Tempi cambiati nella Chiesa. Spazio a preti sposati. Il coraggio di cambiare

Papa Roncalli. Il Papa Buono, dall’alto della sua grande saggezza “contadina”, capii che i tempi erano cambiati e che la Chiesa, essendo un popolo in cammino nella Storia, doveva avere il coraggio anch’essa di cambiare. Per questa ragione ebbe il coraggio di indire il Concilio Vaticano II. La morte del Pontefice, secondo me, impedì al Concilio di essere ancora più rivoluzionario (dottrina meno sessuofoba, sacerdozio femminile, possibilità per i preti di sposarsi, etc) di quello che pure, comunque e nonostante tutto, è stato. (Vincezo Vespri in nextquotidiano.it)

La rete intrappola la democrazia paolo-ercolani-figli-di-un-io-minore-recensione

di ANTONIO CECERE – MicroMega

Paolo Ercolani è tornato, in Figli di un io minore (Marsilio 2019), a riesaminare, da una prospettiva alternativa a quella popperiana, il rapporto fra democrazia e conoscenza. Vi si collega una proposta di costruzione di una nuova società della conoscenza che merita di essere attentamente valutata.

A distanza di sette anni da L’ultimo di Dio (Dedalo 2012), Paolo Ercolani torna ad approfondire un tema essenziale per il dibattito intellettuale e politico dei nostri giorni: la democrazia intrappolata nella rete. Il filosofo romano è impegnato da anni nello studio e nell’analisi dei processi politici e dei cambiamenti in seno alle democrazie occidentali in virtù dell’impatto dei nuovi media.

In questo saggio l’analisi si allarga a tematiche antropologiche e pedagogiche, frutto di anni di confronti con studenti e di una propria esperienza diretta nel mondo virtuale dei social networks.

Il libro è suddiviso essenzialmente in due parti: una prima è costituita da un’importante prefazione di Luciano Canfora e dai sei capitoli che l’autore ha strutturato in modo che siano leggibili anche da un pubblico non specialista; nella seconda parte, pensata per un circuito di studiosi, l’autore elabora un impianto di note molto consistente e soprattutto una bibliografia aggiornatissima e di grande  respiro internazionale.

Nella prefazione (pp. 7-9) Luciano Canfora mette in evidenza l’argomento più radicale e corrosivo del saggio di Ercolani, ovvero l’idea che il suffragio universale, vero totem delle democrazie moderne, abbia mostrato tutta la sua natura superflua, confermando la teoria secondo la quale la rete, il massimo strumento di comunicazione di massa, non produca maggioranze rivoluzionarie, ma, al contrario, sia un veicolo di consolidamento per le élite più reazionarie.

Nel primo capitolo (pp. 27-84), L’uomo senza pensiero, Ercolani fa i conti con la vulgata popperiana che tanto aveva contribuito a fomentare illusioni circa l’avvento di una società aperta, quando il web cominciò a mostrare la propria vocazione di strumento di massa. L’autore, grazie a una scrittura agile e comprensibile, ma allo stesso tempo tagliente, riesce a cogliere con precisione tutte le più evidenti contraddizioni fra le speranze dei primi osservatori del fenomeno web negli anni ottanta e la realtà dei giorni nostri. L’aver puntato sulla difficoltà del libero pensiero nella società attuale pone l’analisi del testo all’interno della già consistente letteratura sociologica di un maestro come Edgar Morin, il quale aveva già notato come lo «Tsunami di informazioni», che  piovono ogni giorno sui nostri dispositivi tecnologici, invece che favorire riflessioni e partecipazione al dibattito pubblico, favorisce una passiva acquisizione di slogan buoni per un atteggiamento da sostenitore di idee altrui.

Il secondo capitolo, Il Dio cattivo (pp. 85-124), è un dipinto a tinte fosche del sistema capitalistico quale unico dio dell’umanità nel XXI secolo. In alcuni efficaci passaggi, l’autore condensa tutta la critica sociale al capitalismo, dicendo che «Questo Dio provvidenziale che è il mercato richiede al suo cospetto un uomo che si affidi alle sue virtù salvifiche, che segua in maniera acritica i suoi dogmi, tanto sul piano sociale quanto su quello individuale, e che tragga dagli stessi quei valori su cui regolare l’intero vissuto» (pag 93). La trasformazione da Homo democraticus in Homo aeconomicus è avvenuta dunque nell’atto di sottomissione dell’uomo moderno all’ideologia del mercato. L’homo rationalis ha dismesso i panni dell’homo faber, il lavoratore titolare dei diritti costituzionali che, attraverso la propria opera, persegue il proprio benessere e contribuisce a costruire il bene comune, e si è prestato a divenire un operatore acritico del sistema capitalista. Questa nuova condizione umana è soggetta alle condizioni del mercato a tal punto che il cittadino consumatore pensa la propria felicità solo in relazione alle cose che possiede e alle possibilità che ha di consumare gli oggetti prodotti dalla città-fabbrica che abita in continua tensione agonistica con tutti gli altri suoi simili. Ma è proprio questo il capolavoro del mercato secondo Ercolani, il quale, infatti, dice che «l’individuo consapevole dei propri limiti, che ha ben chiaro di conoscere soltanto l’ambito ristretto dei suoi scopi ed interessi, ignorando quelli di tutti gli altri, deve lasciare che sia l’ordine spontaneo prodotto dal mercato autoregolantesi a costruire in maniera evolutiva la società migliore e più libera per tutti gli uomini» (p. 101). L’autore, con mirabile tratto di penna, mette a nudo il fallimento della modernità che ha abdicato al mito illuminista del progresso, inteso come crescita dell’autonomia del soggetto, preferendo, per la costruzione della società nuova, lo schema aziendale dello sviluppo. Per questo Ercolani sostituisce al mito del giardino dell’Eden, dove il Dio biblico caccia l’uomo che ha osato cogliere il frutto della conoscenza, un «Dio cattivo» che estromette l’uomo che osi pensare di costruire una società secondo le proprie necessità vitali invece che adeguarsi alle dinamiche del «naturale ordine spontaneo assicurato dal mercato» (p. 102).

