CULTURA La radio come memoriale civile che parla con una dolce nota

Scaffale. “Ascoltatori” du Susanna Tartaro, per Add Editore. 21 repertori di memoria e reportage scritti con acutezza di sguardo e particolarmente riusciti, che sono schegge di ricordo ma anche frammenti di vite colte dentro la loro quotidiana esistenza in realtà metropolitane, quartieri caotici, o piccoli paesi, dal nord al sud dello stivale

La radio è fatta di voci e di suoni, parlatori, e di uditori lontani e invisibili, un luogo dove «la parola è tutto» come dice uno di loro nel bel libro Ascoltatori(Add Editore, pp. 160, euro 15)) scritto da Susanna Tartaro, curatrice di Fahrenheit, il programma cult di libri di Radio3. Una radio, quella diretta da Marino Sinibaldi, che non è solo una emittente di cultura, ma anche una comunità diffusa, un generatore di civiltà, un network di persone che si scambiano quotidianamente umanità.

QUELLI CHE LAVORANO in via Asiago 10 li conosciamo, sono voci amiche di intellettuali come Lorenzo Pavolini, Loredana Lipperini, Tommaso Giartosio, Carlo D’Amicis, Felice Cimatti, Nicola Lagioia, Marco Filoni, voci dalla calibratura calda e misurata, mai enfatica o spettacolare, ma sobria e profonda e con il conio delle trasmissioni che la radio trasmette, una boccata di ossigeno nel contesto trash di tv spazzatura e volgarità social. A tessere montaggi di parlamenti e documentari radiofonici ci sono Daria Corrias, Paola Tagliolini, Anna Antonelli, «da qui passò Frank Sinatra, Maria Callas ha cantato a quel microfono, Alberto Sordi usava proprio questo leggìo», ci ricorda l’autrice che in quelle sale, dietro la consolle, ha passato molti anni della sua vita.

«La radio è agile, leggera. È frugale – sono poche le persone che ci lavorano e poca la spesa – ed è anche alla mano, nel senso che è talmente raggiungibile che è come se te la tendesse», scrive ancora, lei che proprio in virtù di questa empatia sonora si mette in viaggio e raggiunge le abitazioni dove le orecchie prensili di alcuni uditori sono quotidianamente in ascolto e inviano sms. Ne sono nati 21 repertori di memoria e reportage scritti con acutezza di sguardo e particolarmente riusciti, che sono schegge di ricordo ma anche frammenti di vite colte dentro la loro quotidiana esistenza in realtà metropolitane, quartieri caotici, o piccoli paesi, dal nord al sud dello stivale, una campionatura sensibile di un’altra Italia, semplice e resistente, incline alla mitezza ma tenace e forte di pensiero.

NEL GRANDE POPOLO sommerso e discreto degli ascoltatori che Susanna Tartaro incontra «dall’altra parte del microfono» c’è Stefano Persico, portiere di un condominio romano di Via Prenestina, uno abituato all’ascolto dell’altro da sé perché ha un passato da sacerdote, Adriano Braido l’operaio quarantasettenne di Vittorio Veneto che ha perso il lavoro e va a dare una mano alla Caritas, che ama la diretta, «vivere quel preciso momento», e si commuove quando ascolta Beethoven; mentre Margherita Barraco di Mondovì che vende formaggi al mercato quando ascolta i concerti Radio3Suite alla vecchia Grundig portatile si sente a Londra, alla Royal Albert Hall. Lisa Orlandi, invece, libraia di Levico Terme, «ascoltatrice totale» che «con i conduttori ci parla», ha un padre giudice, Francesco, che vive la radio, «è una parte vitale di cui non posso fare a meno», dice. «Ora che ho smesso di lavorare le mie giornate sarebbero perse». Con Ivo Mazzucchelli, nazionale di rugby, parla di sport, politica e periferie, la famiglia Pepe la accoglie ad Andria, Paola vive a Brescia, è una ascoltatrice in prima fila, quando incontra Vinni ad Alghero, uno che ha vissuto una vita difficile, l’argomento che collega alla radio è «l’arte della delicatezza», «la nota dolce» che coglie l’ascoltatore inquieto nel suo abisso sardo. Così radio e mondo esterno si mischiano, le storie dei protagonisti come Riccardo Goruppi, sopravvissuto al lager, «il ragazzo che per fame ha brucato l’erba cresciuta nelle piccole zolle di terra tra i vagoni», o i natali passati e raccontati a Scampia, nel carcere di Rebibbia o in un centro per rifugiati, diventano il memoriale civile che arriva nelle case di queste persone, le quali chiudono il cerchio delle modulazioni di frequenza, partite da uno studio romano e in viaggio con le loro velocissime onde elettromagnetiche.

C’È UN FIL ROUGE che riverbera nel libro, sono altre voci, voci di poeti, spia dell’amore che l’autrice nutre per gli haiku e le opere in versi (suoi i «Gettoni di poesia» per Radio3), di Anedda, Villalta, Cavalli, Walcott, come quelli di Mariangela Gualtieri «Dammi da mangiare/dalla tua voce/un pane di parole intese/dentro le misure del silenzio», che bene interpretano il miracolo quotidiano della radio e questo libro.

Il Manifesto

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