ADDIO PETER FONDA, CON EASY RIDER SEGNÒ UNA GENERAZIONE

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E’ MORTO ALL’ETÀ DI 79 ANNI. FAMIGLIA, ‘SPIRITO INDOMABILE’ E’ morto nella sua casa a Los Angeles, a 79 anni, l’attore di ‘Easy Rider’ (1969) Peter Fonda, simbolo di una generazione. Fonda, fratello di Jane Fonda e figlio di Henry Fonda, è deceduto a causa di problemi respiratori dovuti a un cancro ai polmoni. ‘E’ uno dei momenti più tristi delle nostra vita e non siamo in grado di trovare le parole adatte per descrivere il nostro dolore’, afferma la famiglia, invitando tutti i fan ‘a celebrare il suo indomabile spirito e il suo amore per la vita’. 

Introduzione all’escatologia cristiana

copertina

«Il più temibile dei mali, la morte, è nulla per noi, perché quando ci siamo noi non c’è la morte, ma quando c’è la morte non ci siamo più noi». Per quanto possa sembrare logico quello che dice Epicuro, la sua espressione non rispetta la logica della vita umana.

A distanza di 2500 anni, la sua espressione mostra la sua lacunosità. La morte – per Heidegger – esprime la struttura fondamentale dell’esistenza umana. La vita è impastata con la morte. Essa è una costante antropologica e non solo un epilogo. «Quest’esperienza – scrive Johanna Rahner –, e soprattutto questa certezza che la propria vita va incontro inarrestabilmente al non(più)-essere, impronta – in modo consapevole o inconsapevole – tutti gli atti della vita umana».

La morte ferisce l’orgoglio della civilizzazione e dello sviluppo tecnologico e scientifico ed espone l’uomo allo «shock della finitezza» che è permanentemente presente nella nostra vita e non solo al momento del passaggio.

In breve, la morte non è legata soltanto al morire, ma anche al vivere. E un trattato come quello di Johanna Rahner, tradotto da Queriniana per la collana «Biblioteca di teologia contemporanea» con il titolo Introduzione all’escatologia cristiana mostra, con sensibilità e abbondanti riferimenti bibliografici di varia derivazione, quanto il tema escatologico sia pertinente per ogni persona.

Il saggio, che si divide in due grandi parti, presenta nella prima parte le questioni fondamentali dell’escatologia mostrando la crescente pregnanza del trattato escatologico sulla base dell’esistenzialità delle domande che si pone: la morte, l’aspirazione all’eterno, il desiderio di salvezza, ecc.

Ed è proprio in questa radicalizzazione esistenziale che si manifesta la maturazione recente del trattato escatologico. In passato, la risposta data dalla dottrina escatologica era «riferita all’aldilà che aveva poco a che fare con la storia com’è vissuta qui e adesso; anzi, questo mondo era ridotto a un luogo di prova per l’aldilà. Una simile prospettiva è segnata da un profondo dualismo aldiquà-aldilà, che esclude un’interiore finalità dell’aldiquà, anzi elimina tutto ciò che in qualche modo ha a che fare con una speranza interna alla storia. La speranza cristiana diviene sempre più priva di mondo e di concretezza».

Al contrario, oggi si nota un positivo cambio di prospettiva. L’escatologia è la fine, nel senso di compimento. Scrive Johanna Rahner: «Non abbiamo dunque a che fare con delle prognosi di futuro o addirittura con arti divinatorie, ma si tratta di qualcosa di diverso, si tratta dell’origine del mondo, del venire all’esistenza dell’uomo e dell’inizio della storia. L’escatologia guarda al tutto e al suo senso e questa questione del senso è ciò che struttura lo sguardo sul tutto. La prospettiva del futuro, cioè della speranza, era già per Kant la più importante, perché deve dare un fondamento adeguato alla mia speranza».

Non poteva essere più chiaro Karl Rahner quando chiariva la fondamentale dimensione antropologica degli asserti escatologici quando scriveva: «La conoscenza del futuro è conoscenza della futurità del presente, la conoscenza escatologica è la conoscenza del presente escatologico. L’asserzione escatologica non è un’asserzione additiva, complementare, che venga aggiunta all’asserzione circa il presente e il passato dell’uomo , ma è un fatto intrinseco dell’autocomprensione dell’uomo».

È alla luce di questi accorgimenti che la seconda parte del libro guarda i temi classici dell’escatologia: morte, giudizio, purgatorio, inferno e paradiso.

Johanna RahnerIntroduzione all’escatologia cristiana, Queriniana, Brescia 2018, pp. 304, 35,00 euro. Recensione pubblicata sul blog dell’autore «Briciole di teologia».