Nel terzo capitolo, La gaia incoscienza (pp. 125-158), la riflessione antropologica si spinge ad analizzare l’impatto dei nuovi media sulle capacità cognitive del singolo uomo, riaprendo un confronto con i grandi pionieri della sociologia della comunicazione come McLuhan e Carr (pp. 127-135). Nella severa analisi, Ercolani vede che «l’individuo viene spinto a desiderare e a comprare in base a ciò che gli propone la pubblicità e a quello che desiderano e comprano gli altri» (p.128), e questo succede grazie ai nuovi mezzi di comunicazione, sempre più pervasivi e presenti nelle nostre vite fino a diventare un’appendice del nostro corpo. I nuovi strumenti tecnologici, facili da usare e maneggevoli, diventano un surrogato pedagogico che spesso sostituisce la voce materna nel rispondere alle domande precoci dei bambini. L’autore osserva che, attraverso questi strumenti, i fanciulli vengono indirizzati velocemente alla loro futura occupazione che è quella di «diventare abili consumatori» (p. 128).

Ercolani si inserisce a pieno titolo fra i più seri studiosi del rapporto tecnologia-fisiologia, aderendo all’idea di McLuhan che «sul piano fisiologico l’uomo è costantemente modificato dall’uso normale della tecnologia (o del proprio corpo variamente esteso» (p. 132).

Il paragrafo che dà il titolo al libro, Figli di un io minore, si concentra in modo approfondito sulla questione davvero sentita della condizione dei giovani di fronte al cambio di prospettiva, anche identitaria, che la tecnologia sta apportando alle relazioni umane. Questo paragrafo introduce temi di psicologia e di pedagogia di grande attualità che rendono il testo una lettura imprescindibile per educatori e per genitori attenti al proprio ruolo.

Siccome nessun filosofo può scrivere dei trattati esaustivi su argomenti complessi come quello del libro che stiamo analizzando, perdoniamo all’autore di aver mancato un riferimento importante allo studio di Roland Barthes sul «Senso della moda» (ultima edizione, Einaudi 2006), uno studio pionieristico sulla pubblicità quale linguaggio capace di creare interi stili di vita, e divestizioni, partendo da un uso di modelli semantici puramente virtuali. Roland Barthes è il primo che ha visto bene come la Pubblicità si sia fatta sistema, linguaggio, identità collettiva, superando l’idea di un sistema di reclamizzazione di oggetti e diventando, di fatto, essa stessa, il sistema unico della produzione di senso della società contemporanea. Nel confronto con Barthes, Ercolani avrebbe reso il suo ragionamento più efficace nel dimostrare l’effetto che i social stanno avendo sui nostri comportamenti, e di come ognuno di noi senta la necessità di recitare un ruolo virtuale «all’interno di un contesto in cui ognuno è chiamato a condividere esclusivamente il meglio di sé, nell’ambito di una logica squisitamente quantitativa e commerciale, soprattutto per le personalità più giovani […]» (p. 140) le quali, ci fa capire l’autore, sono le più soggette a credere che la vita sia tutta in una vetrina e un profilo sui social da cui mostrarsi felici e di successo, secondo i canoni omologanti della vita decisa dal numero dei like e dei follower.

La notte della democrazia (cap. 4, pp. 159-198) è a nostro avviso il capitolo meno interessante del libro. L’autore tenta l’impossibile operazione di tenere insieme 2500 anni di critica alla democrazia, rapportandola alle problematiche fino ad ora analizzate nel testo. In una prospettiva genealogica sarebbe stato più interessante mettere in luce la tensione fra potere politico e l’evoluzione della tecnologia che è a disposizione di una civiltà per la trasmissione del sapere. In questa ottica il dialogo platonico del Fedro, dove Socrate difende la civiltà dell’oralità dalla tecnica della scrittura, avrebbe messo in evidenza lo stretto legame fra potere politico ed egemonia culturale. Il passaggio dalla civiltà dell’oralità a quello della civiltà della scrittura, così come lo ha studiato Walter Ong, ci consente di ragionare sui mutamenti politico-istituzionali di fronte all’emergere di nuove tecnologie. In questo capitolo, invece, Ercolani si concentra troppo nella lotta di potere fra il capitale finanziario e il popolo della società ottusa. A nostro avviso, la lotta non è fra capitale e popolo, anzi, crediamo che oggi le persone che popolano il web siano i grandi alleati del capitalismo finanziario. Quando è arrivata la rivoluzione di internet tutti gridarono al miracolo, immaginando che finalmente “la gente” avrebbe esercitato un potere diretto nella “web-democrazia”. L’entrata in scena dell’uomo internettiano ha evidenziato che “quella gente” è stata formata e istruita dal linguaggio capitalista della pubblicità. Oggi chi frequenta i social, ragiona, parla e si fotografa come fosse il protagonista di uno post pubblicitario. Non contestiamo la correttezza delle critiche di Ercolani alla democrazia, ma non crediamo di cogliere, in questoexcursus, la stessa efficacia di analisi che abbiamo apprezzato negli altri capitoli riguardo la tensione generale del testo che resta il disagio dell’uomo contemporaneo schiacciato dalla rivoluzione della rete.

Nel capitolo finale, I pilastri per un nuovo umanesimo (pp. 199-272), Ercolani si mostra capace di una proposta di grande respiro, che lo avvicina di diritto ad autori del calibro di Edgar Morin, nel momento in cui fa intravedere al lettore che esiste un’alternativa alla società ottusa.

Secondo l’autore «la critica radicale e rigorosa della società odierna non può fondarsi su una visione apologetica del passato. Non è mai esistito un tempo in cui la grande maggioranza della popolazione fosse votata alla conoscenza, né alla formazione di un pensiero autonomo e critico che, per di più, venisse utilizzato nel campo sociale dell’interesse pubblico» (p. 206).

Questa riflessione apre pagine di grande respiro costruttivo, in cui l’autore riesce a individuare nell’istruzione pubblica e nell’informazione i due pilastri da riformare per un cambio di paradigma, partendo dalla convinzione che l’opinione pubblica resta l’unico arbitro della sorte della democrazia e dei suoi valori.

