Tutela e valorizzazione dei beni culturali ecclesiastici. Affidarli ai preti sposati richiamati in servizio

Valorizzazione beni ecclesiastici

Sento la necessità di una premessa, sperando di non andare fuori tema. Ho affrontato l’argomento proposto a partire da un’ottica ben precisa, legata ai miei trascorsi in Caritas e in particolare alla lezione di due grandi maestri come don Giovanni Nervo e don Giuseppe Pasini. Una lezione che si concentra in una domanda, che vale per molti aspetti della vita civile, politica, economica e anche religiosa: un’idea, un progetto, una realizzazione quali effetti avrà sulla vita dei poveri, di quelli che sono ultimi nella società?

È in risposta a questa domanda che propongo la mia riflessione sul riuso dei beni immobili ecclesiastici. Si tratta quindi di una prospettiva “schierata”, chiedendo di esaminare le numerose questioni che tratterete senza dimenticare la prospettiva dell’accoglienza, della solidarietà, della condivisione con i poveri (delle tante e diverse povertà del nostro tempo, della società in cui viviamo).

Beni immobili senza destinazione

A proposito dei beni immobili ecclesiastici mi sembra decisamente pertinente un’affermazione di papa Francesco, rivolta ad aspetti più generali ma buona anche per il tema che trattiamo: non siamo in un’epoca di cambiamenti, ma di fronte a un cambiamento d’epoca.

Immobili ecclesiali

È davvero un cambiamento d’epoca quel che sta avvenendo e in parte è già avvenuto per una serie di beni immobili ecclesiastici (i contenitori) non più adibiti alle finalità a cui erano originariamente destinati (i contenuti), deviando rispetto a quelle che erano le intenzioni – e in molti casi il carisma – dei fondatori, cioè coloro che avevano concepito i progetti originari.

Molti edifici erano stato costruiti o adeguati per tutta una serie di attività e impegni a carattere spirituale e pastorale, caritativo e sociale che nel tempo si sono trasformati, ridotti o addirittura estinti. Mi limito a due esempi:

  • monasteri rimasti senza monaci o monache, conventi senza frati o suore, seminari senza candidati al sacerdozio (la cosiddetta “crisi delle vocazioni”);
  • strutture di accoglienza – emblematici gli orfanatrofi – per servizi venuti meno sia per le trasformazioni della società, sia per l’evoluzione dei bisogni e delle risposte, sia per la rarefazione del personale – in origine consacrati/e – dedicato a quei servizi.

E allora, sempre citando papa Francesco, mi pare sia applicabile ad una serie di beni ecclesiastici quello che viene affermato nell’enciclica Laudato si’ a proposito degli andamenti socioeconomici: “Abbiamo troppi mezzi per scarsi e rachitici fini” (203).

Una destinazione solidale dei beni

In quale direzione andare? Ritengo che in ambito ecclesiale possa fare da bussola quello che nel tempo la riflessione cristiana ha sviluppato sulla proprietà e l’uso dei beni, da approfondire e applicare alle presenti situazioni.

Negli Atti degli apostoli, la vita della prima comunità cristiana ha tra le sue caratteristiche la destinazione solidale dei beni: il ricavato della vendita di campi viene consegnato agli apostoli affinché siano “distribuiti a ciascuno secondo il suo bisogno” (At 4,35).

A partire da quella pagina fondante, i padri della Chiesa sviluppano una serie di affermazioni, e di prassi conseguenti, volte ad affermare il “dominio alto di Dio” su tutti i beni della creazione, di cui l’uomo è “amministratore e usufruttuario”. Con alcune conseguenze tra cui:

  • ritenere sottratto ai poveri tutto ciò che eccede le proprie necessità;
  • il rifiuto della proprietà privata come ius utendi et abutendi;
  • (addirittura, per il teologo e canonista Suarez) ritenere la proprietà privata conseguenza del peccato originale;
  • fino all’affermazione di san Tommaso d’Aquino secondo cui sulla proprietà privata grava un’ipoteca sociale.

Tale principio, destinato a diventare un caposaldo della dottrina sociale della Chiesa, ricorre molte volte nel magistero pontificio recente e trova una formulazione di portata universale nel n. 69 della Gaudium et spes: “i beni creati debbono, secondo un equo criterio, essere partecipati a tutti, avendo come guida la giustizia e come compagna la carità”.

Nel suo trattato di teologia morale, Enrico Chiavacci considera “i beni terreni come strumento del rapporto del dono di sé al prossimo”. Il linguaggio giuridico del codice di diritto canonico, in materia di alienazione dei beni, indica tra gli aspetti richiesti l’esistenza di “una giusta causa, quale la  necessità urgente, l’utilità palese, la pietà, la carità o altra grave ragione pastorale” (Can. 1293).

I beni e la città umana

Insomma: si verifica una convergenza della coscienza cristiana fondata sul dato biblico, della spiritualità, della teologia morale, del magistero ecclesiastico e delle norme canoniche.

Tali acquisizioni sono significativamente raffrontabili con alcune precise affermazioni della Costituzione italiana agli artt. 41-44, ove si dichiara la necessità di vincoli pubblici sull’iniziativa economica e sulla proprietà privata, in ragione della dignità umana e dell’interesse generale, in definitiva del bene comune.

Mi permetto di ricordare come uno dei padri costituenti – Giorgio La Pira, peraltro attento lettore di san Tommaso – una volta diventato sindaco di Firenze non esitò a requisire beni di privati cittadini (alloggi inutilizzati) allo scopo di dare a tutti un’abitazione. Uno dei suoi scritti che tracciano il fondamento teorico della sua azione politica ha per titolo L’attesa della povera gente.

Mi pare pertinente al tema che affrontiamo questa sua affermazione: “In una città un posto ci deve essere per tutti: un posto per pregare (la chiesa), un posto per amare (la casa), un posto per lavorare (l’officina), un posto per imparare (la scuola), un posto per guarire (l’ospedale)”.

Arrivo al punto: ciò che per la Chiesa si può/si deve affermare di ogni proprietà, a chiunque sia intestata, a fortiori deve valere per quei beni dei quali la Chiesa stessa è proprietaria attraverso la varietà dei soggetti ecclesiastici: diocesi, parrocchie, monasteri, congregazioni religiose maschili e femminili, come ogni altro tipo di istituti che siano emanazione dell’autorità ecclesiastica o a essa sottoposti.

La Chiesa nella città degli uomini

Ed è quello che – a livello iniziale e per adesso su un numero limitato di casi – sta cominciando ad avvenire per iniziativa di soggetti del terzo settore (organizzazioni di volontariato e cooperative sociali) e di alcune Caritas diocesane e grazie alla disponibilità di enti ecclesiastici proprietari di beni inutilizzati.

Si tratta di beni immobili (conventi, case canoniche, terreni…) finalizzati a una variegata tipologia di servizi: prima accoglienza, risposte all’emergenza abitativa, mense sociali, empori della solidarietà, progetti socio-educativi, inserimenti lavorativi… Risposte che richiedono capacità di imprenditorialità sociale per far fronte dei nuovi bisogni e delle nuove (e vecchie) povertà.

riutilizzo solidale beni ecclesiali

In vari contesti sono le stesse Caritas – attraverso i Centri di Ascolto e gli Osservatori dei bisogni e delle povertà – a segnalare alla comunità ecclesiale e a quella civile gli ambiti scoperti e più bisognosi di prossimità.

Non sono pochi i vincoli gravanti su molti beni ecclesiastici, a motivo della natura storico/artistica di molti di essi; e comunque tutti i beni immobili sono soggetti a vincoli sia ecclesiastici che civili.

Mi pare che proprio a questo proposito si debba tenere in considerazione un’altra affermazione di papa Francesco nella Laudato si’: “Non basta la ricerca della bellezza del progetto, perché ha ancora più valore servire un altro tipo di bellezza: la qualità della vita delle persone, la loro armonia con l’ambiente, l’incontro e l’aiuto reciproco” (n. 150).

Mi ha colpito il titolo di una pubblicazione che illustra le situazioni di abbandono o comunque problematiche di edifici sacri (chiese, monasteri, conventi…) ormai deserti oppure adibiti ad altri usi; quel titolo recita Dio non abita più qui?.

Mi sento di affermare che, se in qualcuno di quegli edifici si creeranno le condizioni perché possano esser accolte persone in situazione di povertà, disagio ed esclusione sociale, lì Dio continuerà ad abitare.

settimananews

Il greco del Nuovo Testamento Il greco del Nuovo Testamento

copertina

L’utilizzo di questo testo per quasi vent’anni nell’insegnamento del greco del NT mi ha convinto della bontà del grande lavoro compiuto dal compianto Bruno Corsani (1924-2008), valente filologo, grammatico e docente di Nuovo Testamento presso la facoltà valdese di Roma.

Pubblicato sin dalla prima edizione del 1987 dalla Società Biblica Britannica & Forestiera e avendo questa cessata la propria attività in Italia, il volume vede la sua terza edizione presso l’editrice Claudiana di Torino. Essa fa seguito alla seconda edizione del 1994 e alla ristampa riveduta, corretta e ampliata del 2000.

Nel passaggio di editrice l’impianto redazionale e grafico dell’opera è rimasto immutato.

