Chiamati a costruire ponti. Seminario di formazione del World Council of Churches


L’Osservatore Romano 

(Riccardo Burigana) Cosa devono fare i cristiani per testimoniare la loro vocazione al cammino ecumenico in una società interreligiosa e interculturale? È stata questa la domanda che ha guidato il seminario di formazione tenutosi presso l’Istituto ecumenico di Bossey, in Svizzera, dal 5 al 15 agosto. L’incontro, organizzato dal Consiglio ecumenico delle Chiese, secondo una tradizione ormai consolidata, era rivolto, soprattutto, ai giovani che vivono in prima persona il loro impegno per la costruzione dell’unità della Chiesa nelle comunità locali in tante parti del mondo. Con il seminario il World Council of Churches ha voluto rilanciare l’idea di quanto sia importante una formazione ecumenica che coinvolga conoscenze e esperienze diverse per sostenere l’annuncio della Parola di Dio, come primo passo per costruire un mondo di giustizia e di pace. Per questo il programma dell’evento è stato pensato all’interno del “pellegrinaggio di giustizia e di pace” con il quale il Wcc, dall’ultima assemblea di Busan, si è adoperato per valorizzare le esperienze locali dei cristiani, individuando le “ferite” personali e comunitarie così da rimuovere insieme, nella quotidianità, le ingiustizie che le hanno determinate.
Il seminario di Bossey si è concentrato su come le comunità cristiane vivono oggi in una società post-moderna, nella quale la dimensione interculturale e interreligiosa apre prospettive nuove, proponendo delle sfide alle quali i cristiani devono rispondere per rafforzare la testimonianza cristiana che si alimenta nel dialogo e con il dialogo; proprio la forza del dialogo costituisce uno degli elementi centrali nel cammino ecumenico perché aiuta i cristiani a comprendere la propria identità con la quale creare ponti anche con le altre religioni.
Durante i lavori è stato sottolineato come i cristiani devono essere preparati a rispondere, e non solo a condannare, alle istanze xenofobe, razziste e nazionaliste che percorrono la società contemporanea, talvolta invocando una dimensione religiosa, come giustificazione, nonostante le dichiarazioni degli organismi ecumenici e delle comunità religiose riaffermino l’estraneità della religione a ogni forma di violenza e discriminazione.
Particolarmente interessante è stata la parte della condivisione delle esperienze di dialogo, anche interreligioso, comprese quelle che non hanno condotto a buoni risultati sulla strada della giustizia e della pace; si è parlato di come costruire dei percorsi per rendere significativa l’esperienza di fede con la quale «sviluppare una lettura condivisa dell’oggi, scoprire degli approcci cristiani per affrontare le sfide e sostenersi nel cammino così da trasformare le comunità locali».
Con il seminario di Bossey il Consiglio ecumenico delle Chiese ha voluto riaffermare la priorità di un’azione che conduca a un sempre maggior coinvolgimento dei giovani nel cammino ecumenico a partire dalla trasmissione di quanto è stato fatto negli ultimi decenni per il superamento dello scandalo delle divisioni, così come è stato in occasione del settantesimo anniversario di fondazione del World Council of Churches.
Si tratta tuttavia di una priorità che ha assunto negli ultimi tempi — come è apparso evidente anche nel recente convegno sulla Laudato si’ a Nairobi (15-16 luglio) — una nuova dimensione nella definizione di progetti reali e concreti per una testimonianza ecumenica in grado di contribuire alla realizzazione di una società pienamente fondata sui valori cristiani.
L’Osservatore Romano, 28-29  agosto 2019

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