Svincolare il sistema scolastico dall’ideologia del profitto, in modo che lo studente torni ad essere «l’uomo che pensa, nutrendo un amore naturale per al conoscenza e la ricerca della verità» (p. 226), riuscendo ad essere «interprete» del proprio tempo, autonomo e partecipe dei processi decisionali, non sottomettendosi alle narrazioni del potere, ma diventando protagonista di un nuovo linguaggio e di rinnovati valori sociali. Lo slancio di queste pagine,per una società a misura d’uomo, rappresentano davvero una parte construensnell’opera che stiamo analizzando, e ci conducono in un percorso in cui vengono approfonditi il ruolo della «famiglia e  della scuola: i piani dell’educazione» (p. 234), «l’educazione sentimentale» (p. 236), «l’educazione fisica» (p. 243), «l’educazione ecologica» (p. 246), in un crescendo di analisi che mostrano una grande capacità dell’autore di dare risposte alle inquietudini del nostro tempo.

Il grande campo di intervento è dunque la scuola, alla quale bisogna ridare la dignità di centro di «educazione alla cittadinanza» (p.252). Bisogna riqualificare l’informazione e creare una consapevolezza dell’appartenenza di ogni singolo ad una comunità costruita intorno a un insieme di valori condivisi. «In questa direzione è necessario lasciarsi alle spalle la rigida suddivisione fra materie umanistiche e materie scientifiche, e istituire lo studio della filosofia in tutte le scuole, a partire dalla primaria» (p. 256). Ercolani non pensa ad aggiungere, arbitrariamente, una materia di studio nel curriculum delle scuole tecniche. Il suo ragionamento è invece coerente al bisogno di superare la specializzazione del sapere sin dalle primarie. Un’educazione al sapere che non sia puro apprendistato di una competenza per trasformare i ragazzi in buoni operai-consumatori, ma strumento per rendere i giovani autonomi nell’approccio alla complessità della nostra epoca. Superare la frammentazione, ampliare i punti di vista degli studenti, qualificare la cittadinanza; su queste basi, allora, la provocazione che aveva aperto il libro nella prefazione di Canfora può assumere un significato molto più forte. Superare il suffragio universale, oppure, come io intendo, considerare veri cittadini solo quelli che condividono i fondamenti assiologici e culturali della propria società?

La risposta è nell’epilogo del libro, e non è la personale idea dell’autore, ma la necessaria presa di coscienza di tutti gli uomini ragionevoli.

Tra impotenza e ricostruzione di una egemonia: la sinistra intellettuale oggi

giorgio-cesarale-a-sinistra-laterza-recensione


di CARLO FORMENTI – MicroMega

La maggior parte degli autori esaminati nel libro di Giorgio Cesarale (A Sinistra. Il pensiero critico dopo il 1989, Laterza, 2019), è priva di quella traducibilità politica che oggi serve per reinventare l’opposizione al neoliberismo. All’interno di questo panorama, l’unica via che prepara la ricostruzione del blocco sociale antagonista è quella di Laclau.

Che ne è di una sinistra travolta da quella mutazione del capitalismo che, a partire dagli anni Ottanta del secolo scorso, 1) ha cessato di generare ricchezza per tutti, negando alla sua controparte sociale ogni spazio di contrattazione del reddito; 2) ha prodotto élite dominanti che non si assumono più responsabilità civili, diversamente dalla vecchia borghesia; 3) ha sostituito all’universalismo illuminista e dialettico l’universalismo della ragione liberale; 4) si è intestato i valori del progresso e del riformismo “scippandoli” all’avversario storico; 5) ha regalato ai partiti populisti l’egemonia politica sulle masse; 6) ha svilito la democrazia, non  più associata al dissenso organizzato e di massa ma al mero riconoscimento dei diritti umani attribuiti ai singoli individui?

Partendo da tale interrogativo, Giorgio Cesarale costruisce un percorso (“A Sinistra. Il pensiero critico dopo il 1989”, Laterza) che, data per scontata l’impotenza delle sinistre tradizionali, incapaci di far fronte alle sfide sopra elencate, tenta di cogliere i sintomi del riemergere di un “pensiero critico” che, liberatosi di categorie, paradigmi e concetti obsoleti, esplora percorsi di emancipazione alternativi. In particolare, nei cinque capitoli del libro, l’autore esamina nell’ordine: le teorie che hanno ridisegnato l’immagine del capitalismo, svelandone i rapporti strategici con una serie di fattori esterni alla sfera dei rapporti produttivi (Wallerstein, Arrighi, Harvey, Streeck, Boltanski); i profeti della morte del potere sovrano e del suo luogo d’elezione, lo stato-nazione (Agamben, Negri); le nuove definizioni filosofiche della soggettività (Badiou, Žižek, Jameson); le vie d’una possibile rianimazione della democrazia (Balibar, Rancière, Laclau); la problematica generata dalla proliferazione delle identità (Butler, Fraser, Spivak).

Il risultato è un’opera difficile da recensire. In primo luogo perché Cesarale, immagino per scrupolo di obiettività (intesa come distacco scientifico dall’oggetto di indagine), limita al minimo lo spazio dedicato ai propri giudizi soggettivi sul pensiero degli autori trattati, il che, se da un lato consente al lettore di appropriarsi autonomamente degli “attrezzi” che ritiene più congeniali al proprio modo di approcciare la realtà, dall’altro non agevola l’individuazione di percorsi trasversali fra autori e campi teorici. Poi perché i suoi corpo a corpo con le tecnicalità linguistiche di alcuni dei sistemi teorici analizzati, in ispecie quelli a più alto contenuto filosofico, ne rispetta fin troppo la specificità e le idiosincrasie, complicando il compito di valutarne la “traducibilità” politica, vale a dire la capacità di ispirare pratiche di opposizione al sistema neoliberista. Una traducibilità che, a mio avviso, svaria su un arco assai ampio: dall’assenza di qualsiasi reale carica eversiva, a un elevato potenziale di “pericolosità” politica. Formulando tale giudizio anticipo la via che intendo seguire per parlare di questo libro: mi sostituirò all’autore, sia nel valutare la reale portata critica dei discorsi da lui presi in esame (trascurandone la più parte per motivi di spazio), sia nell’individuarne le possibili contaminazioni reciproche.