Dopo l’introduzione di Riccardo Maisano (pp. V-VIII), alcune prefazioni a edizioni precedenti e una tavola delle abbreviazione (pp. 9-14) la Guida di Corsani prevede trentasei lezioni(pp. 15-298) e sei preziose Appendici (pp. 299-406): Declinazioni e paradigmi (pp. 299-366); Ottativo nel NT (pp. 367-2368); Uso delle preposizioni proprie e improprie nel NT (pp. 369-374); Congiunzioni, particelle, interiezioni (pp. 375-378); Repertorio di verbi greci nel NT (pp. 379-402), Come si adopera un’edizione scientifica del NT greco (pp. 403-406).

Seguono quattro indici: indice dei vocabolari riportati al termine delle varie lezioni (pp. 407-408), indice alfabetico dei termini greci con l’indicazione del numero del vocabolario di riferimento (per cui si deve andare a p. 407 per avere l’indicazione della pagina del testo in cui esso si trova), l’indice analitico (pp. 417-422) e, infine, l’elenco delle citazioni bibliche (pp. 423-430).

La Guida di Corsani ha come scopo ambizioso quello di guidare lo studente all’apprendimento individuale della lingua greca del NT, e questo è più che possibile. Sono evidenti però i molti vantaggi che la mano sicura di un docente (specie nei corsi teologici) apporta allo studente o a chi è interessato a questo percorso.

La Guida si caratterizza per la chiarezza didattica del dettato e la sapienza nell’esposizione progressiva della materia. La preparazione filologica di Corsani si evidenzia nella spiegazione dell’origine e del decorso dei vari fenomeni fonetici che hanno portato allo stadio finale dei termini e delle forme verbali.

Ogni lezione comprende delle tabelle che espongono il materiale grammaticale e sintattico. Seguono alcune note sintattico-grammaticali, un vocabolario con una quindicina di termini greci accompagnati dalla loro traduzione e dall’indicazione esemplificativa di termini italiani che riprendono in toto o in parte il termine greco di partenza.

Chiudono ogni lezione due proposte di esercizi: alcune frasi da tradurre dal greco in italiano e alcune altre viceversa. Col procedere del testo, gli esercizi propongono sempre più frasi tratte più o meno direttamente dal NT. Dal 2005 è possibile controllare l’esito degli esercizi con la soluzione corretta indicata nel libretto curato da Agnes Linder accluso alla Guida di Corsani.

Alcuni refusi, inevitabili in opere di tale complessità redazionale e grafica, sono già stati segnalati all’editrice, in vista di eventuali ristampe di un’opera molto valida.

Auguriamo che questo testo continui a svolgere la sua benemerita funzione nei corsi teologici e a favore di coloro che vogliono impadronirsi anche autonomamente di una lingua molto importante per gli studi esegetico-teologici e per incrementare qualitativamente la propria cultura generale.

Bruno CorsaniGuida allo studio del greco del Nuovo Testamento. In collaborazione con Carlo Buzzetti, Girolama De Luca, Giorgio Massi. Presentazione di Riccardo Maisano, Claudiana, Torino 2019, pp. 446, € 38,00; accluso il volumetto di Bruno Corsani, Guida allo studio del greco del Nuovo Testamento. Soluzione degli esercizi, a cura di Agnes Linder, Claudiana, seconda edizione Torino 2019 (prima edizione Società Biblica Britannica & Forestiera, Roma 2005), pp. 30.

da settimananews

Gli oppositori alla Chiesa di Papa Francesco

Settimana News

Introduzione storica

Non è la prima volta né è strano che nella Chiesa ci siano gruppi dissenzienti e oppositori, a partire da Paolo che affrontò Cefa ad Antiochia (Gal 2,14) fino ai giorni nostri.

Ci furono dai primi concili e fino agli ultimi due. Nel concilio Vaticano I (1870) un gruppo di vescovi e teologi furono contrari alla definizione dell’infallibilità pontificia. Alcuni non accettarono il concilio e si separarono da Roma dando origine ai cosiddetti Vetero-cattolici. Altri, senza abbandonare la Chiesa, non vollero partecipare né assistere all’ultima votazione conciliare sull’infallibilità e qualcuno di essi fu così indispettito da gettare tutti i documenti conciliari nel Tevere.

Un secolo dopo (1970) emerse nuovamente la problematica sull’infallibilità, con dispute teologiche tra la voce critica di Hans Küng, da un lato, e Karl Rahner, Walter Kasper e altri teologi tedeschi più concilianti, dall’altro. La controversia proseguì tra storici critici del Vaticano I, come A.B. Hasler discepolo di Küng, e altri storici più ponderati come Yves Congar, Hoffman e Walter Kasper. Küng fu rimosso dall’insegnamento teologico.

Al tempo di Pio XII, quando, nel 1950, pubblicò l’enciclica Humani generis contro la cosiddetta Nouvelle théologie, furono destituiti dalle loro cattedre alcuni teologi gesuiti di Fourvière-Lyon come Henri de Lubac e Jean Daniélou e alcuni teologi domenicani di Le Saulchoir-Paris, come Yves Congar e Dominique Chénu. Più tardi alcuni di costoro divennero gli “esperti” al concilio Vaticano II convocato da papa Giovanni XXIII.

Durante il Vaticano II si sviluppò una forte opposizione guidata dal vescovo francese Marcel Lefèbvre che respinse il concilio Vaticano II perché lo riteneva neo-modernista e neo-protestante e finì per essere scomunicato da Giovanni Paolo II nel 1988, quando iniziò a ordinare vescovi al di fuori di Roma per la sua Fraternità San Pio X.

Paolo VI, in seguito alla sua enciclica Humanae vitae del 1968 sul controllo delle nascite, fu rispettosamente contestato da numerose conferenze episcopali che, senza negare i valori del suo contenuto, chiedevano una maggiore integrazione e puntualizzazione.

Durante i pontificati di Giovanni Paolo II e di Benedetto XVI, più di 100 teologi furono indagati, ammoniti, messi a tacere, alcuni rimossi dalle loro cattedre e uno addirittura scomunicato.

Questo preambolo storico serve a non meravigliarsi se anche oggi, davanti alla nuova immagine di Chiesa che Francesco propone, sono sorte delle voci discordi e critiche fortemente contrarie al suo pontificato.

Opposizione a Francesco

Attraverso l’andirivieni della storia si desume che il tipo e l’orientamento dell’opposizione dipendono sempre dal momento storico che si vive: si tratta di voci progressiste e profetiche nei momenti della classica cristianità o neo-cristianità e di voci reazionarie, fondamentaliste e conservatrici nei momenti di una riforma ecclesiale che vuole tornare alle fonti evangeliche e allo stile di Gesù.

Critiche a Francesco

Attualmente esiste un forte gruppo di opposizione contro la Chiesa di Francesco: laici, teologi, vescovi e cardinali che vorrebbero le sue dimissioni o la sua rapida scomparsa e aspettano un nuovo conclave per cambiare il corso della Chiesa attuale.

Non vogliamo qui fare un’indagine socio-storica, e nemmeno uno show mediatico, tipo western, tra buoni e cattivi, perciò preferiamo non citare i nomi e i cognomi degli oppositori che oggi stanno “spellando vivo” Francesco, quanto piuttosto rilevare quali sono le linee di fondo teologiche che soggiacciono a questa sistematica opposizione a Francesco, e sapere qual è il motivo della polemica.

Le critiche a Francesco hanno due dimensioni, una teologica e un’altra piuttosto sociopolitica, anche se, come vedremo più avanti, molte volte entrambe le linee convergono tra loro.

Critica teologica

La critica teologica parte dalla convinzione che Francesco non è un teologo, ma uno che viene dal Sud, dalla fine del mondo, e che questa mancanza di professionalità teologica spiega le sue inesattezze e persino i suoi errori dottrinali.

Questa mancanza di professionalità teologica di Francesco viene messa a confronto con la competenza accademica di Giovanni Paolo II e naturalmente di Josef Ratzinger-Benedetto XVI.

opposizione a Francesco

La mancanza di teologia di Francesco spiegherebbe le sue pericolose affermazioni sulla misericordia di Dio inMisericordiae vultus (MV), la sua tendenza filocomunista verso i poveri e i movimenti popolari e la pietà popolare come luogo teologico in Evangelii gaudium (EG 197-201); la sua mancanza di teologia morale nell’aprire la porta ai sacramenti della penitenza e dell’eucaristia e, in alcuni casi, previo discernimento personale ed ecclesiale, alle coppie cattoliche separate e risposate, come appare in una nota del capitolo ottavo di Amoris laetitia (AL 305, nota 351); la sua scarsa competenza scientifica ed ecologica si manifesterebbe nella sua enciclica sulla cura della casa comune (Laudato si’); e scandalizza la sua eccessiva enfasi sulla misericordia divina (Misericordiae vultus), che riduce a buon prezzo la grazia e la croce di Gesù.

Davanti a queste accuse, vorrei ricordare un’affermazione classica di Tommaso d’Aquino che distingue tra lacattedra magisteriale, propria dei teologi professori delle università, e la cattedra pastorale che corrisponde ai vescovi e ai pastori della Chiesa. Newman riprende questa tradizione affermando che, sebbene a volte tra le due cattedre ci possa essere tensione, alla fine c’è convergenza tra di esse.

Questa distinzione viene applicata a Francesco il quale, sebbene come gesuita padre Jorge Mario Bergoglio abbia studiato e insegnato teologia pastorale a San Miguel de Buenos Aires, ora i suoi pronunciamenti appartengono alla cattedra pastorale del vescovo di Roma. Non presume di sedersi su questa cattedra come teologo, ma come pastore. Come è stato detto con un certo umorismo, dobbiamo passare dal Bergoglio della storia al Francesco della fede.

