Le matriarche bibliche erano tutte sterili. La sterilità è il punto di partenza: ci dice che Dio riapre ciò che è chiuso. Bisogna discernere e rinegoziare il futuro, senza facile ottimismo e facili profeti, come denunciava Geremia. Ma anche senza cadere nel pessimismo, che ci porta al lamento e a credere nel determinismo. Dio non ha scritto il copione delle nostre vite, si recita a soggetto.

Quindi nella fede battista c’è spazio per il libero arbitrio?
La fede battista appartiene alla grande tradizione riformata. Da una parte c’è una rivalutazione della Grazia di Dio, ma ha molta importanza anche la responsabilità nel rispondere alla chiamata. Per questo pratichiamo il Battesimo nell’età adulta, quando una persona è responsabile della chiamata di Dio. Crediamo moltissimo nella libertà religiosa: non ereditiamo la fede dai nostri genitori. Possiamo testimoniarla ai nostri figli, ma la responsabilità è loro.

Un amore per la libertà testimoniato anche dalle persecuzioni subite dal movimento battista.
Gli anabattisti sono stati sterminatati, sia da parte protestante sia da parte cattolica. I ribelli sopravvissuti sono fuggiti dall’Inghilterra, dove non potevano accettare una chiesa di Stato con a capo il re e si sono rifugiati in Olanda. Qui nel  1607 è nata la prima chiesa Battista.

E la situazione in Italia, adesso, com’è?
Io sono cresciuta in un orfanatrofio battista a Roma, dove  ho ricevuto la mia prima educazione alla fede. Nel mondo italiano il protestantesimo storico ha tre chiese riformate: i battisti, i metodisti e i valdesi. Sono chiese molto simili e lavorano bene insieme. I rapporti ecumenici sono molto profondi e le diversità, che pure ci sono, non diventano divergenze.

Parlare di “preti donna” in ambito cattolico dà scandalo. Per i protestanti è del tutto normale avere delle guide spirituali donne? A proposito, la posso chiamare pastora?
Sì, sono una pastora: il linguaggio cambia con i cambiamenti sociali. Per noi è normale, ormai da diversi decenni. Per la mia generazione era ancora qualcosa di inaspettato, per i miei figli è assodato: considererebbero inconcepibile che una pastora venga delegittimata in quanto donna. È segno che non servono tempi biblici per introdurre un cambiamento.

Non crede che le religioni tradizionali siano fortemente maschiliste? Da pastora, non lo vive come un conflitto? 
È un dubbio che tutte le donne hanno: se abbandonare la religione o provare a entrarci. Io ho scelto di vivere nella tradizione cristiana, cercando di rileggere la parola biblica e liberarla dalle sovrastrutture patriarcali accumulate nei secoli, a partire dal linguaggio maschilista. Le nostre chiese e le nostre tradizioni sono imperfette: noi dobbiamo fare da controcanto, riscoprendo il tesoro prezioso e la grammatica di libertà che c’è nella Bibbia e nel cristianesimo. Nella chiesa delle origini – quella di San Paolo, impropriamente accusato di essere misogino  – c’era un protagonismo femminile spaventoso. Lo stesso fatto che la salvezza passasse dal corpo battezzato di uomini e donne era rivoluzionario.

Nel mondo cattolico le pastore come sono viste?
Il mondo cattolico è molto variegato, un intero universo. In ambito ecumenico credo ci sia una riflessione sul ministero femminile perché noi riformati abbiamo un modello felice e positivo. Non solo perché ci sono le donne pastore, ma perché i pastori sono sposati.

Essere sposati vi rende pastori migliori?
Avere una famiglia propria non è un ostacolo alla pastorale, ma una grande risorsa, seppur con qualche fatica. Ci porta a una empatia diversa rispetto a chi – pur con tutta la buona volontà – non ha esperienza di cosa voglia dire, ad esempio, avere un figlio adolescente che ti tira scema. Poi, come tutti i lavori di relazione, si rischia il burnout. 

Non è difficile avere una famiglia e fare la pastora?
Non è facile fare parte di una minoranza e non è facile essere figli di pastori, rischiamo che ci siano troppe aspettative. Questo però significa anche avere tantissime opportunità. Ad esempio tutti i miei quattro figli sono musicisti ed è una passione nata con la chiesa. Attualmente abitano tutti per conto loro e io e mio marito viviamo a Dumenza, in provincia di Varese, dove portiamo avanti questo progetto pastorale di una casa aperta, un luogo laico dove poter sentire il respiro di Dio.

Lei è una assidua frequentatrice di Molte fedi sotto lo stesso cielo. Cosa si augura per questo festival?
Un buon bat mitzwah, visto che compie 12 anni. Nell’ebraismo è considerata l’età in cui le bambine si affacciano all’età adulta e credo che Molte fedi abbia sempre avuto un lato femminile molto forte, nel cercare la pluralità e le relazioni.

Eco di Bergamo

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