Parto da due autori che, a mio avviso, mentre si atteggiano a radicali reiventori di un orizzonte di sovversione comunista, restano ancorati alle più obsolete categorie del pensiero hegelo-marxista, con il risultato di sancire, più che smentire, l’atto di morte di una sinistra subordinata all’egemonia liberale. Mi riferisco a Badiou e Negri, i quali, pur nelle significative differenze fra i rispettivi sistemi di pensiero, compiono un secolare balzo indietro nel tempo, ripescando la vetusta teoria che associa il superamento del sistema capitalistico all’estinzione dello stato. In Badiou questa vis“antistatalista” assume toni particolarmente radicali, al punto da sostenere che la forma-stato – già in quanto mero principio di rappresentatività politica – è ontologicamente associata a un principio di repressione. Manca completamente, in tale visione, qualsiasi sforzo di declinare storicamente l’evoluzione della forma-stato, il che non stupisce ove si consideri il peso strategico che, come ricorda Cesarale, ha in Badiou la categoria di evento, per cui il superamento dell’esistente non è ricostruibile – sia pure a posteriori, come ammetteva anche l’ultimo Lukács –  come esito dell’accumulo/intreccio di conflitti e contraddizioni, bensì come irrompere provvidenziale di un contingente che riscrive passato, presente e futuro. Di evento in evento verso il paradiso di una società armoniosa e depurata dai conflitti, appunto in grado di fare a meno della forma-stato.

Allo stesso esito “anarchico” Negri approda per vie diverse, nel senso che, nel suo pensiero, il motore dell’estinzione dello stato è immanente allo sviluppo capitalistico. Certo, a sovradeterminare la direzione di tale sviluppo è, per Negri, la soggettività operaia (e le sue successive trasfigurazioni, dall’operaio massa alla moltitudine), ma ciò non inficia il carattere di un processo che resta tutto interno al capitale, che non ammette cioè alcun fuori di sé e conduce spontaneamente all’esito del comunismo (o del comune, come è oggi di moda chiamarlo). Il capitale, per Negri, nega marxianamente se stesso, si fa comunismo in ragione delle sue contraddizioni immanenti, a partire da quello sviluppo del general intellect che rende obsoleta e impraticabile la legge del valore lavoro. Il paradosso è che le comunistissime utopie negriane finiscono per specchiarsi in quelle di un neoliberismo che celebra la fine della sovranità nazionale come fine della storia, come quel definitivo e irreversibile trionfo del capitale anticipato da von Hayek.

Passando all’estremo opposto, cioè al campo del pensiero critico che offre un reale contributo alla lotta politica contro il sistema neoliberista, credo che esso si articoli attorno a tre assi che percorrono trasversalmente le cinque aree disciplinari individuate da Cesarale: il primo è quello del riconoscimento della non autonomia – ai fini di garantire la continuità del processo di accumulazione – del modo di produzione capitalistico rispetto a una serie di attività esterne alle relazioni di mercato; il secondo coincide con la presa d’atto dell’irreversibile divorzio fra capitalismo e democrazia, il terzo con il tentativo di estendere la soggettività antagonista oltre i tradizionali confini del proletariato.

I contributi relativi al primo asse si trovano soprattutto nel primo capitolo. In Wallerstein incontriamo la tesi secondo cui l’economia capitalistica non si fonda solo sul conflitto capitalisti/proletari ma anche su quello fra stati-nazione del centro e della periferia del sistema mondo, un conflitto centro/periferia che rispecchia la divaricazione dimensionale degli attori economici: le imprese dei Paesi del centro sono monopolistiche e tecnologicamente più avanzate. Ancora Wallerstein, ma anche e soprattutto Arrighi, spostano l’attenzione dal concetto di modo di produzione – che inspira la classica visione bipolare della lotta di classe – a quello di modo di accumulazione – che viceversa prende in considerazione l’eterogeneità delle relazioni economiche che possono contribuire ad accrescere il volume dei profitti. Harvey contribuisce a sua volta al cambio di paradigma attraverso il concetto di “accumulazione per espropriazione”, termine con cui descrive le rapine imperialistiche nei confronti di forme di vita e mondi esterni alle relazioni di mercato  (per Harvey tali pratiche non sono caratteristiche di una specifica fase storica – quella della cosiddetta accumulazione originaria – ma sono un fattore permanente della riproduzione del sistema capitalistico). Infine Arrighi: 1) integra nel dispositivo di accumulazione capitalistica la funzione dello stato:  il fenomeno dell’accumulazione resta incomprensibile finché non lo si esamina alla luce del combinato disposto tra stato e capitale; 2) libera l’analisi marxista del capitalismo dalle pastoie del determinismo storico: la finanziarizzazione che sta alla base delle attuali crisi sistemiche non è, secondo il dettato leninista, “fase suprema del capitalismo”, bensì fase che si ripropone ciclicamente ogniqualvolta un determinato ciclo egemonico – come sta oggi accadendo a quello dominato dagli Stati Uniti – giunge al tramonto.