Settimananews

Credere ancora nel Vangelo di Gesù per la riforma della Chiesa

da Adista

Riportiamo qui di seguito una articolata riflessione di don Paolo Zambaldi, Nato a Bolzano nel 1985, dal 2018 cappellano nelle parrocchie di Tre Santi e Sacra Famiglia (Bolzano). L’articolo è tratto dal suo blog (http://www.donpaolozambaldi.it).

Da parecchio tempo ormai assistiamo sgomenti agli attacchi, alle prese di posizione, alle aggressioni verbali che i pasdaran della fede lanciano verso l’attuale papa, o meglio verso una sua presunta rivoluzione modernista nella Chiesa, passibile di derive immorali, eretiche, devianti.

Dai “dubia” riguardo ai contenuti dell’enciclica Amoris Laetitia, alle accuse di monsignor Viganò, alla lettera di Benedetto in occasione dell’ incontro sulla pedofilia, fino ai vari interventi pubblicati su siti e riviste di stampo conservatore da parte del card. Müller (ex capo della Congregazione per la dottrina della fede), fino all’incontro del primo agosto dell’ ex papa tedesco con un professore licenziato dall’ “Istituto per le scienze del matrimonio e della famiglia” fondato da Giovanni Paolo II e da giorni al centro di polemiche accese, per una presunta “purga” attuata con la regia di Francesco.

Tutto ciò mi spinge a fare alcune considerazioni.

Innanzitutto la presenza di due papi inficia e distrugge alla radice la costruzione gerarchica della Chiesa. Se il papa è “scelto” e ”posto a capo” dell’istituzione da elettori illuminati dallo spirito santo (così si è sempre detto), se il papa ex cathedra è infallibile, se la sua presenza è posta a garanzia dell’unità e della custodia della rivelazione, se la sua autorità è l’ultima istanza, con quale logica si è potuto accondiscendere a questa doppia presenza?

E poi: Ratzinger si erge ora a difensore della “vera” cattolicità. Ma non è stato forse lui, con le sue dimissioni, a evidenziarne plasticamente una crisi iniziata ormai da tempo? Non ha forse il suo gesto accelerato la fine del papato, inteso come investitura divina e dunque impossibile da considerare alla stregua di una semplice “funzione” che si può abbandonare per limiti di età?

Il controsenso sta tutto qui: come mai, l’alfiere di una teologia rigida e conservatrice, l’unico coerente interprete (a suo dire!) della vera dottrina, il custode dell’ortodossia, il braccio destro del roccioso papa polacco, il titolare dell’ex Sant’uffizio… all’improvviso lascia tutto, senza nemmeno prevedere (?) uno “status” codificato per l’ex papa, senza nemmeno svestire l’abito, senza nemmeno allontanarsi, senza separarsi dal suo abituale cerchio magico?

Infatti se ne va, ma in realtà non se ne va… Traffica con scritti e colloqui. Eccita il dissenso conservatore, solleva dubbi controproducenti, incontra persone controverse e dubbiose riguardo all’attuale pontificato. In una parola “provoca”. Ma, ripeto, se è lui, il “vero” rappresentante della “vera” Chiesa perché ha lasciato il trono? Perché non ci ha messo la faccia iniziando una severa e definitiva restaurazione ?

Forse perché il suo forte è stare dietro le quinte? Come faceva con Giovanni Paolo II?

E, mi chiedo, come mai la sua corte di “duri e puri”, che ha esaltato (a denti stretti!), il suo lasciare, definendolo un “gesto di coraggio”, un segno della sua grandezza, ora lo usa come arma di ricatto, come disturbo contro l’attuale papa?

Perchè vede forse un imprevisto ridimensionamento di alcune sacche di potere molto redditizie? Perché alcuni di loro sono stati sollevati inaspettatamente dai loro incarichi? Perché il continuo attacco di Francesco alla piaga del clericalismo e del carrierismo preconizza l’azzeramento di molte ambizioni curiali?

L’immagine tremenda che esce da questo continuo polemizzare, è quella di un impero alla fine, che, dilaniato dai propri peccati e dalle proprie infedeltà, accecato dalla sete di potere, violento e ideologico come solo l’autoritarismo sa essere, non vede l’inutilità della sua presenza.

In mezzo a questa oscurità, Francesco tenta (molto cautamente) di ridare alla Chiesa uno straccio di credibilità, cerca di riportare alla luce un Vangelo dimenticato, e, per quanto irrimediabilmente limitato dall’ ingombrante fardello di essere di fatto ancora un papa/re, a capo di una corte di stampo feudale, cerca di destrutturare il suo ruolo e quello della curia, con gesti e scritti che nel loro “possibilismo” (un limite o forse una strategia?) aprono (spero!) le porte a una Chiesa meno cattolica, meno romana e dunque meno identitaria.

