Tutela e valorizzazione dei beni culturali ecclesiastici. Affidarli ai preti sposati richiamati in servizio

Valorizzazione beni ecclesiastici

Sento la necessità di una premessa, sperando di non andare fuori tema. Ho affrontato l’argomento proposto a partire da un’ottica ben precisa, legata ai miei trascorsi in Caritas e in particolare alla lezione di due grandi maestri come don Giovanni Nervo e don Giuseppe Pasini. Una lezione che si concentra in una domanda, che vale per molti aspetti della vita civile, politica, economica e anche religiosa: un’idea, un progetto, una realizzazione quali effetti avrà sulla vita dei poveri, di quelli che sono ultimi nella società?

È in risposta a questa domanda che propongo la mia riflessione sul riuso dei beni immobili ecclesiastici. Si tratta quindi di una prospettiva “schierata”, chiedendo di esaminare le numerose questioni che tratterete senza dimenticare la prospettiva dell’accoglienza, della solidarietà, della condivisione con i poveri (delle tante e diverse povertà del nostro tempo, della società in cui viviamo).

Beni immobili senza destinazione

A proposito dei beni immobili ecclesiastici mi sembra decisamente pertinente un’affermazione di papa Francesco, rivolta ad aspetti più generali ma buona anche per il tema che trattiamo: non siamo in un’epoca di cambiamenti, ma di fronte a un cambiamento d’epoca.

Immobili ecclesiali

È davvero un cambiamento d’epoca quel che sta avvenendo e in parte è già avvenuto per una serie di beni immobili ecclesiastici (i contenitori) non più adibiti alle finalità a cui erano originariamente destinati (i contenuti), deviando rispetto a quelle che erano le intenzioni – e in molti casi il carisma – dei fondatori, cioè coloro che avevano concepito i progetti originari.

Molti edifici erano stato costruiti o adeguati per tutta una serie di attività e impegni a carattere spirituale e pastorale, caritativo e sociale che nel tempo si sono trasformati, ridotti o addirittura estinti. Mi limito a due esempi:

  • monasteri rimasti senza monaci o monache, conventi senza frati o suore, seminari senza candidati al sacerdozio (la cosiddetta “crisi delle vocazioni”);
  • strutture di accoglienza – emblematici gli orfanatrofi – per servizi venuti meno sia per le trasformazioni della società, sia per l’evoluzione dei bisogni e delle risposte, sia per la rarefazione del personale – in origine consacrati/e – dedicato a quei servizi.

E allora, sempre citando papa Francesco, mi pare sia applicabile ad una serie di beni ecclesiastici quello che viene affermato nell’enciclica Laudato si’ a proposito degli andamenti socioeconomici: “Abbiamo troppi mezzi per scarsi e rachitici fini” (203).

Una destinazione solidale dei beni

In quale direzione andare? Ritengo che in ambito ecclesiale possa fare da bussola quello che nel tempo la riflessione cristiana ha sviluppato sulla proprietà e l’uso dei beni, da approfondire e applicare alle presenti situazioni.

Negli Atti degli apostoli, la vita della prima comunità cristiana ha tra le sue caratteristiche la destinazione solidale dei beni: il ricavato della vendita di campi viene consegnato agli apostoli affinché siano “distribuiti a ciascuno secondo il suo bisogno” (At 4,35).

A partire da quella pagina fondante, i padri della Chiesa sviluppano una serie di affermazioni, e di prassi conseguenti, volte ad affermare il “dominio alto di Dio” su tutti i beni della creazione, di cui l’uomo è “amministratore e usufruttuario”. Con alcune conseguenze tra cui:

  • ritenere sottratto ai poveri tutto ciò che eccede le proprie necessità;
  • il rifiuto della proprietà privata come ius utendi et abutendi;
  • (addirittura, per il teologo e canonista Suarez) ritenere la proprietà privata conseguenza del peccato originale;
  • fino all’affermazione di san Tommaso d’Aquino secondo cui sulla proprietà privata grava un’ipoteca sociale.

Tale principio, destinato a diventare un caposaldo della dottrina sociale della Chiesa, ricorre molte volte nel magistero pontificio recente e trova una formulazione di portata universale nel n. 69 della Gaudium et spes: “i beni creati debbono, secondo un equo criterio, essere partecipati a tutti, avendo come guida la giustizia e come compagna la carità”.