Lo spostamento dal concetto di modo di produzione a quello di modo di accumulazione (che per inciso potrebbe restituire attenzione nei confronti di autori che il marxismo ortodosso ha confinato ai margini del pensiero critico, come Luxemburg e Polanyi) spalanca un orizzonte del tutto nuovo all’indagine sulla soggettività antagonista. E, sotto questo aspetto, converge con contributi che vengono da altri ambiti disciplinari. E’ il caso di un’autrice come Nancy Fraser, la quale, partendo da un confronto critico con il pensiero femminista emancipazionista – in cui riconosce un potente alleato dell’egemonia culturale neoliberista –, allarga la propria visione fino a costruire un complesso modello della dinamica delle crisi capitalistiche che assume come centrali le contraddizioni che si producono al confine (anche qui l’attenzione si sposta verso l’esterno!) fra modi di produzione e modi di riproduzione, per approdare a una reintegrazione del femminismo nel progetto della rivoluzione socialista. È il caso, anche, di due autori come Boltanski e Chiapello, che riformulano il tema della non autonomia del sistema capitalistico come incapacità di autolegittimarsi sul terreno ideologico: per ottenere tale risultato il capitalismo è costretto ad appellarsi costantemente a risorse esterne, dalle quali dipende per costruire di volta in volta delle “ideologie”, intese non come sovrastrutture illusorie, ma come insieme di ragioni individuali e collettive per ottenere l’obbedienza dei dominati (in particolare Boltanski e Chiapello esaminano il caso dei valori antiautoritari e antigerarchici del 68, che il management di un’impresa capitalistica interessata a sviluppare un’organizzazione del lavoro più adatta alle nuove tecnologie di rete, ha abilmente saputo integrare). È, infine, il caso di Spivak, la quale, partendo dall’analisi dei conflitti sociali all’interno dei Paesi postcoloniali, propone di mettere il concetto di classi subalterne al posto di quello di classe operaia al centro della scena politica.

L’esponente più significativo del secondo asse, quello del divorzio fra capitale e democrazia, è senza dubbio Wolfgang Streeck, ultimo erede delle Scuola di Francoforte nonché autore di una provocatoria analisi sulla natura del tutto contingente del matrimonio fra democrazia e liberalismo. Streeck va aldilà del concetto di postdemocrazia utilizzato da autori come Crouch, nella misura in cui sostiene che il fine del modo di produzione capitalistico – che era, è e sempre resterà l’accumulazione illimitata di profitti – è intrinsecamente incompatibile con le esigenze di un regime democratico che deve limitare tale fine per rispondere agli interessi e ai bisogni di una pluralità di soggetti sociali. Se questa compatibilità è sembrata possibile nel corso del trentennio succeduto al secondo conflitto mondiale, ciò è avvenuto solo in ragione della forza accumulata dai movimenti operai e per esorcizzare lo spettro di un sistema sociale alternativo incarnato dai Paesi del socialismo reale. Venuti a cadere questi ostacoli, la natura sfrenata dell’accumulazione capitalista è tornata a manifestarsi in tutta la sua violenza, travolgendo ogni resistenza.

Alla convergenza fra il primo e il secondo asse si colloca la scaturigine del terzo, vale a dire la ricerca di nuove forme di soggettività antagonista. Mi pare che su questo terreno giganteggi – ove confrontato con quello di altri autori come Balibar, Rancière, Žižek e la Butler – il contributo di Ernesto Laclau. Alla fine di un percorso eclettico, che lo ha visto traghettare dal marxismo allo strutturalismo (con forti debiti nei confronti di Lacan più che di Althusser), senza tuttavia perdere del tutto l’aggancio con le radici originarie, Laclau è a mio avviso riuscito a costruire l’unico modello teorico in grado di rendere conto delle cause profonde dell’attuale esplosione populista. Superando le interpretazioni ideologiche e moralistiche del fenomeno (sistematicamente negativizzanti), Laclau vi riconosce l’effetto dell’incapacità del sistema di dare risposte differenziate alle varie domande sociali – capacità che costituisce il fondamento della democrazia liberale. In questo inedito contesto storico, le differenti domande finiscono per connettersi reciprocamente in una catena equivalenziale e, se una di tali domande riesce ad assumere un ruolo egemonico nei confronti di tutte le altre (cioè a incarnarle simbolicamente), ma soprattutto se nasce un movimento in grado di dare forma politica a tale egemonia, a costruire un popolo – definito dal confine dell’inimicizia che lo oppone alle élite dominanti – a partire da questa congerie di soggettività antagoniste, assistiamo all’emersione di un momento populista che può andare al di là sia della tradizionale alternativa destra/sinistra, sia dell’ascesa di nuove élite dirigenti al governo, fino a configurare un vero e proprio mutamento di sistema. Ciò che rende particolarmente potente l’analisi di Laclau, a mio avviso, è il solido riferimento al pensiero gramsciano (fondamentale anche per autori come Spivak) e soprattutto al concetto di egemonia. Gramsci, ben prima di tutti gli autori presi in esame da Cesarale, è stato infatti capace di estendere l’orizzonte del conflitto sociale al di là delle determinanti economiche, nella misura in cui nella sua idea di blocco sociale è contenuta in nuce quella di catena equivalenziale proposta da Laclau, nonché la consapevolezza della necessità di unificarne le diverse componenti sfruttando un adeguato cemento culturale-discorsivo.

Non so in che misura Cesarale possa riconoscersi nel percorso che ho “scavato” dentro il materiale che il suo libro ci regala. Credo sia difficile, visto l’alto grado di tendenziosità che ha ispirato queste mie sintetiche riflessioni. In ogni caso, confido di avere reso giustizia alla perizia e al notevole impegno testimoniati dal suo accurato lavoro di ricostruzione delle peripezie del pensiero critico successivo al crollo del Muro di Berlino. Da tale punto di vista, credo che il suo libro rappresenti un’utilissima mappa concettuale per capire dove ci troviamo,  a quasi trent’anni dal tramonto delle speranze suscitate dal primo grande assalto al cielo tentato dalle masse popolari.

Se ad Agosto è sempre più buio

L’articolo che segue è stato pubblicato sul Corriere dell’Irpinia. L’autore è Domenico Gallo, magistrato, attualmente giudice presso la Corte di cassazione. Da sempre impegnato nel mondo dell’associazionismo e del movimento per la pace, è stato senatore della Repubblica per una legislatura ed è attivo nei comitati per la difesa della Costituzione. Collabora con quotidiani e riviste, tra cui Adista, ed è autore o coautore di numerosi libri.  

Sulla soglia del ferragosto, che tradizionalmente rappresenta un periodo di riposo e di sospensione degli affanni quotidiani, due grandi minacce hanno oscurato i cieli del nostro paese creando il buio a mezzogiorno. La temperatura a terra giungeva in Puglia e in Sardegna a punte di 51 gradi, mentre il termometro politico sforava ogni limite, costringendo a richiamare in servizio i Senatori il giorno dopo che il Senato era stato chiuso per ferie.