Ciò che, in fondo, indispone i suoi detrattori è il fatto che la sua teologia parta dalla realtà, dalla realtà dell’ingiustizia, della povertà e della distruzione della natura e dalla realtà del clericalismo ecclesiale.

Non disturba il fatto che abbracci i bambini e i malati, ma indispone che vada a visitare Lampedusa e i campi profughi e migranti come a Lesbo, indispettisce che dica che non si devono costruire muri contro i rifugiati ma ponti di dialogo e di ospitalità; dà fastidio che, al seguito di Giovanni XXIII, affermi che la Chiesa dev’essere povera e dei poveri, che i pastori devono sentire l’odore della pecora, che la Chiesa dev’essere una Chiesa in uscita che va alle periferie e che i poveri sono un luogo teologico.

Disturba che dica che il clericalismo è la lebbra della Chiesa ed enumeri le 14 tentazioni della curia vaticana che vanno dal sentirsi essenziali e necessari alla smania di ricchezza, alla doppia vita e all’Alzheimer spirituale.

Infastidisce che aggiunga che queste sono anche tentazioni delle diocesi, delle parrocchie e delle comunità religiose.

Importuna che dica che la Chiesa deve essere una piramide rovesciata, con i laici in alto e il papa e i vescovi in basso e che dica anche che la Chiesa è poliedrica e soprattutto sinodale, e che facciamo tutti insieme lo stesso cammino, che dobbiamo ascoltarci e dialogare; dà fastidio che in Episcopalis communio si parli di Chiesa sinodale e della necessità di ascoltarsi reciprocamente.

Irrita i gruppi conservatori che Francesco abbia ringraziato Gustavo Gutiérrez, Leonardo Boff, Jon Sobrino, José María Castillo per i loro contributi teologici e abbia annullato le sospensioni a divinis a Miguel d’Escoto e a Ernesto Cardenal; sorprende che a Küng, che scrisse a Francesco sulla necessità di ripensare l’infallibilità, abbia risposto chiamandolo “caro confratello” (Lieber Mitbruder) e che avrebbe preso in considerazione le sue osservazioni, disposto a dialogare sull’infallibilità.

E infastidisce molti che Francesco abbia canonizzato Romero, il vescovo martire salvadoregno, tacciato da molti come comunista e utile idiota della sinistra, la cui causa era rimasta bloccata per anni.

Infastidisce che dica che non spetta a lui giudicare gli omosessuali, che affermi che la Chiesa è femminile e che, se le donne non vengono ascoltate, la Chiesa resterà impoverita e parziale.

La sua invocazione alla misericordia, una misericordia che è al centro della rivelazione biblica, non gli impedisce di parlare di tolleranza zero contro gli abusi di membri significativi della Chiesa verso i minori e le donne, un crimine mostruoso, del quale si deve chiedere perdono a Dio e alle vittime, riconoscere il silenzio complice e colpevole della gerarchia, cercare di riparare, proteggere i giovani e i bambini impedendo che accada di nuovo. E non gli trema la mano quando degrada e destituisce dai suoi incarichi il colpevole, sia esso cardinale, nunzio, vescovo o presbitero.

È chiaro che egli non è un teologo, ma che la sua teologia è pastorale: Francesco passa dal dogma al kerigma, dai principi teorici al discernimento pastorale e alla mistagogia. E la sua teologia non è coloniale, ma del Sud e questo disturba il Nord.

Critica socio-politica

Di fronte a coloro che accusano Francesco di essere terzomondista e comunista, occorre affermare che i suoi messaggi sono in perfetta continuità con la tradizione profetica, biblica e con la dottrina sociale della Chiesa.

Ciò che infastidisce è la sua chiaroveggenza profetica: no a un’economia di esclusione e di disuguaglianza, no a un’economia che uccide, no a un’economia senza volto umano, no a un sistema sociale ed economico ingiusto che si cristallizza in strutture sociali ingiuste, no a una globalizzazione dell’indifferenza, no all’idolatria del denaro, no a un denaro che governa anziché servire, no a una disuguaglianza che genera violenza, e al fatto che nessuno deve strumentalizzare Dio per giustificare la violenza, no all’insensibilità sociale che ci anestetizza di fronte alla sofferenza altrui, no agli armamenti e all’industria della guerra, no al traffico di esseri umani e a qualsiasi forma di morte provocata (EG 52-75).

Francesco non fa altro che aggiornare il comandamento di non uccidere e difende il valore della vita umana, dall’inizio sino alla fine e ripete a noi oggi la domanda di YHWH a Caino: «Dov’è tuo fratello?».

Inoltre, disturba la critica al paradigma antropocentrico e tecnocratico che distrugge la natura, inquina l’ambiente, attacca la biodiversità ed esclude i poveri e gli indigeni da una vita umana dignitosa (LS 20-52).

opposizione a Francesco

Tim Busch

Disturba le multinazionali che egli critichi le imprese forestali, petrolifere, le compagnie idroelettriche e minerarie che distruggono l’ambiente, danneggiano gli indigeni di quel territorio e minacciano il futuro della nostra casa comune. Infastidisce la sua critica ai leaderpolitici incapaci di prendere risoluzioni coraggiose (LS 53-59).

E comincia a infastidire l’annuncio del prossimo sinodo di ottobre 2019 sull’Amazzonia, che è un esempio concreto della necessità di proteggere l’ambiente e salvare i gruppi amazzonici indigeni dal genocidio. Alcuni alti dignitari della Chiesa hanno affermato che l’Instrumentum laboris o Documento preparatorio del sinodo è eretico, panteista e nega la necessità della salvezza in Cristo.

Altri commentatori si sono concentrati esclusivamente sulla proposta di ordinare uomini sposati indigeni per poter celebrare l’eucaristia in luoghi remoti dell’Amazzonia, ma hanno completamente ignorato la denuncia profetica che questo Documento preparatorio fa contro la distruzione estrattiva perpetrata in Amazzonia, che è causa di povertà e di esclusione delle popolazioni indigene, probabilmente mai tanto minacciate come oggi.

A modo di conclusione

Senza dubbio c’è una convergenza tra la critica teologica e la critica sociale nei riguardi di Francesco, i gruppi reazionari ecclesiali si allineano con i potenti gruppi economici e politici, specialmente del Nord. Possiamo anche chiederci se questa recente esplosione di abusi sessuali che colpisce direttamente la figura di Francesco, che è allo stesso tempo pastore riformista ecclesiale e leader mondiale, sia stata una pura casualità e una semplice coincidenza.

opposizione a Francesco

In definitiva, l’opposizione a Francesco è un’opposizione al concilio Vaticano II e alla riforma evangelica della Chiesa che Giovanni XXIII intendeva promuovere. Francesco si pone sulla linea di tutti i profeti che volevano riformare la Chiesa, insieme a Francesco di Assisi, Ignazio di Loyola, Caterina da Siena e Teresa di Gesù, Angelo Roncalli, Helder Cámara, Dorothy Stang, Pedro Arrupe, Ignazio Ellacuría e il nonagenario vescovo Casaldáliga.

Francesco ha ancora molti argomenti in sospeso per una riforma evangelica della Chiesa. Non sappiamo quale e come sarà la sua traiettoria futura, né cosa accadrà nel prossimo conclave.

I papi passano, ma il Signore Gesù continua ad essere presente e a sostenere la Chiesa fino alla fine dei secoli, quel Gesù che era considerato un mangione e un beone, un amico dei peccatori e delle prostitute, un indemoniato, fuori di sé, sedizioso e blasfemo. E crediamo che lo Spirito del Signore che discese sulla Chiesa primitiva nella Pentecoste non l’abbandonerà mai e non permetterà che il peccato, alla fine, trionfi sulla santità.

E intanto, come chiede sempre Francesco fin dalla sua prima apparizione sul balcone di San Pietro in Vaticano come vescovo di Roma e ancor oggi, preghiamo il Signore per lui, affinché la sua speranza non venga meno e confermi la fede dei suoi fratelli. E se non possiamo pregare o non siamo credenti, auguriamogli almeno che sia in buon forma.

Amazzonia: I “viri probati” sono una soluzione? No “meglio riammettere nella Chiesa i preti sposati”

Martín Lasarte, salesiano uruguaiano, missionario in Africa, licenza in sacra Scrittura, scrive su Settimana News un testo nel quale i preti sposati sono tabù (ndr).

Ecco il contenuto dell’articolo:

Nei mezzi di comunicazione sociale, nei dibattiti e nelle assemblee di “ascolto” sul sinodo panamazzonico, si sente ripetere che una delle soluzioni per risolvere il problema dell’evangelizzazione e l’accompagnamento delle comunità cristiane amazzoniche, sarebbe l’ordinazione presbiterale dei cosiddetti “viri probati”, laici sposati, riconosciuti nella comunità per la loro integrità di vita e testimonianza cristiana.

Il tema, in sé, è un argomento valido e suscettibile di studio e di discernimento nella Chiesa, consapevoli in particolare delle sfide pastorali del mondo di oggi e della tradizione delle Chiese orientali a questo riguardo.

Il problema di fondo non sta nel tema in sé, ma nell’opportunità e nelle motivazioni con le quali affrontare l’argomento nel sinodo panamazzonico tenendo conto della realtà attuale.

Circa l’opportunità
  • La sinodalità, slogan o realtà?

Considerando l’enfasi posta sul ricco concetto ecclesiale di comunione, di sinodalità, non sembra costruttivo che una regione della Chiesa, sia pure in comunione con Pietro, affronti e intenda compiere un passo in forma individuale.

