Crisi di governo. Oggi in Senato si decidono date e modalità per la sfiducia al premier

Oggi in Senato si decidono date e modalità per la sfiducia al premier

Avvenire

Oggi alle 16 si riuniscono i capigruppo al Senato per decidere la data della discussione in aula della mozione di sfiducia al premier Giuseppe Conte presentata dalla Lega. È una giornata decisiva per capire i tempi della crisi di governo. Se però la conferenza dei capigruppo con approvasse all’unanimità il calendario dei lavori, l’Assemblea sarà convocata direttamente dal Senato; lo ha specificato la presidente del Senato Elisabetta Casellati, citando il regolamento.

Previste anche le assemblee dei parlamentari M5S, dei senatori della Lega e dei senatori del Pd. All’attuale crisi di governo – che sarà formalizzata se e quando il Parlamento voterà la sfiducia al governo Conte – va ricordato che si è arrivati per decisione della Lega di Matteo Salvini, che dopo settimane di litigi con i suoi alleati del Movimento 5 Stelle ha dichiarato di fatto finita l’alleanza tra i due partiti. Dopo aver annunciato l’intenzione di togliere la fiducia al governo, tuttavia, Salvini ha parlato della necessità di tornare subito al voto per rinnovare il Parlamento: quest’ultimo però è un passaggio tutt’altro che necessario o automatico. L’attuale legislatura, infatti, potrebbe tranquillamente andare avanti fino alla sua scadenza naturale se il Parlamento fosse in grado di sostenere un governo diverso da quello attuale, anche con una maggioranza diversa.


Salvini chiede di andare al voto al massimo a ottobre, promette tasse al 15% e nessun aumento dell’Iva con la “manovra già pronta”. Di Maio si affida al capo dello Stato così come Zingaretti che frena Renzi sulla proposta di un governo istituzionale. Ma è sul Colle più alto di Roma che siede l’arbitro che dovrà gestire l’improvvisa crisi di governo agostana. Il Capo dello Stato, attualmente in vacanza in Sardegna all’isola della Maddalena fino al 13 agosto, è pronto a tornare al Quirinale per le eventuali consultazioni. La fiducia nel suo operato, almeno per il momento, è universale, a partire da Matteo Salvini, l’uomo che ha schiacciato l’interruttore che ha fatto implodere il governo Conte. “Ho totale fiducia nel presidente Mattarella, che mi sembra abbia ben chiaro il bene dell’Italia”, dice il leader della Lega.

TUTTI INVOCANO IL QUIRINALE MA MATTARELLA ATTENDE LA DECISIONE DEL PARLAMENTO SULLA SFIDUCIA A CONTE

Se il maggiore fautore del voto subito pensa (o spera) che dal Quirinale possano sposare la sua linea, lo stesso auspicio è espresso da Fratelli d’Italia con Giorgia Meloni che lancia un appello al Capo dello Stato affinché non consenta “una vergogna” come “inciuci mascherati da governi istituzionali”.

Sul fronte opposto Luigi Di Maio, ex amico e ora primo nemico del “Capitano” leghista fa altrettanto: “Ci affidiamo alle decisioni del Presidente della Repubblica”, argomenta il capo politico del M5S ormai tornato da tempo a Canossa dopo la richiesta di impeachment del presidente della Repubblica.

Sul Quirinale fanno affidamento pure le opposizioni, a partire dal Pd. “Vedremo cosa accadrà nei prossimi giorni, per fortuna nei passaggi ci guiderà la saggezza e l’autorevolezza del Presidente Mattarella”, il pensiero del segretario dem Nicola Zingaretti. E alle mani “sagge e prudenti” dell’inquilino del Colle si rimette pure l’ex presidente del Senato, Pietro Grasso, esponente di Leu. Un inizio di partita prudente da parte di tutti i contendenti anche perché, nello sport come nella politica, nei confronti dell’arbitro bisogna sempre avere rispetto.