La prima minaccia è quella del climate change che mette a rischio la sopravvivenza sull’intero pianeta; la seconda, riguarda la sopravvivenza della nostra pur fragile ma sempre insostituibile democrazia. Sia la prima che la seconda minaccia hanno una radice in comune: la politica.

Solo la politica può contrastare entrambe le minacce, però, mentre la lotta al cambiamento climatico può essere affrontata solo sul piano internazionale, la sopravvivenza della democrazia nel nostro paese dipende solo da noi. Questo non è il momento del disimpegno: grava su tutti noi la responsabilità di impedire il disastro annunciato da una crisi provocata a tavolino per sfruttare il momento favorevole descritto dai sondaggi, prima che il consenso si affievolisca. In questa fase politica confusa si fronteggiano umori e proposte inusitate; soggetti politici, che si sono bersagliati con le accuse più roventi, adesso devono fronteggiare questa situazione nuova che costringe a ripensamenti radicali e ad alleanze inedite. Ciò non deve stupire in alcuni passaggi drammatici della Storia, è già accaduto che forze politiche profondamente differenti fra di loro abbiano trovato una strada comune in vista della salvezza della Patria. Per questo condivido pienamente l’ “Appello per un governo politico di risorgimento democratico” lanciato dall’Associazione Nazionale Giuristi democratici (che si può firmare sulla piattaforma di change.org).  Osserva l’appello:

“La nostra democrazia costituzionale attraversa un momento drammatico. La Lega sembra avere accuratamente programmato la data elettorale.(..) L’obiettivo è un governo compattamente di destra, che instauri un regime autoritario nel nostro Paese. Gli ultimi mesi ci hanno fatto comprendere molto bene quale sia il progetto. Demolire la resistenza dei corpi intermedi, partendo dalla magistratura. Condurre un’azione decisa sul mondo della scuola, con il pretesto di salvare i ragazzi da insegnanti di sinistra, mettere sotto controllo l’insegnamento stesso. Asservire l’informazione pubblica e privata”.

A questo quadro fosco si deve aggiungere lo sciagurato progetto di autonomia differenziata, che darà un colpo mortale all’unità del nostro Paese. Osserva ancora l’appello:

“Nel 2022 vi sarà da eleggere il nuovo Presidente della Repubblica. Se la Lega avrà la maggioranza in Parlamento, potrà contare su una sponda decisiva per consolidare il nuovo sistema autoritario.

Occorre allora prendere una posizione chiara, in un momento in cui questo disegno può ancora essere arrestato.  Le forze che non si riconoscono in questo progetto, che hanno ancora a cuore la Repubblica costituzionale, devono dare vita ad un governo politico, democratico, costituzionale e di legislatura. Non un governo di transizione, ma un progetto basato sui valori fondanti della nostra Carta. Un governo che ripristini gli equilibri democratici. Che garantisca e fortifichi l’indipendenza dei poteri e della magistratura. Che rispetti i trattati e gli accordi internazionali e riprenda una dialettica corretta con le istituzioni comunitarie. Che intervenga per risolvere la crisi umanitaria del Mediterraneo. Che rimetta al centro dell’azione di governo il lavoro e la sua tutela.

Ciò che più conta, oggi, è impedire il concretizzarsi del disegno autoritario.

È illusorio pensare che un governo spregiudicatamente repressivo, con cinque anni a disposizione, restituisca facilmente il potere. Non si deve dimenticare quanto accadde con il fascismo. Partito popolare e socialisti non si accordarono, e pensarono che Mussolini si sarebbe bruciato presto. (..) Di fronte a questi rischi i leader ed i militanti dei partiti democratici debbono mettere da parte gli interessi egoistici. Non ci si brucia governando un Paese in crisi: ci si brucia, e per sempre, lasciandolo governare a una forza eversiva, nell’illusoria speranza di raggranellare qualche seggio in più dopo cinque anni.  È allora il momento di rivolgere un appello chiaro: si anteponga a tutto l’interesse collettivo.(..) si deve impedire il precipitare degli eventi (..) per costruire insieme un argine al disegno eversivo della Lega; la società è ricca di forze sane, dimostriamo che esiste un’Italia che resiste e contropropone.”

Dalla notte della democrazia si può uscire: è appropriata la domanda del profeta Isaia: sentinella, quanto resta della notte?

L’icona: arte, bellezza, mistero

di: Edizioni Dehoniane Bologna

Descrizione

Finestra aperta sul mistero, l’icona occupa un posto d’eccezione nella tradizione ortodossa, ma la sua diffusione va ben oltre l’ambito del cristianesimo orientale. In questo libro, Ilarion Alfeev riassume i tratti fondamentali della tradizione iconografica bizantina e dell’icona russa soffermandosi sui sei significati di questa forma di arte sacra: teologico, antropologico, cosmico, liturgico, mistico e morale.

Sommario

Premessa.  I. La pittura cristiana delle origini.  II. La tradizione iconografica bizantina. 1. Mosaici e affreschi bizantini dal IV al VII secolo.  2. L’icona nel VI-VII secolo.  3. L’Immagine acheropita e la Sindone di Torino.  4. L’iconoclastia e il culto delle immagini.  5. La decorazione pittorica del tempio bizantino.  6. Principali tipologie iconografiche.  7. Mosaici e affreschi bizantini tra il IX e il XIV secolo.  8. L’icona bizantina dal IX al XIV secolo.  9. La miniatura.  III. L’icona russa. 1. La pittura di icone nella Rus’. Teofane il Greco.  2. Il beato Andrej Rublëv e l’evoluzione dell’iconostasi.  3. L’iconografia della Trinità.  4. Dionisij e l’evoluzione della pittura di icone russa  5. L’epoca successiva a Pietro I.  6. La pittura accademica nelle chiese ortodosse.  7. L’icona russa nel periodo successivo alla rivoluzione.  IV. Il significato dell’icona. 1. Il significato teologico dell’icona.  2. Il significato antropologico dell’icona.  3. Il significato cosmico dell’icona.  4. Il significato liturgico dell’icona.  5. Il significato mistico dell’icona.  6. Il significato morale dell’icona.