Nel suo trattato di teologia morale, Enrico Chiavacci considera “i beni terreni come strumento del rapporto del dono di sé al prossimo”. Il linguaggio giuridico del codice di diritto canonico, in materia di alienazione dei beni, indica tra gli aspetti richiesti l’esistenza di “una giusta causa, quale la  necessità urgente, l’utilità palese, la pietà, la carità o altra grave ragione pastorale” (Can. 1293).

I beni e la città umana

Insomma: si verifica una convergenza della coscienza cristiana fondata sul dato biblico, della spiritualità, della teologia morale, del magistero ecclesiastico e delle norme canoniche.

Tali acquisizioni sono significativamente raffrontabili con alcune precise affermazioni della Costituzione italiana agli artt. 41-44, ove si dichiara la necessità di vincoli pubblici sull’iniziativa economica e sulla proprietà privata, in ragione della dignità umana e dell’interesse generale, in definitiva del bene comune.

Mi permetto di ricordare come uno dei padri costituenti – Giorgio La Pira, peraltro attento lettore di san Tommaso – una volta diventato sindaco di Firenze non esitò a requisire beni di privati cittadini (alloggi inutilizzati) allo scopo di dare a tutti un’abitazione. Uno dei suoi scritti che tracciano il fondamento teorico della sua azione politica ha per titolo L’attesa della povera gente.

Mi pare pertinente al tema che affrontiamo questa sua affermazione: “In una città un posto ci deve essere per tutti: un posto per pregare (la chiesa), un posto per amare (la casa), un posto per lavorare (l’officina), un posto per imparare (la scuola), un posto per guarire (l’ospedale)”.

Arrivo al punto: ciò che per la Chiesa si può/si deve affermare di ogni proprietà, a chiunque sia intestata, a fortiori deve valere per quei beni dei quali la Chiesa stessa è proprietaria attraverso la varietà dei soggetti ecclesiastici: diocesi, parrocchie, monasteri, congregazioni religiose maschili e femminili, come ogni altro tipo di istituti che siano emanazione dell’autorità ecclesiastica o a essa sottoposti.

La Chiesa nella città degli uomini

Ed è quello che – a livello iniziale e per adesso su un numero limitato di casi – sta cominciando ad avvenire per iniziativa di soggetti del terzo settore (organizzazioni di volontariato e cooperative sociali) e di alcune Caritas diocesane e grazie alla disponibilità di enti ecclesiastici proprietari di beni inutilizzati.

Si tratta di beni immobili (conventi, case canoniche, terreni…) finalizzati a una variegata tipologia di servizi: prima accoglienza, risposte all’emergenza abitativa, mense sociali, empori della solidarietà, progetti socio-educativi, inserimenti lavorativi… Risposte che richiedono capacità di imprenditorialità sociale per far fronte dei nuovi bisogni e delle nuove (e vecchie) povertà.

riutilizzo solidale beni ecclesiali

In vari contesti sono le stesse Caritas – attraverso i Centri di Ascolto e gli Osservatori dei bisogni e delle povertà – a segnalare alla comunità ecclesiale e a quella civile gli ambiti scoperti e più bisognosi di prossimità.

Non sono pochi i vincoli gravanti su molti beni ecclesiastici, a motivo della natura storico/artistica di molti di essi; e comunque tutti i beni immobili sono soggetti a vincoli sia ecclesiastici che civili.

Mi pare che proprio a questo proposito si debba tenere in considerazione un’altra affermazione di papa Francesco nella Laudato si’: “Non basta la ricerca della bellezza del progetto, perché ha ancora più valore servire un altro tipo di bellezza: la qualità della vita delle persone, la loro armonia con l’ambiente, l’incontro e l’aiuto reciproco” (n. 150).

Mi ha colpito il titolo di una pubblicazione che illustra le situazioni di abbandono o comunque problematiche di edifici sacri (chiese, monasteri, conventi…) ormai deserti oppure adibiti ad altri usi; quel titolo recita Dio non abita più qui?.

Mi sento di affermare che, se in qualcuno di quegli edifici si creeranno le condizioni perché possano esser accolte persone in situazione di povertà, disagio ed esclusione sociale, lì Dio continuerà ad abitare.

settimananews

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