Questo percorso doloroso, pieno di contraddizioni e di dubbi, di nostalgie e di speranze, di violenza e di accenni di luce, è simile al travaglio del parto che precede ogni nuova nascita. Un dolore forte che pare infinito e poi quella gioia…

Così io so/spero che verrà il giorno in cui l’ultimo papa si affaccerà al balcone e dirà:

“Cari fratelli/care sorelle oggi vi annuncio una Chiesa nuova!

Io non sarò più il papa che comanda da solo, né un re, io sarò come un vostro fratello maggiore, una guida spirituale della comunità romana.

Lo stato del Vaticano dunque non ha più ragione di esistere. Così pure dichiaro sciolta la curia tutta.

Dichiaro aboliti tutti i titoli e i poteri detenuti dai presbiteri in essa presenti.

Vadano i pastori ad annunciare il Vangelo, condividano la vita degli uomini  e soprattutto dei poveri. Siano poveri essi stessi per essere credibili e creduti!

Verrà istituito un sinodo permanente dei credenti per rileggere le scritture alla luce dei segni dei tempi, in modo che la Parola di Dio, diventi segno di speranza per gli uomini, in modo che l’esempio delle nostre comunità aperte amorose e solidali diventi paradigma per la rinascita di un mondo “nuovo, redento”…

Verrà posto al centro il Vangelo di Gesù, che nei secoli è sparito sotto la crosta dell’infedeltà e del pervertimento. Sulla sua Parola ci ricostituiremo e ritroveremo la via!

Non rinnego il passato di cui sono figlio ma ritengo che sia giunto il tempo di tornare a Gerusalemme!”

Urla e stridor di denti per chi ha molto (potere e denaro) da perdere!

Gioia immensa per chi crede (ancora) nell’Evangelo di Gesù!

Libertà religiosa, riconosciuti nuovi culti

da Avvenire

Nuovi enti di culto, diversi da quello cattolico, hanno ottenuto un riconoscimento ufficiale per poter operare in Italia. Il Consiglio dei Ministri, il 31 luglio scorso, ha approvato l’attribuzione della personalità giuridica ai nuovi enti religiosi, che vanno ad aggiungersi alla lunga lista dei circa 35 enti già riconosciuti in base alla vecchia legge 1159 del 1929 sui culti ammessi.
Si tratta ora della “Congregazione italiana per la coscienza di Krishna” con sede in Roma (i cui membri sono più noti come Hare Krishna), della “Assemblea spirituale nazionale dei bahà’ì d’Italia” con sede in Roma, dell’associazione “Ananda Marga Paracaraka Damgha” con sede in Sant’Ambrogio di Valpolicella di Verona, della “Unione cristiana pentecostale” (U.C.P.) con sede in Palermo. 
Sono principalmente enti di culto che si rifanno a movimenti spirituali e a tradizioni delle culture orientali, e che sono ormai consolidate nel nostro sistema sociale. Sono infatti presenti in Italia confessioni orientali che hanno già stipulato un’Intesa con la Repubblica Italiana, come l’Unione Induista (legge n. 246/2012), l’Unione Buddhista (legge 245/2012) e l’Istituto Buddista Soka Gakkai (legge 130/2016). La presenza consolidata nella società italiana dei culti orientali, accanto alle confessioni “storiche” (cattolici, protestanti, valdesi ecc.), offre materia di studio per i sociologi e gli studiosi del multiculturalismo. 
L’attuale riconoscimento della personalità giuridica per i nuovi enti è avvenuto previo accertamento di alcuni requisiti essenziali (statuto, presenza sul territorio, patrimonio ecc.). Tuttavia è il primo passo per ottenere un successivo decreto che autorizzi l’iscrizione dei rispettivi ministri di culto al Fondo di previdenza del clero presso l’Inps. Si tratta di un passaggio amministrativo che garantisce anche ai nuovi ministri la dovuta tutela assicurativa e la parità di trattamento con i ministri degli altri enti e delle confessioni religiose già riconosciute. Su richiesta degli stessi nuovi enti, al riconoscimento ora avvenuto può seguire la richiesta di una specifica Intesa con la Repubblica Italiana, al termine di elaborate trattative con la Presidenza del Consiglio dei Ministri. Una nuova Intesa diventa tuttavia operativa solo dopo l’approvazione del Parlamento con un apposito provvedimento di legge.