Note sull’autore

Ilarion Alfeev è metropolita di Volokolamsk, presidente del Dipartimento per le relazioni esterne del Patriarcato di Mosca e membro permanente del Sacro Sinodo. È stato vescovo ortodosso di Vienna e d’Austria, Amministratore pro tempore della diocesi di Budapest e d’Ungheria, rappresentante della Chiesa ortodossa russa presso le istituzioni europee a Bruxelles. Diplomato in violino, pianoforte e composizione, si è formato al monastero del Santo Spirito di Vilnius, al Seminario e all’Accademia Teologica di Mosca, all’Università di Oxford e all’Istituto Teologico San Sergio di Parigi. Ha insegnato Omiletica, Teologia dogmatica, Studi neo-testamentari e Greco bizantino nelle Scuole teologiche moscovite. Per EDB è autore di una grande opera in cinque volumi dal titolo La Chiesa ortodossa.

Ilarion AlfeevL’icona. Arte, bellezza, mistero, collana «Studi religiosi», EDB, Bologna 2017, pp. 156, € 13,00, 9788810417126

Settimana News

Io credo in un Dio fatto così

una visione personale della fede

Questo libro si propone di presentare una visione personale della fede e uno sguardo aggiornato del mistero di Dio in sintonia con le preoccupazioni della cultura di oggi. La riflessione di Torres Queiruga – che costituisce anche una serena risposta alle obiezioni sollevate dalla Commissione per la fede dell’episcopato spagnolo – si concentra su tre temi di particolare urgenza: l’idea della creazione per amore, il problema del male e la messa in discussione della preghiera di richiesta.
In questo testo, il teologo compie una difesa appassionata, e lontana dai dogmatismi, del carattere personale di Dio e analizza il tragitto di una coscienza religiosa che consente di avvicinarsi al baratro luminoso intravisto dai grandi mistici di tutte le religioni.

Sommario

Prologo. Lintenzione.  Lesposizione.  Una confidenza.  I. La buona notizia. 1. La buona notizia del Dio di Gesù. a. Lequivoco del «silenzio» di Dio.  b. Dio, l«anti-male».  c. La gioia di Dio.  2. Il Dio di Gesù. Un approccio in quattro metafore. a. Dio, «il fondamento dellessere» (P. Tillich).  b. Dio, «il grande compagno» (A.N. Whitehead).  c. «Dio è nera» (teologia femminista della liberazione).  d. Dio è Abbà, «Padre/Madre» (Gesù di Nazaret).  II. Presentazione teologica. 3. Creazione per amore. Credere in Dio nella cultura attuale. a. Osservazioni preliminari.  b. Lo shock della modernità.  c. Il Dio che crea per amore.  d. Lazione di Dio come creazione continua.  e. La rivelazione di Dio nella realizzazione umana.  4. Il problema del male: Dio e le vittime della storia. a. Una nuova radicalità.  b. Infrangere il paradosso di Epicuro.  c. La pistodicea cristiana: la coerenza di credere in Dio malgrado il male.  d. La croce: la dura cattedra dellultima lezione.  e. La risurrezione: presenza di Dio salvatore nel male umano.  f. Ponerologia e risurrezione: speranza prassica contro la rassegnazione e lutopia.  5. Oltre la preghiera di richiesta. a. Unintroduzione necessaria.  b. Oltre la richiesta.  c. La difesa della preghiera di richiesta.  d. Gesù e la preghiera di richiesta.  e. La richiesta trascesa e assunta.  Bibliografia.

Note sull’autore

Andrés Torres Queiruga, teologo spagnolo di lingua galiziana, è professore ordinario di Filosofia della religione all’Università di Santiago de Compostela. Tra i fondatori di Encrucillada. Revista Galega de Pensamento Cristián, ha coordinato l’équipe di specialisti che ha tradotto la Bibbia in galiziano. Membro  del comitato internazionale di redazione della rivista teologica Concilium, con EDB ha pubblicato nel 2007 Dialogo delle religioni e  auto comprensione cristiana e Ripensare la risurrezione. La differenza cristiana tra religioni e cultura.

Andrés Torres QueirugaIo credo in un Dio fatto così. Risposte di un teologo alle obiezioni sulla fede, Collana «Teologia viva», EDB, Bologna 2017, pp. 128, € 17,50.9788810409961

Quale teologia per quale Chiesa

settimananews

La questione del rapporto o, meglio, della distanza fra teologia e pastorale è il filo conduttore degli Atti pubblicati in questo volume. Sono il frutto di un convegno nazionale, svoltosi a Roma dal 26 al 28 gennaio 2017, cui hanno partecipato responsabili e professori delle Facoltà teologiche italiane, docenti degli Istituti superiori di Scienze religiose e rappresentanti di uffici pastorali. Se, per un verso, si lamenta che la formazione teologica non ha ancora un riconoscimento sul versante civile, è altrettanto vero che non tutto è ancora stato fatto affinché i saperi teologici siano patrimonio integrale delle Chiese locali, che avrebbero la possibilità di investire ancora molto, e con beneficio, nella valorizzazione di quanti hanno una preparazione teologica universitaria. In altri termini, c’è spazio perché tra pastorale e teologia si stabilisca un raccordo non solo saltuario o occasionale.
Gli Atti sono articolati in tre sezioni: la prima riguarda i soggetti coinvolti (pastori, teologi, laici); la seconda raccoglie le riflessioni sui principali ambiti della prassi ecclesiale, ripresi in rapporto ai tre testi fondamentali di papa Francesco (Evangelii gaudium, Amoris laetitia, Laudato si); infine, una sezione è dedicata alla questione educativa e alla pedagogia religiosa, con riferimento peculiare al mondo della scuola e dell’insegnamento della religione cattolica.

