Per una pace senza confini. A Madrid impegno nello spirito di Assisi

Per tre giorni Madrid è stata capitale della pace. Una «pace senza confini», come recita il titolo dell’incontro internazionale concluso ieri e promosso da Sant’Egidio e dall’Arcidiocesi madrilena nello «spirito di Assisi». La grande partecipazione – oltre trecento rappresentanti delle religioni e del mondo della cultura, migliaia di persone, tra cui molti giovani, venuti da tutta Europa – è una buona notizia perché supera la rassegnazione a una conflittualità permanente e a frontiere spesso diventate muri visibili e meno visibili. A Madrid non si è rinunciato alle tradizioni religiose, alle fedi, alle visioni di ognuno e non si è nascosta la propria identità. E neanche si è dovuto mascherare ciò che si è, ricorrendo a compromessi tra persone di culture in alcuni casi molto diverse tra loro. Ci si è riuniti di fronte al mondo di oggi interrogandosi sulle sue ferite, sulle guerre e sulla violenza, cercando quelle risposte che spesso mancano.

Nel corso della storia le frontiere hanno segnato la vita dei popoli aiutandoli a svilupparsi e a maturare, ma non di rado li hanno imprigionati in logiche di conflitto, che hanno prodotto pregiudizi, odio, guerre. Ma il cielo a cui tutti gli uomini e le donne rivolgono le loro preghiere, nella disperazione come nella gioia, dai barconi in avaria nel Mediterraneo come nei precari rifugi sotto le bombe in Siria, è uno solo, non è imprigionato da confini. Perché il Dio della pace e della misericordia, non può essere diviso. Così come l’uomo e la donna che soffrono, oppressi dalla povertà, dalla malattia, dagli eserciti in guerra, mentre tendono le mani in cerca di futuro, non hanno colore, etnia, nazione, segni di distinzione.

Se è vero che nel mondo globale tutti abbiamo bisogno, per vivere, di una casa che sia nostra e spesso di una nazione, una lingua, una cultura, è anche vero che il mondo è la nostra casa comune. Dobbiamo imparare a chiamarlo ecumene, una parola piena di significato, la cui etimologia significa “casa dove tutti viviamo”: è la civiltà del vivere insieme. Da Madrid parte un impegno delle religioni, insieme a tanti umanisti: considerare la casa del vicino non come quella dell’estraneo, ma quella dei propri parenti. «Tutti parenti, tutti differenti», diceva una sopravvissuta al lager nazista. Quando si costruiranno ponti di dialogo e di incontro, tra le case del villaggio globale scorrerà il fiume della pace.

L’ambiente, vera nostra casa comune, che colpevolmente abbiamo deteriorato e che oggi mostra crepe e sofferenze, si rivolta contro gli abusi ripetuti perpetrati dall’uomo. Ma l’aria che respiriamo non conosce dogane. È la stessa per tutti. La foresta amazzonica non è proprietà di qualcuno e se brucia, brucia per tutti.

L’emergenza ecologica non è un tema tra i tanti, quasi una moda: pone in gioco il nostro futuro e soprattutto quello delle generazioni che verranno, con cui siamo in debito. Proprio i giovani per primi, giustamente lo hanno compreso e si stanno mobilitando in ogni parte del mondo con grande generosità per un pianeta più vivibile. Trent’anni dopo la caduta del muro di Berlino, «Pace senza frontiere» ha detto, in molte lingue e in ogni religione, no ai muri che dividono i ricchi dai poveri, i cristiani dai musulmani o gli hindu dai buddisti, il Nord dal Sud del mondo. 

Le religioni si sono assunte da quando Giovanni Paolo II le chiamò ad Assisi nel 1986 il compito storico di rompere le barriere, unificare i mondi, superare le frontiere. Quando si lotta per i più poveri, per i migranti, per la cura del creato, per il superamento delle ingiustizie, non può essere un Dio a dividere. È il messaggio che parte da Madrid e che recita anche l’appello finale dell’incontro, letto ad alta voce nella piazza della cattedrale: «Una pace senza confini è il bisogno profondo del nostro mondo». Possibile e necessario da realizzare per guardare al futuro e non restare prigionieri della rassegnazione e della conflittualità. Quel futuro di pace che nella preghiera è apparso a tutti più chiaro.

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