Il tema dell’ordinazione al sacerdozio di uomini sposati, come scelta pastorale normale, è un problema che impegna fortemente l’intera Chiesa cattolica. Quando si dice che è solo per tener conto delle comunità isolate nella giungla, ci dimentichiamo del dogma dell’ecologia integrale: “Tutto è interconnesso”.

Una tale decisione non può essere considerata come isolata ed eccezionale di una regione esclusiva e soprattutto oggi nel 21° secolo. Ogni decisione di una Chiesa particolare su aspetti rilevanti, come questo, è inevitabile che abbia la sua ripercussione e il suo influsso.

Qualcuno dirà che questa novità potrebbe sarebbe seria e, in tal caso, costituirebbe un contributo positivo della Chiesa amazzonica per tutta la Chiesa universale.

La soluzione giusta ed equilibrata è che tutte le Chiese abbiano l’opportunità di studiare, discernere e esprimere la propria opinione sull’argomento, senza che sia loro imposto un cambiamento alla preziosa tradizione del celibato sacerdotale vissuto nella Chiesa occidentale da 1700 anni.

Possono cambiare le cose su questo problema? È possibile, ma è essenziale prendere decisioni in comunione sinodale. Abbiamo assistito, non senza sofferenza, alle fratture che si sono prodotte nelle Chiese anglicane nel prendere decisioni “occidentali” su problemi morali contrari al sentire delle Chiese africane e asiatiche, che hanno prodotto crepe profonde e irreparabili.

Siamo chiamati, in nome dell’amore di Cristo, a mantenere questa comunione nell’unità, pur nel rispetto delle diversità. Il prezzo dell’unità richiede da parte di tutti sforzi e sacrifici: per alcuni, una maggiore apertura mentale, tenendo presenti le sfide contemporanee, per altri, maggiore pazienza e rispetto per camminare insieme al fratello.

  • Sarebbe un buon servizio per il sinodo?

Un secondo punto circa l’opportunità di decidere sull’argomento riguarda la tematica del sinodo. “Amazzonia: nuovi percorsi per la Chiesa e per un’ecologia integrale”. Lanciando il sinodo, il papa ha indicato due itinerari di lavoro: il tema dell’evangelizzazione in questa regione e il tema dell’ecologia integrale.

Sinodo

Il tema dell’evangelizzazione comprende moltissimi aspetti: la relazione tra annuncio e promozione umana, tra vangelo e inculturazione; i processi di educazione alla fede mediante il catecumenato e altre forme di itinerari adattati e inculturati; il problema dell’interculturalità; l’enorme mobilità umana, in particolare giovanile dalle aree rurali alla città; il gravissimo problema delle periferie delle grandi città amazzoniche; la crisi generazionale nella trasmissione dei valori ancestrali in un contesto globalizzato, la ministerialità laicale, la sfida dell’ecumenismo e della proliferazione dei gruppi neo-pentecostali, evangelici e dei nuovi movimenti religiosi; la fecondità o la mancata promozione vocazionale cristiana delle comunità circa le famiglie, la vita sacerdotale e religiosa; i diritti indigeni, la loro cultura, le tradizioni, i diritti e le loro terre; la liturgia e la sua inculturazione nel contesto indigeno.

Inoltre, c’è il “peso massimo” dell’ecologia integrale, che ha ripercussioni sull’intera Chiesa universale e sul mondo in generale, il quale si attende una parola significativa e saggia dalla Chiesa sull’attuale crisi ecologica.

Avendo il sinodo un’agenda così ricca, se si dovesse mettere in primo piano il tema delle ordinazioni dei laici, che – come ho detto – sarebbe in sé lecito, non farebbe un buon servizio al sinodo stesso.

Dal punto di vista mediatico ed ecclesiale, si creerebbe un clima di forte polemica e di polarizzazione, che non farebbe alcun buon servizio alle popolazioni indigene che vivono in Amazzonia, né all’evangelizzazione né al problema urgente e delicato della crisi ecologica.

Il jolly del sinodo sarebbe inevitabilmente oggetto di dibattito, lasciando il resto dei temi in secondo piano. Pertanto, per amore dell’ecologia integrale, dei popoli amazzonici e del Vangelo, lasciamo alcuni temi che hanno bisogno di essere approfonditi ad altri momenti più opportuni. Piuttosto, si potrebbe pensare ad un sinodo sui ministeri nella Chiesa, e quello sarebbe il posto adatto per approfondire l’argomento, nel suo giusto contesto e in modo universalmente sinodale.

  • Sinodo, abusi sessuali, messaggio equivoco

Un terzo punto che mi sembra importante considerare è il contesto storico della “crisi ecclesiale” provocata dagli abusi sessuali. In molti ambienti si ritiene che la causa degli abusi sia il “celibato” che genera persone nevrotiche.

A mio avviso, in questo momento, senza creare un sereno processo di riflessione e di discernimento nella Chiesa universale su queste discussioni e decisioni, trasmetteremmo un messaggio ambiguo e falso di ciò che intende la Chiesa per celibato sacerdotale da essa considerato in senso ampiamente ricco e positivo (come è presentato per esempio nella Sacerdotalis caelibatus e nella Pastores dabo vobis).

Senza dubbio, il dibattito sull’ordinazione di uomini sposati non mette in discussione la bellezza e la sublimità del celibato sacerdotale, poiché entrerebbe nella linea di una scelta libera e facoltativa che non pretende affatto sminuire la stima del “carisma” della verginità per il Regno dei cieli. Tuttavia, non mi pare intelligente e tempestivo affrontare il problema in questo sinodo.

Circa le motivazioni
  • Una Chiesa ministeriale

Ho sentito il ragionamento secondo cui l’ordinazione sacerdotale tra i laici delle comunità lontane è necessaria, perché il ministro difficilmente le può raggiungere.

A mio modo di vedere, l’impostazione del problema in questi termini pecca di un enorme clericalismo. Dove non c’è il “pretino” o la “suorina” non c’è vita ecclesiale. Il problema di fondo è molto più serio. Si è creata una Chiesa con poco o nessun protagonismo e senso di appartenenza dei laici, una Chiesa che, se non c’è il “prete”, non funziona. Questa è un’aberrazione ecclesiologica e pastorale. La nostra fede, in quanto cristiani, è radicata nel battesimo, non nell’ordinazione sacerdotale.

Sinodo

Talvolta ho l’impressione che si voglia clericalizzare il laicato. Occorre anzitutto una Chiesa di battezzati protagonisti, di discepoli e missionari. In varie parti della nostra America, si ha l’impressione che si siasacramentalizzato ma non evangelizzato, che si sia mescolata l’acqua con l’aceto, ma non l’acqua col vino.

Una visione “funzionale” del ministero, che non rivitalizzi l’intera comunità cristiana come protagonista dell’evangelizzazione, pur avendo dei laici ordinati, non risolverà il problema, l’impegno battesimale cristiano rimarrà lo stesso.

È opportuno allargare l’orizzonte e guardare la vita e l’esperienza della Chiesa.

La Chiesa della Corea nasce dall’evangelizzazione dei laici. Il laico Yi Seung-hun, battezzato in Cina, diffonde la Chiesa cattolica nel paese, battezzando egli stesso. Per 51 anni (1784-1835) dalla sua fondazione la Chiesa coreana fu evangelizzata dai laici, con la presenza occasionale di qualche sacerdote. Quella comunità cattolica fiorì e si diffuse enormemente, nonostante le terribili persecuzioni, grazie al protagonismo dei battezzati.

La Chiesa del Giappone, fondata da s. Francisco Saverio (1549), cresce vertiginosamente e, per tre secoli, arrivano anche le persecuzioni, i missionari vengono espulsi e l’ultimo sacerdote viene martirizzato nel 1644. Solo dopo più di 200 anni torneranno i sacerdoti (missionari francesi) e troveranno ancora una Chiesa viva formata dai kakure kirishitan (cristiani nascosti).

Nelle comunità cristiane c’erano vari ministeri: un responsabile, catechisti, battezzatori, predicatori. È interessante il consiglio che i cristiani custodirono fino all’arrivo dei nuovi sacerdoti nel diciannovesimo secolo: la Chiesa tornerà in Giappone e lo saprete da questi tre segni: «i sacerdoti saranno celibi, ci sarà una statua di Maria ed essi obbediranno al papa-sama di Roma».

Passo a qualcosa di più personale, alla mia esperienza missionaria di 25 anni in Africa (Angola). Una volta terminata la guerra civile nel 2002, ho potuto visitare comunità cristiane che, da 30 anni, non avevano avuto l’eucaristia, né visto un sacerdote, ma sono rimaste salde nella fede ed erano comunità dinamiche, guidate dal “catechista”, ministero fondamentale in Africa, e da altri ministri: evangelizzatori, animatori della preghiera, una pastorale con le donne, il servizio ai più poveri. Una Chiesa viva e laica in assenza di sacerdoti.

In America Latina non mancano esempi positivi, come tra i Quetchi del Guatemala centrale (Verapaz) dove, nonostante l’assenza di sacerdoti in alcune comunità, i ministri laici hanno comunità vive, ricche di ministeri, liturgie, itinerari catechistici, missioni, tra i quali i gruppi evangelici hanno potuto penetrare molto poco. Nonostante la scarsità di sacerdoti per tutte le comunità, è una Chiesa locale ricca di vocazioni sacerdotali indigene, dove sono state fondate persino congregazioni religiose femminili e maschili di origine totalmente locale.

  • La mancanza di vocazioni in Amazzonia è un problema o è la conseguenza di un altro problema?