Sommario

Introduzione (I. Sanna – A. Toniolo).  Sigle.  I. I soggetti ecclesiali. 1. Quale teologia nella e per la Chiesa di oggi? (N. Galantino).  2. Teologia e sfida educativa alla luce della Gravissimum educationis. Il ruolo degli ISSR (A. V. Zani).  3. Chiese locali e istituzioni teologiche (I. Sanna).  4. Il principio pastorale in teologia (A. Toniolo).  5. Ripensare la teologia, riposizionare le istituzioni accademiche (G. Lorizio).  6. Teologia e ministerialità laicale (C. Torcivia).  II. Ambiti e prassi ecclesiali. 1. La teologia e il discernimento pastorale (E. Castellucci).  2. I paradigmi teologici presenti nel magistero di papa Francesco (M. Gronchi).  3. Teologia, magistero e nuovi stili di chiesa: ricadute per i percorsi teologici e di scienze religiose (R. Repole).  4. Teologia dalla misericordia, mistica oggettiva e dialogo interreligioso: ricadute per i percorsi teologici e di scienze religiose (M. Naro).  5. Annuncio e catechesi: una riflessione a partire da Evangelii gaudium (S. Noceti).  6. La famiglia e le relazioni educative (A. Steccanella).  7. La responsabilità per il creato e per la società: lecologia integrale nella Laudato si’ (G. Costa sj).  8. I mezzi per la qualità delle istituzioni e la formazione (F. Imoda sj).  III. Pedagogia religiosa e didattica. 1. La valutazione della qualità come leva per lo sviluppo delle istituzioni di istruzione superiore (R. Cinquegrani).  2. La formazione a distanza (FAD). I primi passi di una nuova opportunità per gli ISSR (D. Candido).  3. Alcune note sulla formazione a distanza (V. Zamagni).  4.Il mondo della scuola e la funzione formativa dellIRC (P. Triani).  5. La didattica IRC e il mondo della scuola (F. Morlacchi).  Elenco degli autori.

Note sull’autore

Ignazio Sanna, arcivescovo di Oristano, è presidente del Comitato per gli Studi superiori di Teologia e di Scienze religiose della Conferenza episcopale italiana.
Andrea Toniolo, presbitero della Diocesi di Padova, è Responsabile del Servizio nazionale per gli Studi superiori di Teologia e di Scienze religiose della Conferenza episcopale italiana.

Ignazio Sanna – Andrea Toniolo (a cura), Quale teologia per quale Chiesa. Il ruolo della teologia nella pastorale. Atti del Convegno nazionale delle Facoltà teologiche e ISSR italiani. Roma, 26-28 gennaio 2017 (Nuovi saggi teologici 121), EDB, Bologna 2017, pp. 284, € 24,00. 9788810412305

Quale teologia per la chiesa

Il rovescio del vangelo

Lo charme del Rabbì di Nazaret filtra da ogni pagina dei Vangeli, restando inafferrabile. Come accostarsi allora alla patina di luce che ovunque lo accompagna? Questa domanda dà l’avvio all’avventura di queste pagine: osare leggere il Vangelo «al rovescio», a partire cioè dalla prospettiva di coloro che lo hanno incontrato.

Come sarà stato guardato Gesù da Giuseppe, Maria, il Battista, la peccatrice di Magdala, Giuda, Pietro, Caifa, Anna, Pilato ed Erode? Un racconto fra le righe dei Vangeli e sulla loro soglia, come un invito a entrare.

Sommario

Prefazione.  Yosef, il sognatore.  Miriam, la madre.  Jochanan, il Battista.  Miriam di Magdala, l’amante.  Kèfa, la roccia.  Yehûdāh, l’amico.  Caipha, il religioso.  Pilatus, il diplomatico.  Cleopha, l’entusiasta.

Note sull’autore

Gianluca De Candia insegna attualmente Teologia sistematica all’Università di Siegen ed è libero docente al Dipartimento di questioni filosofiche fondamentali della teologia della Westfälische Wilhelms-Universität di Münster.

Gianluca De CandiaIl rovescio del vangelo, collana «Le Ispiere», EDB, Bologna 2019, 104 pp., 9,50 euro. Qui su Settimananews una recensione al volume firmata da Barbara Alberti.

copertina

Non chiamateci barboni

copertina

All’ombra della cupola di San Pietro, sui marciapiedi della stazione Termini e nelle vie sotto i ponti del Tevere, gli ultimi, i clochard, popolano la vita quotidiana di una grande città come Roma. Nell’anonimato ci passano accanto e spesso non ci facciamo nemmeno caso.

Sono le persone che vengono chiamate «barboni», ma dietro quei volti anonimi si nascondono vissuti umani, drammi, storie di rassegnazione e di abbandono. A molti di loro mancano una coperta e qualcosa da mangiare, ma soprattutto qualcuno che li ascolti.

In queste pagine si raccontano alcune delle loro storie, vicende in grado di fare emergere ciò che nessuna condizione può annullare: la difesa della propria dignità e il bisogno di essere amati nonostante tutto.

Sommario

Prefazione (F. Montenegro).  Prologo.  I. ROMA. Non scappare.  Ciao fratè.  Di chi è ’sta vita?  II. CALCUTTA. L’arrivo nella città della gioia.  «Brother, come here!».  Il costruttore di rosari.  Nelle periferie e a Titaghar. Un pugno allo stomaco.  Epilogo.  Ringraziamenti.

Note sull’autore

Angelo Romeo, sociologo, insegna all’Università di Perugia, all’Università Pontificia Salesiana e alla Pontificia Università Gregoriana. Impegnato da anni nel sociale, ha fatto esperienze di volontariato in Italia, India e Bosnia Erzegovina, presso carceri italiane, centri di accoglienza, comunità di recupero per giovani. Collabora con le Missionarie della carità, di Madre Teresa di Calcutta a Roma. Tra le sue pubblicazioni recenti: La meglio gioventù di Scampia (con Aniello Manganiello, Imprimatur 2014) e Posto, taggo dunque sono? (Mimesis 2017).

Francesco Montenegro, creato cardinale nel 2015 da papa Francesco, dal 2008 è arcivescovo di Agrigento.

A. RomeoNon chiamateci barboni. Il vangelo tra i poveri, EDB, Bologna 2019, 152 pp., 10,00 euro.

Settimana News