Su un punto non si può dubitare: Mattarella per ora più che direttore di gara è osservatore attento. Finché il Parlamento non si esprimerà e Conte non salirà al Quirinale per dimettersi, il suo fischietto rimarrà nel taschino. Diversi gli scenari che si potrebbero aprire e che il presidente gestirà nella rigida grammatica costituzionale a lui affidata. Per questo fondamentali saranno le consultazioni, al momento unico step certo nella crisi aperta a meno di 14 mesi dalla formazione del governo gialloverde.

RENZI APRE A UN GOVERNO ISTITUZIONALE, IL NO DI ZINGARETTI 
Lo scontro è aperto nelle file dei Dem. La linea ufficiale del segretario Nicola Zingaretti resta quella del voto e anche tra i renziani la proposta di Matteo Renzi per un governo di transizione – annunciata con un’intervista sul Corriere della Sera – con il M5s viene liquidata da qualcuno come “poco più che fantascienza”. 
Dal segretario in giù, tutti si appellano alla guida di Sergio Mattarella. Il che vuol dire non escludere la possibilità di una soluzione alternativa alla corsa al voto in autunno. Su cui, tra l’altro, gli organismi dirigenti del Pd potrebbero essere chiamati presto a decidere, e su questo partono già le conte e i riposizionamenti di corrente.
L’idea di Renzi di un governo di transizione per andare al voto nel 2020, per il quale ci sarebbero stati contatti tra renziani ed esponenti di FI, non trova sostegno netto fuori dall’ala renziana e turbo-renziana. Ma se si guarda allo schema più ampio di un tentativo di costruire su un programma definito una maggioranza che freni la corsa delle destre e faccia alcune cose che servono al Paese, a partire da una legge di bilancio salva-conti, i consensi sembrano ampi nel partito.

C’è l’apertura di Dario Franceschini, di Graziano Delrio, il sì di Matteo Orfini (purché si concordi un programma che includa anche temi come la cancellazione dei decreti sicurezza di Salvini) ma anche di zingarettiani come Roberto Morassut, che dice no alla soluzione “asfittica e mortale” per il Pd di un “governo istituzionale”, ma apre a un “governo istituzionale vero di risanamento e riforme non a tempo”.

È una formula cui potrebbe aprire anche Zingaretti, che dice invece no a un governo di scopo. E, “non a tempo”, piace anche ai franceschiniani. Il segretario sembra già guardare alle urne quando chiama alla “battaglia” un mondo ampio che va dai sindaci di centrosinistra ad altri partiti e iniziative civiche: si può trovare insieme il candidato premier giusto – è il messaggio, per battere Salvini. Ma ora il discorso si è spostato su un possibile governo istituzionale con M5s. E così, mentre Walter Veltroni mette in guardia dal rischio Weimer, il Pd si spacca. “Ci aspettano prove difficili. Quando il gioco si fa duro i duri smettono di litigare”, è l’invito pacificatore di Paolo Gentiloni. Ma nelle file Dem è già partita la conta.

DI MAIO: PRIORITARIO IL TAGLIO DEI PARLAMENTARI

All’indomani della crisi di Governo, la priorità per Luigi Di Maio resta quella di ridurre le poltrone in Parlamento. In un post su Facebook, il leader del M5S ha lanciato un appello “a tutte le forze politiche” e ha annunciato l’inizio della raccolta firme “tra i parlamentari per chiedere la calendarizzazione d’emergenza alla Camera del taglio dei parlamentari”. “Tagliamo 345 poltrone di parlamentari e i loro stipendi. Possiamo farlo subito, manca solo un voto – ha affermato Di Maio – ci vogliono al massimo due ore per eliminare definitivamente 345 poltrone e risparmiare mezzo miliardo di euro. Sono tanti soldi. E si possono investire in modo più utile: in strade, scuole, ospedali. Non in stipendi di politici. Nessun partito aveva mai avuto il coraggio di portare avanti una riforma come questa ed ora è lì, basta un piccolo passo”.

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