La mancanza di vocazioni al sacerdozio e alla vita religiosa in Amazzonia è una sfida pastorale o è piuttosto la conseguenza di opzioni teologico-pastorali che non hanno dato i risultati previsti o risultati solo parziali? A mio parere, la proposta dei “viri probati” come soluzione all’evangelizzazione è una proposta illusoria, quasi magica, che non tocca il vero problema di fondo.

Papa Francesco scrive nell’Evangelii gaudium 107:

«In molti luoghi scarseggiano le vocazioni al sacerdozio e alla vita consacrata. Spesso questo è dovuto all’assenza nelle comunità di un fervore apostolico contagioso, per cui esse non entusiasmano e non suscitano attrattiva. Dove c’è vita, fervore, voglia di portare Cristo agli altri, sorgono vocazioni genuine. Persino in parrocchie dove i sacerdoti non sono molto impegnati e gioiosi, è la vita fraterna e fervorosa della comunità che risveglia il desiderio di consacrarsi interamente a Dio e all’evangelizzazione, soprattutto se tale vivace comunità prega insistentemente per le vocazioni e ha il coraggio di proporre ai suoi giovani un cammino di speciale consacrazione».

Il papa fornisce anche la chiave del problema. Non è la mancanza di vocazioni, ma la scarsa proposta, la mancanza di fervore apostolico, la mancanza di fraternità e preghiera; la mancanza di processi seri e profondi di evangelizzazione.

Faccio un paragone con altri due “biomi” ricchi di vita biologica, spirituale ed ecclesiale: il bioma del fiume Brahmaputra e il bioma del bacino del Congo.

Nell’India nord-orientale, l’evangelizzazione avanza in modo decisivo dal 1923, ad opera di una piccola comunità cattolica che non raggiungeva i 1.000 cristiani.

Secondo i dati del 2018, questa regione oggi consta di 1.647.765 cattolici, con 3.756 religiosi e 1.621 sacerdoti (metà dei quali appartenenti alle minoranze etniche locali e il resto missionari di altre parti dell’India). Ci sono 15 diocesi radicate nelle minoranze etniche di circa 220 lingue locali (Naga, Khasi, Wancho, Nocte, Jaintia, Apatani, Goro, Ahom, War, Bodo…).

Queste popolazioni, come quelle amazzoniche, rimasero per secoli isolate in mezzo all’induismo, all’islamismo e al buddismo, rifugiate tra le montagne e le foreste dell’Himalaya, vivendo le loro pratiche ancestrali. In 90 anni avvenne un cambiamento impressionante. Il rapporto tra fedeli e sacerdoti cattolici oggi è di 1 a 1.000, il che è eccellente. Molti cristiani di queste minoranze “tribali” hanno occupato posti significativi nella politica locale e nazionale dell’India.

L’altro bioma è il fiume Congo, con i paesi circostanti: oltre 500 villaggi e lingue. Il cristianesimo ha attraversato varie difficoltà, le stesse di altri contesti, ma in più la sfida di essere considerato come la religione del colonialismo durante il periodo della decolonizzazione (anni ’60 e ’70). Nonostante tutto, la fioritura delle Chiese africane è evidente e promettente. In quel bioma, le vocazioni sacerdotali sono cresciute del 32% negli ultimi 10 anni e la tendenza sembra continuare.

Potremmo portare altri esempi dal Vietnam, dall’Indonesia (il paese più musulmano del mondo), da Timor Est, dall’Oceania… ma certamente non dalla nostra Europa secolarizzata. In tutte le regioni geografiche esistono sfide e difficoltà nelle comunità cristiane; ma si vede che dove esiste un’opera di evangelizzazione seria, autentica e continua, non mancano le vocazioni al sacerdozio.

L’inevitabile domanda che si pone è: come è possibile che popoli con tante ricchezze e somiglianze antropologiche-culturali con i popoli amazzonici, nei loro riti, miti, un forte senso comunitario, la comunione con il cosmo, con profonda apertura religiosa… abbiano fatto fiorire comunità cristiane e vocazioni sacerdotali mentre in alcune parti dell’Amazzonia, dopo 200, 400 anni c’è una sterilità ecclesiale e vocazionale? Ci sono diocesi e congregazioni presenti da oltre un secolo e che non hanno una sola vocazione indigena locale. C’è forse un gene in più o in meno, o il problema è un altro? Le differenze culturali sono così ampie?

Una possibile risposta è che i popoli amazzonici, culturalmente, non comprendono le esigenze del celibato. Questo problema è stato sollevato, forse anche con buona volontà, ma è impregnato di forti preconcetti culturali, per non dire razziali… Esattamente lo stesso problema si era posto in India, in Oceania e in Africa.

L’enciclica Maximum illud, di cui si celebrerà il centenario durante il sinodo con un mese missionario straordinario, risponde a questo problema. Il documento incentiva e stimola la promozione delle vocazioni indigene, nelle Chiese che furono o erano dipendenti dalle colonie europee.

Sinodo

Qui possiamo vedere, a titolo di esempio, il magnifico lavoro missionario degli Spiritani, dei Padri Bianchi, che hanno optato decisamente per le vocazioni locali, creando seminari fiorenti in tutta l’Africa.

Certamente, dedicarsi a lavorare per le vocazioni è impegnativo, implica l’investimento di mezzi, del personale migliore. Talvolta la vita missionaria ha evitato questo prezioso servizio che è davvero quello che coopererà a creare una Chiesa dal volto amazzonico. A volte è molto più gratificante una vita di “eroe itinerante” nelle foreste che non una dedizione amorevole, paziente e rispettosa nell’accompagnamento e nella formazione delle vocazioni locali.

Quali sono i nuovi cammini?

D’altra parte, è comune sentire l’espressione nuovi cammini per l’evangelizzazione come sinonimo per promuovere le ordinazioni di viri probati. Sono del tutto d’accordo che dobbiamo cercare “nuove vie” per l’evangelizzazione. Ma forse non siamo d’accordo nel dire dove sta la novità.

Penso che uno dei problemi pastorali in varie parti dell’America Latina, e in particolare dell’Amazzonia, sia l’insistenza sui “vecchi percorsi”. Esiste un gran conservatorismo in diverse Chiese e strutture ecclesiali. Non mi riferisco solo ai tradizionalisti preconciliari, ma a linee pastorali, mentalità che si sono radicate nel ’68 e nel decennio ’70-’80.

Per alcuni, l’unica Assemblea continentale dei vescovi latinoamericani è stata Medellín, ignorando la ricchezza e la riflessione di Puebla, Santo Domingo, Aparecida, in particolare per quanto riguarda il problema del dialogo con la cultura, l’evangelizzazione, la missionarietà.

Indico 3 tipi di Alzheimer pastorale che influiscono sulla sterilità evangelizzatrice dell’Amazzonia.

  • Antropologismo culturale

Nel 1971, un gruppo di 12 antropologi redasse la famosa Dichiarazione delle Barbados, la quale affermava che la Buona Novella di Gesù era una pessima notizia per le popolazioni indigene. Senza dubbio da questa provocazione si sviluppò in diverse parti un fecondo dialogo tra antropologi e missionari, che è servito di reciproco arricchimento. Ma in altri luoghi si cadde in un’autocensura, perdendo la “gioia di evangelizzare” (EG 1-13). Ricordo casi di suore che decisero di non annunciare Gesù Cristo, né fare catechesi, “per rispetto della cultura indigena”. Si sarebbero limitate alla testimonianza e al servizio.

Dopo vent’anni, quando giunsero i gruppi evangelici nelle comunità indigene, chiesero al sacerdote della missione se non sarebbe stato il caso di parlare anche di Gesù. La risposta del prete fu: «Era tempo, sorelline, di dire qualcosa su Gesù».

Talvolta l’insistenza sulla testimonianza è tale da pretendere che essa sostituisca l’annuncio. A questo proposito, Paolo VI, nel documento fondamentale sull’evangelizzazione Evangelii nuntiandi 22 ci dice: «Tuttavia ciò resta sempre insufficiente, perché anche la più bella testimonianza si rivelerà a lungo impotente, se non è illuminata, giustificata – ciò che Pietro chiamava “dare le ragioni della propria speranza” –, esplicitata da un annuncio chiaro e inequivocabile del Signore Gesù.

La Buona Novella, proclamata dalla testimonianza di vita, dovrà dunque essere presto o tardi annunziata dalla parola di vita. Non c’è vera evangelizzazione se il nome, l’insegnamento, la vita, le promesse, il Regno, il mistero di Gesù di Nazareth, Figlio di Dio, non siano proclamati».

  • Moralismo sociale

In più di un luogo ho sentito espressioni del genere da parte di operatori pastorali: «Quando la gente ha bisogno di servizi viene da noi (Chiesa cattolica), ma quando cercano un significato alla loro vita va da altri (evangelici ecc.)». È evidente e costatabile che la Chiesa, volendo essere “una Chiesa samaritana”, ha dimenticato di essere una “Chiesa Maddalena”, una Chiesa che fornisce servizi ma che non annuncia la gioia della risurrezione del Signore.

L’impegno sociale della Chiesa, nell’evangelica opzione per i più poveri, è stata ed è un’enorme ricchezza, che si è concretizzata in molteplici iniziative a favore della salute, l’educazione, la difesa dei diritti umani, la difesa delle terre indigene, l’organizzazione sociale delle comunità, le cooperative di produzione, la salvaguardia dell’ambiente…

Questo impegno per la dignità della persona, senza dubbio è stato e continua ad essere un aspetto costitutivo del processo di evangelizzazione, che esprime la dimensione diaconale della Chiesa. Un impegno del genere non ha costituito solo una ricchezza per la Chiesa latinoamericana, ma per la Chiesa universale.

