Il rodimento dell’elogio

Il rodimento dell'elogio

Di Massimiliano Barbin Bertorelli

– Ogni azione umana disinteressata, in se stessa, esclude l’attesa della “riconoscenza” altrui. 

Tuttavia, è anche vero che, per altro verso, il “riconoscimento” è una re-azione che l’individuo, non solo accetta con favore, ma, sotto-sotto, si aspetta.

D’altronde, in quanto connessa al principio di causa-effetto, la conseguenza non è illogica, né deplorevole. Pertanto, un’azione generosa, dichiarativa nella sua stessa tensione altruistica, non è mai abominevole contrappuntarla con una adeguata aspettativa.

Si intende qui stabilire l’idea di una conciliazione tra comportamenti, che ha la funzione di alimentare e sostenere, quando presente nei fatti, le dinamiche relazionali; viceversa, quando assente, di raffreddare le singole componenti (rispetto alla temperatura originaria).

Sostengo, con voluttuosa attendibilità, che l’essere umano manifesta un disperante desiderio di “riconoscibilità” e di “valorizzazione”, dispone di una tal “brama di avere, valere, potere”, citando Ricoer, da impersonificare l’imperativo emotivo “voglio essere elogiato”, a dit Cioran. 

Analogamente, Fukuyama, in un recente editoriale ne IlSole24ore, di ciò esprime tale esigenza, impellente, intima: prevalente, persino, sulle istanze di natura economica. 

E’ interessante che ciò similmente pare accadere anche quando l’individuo si considera un “impostore” (dal latino imponere: far credere), in base a capacità riconosciute all’esterno, ma di cui egli stesso dubita, come fece anche Pollock (nel suo caso, senza evidente ragione).

Nondimeno, in tale fattispecie, si può assistere al mash-up di entrambe le componenti: un sentimento di impostura, complementare alla percezione del proprio talento, tipico elemento di certa ambiguità.

Pertanto, visto che la riconoscenza non va posta come un diritto, visto che il merito non si misura per risultati e che “l’umana gratitudine si manifesta non comprendendo i propri benefattori” (cit. Nietzsche), indirizziamoci verso l’autarchia auto-celebrativa. 

In buona sostanza, prodighiamoci impunemente nell’inseguire l’elogio, sulla falsariga dell’immagine del mitico serpente che, inseguendosi in un circolo senza fine, non riconosce la sua stessa coda e la divora.

genovapost.com

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