Il problema sorge quando questo genere di attività assorbe il resto della vita e i dinamismi della Chiesa, lasciando in ombra, messe a tacere o date per scontate le altre dimensioni: kerigmatica, catechetica, liturgica, lakoinonia. Siamo in una tensione irrisolta tra Marta e Maria.

Perfino la predicazione, a volte, in non pochi contesti, si è concentrata eccessivamente sulle questioni sociali riguardanti l’impegno, la trasformazione e la liberazione sociale; sulle problematiche dell’ingiustizia mondiale, sui peccati strutturali ecc…, elementi che fanno parte del messaggio di evangelizzazione, ma che sono stati trasmessi in modo tale che alla gente semplice dicevano o dicono poco o niente circa il brutto sogno avuto, la malattia del loro bambino, la loro particolare problematica familiare… Una predicazione fortemente segnata di “moralismo sociale” con tematiche e dinamiche a volte fortemente cariche di ideologia e di riduzionismi sociologici non è stata capace di toccare le fibre del cuore popolare.

Grazie a Dio, perché se non è la programmazione pastorale intellettuale a pensare alla “spiritualità incarnata nella cultura dei semplici”, ci pensa la stessa Vergine a prendersi cura dei suoi figli e a toccare il cuore popolare, non a partire da grandi riflessioni, ma dalla semplice pietà popolare: ricca, semplice, diretta, piena di affetto, molto sentita dai “piccoli”. Basta ricordare la grande devozione amazzonica alla Vergine di Nazaret, quando in ottobre, a Belém de Pará, circa due milioni di pellegrini accompagnano la processione del “Cirio de Nazaret” (immagine della Vergine di Nazaret, ndtr).

L’enorme emorragia di cattolici, nella Chiesa latinoamericana, verso la costellazione delle Chiese evangeliche e neo-pentecostali, è dovuta senza dubbio a vari fattori, per cui non si può essere semplicisti, ma certamente la mancanza di una pastorale molto “più religiosa” e “meno sociologizzata” ha influito moltissimo su un’emigrazione verso le Chiese evangeliche e i nuovi movimenti religiosi, dove nella Parola, in un’accoglienza fraterna e calorosa, in una presenza costante, in un forte senso di appartenenza, trovano un “significato” e una compagnia per la loro vita.

Sinodo

A mio modo di vedere, questo è uno dei peccati teologici-pastorali di difficilissima conversione, in cui a fatica si riconoscono certi squilibri e le radicalizzazioni che hanno resa sterile la nostra pastorale, provocando unadeforestazione spirituale. C’è una specie di impenetrabile atteggiamento difensivo in bunker ideologici. Si continua in maniera persistente sulla stessa linea.

Ho visitato una diocesi, in cui dove all’inizio degli anni ’80, il 95% della popolazione erano cattolici, oggi sono il 20%. Ricordo il commento di uno dei missionari europei che hanno sistematicamente “disevangelizzato” la regione: «Non favoriamo la superstizione ma la dignità umana». Penso che sia detto tutto.

La Chiesa in alcuni luoghi si è trasformata in un grande gestore di servizi (sanitari, educativi, promozionali, diadvocacy…), ma poco in madre della fede.

Visitando una comunità della mia congregazione che opera tra gli indigeni, dopo aver lavorato per anni nell’educazione, nella legalizzazione delle terre, nella difesa dei fiumi contro le imprese minerarie, nella rivalutazione degli elementi culturali tradizionali, alcuni capi delle comunità indigene non permettono loro di entrare nel loro territorio, perché ora sono evangelici. Si sono fatte molte cose, ma sono mancati i processi per condividere la ricchezza e la bellezza della nostra fede cattolica, un ricco annuncio della Parola e la formazione di operatori pastorali.

  • Secolarismo

Un terzo Alzheimer è il secolarismo. Certamente è una sfida globale. L’America Latina è più suscettibile agli influssi per la sua posizione geografica a differenza dell’Europa occidentale. Anche la cultura urbana secolarizzata esercita un influsso oltre i limiti della città: queste sfide sono in qualche modo normali a tutta la vita della Chiesa e a tutte le latitudini.

Ma il problema principale non sta nelle pressioni culturali dell’ambiente dominante, ma nel fatto che una Chiesa si secolarizza, quando i suoi operatori pastorali interiorizzano le dinamiche di una mentalità secolarizzata: l’assenza o una manifestazione molto timida della fede quasi chiedendo perdono.

Le conseguenze di queste opzioni o influenze pastorali, senza dubbio, si riflettono nella sterilità vocazionale o nella mancanza di perseveranza nel percorso intrapreso, per l’assenza di motivazioni profonde. Nessuno lascia ogni cosa per essere un animatore sociale, nessuno consegna la propria vita a un’“opinione”; nessuno offre l’assoluto della sua vita a qualcosa di relativo, ma solo all’Assoluto di Dio. Quando questa dimensione teologica e religiosa non è evidente, chiara e viva nella missione, non ci saranno mai opzioni di radicalismo evangelico, che è un indice che l’evangelizzazione ha toccato l’anima di una comunità cristiana.

Una comunità cristiana che non genera vocazioni sacerdotali e religiose è una comunità affetta da qualche malattia spirituale. Possiamo ordinare i viri probati e altro ma i problemi di fondo rimarranno: un’evangelizzazione senza Vangelo, un cristianesimo senza Cristo, una spiritualità senza lo Spirito Santo.

Logicamente, una visione orizzontale della cultura dominante, in cui Dio è assente, o ridotto ad alcuni concetti simbolici, culturali o morali, è impossibile che giunga ad apprezzare il fecondo valore spirituale e pastorale del celibato sacerdotale come dono prezioso di Dio e della totale e sublime disposizione di amore e di servizio alla Chiesa e all’umanità.

Le vocazioni sacerdotali autentiche ci saranno solo quando si stabilisce una relazione autentica, esigente, libera e personale con la persona di Cristo. Forse è molto semplicistico ma, a mio modo di vedere, il “nuovo cammino” per l’evangelizzazione dell’Amazzonia è la novità di Cristo.

Proposte per nuovi percorsi

Presento qui otto itinerari di crescita per nuovi cammini di evangelizzazione. In se stessi non hanno nulla di nuovo. Sono quelli di sempre, ma nel desiderio che siano realmente plasmati di nuovo fervore.

  • Il primo e più importante è un’evangelizzazione integrale.

Così come parliamo di ecologia integrale, dobbiamo tenere presente l’evangelizzazione integrale. Dove in modo armonioso ed equilibrato siano presenti tutti gli aspetti pastorali della missione, dove tutto ha a che vedere con tutto: il kerigma (l’annuncio gioioso di Gesù Cristo), la catechesi (non come indottrinamento, ma come un paziente processo catecumenale che intreccia il vangelo con la vita e la cultura amazzonica); la diaconia (migliaia di servizi, quale espressione di una carità creativa e impegnata che nasce dalla fede); la koinonia (creazione di comunità fraterne attorno alla fede e alla Parola), la liturgia (una comunità che celebra con gioia la sua fede). Senza processi di evangelizzazione integrale, non solo non ci saranno vocazioni, ma non ci saranno cristiani, o almeno cattolici.

  • Un ricco catecumenato

L’esperienza in alcune parti del mondo e in Amazzonia ha dimostrato l’efficacia del catecumenato, come luogo di incarnazione della fede nella ricchezza del proprio patrimonio culturale. Altrimenti, appena sacramentalizziamo e non evangelizziamo, la fede si trasforma in una vernice superficiale nella vita del credente, che non converte, non penetra, non trasforma l’esistenza. Un processo paziente, comunitario accompagnato dalla fede è un cammino di autentico rinnovamento. È un cammino lento, non rumoroso, ma fecondo e a lungo termine.

  • Una Chiesa creativamente ministeriale, una Chiesa creativa nella promozione e nel protagonismo dei ministeri nelle comunità: ministeri radicati nell’impegno battesimale, per uomini, donne, giovani, per diverse circostanze e aree pastorali. Una comunità ricca e feconda di questi ministeri ordinati o laicali: diaconato permanente, lettori, annunciatori, ministri delle celebrazioi, narratori di storie, commentatori della Parola, esorcisti, ministri della speranza (funerali), catechisti, animatori giovanili, missionari/e, servi dei poveri ecc.

Solo quando si vive questo dinamismo pastorale ed ecclesiale è possibile pensare ad ulteriori passi ministeriali, come lo studio di un’eventuale ordinazione sacerdotale di qualcuno dei suoi ministri.

  • Partecipazione politica organizzata del laicato cattolico nelle politiche regionali e nazionali, in particolare per quanto riguarda i territori indigeni e la protezione dell’ambientale.
  • La proposta pastorale di piccole comunità cristiane, di gruppi o movimenti che, in un clima fraterno attorno alla Parola di Dio, offrono il calore e l’affetto della fraternità cristiana, che libera dall’anonimato delle periferie urbane e conserva, in molti, le dinamiche e le ricchezze delle comunità rurali di origine. Sono comunità di accompagnamento, di crescita nella fede alla luce della Parola e missionarie per la loro gioia di evangelizzare.
  • Una pastorale familiare che sappia accompagnare, riunire formare nella fede, perché è dal grembo della famiglia che nascono i processi più efficaci di evangelizzazione.
  • Una pastorale giovanile ricca di proposte adattate ai diversi contesti (rurale, urbano, adolescenti, giovani, studenti, lavoratori, universitari, indigeni, afro, meticci, bianchi…), ma fortemente centrata nella vita del gruppo (associazionismo giovanile), nel volontariato e in itinerari graduali di formazione della fede. Si potrà avere una ricca pastorale vocazionale solo quando esiste una pastorale giovanile prospera e robusta.
  • Una decisa scommessa sulle vocazioni locali: credendo, confidando, accompagnando, formando, destinando ai giovani candidati le migliori risorse ecclesiali che si possiedono. Sono senza dubbio essi i più adatti a trovare i migliori cammini, quelli più autentici per dare alla Chiesa un volto amazzonico.

L’Europa delle religioni

Una delle ragioni per cui facciamo fatica a comprendere e interpretare in maniera adeguata le presenze della religione nell’Europa contemporanea è dovuta al fatto che continuiamo a leggere queste ultime con categorie tipicamente moderne, oramai superate dal riconfigurarsi complessivo delle forme civili, politiche e culturali dei vissuti umani e della coesistenza fra molti.

Dallo spazio alla visibilità

In particolare, ci ostiniamo a inquadrare la religione e i suoi molti fenomeni all’interno di un lessico concettuale che ha prevalentemente a che fare con lo spazio; e, quindi, con l’occupazione, l’estensione, la collocazione. Proprio in virtù di questo fraintendimento, le presenze attuali della religione sembrano avere una preoccupante pervasività rispetto all’intero sociale. Quando in realtà le cose stanno in maniera diversa.

Infatti, la religione e i suoi fenomeni hanno mostrato una sorprendente capacità di adattamento e usufrutto dei processi di globalizzazione e di virtualizzazione dell’ambiente umano di vita e di relazione. All’interno di questi nuovi codici le presenze della religione non hanno tanto a che fare con lo spazio, e la sua occupazione più o meno indebita; quanto, piuttosto, hanno a che fare primariamente con la visibilità – e, quindi, con tutta quella dimensione complessa dell’immagine e dell’immaginario.

Europa e religioni

Nell’Europa contemporanea la religione e le forme della sua presenza godono di un tasso inedito di visibilità, senza che questo significhi necessariamente una sua corrispondente estensione pervasiva nelle trame del vivere insieme dei cittadini europei. Anzi.

Perché in regime di virtualizzazione e globalizzazione a un alto tasso di visibilità non corrisponde una speculare presenza effettiva e reale del fenomeno. Detta in una battuta: secondo l’ordine della visibilità oggi la religione è un qualcosa di estremamente diffuso, nel momento stesso in cui – secondo l’ordine dello spazio – esso è sostanzialmente irrilevante e marginale.

Il grande incanto di cui soffre larga parte dell’interpretazione europea delle presenze della religione tra di noi è quello di confondere la visibilità (dei fenomeni religiosi) con l’occupazione sproporzionata di ampie aree della coesistenza umana. Reagendo in maniera conseguente, ossia invocando un più alto controllo rispetto alle penetrazioni (ritenute indebite) della religione nello spazio pubblico europeo.

Il problema, appunto, è che le presenze odierne della religione avvengono e si dipanano altrove rispetto alla dimensione spaziale del nostro vivere insieme in Europa. Per questo non riusciamo più né a istruire una gestione adeguata del religioso rispetto alle istituzioni civili e politiche, né a far giocare le religioni come alleate significative del progetto europeo.

Il simulacro totale

Mentre noi organizziamo spazi, esse scivolano via come immagini. Con tutte le conseguenze di questa divaricazione. In quanto questione di visibilità, le presenze della religione nell’Europa odierna si attuano completamente nell’ordine dell’immagine e si esauriscono in essa.

L’aspetto più importante di questo slittamento dallo spaziale al visibile è quello della slegatura dell’immagine da qualsiasi referente reale e da ogni riferimento alla realtà delle cose. Ossia, oggi l’immagine rinvia semplicemente ad altre immagini, generando a piacere da sé ogni volta di nuovo la virtualità e arbitrarietà di questo rimando. Insomma, l’immagine è oggi sostanzialmente un simulacro (immagine di immagini).

Religioni in Europa

E con essa lo è la religione collocatasi completamente sul lato della pura visibilità. L’astuzia dei politici sembra aver compreso questo mutamento di paradigma molto più rapidamente e meglio dell’acribia dei teologi e del ceto clericale delle religioni. Il ricorso programmatico di Salvini al rosario e alla Madonna, comprese preghiere e devozioni mediatiche varie, rientra proprio nella riduzione del simbolico religioso cristiano a simulacro sganciato da ogni realtà.

In quanto immagini di immagini, il rosario e la Madonna possono essere utilizzati a piacimento nella loro funzione di simulacro, facendo credere che proprio di essi si tratta quando in realtà ne va di tutt’altra cosa. Noi ci immaginiamo che nella visibilità di quei gesti ostensivi si tratti di religione, e ci affanniamo a istruire un (vano) contraddittorio come se ne andasse proprio di questo.

Ed è esattamente a questo che mira l’utilizzo come simulacro dei grandi simboli cristiani messo in campo da Salvini e soci vari in giro per tutta l’Europa. Paradossalmente, è proprio la (doverosa) critica a quest’uso del simbolo religioso che lo legittima oltre la sua funzione di puro simulacro.

L’ingenua onestà con cui la fede sincera finisce col legittimare l’uso più bieco e strumentale del suo patrimonio simbolico e devozionale è dovuta, appunto, all’incapacità di comprendere tutte le implicazioni del passaggio della religione dalla dimensione della spazialità a quella della visibilità. In quanto visibilità dell’immagine di immagini, la religione funziona in modo completamente diverso rispetto al suo ancoramento spaziale e alla sua collocazione territoriale.

La fine della distinzione degli ambiti

Svincolata dallo spazio e dal suo legame coi territori dell’umana esistenza la religione diventa, in un certo qual modo, sconfinata. Perde cioè quei limiti e confini a cui ci eravamo assuefatti per tutta l’epoca moderna e lungo i suoi ultimi strascichi postmoderni. E la religione fa questo in molti modi.

Innanzitutto, non essendo più vincolata spazialmente decade per la religione, e per le sue presenze, qualsiasi distinzione e separazione di ambiti (tra religioso e non). Argomentare rispetto a questo fenomeno epocale con le categorie atte a preservare lo spazio pubblico da indebite occupazioni da parte del religioso non funziona più – soprattutto perché è quello stesso spazio che si è trasformato, anche lui, in arena virtuale della pura simulazione immaginaria.

Allo stesso modo, la creazione virtuale di distinzioni di spazi e ambiti non può essere destinata che alla produzione di un ulteriore simulacro che non esiste da nessuna parte – con buona pace degli ultimi epigoni di qualsiasi ordinamento della separazione (che poteva funzionare nello spazio, ma è del tutto inefficace quando ne va di visibilità).

È questo il registro che ci permette di comprendere una delle partite più feroci che si stanno attualmente giocando sugli scenari mondiali. L’aspra opposizione concertata dalla lobby statunitense del potere economico e finanziario neo-liberale contro papa Francesco, tacciato di condurre la Chiesa cattolica oltre i confini della sua lecita attuazione, non ha nulla a che fare con una anche se pur remota preoccupazione per la salvaguardia dell’essenza del cattolicesimo e della Chiesa.

Religioni in Europa

Questa opposizione parte dalla lucida consapevolezza che oggi non è più possibile relegare il religioso a una dimensione propria e separata da tutto il resto; e, quindi, è necessario procacciarsi e favorire una forma di religione che sia funzionale agli interessi lobbistici del potere economico-finanziario.

Corrispondentemente, Francesco gioca la sua partita sull’avvenire della Chiesa cattolica ben al di là dei confini tradizionali dell’attuazione ecclesiale, perché ha lucidamente compreso che relegandosi all’interno di essi il cattolicesimo è destinato a estinguersi proprio nel suo valore religioso.

Per la nuova bestia delle potenze mondane questa impresa religiosa della Chiesa oltre la Chiesa stessa è del tutto insopportabile, perché scende sul terreno in cui essa è in grado di metterne in discussione la liceità e legittimità di monopolizzazione totale del potere.

È probabile che il ceto conservatore ecclesiastico, che si è consegnato all’alleanza con la lobby neo-liberale per ricondurre la Chiesa cattolica al puramente religioso (ossia al nulla, perché qualcosa di simile oggi non esiste più), sia ingenuamente inconsapevole della strumentalizzazione a cui si è reso disponibile con così tanta leggerezza e spregiudicatezza. Diventando, alla fin fine, anch’esso un mero simulacro della custodia della retta fede ecclesiale.

Le Chiese e l’Europa

L’Europa, sia nella sua accezione culturale sia in quella istituzionale dell’Unione, non appare essere attualmente in grado di governare fecondamente questi profondi processi di trasformazione della religione e delle sue presenze. Ed è all’interno di questo inedito epocale che si prospetta un nuovo compito, civile e religioso al tempo stesso e senza distinzione, per i due grandi cristianesimi occidentali.

Religioni in Europa

A essi compete il dovere di accompagnare e traghettare la fine della istituzionalizzabilità (moderna) della religione e dei suoi fenomeni secondo i parametri che abbiamo ricevuto dal meglio dei processi costituzionali europei. Questo vuol dire impegnarsi a immaginare nuove forme di rapporto tra la statualità europea e la pratica religiosa del vivere quotidiano degli uomini e delle donne.

Si tratta sicuramente di navigare acque del tutto inesplorate, nelle quali i cristianesimi per un tratto avranno il compito di assumere una funzione vicaria sia rispetto alle altre religioni (in particolare l’Islam), sia verso le grandi istituzioni del diritto europeo, per disegnare le coordinate non spaziali e non territoriali di un nuovo amicale accordo fra le fedi e i vissuti umani.

Questo vuol dire congedarsi da forme pattizie bilaterali che ancora tanto garantiscono sia alle Chiese sia agli stati europei. Ma appunto, si tratta di una garanzia non solo oramai evanescente, ma anche svuotata di una presa effettiva sulla realtà dei fenomeni religiosi che caratterizzano la coesistenza umana europea.

Nell’antico tesoro del cristianesimo si trova la possibilità di un’universalità non territoriale e non egemonica, sulla quale è possibile gettare la base di un nuovo modello di articolazione civile delle presenze della religione nella vita quotidiana europea. Essenziale è che entrambi i cristianesimi occidentali mettano mano insieme a questa impresa e non lo facciano per sé – disegnando, appunto, il senso genuinamente vicario della loro collaborazione all’edificazione dell’Europa che verrà.

Si tratta, quindi, per entrambe le Chiese cristiane di un itinerario di inedito apprendimento delle presenze della religione oltre i limiti confessionali e territoriali del vivere e del credere.

Un’impresa lungo la quale i cristianesimi devono guardare, senza sudditanza e in maniera critica, continuamente alle istituzioni del diritto in modo da condurre anche quest’ultimo al di fuori delle secche in cui si è arenato a causa di un’applicazione, spesso ideologicamente indebita, del proprio strumentario.

Politica delle emozioni vs. razionalità umanistica del Vangelo

In maniera più intuitiva che programmatica, ma così è nelle corde dell’uomo, questo è esattamente quello a cui papa Francesco sta cercando di spronare la «macchina» della Chiesa cattolica, impegnandola in un esercizio costante a favore dell’umano che è comune a tutti – senza perdersi in eccessive preoccupazioni di apparato per sé.

Il regime della pura visibilità istruito dal simulacro totale ha condotto all’esaurimento di ogni efficacia ascrivibile alla razionalità politica, istruendo un assetto politico che si nutre di emozioni prodotte virtualmente. Le derive del sistema che ne risultano sono drammaticamente percepibili sia all’interno del corpo europeo degli stati, sia al di fuori di esso.

La radicalizzazione evangelica del posizionamento della Chiesa cattolica, disegnato da Francesco davanti a quest’aura impalpabile e ingovernabile di una politica delle pure emozioni, aspira a offrire una sponda non irrazionale nella stagione della fine della razionalità politica moderna. E lo fa mettendo in campo quella razionalità affettiva e profondamente umanistica iscritta nei gesti e negli atteggiamenti del Vangelo del Dio di Gesù.

Religioni in Europa

Lo scavalcamento continuo, questo sì programmatico, dei chiari confini istituzionali, religiosi e confessionali (da sempre affermato nel Vangelo come passione di Dio per il riscatto dell’umano) mira ad assicurare pubblicamente il carattere non egemonico di questa funzione vicaria della fede cristiana a favore di tutti – senza esclusione alcuna.

Per fare ciò non c’è punto di partenza possibile se non quello dei margini e degli esclusi, degli sconfitti e dei dimenticati prodotti dalle potenze mondane che hanno monopolizzato e asservito l’umano ai loro interessi. Nella convinzione che se si lavora e lotta per questi, lo si fa per tutti – soprattutto per quelli che verranno dopo di noi.

Settimananews

#OpenArms. FCEI e Valdesi a David Sassoli (Parlamento europeo): pronti ad accoglienza immediata


nev.it 

In una lettera indirizzata al presidente del Parlamento Europeo, le chiese protestanti ribadiscono la loro disponibilità ad accogliere i naufraghi a bordo del rimorchiatore della ONG spagnola, che si trova da 11 giorni in mare aperto in attesa di un porto sicuro. Serve con urgenza “una soluzione umanitaria, tecnica e provvisoria per dare sollievo a persone già oggi allo stremo”.

A Medan i lavori del congresso dei teologi asiatici. Opportunità ecumenica

L’Osservatore Romano

(Riccardo Burigana) «Riconciliazione, rinnovamento, restauro: indicativo divino e imperativo umano»: è stato questo il tema del nono Congresso dei teologi dell’Asia che si è svolto a Medan, in Indonesia, dal 5 al 10 agosto. L’incontro fa parte di una serie che, iniziata nel 1997, raduna ogni tre anni i teologi asiatici (anche coloro che si trovano a vivere fuori dal continente) di confessioni cristiane diverse, per un confronto ecumenico su come promuovere un rinnovamento della teologia in un contesto, come quello asiatico, che vive di rapidi cambiamenti anche in campo religioso. La scelta del tema del congresso di Medan, la cui organizzazione non è stata facile dal momento che inizialmente doveva tenersi a Colombo, in Sri Lanka, ha voluto rispecchiare la volontà di proporre una riflessione su cosa i teologi devono fare oggi per contribuire a rendere sempre più visibile la presenza dei cristiani in Asia; si è così discusso del loro ruolo in rapporto alla custodia della creazione, alla difesa della vita, alla costruzione della pace e della giustizia a partire da una riflessione biblica e teologica che tenga conto delle peculiarità dell’Asia e proprio dalla lettura di queste peculiarità sappia indicare delle soluzioni ecumeniche.
Approfondire e sviluppare tra «indicativo divino e imperativo umano» è stato un modo per rispondere all’istanza, tanto diffusa tra i cristiani in Asia, che sia necessario rinnovare la teologia tenendo conto del pluralismo religioso e culturale che caratterizza il continente, dove sono anche presenti rifiuti e condanne di tale pluralismo. Per questo il congresso «non è stato un mero esercizio accademico ma un’opportunità e un’esperienza per i teologi dell’Asia per valutare insieme come favorire una ricerca sulla rilevanza del Vangelo che conduce all’essere riconciliati con Dio in Cristo e partecipare alla missione di Dio, dove l’essere nuovi in Cristo può essere una strada di rinnovamento e di restauro della creazione di Dio»: parole di Mathews George Chunakara, segretario generale della Conferenza cristiana in Asia, che è stata uno dei principali sponsor dell’incontro. Quella a Medan è stata inoltre «un’opportunità ecumenica», come ha detto padre Clarence Devadass, a nome della Federazione delle Conferenze episcopali dell’Asia, dove coordina la riflessione teologica, rilanciando l’importanza della testimonianza ecumenica che può aiutare i teologi a lavorare sempre più insieme per la Chiesa “Una” su aspetti concreti, come la riconciliazione delle memorie e la custodia del creato.
Il convegno si è articolato in quattro relazioni tematiche, sessioni seminariali su singoli aspetti della riflessione teologica, momenti di condivisione di esperienze e di progetti, letture della Bibbia con un confronto sulla pluralità esegetica nella Chiesa; con le quattro relazioni tematiche sono state offerte delle piste di ulteriore riflessione, soprattutto in una prospettiva ecumenica, ai teologi alla luce delle tante esperienze che segnano la vita delle comunità cristiane, chiamate a convivere, come è stato detto più volte, da una parte con il desiderio di rafforzare l’annuncio della Parola di Dio e dall’altra con le difficoltà quotidiane di vivere in una società interreligiosa. Anche nelle quattro relazioni tematiche centrale è stata la riflessione sull’impegno dei cristiani nella salvaguardia del creato, come anche nei workshop dove è emerso quanto i cristiani, insieme, già operano nella denuncia dello sfruttamento del creato e nella formulazione di nuove proposte per uno stile di vita fondato sui valori cristiani. Anche nello spazio riservato al dialogo interreligioso si è parlato della salvaguardia del creato, sottolineando gli aspetti comuni alle religioni su questo aspetto; non sono mancate le voci di coloro che hanno testimoniato il clima di crescente intolleranza in tante realtà, chiedendo un maggior impegno delle religioni nella condanna di ciò.
In Indonesia si è parlato inoltre dell’ormai imminente prima assemblea ecumenica delle donne asiatiche, promossa dalla Conferenza cristiana dell’Asia, che si terrà il prossimo novembre a Taiwan; questo incontro vuole essere un’occasione per tutte le comunità cristiane di riflettere sul ruolo delle donne nella Chiesa e nella società, in Asia, nel ventunesimo secolo, per promuovere un rinnovamento che renda le comunità sempre più prossime al modello evangelico, proseguendo nella rimozione di tutte le forme di discriminazione e di emarginazione che condizionano la vita delle donne. Il congresso di Medan è stata insomma un’opportunità ecumenica per i teologi (alcuni molto giovani) per condividere ricerche e progetti così da rendere sempre più viva la testimonianza cristiana in Asia, contribuendo alla definizione di uno stile di vita fondato sui valori cristiani, finalmente rispettoso del creato.
L’Osservatore Romano, 12-13 agosto 2019

CALDO, OGGI BOLLINO ROSSO IN SEI CITTA’

 ansa

AFA IN DIMINUZIONE A PARTIRE DAL NORD ITALIA Caldo rovente sull’Italia, da oggi però in riduzione. Sei saranno le città da bollino rosso: Campobasso, Frosinone, Perugia, Roma, Rieti e Palermo. Il Nord sarà quindi alleviato dall’afa, che si spegnerà poi progressivamente andando avanti con la settimana. Ieri picchi di caldo fino a 50 gradi e 11 le città in allerta, con nubifragi invece al settentrione.