Salvini e la Madonna, Krajewski e la luce elettrica

Tornano i nazionalismi, torna il razzismo – e torna la Madonna di Fatima. Quando Matteo Salvini affida l’Italia, nonché il proprio successo elettorale, al “cuore immacolato di Maria” si rifà, sin dal linguaggio scelto, alle apparizioni portoghesi del 1917, un immaginario religioso carico di significati politici. E quando negli stessi giorni, a svariate migliaia di chilometri, il presidente Jair Bolsonaro consacra il Brasile a una statua che raffigura la medesima Vergine di Fatima (salvo defilarsi al momento della benedizione per non inimicarsi l’elettorato evangelicale), mostra che quella del leader leghista non è una trovata estemporanea, ma scientemente si inserisce in una strategia ben coordinata dell’estrema destra globale. Che mescola i più recenti ritrovati del marketing politico ai linguaggi e alle icone novecentesche con spregiudicatezza, scaltrezza. E sciatteria.
Perché quella della Madonna di Fatima è una storia che intreccia devozione popolare e mitologia politica, sincerità e manipolazione. Come ha spiegato José Barreto, il tentativo di connotare politicamente Fatima “iniziò immediatamente a partire dal 1917”, data delle apparizioni della Vergine vestita di bianco in questo sperduto paesino rurale lusitano. In un saggio tradotto in Italia da “Memoria e Ricerca”, rivista di storia contemporanea del Mulino, I messaggi di Fatima tra anticomunismo, religiosità popolare e riconquista cattolica, lo storico dell’università di Lisbona racconta la curvatura impressa dalla ragion di Stato alla testimonianza dei tre veggenti: dal clima anticlericale in cui avvennero le visioni, portato dalla rivoluzione repubblicana portoghese del 1910, alle migliaia di giovani morti al fronte della prima guerra mondiale, dalla rivoluzione bolscevica che scosse la Russia nello stesso 1917 al timore di un contagio quando il socialismo arrivò negli anni Trenta nella vicina Spagna. Eventi che incisero sin da subito sull’interpretazione degli eventi straordinari riferiti dai tre pastorelli veggenti e, ancor di più, sulle nuove rivelazioni che l’unica sopravvissuta dei tre, Lucia, nel frattempo entrata in convento, aggiunse nei decenni successivi. Alla fine di maggio del 1930, per dire, “la veggente sostenne di avere ricevuto nuove istruzioni dal cielo. Da un lato Dio insisté perché fosse sollecitata l’approvazione papale … dall’altro (e qui la veggente scrisse: “Se non mi sbaglio”), Dio promise di “porre fine alla persecuzione in Russia se il Santo Padre avesse, insieme a tutti i vescovi del mondo, compiuto un solenne e pubblico atto di riparazione e di consacrazione della Russia ai Sacri Cuori di Gesù e di Maria”. Non vi è alcuna traccia che la veggente avesse mai fatto fino a quel momento, pubblicamente o privatamente, qualsiasi allusione alla Russia o al comunismo”, scrive Barreto, che nota come, nel corso del tempo, suor Lucia progressivamente cancellò il tono dubitativo e promosse la consacrazione della Russia al cuore immacolato di Maria in modo vieppiù assertivo. Fatima diventa, irresistibilmente, equivalente di reconquista cattolica. 
Cementato dalla Guerra Fredda, il suo mito politico si fa internazionale. Il regime fascista di Antonio de Oliveira Salazar sfruttò i pellegrinaggi di massa a Fatima per rinsaldare l’identità cattolica del paese, per l’opposizione il popolo veniva tenuto a bada con una sorta di moderno “panem et circenses”, le tre “F” di fado, football e Fatima. Se sin dai primi tempi diversi sacerdoti e vescovi portoghesi non dettero gran peso né alle visioni né alle aggiunte ex post di suor Lucia, se il Vaticano prese inizialmente con le pinze le notizie che arrivavano dal Portogallo, se diversi Papi scelsero l’estrema cautela (da Pio IX, di cui si dice che sostenesse, di fronte al moltiplicarsi di apparizioni mariane in tutto il mondo, “Se la Vergine ha qualcosa da comunicarmi può dirlo direttamente a me…”, a Giovani XXIII e Paolo VI, i Pontefici del Concilio vaticano II, che lessero i rapporti di suor Lucia e decisero di non pubblicarli, evidentemente scettici), altri furono entusiasti. In particolare due Papi di epoca e profilo molto diversi, ma accomunati dall’anticomunismo, Pio XII e Giovanni Paolo II, attribuirono peso e significato a Fatima. Karol Wojtyla, come è noto, si identificò, dopo l’attentato di Mehmet Ali Agca, con il “vescovo vestito di bianco” che, nelle rivelazioni di Lucia, cadeva morto sotto colpi di arma da fuoco; rivelò il terzo segreto della veggente Lucia che conteneva questo racconto; ringraziò la Vergine di averlo risparmiato; a suggello iconografico di questa identificazione, la pallottola del terrorista turco fu incastonata nella corona della statua mariana di Fatima.
La Chiesa ufficiale ha riconosciuto l’autenticità delle apparizioni, sino alla canonizzazione dei due pastorelli presieduta da Papa Francesco nel 2017, ma nel corso dei decenni non sono mancate in seno alla cattolicità argomentate perplessità nei confronti della montante strumentalizzazione. Spiccano tra gli altri il gesuita belga Edouard Dhanis (“Siamo portati a credere che, nel corso degli anni, alcuni eventi esterni e certe esperienze spirituali di Lucia abbiano arricchito il contenuto originale del segreto”) e il vescovo portoghese Ferreira Gomes (che parlò di “culto magico” e “religione utilitaristica”, definendo Fatima una “Lourdes reazionaria”). Lo stesso Jorge Mario Bergoglio, nella messa solenne in cui ha proclamato santi Jacinta e Francisco, ha messo in luce la fede autentica dei due giovani veggenti, dismettendo ogni coloritura revanscista.
Ma Fatima ha attirato sempre più un coagulo di argomenti e personalità smaccatamente reazionari, al punto da investire addirittura Karol Wojtyla. “La notte del 12 maggio del 1982, proprio all’interno del santuario di Fatima, Giovanni Paolo II scampò a un attentato, sventato in extremis dalla polizia. L’attentatore era un prete tradizionalista spagnolo”, Juan Fernàndez Krohn, ordinato nel 1978 da mons. Marcel Lefebvre, “che, armato di baionetta, gridò: ‘Morte al comunismo e al Concilio vaticano II’”, racconta sempre José Barreto. Sin dai primi anni Sessanta, del resto, alcune associazioni cattoliche tradizionaliste tentarono di “imporre un’interpretazione del messaggio di Fatima dai toni ultraconservatori con un sentimento religioso anti-ecumenico e opposto alle riforme conciliari”, spiega lo storico portoghese che annota, tra le varie organizzazioni, i lefebvriani, il movimento francese della Lega della Controriforma cattolica di padre Georges de Nantes e il Fatima center del prete canadese Nicholas Gruner.
Un personaggio, Nicholas Gruner, che ritroviamo nel 2012 al Parlamento europeo di Strasburgo accanto a Mario Borghezio e Lorenzo Fontana, oggi ministro per la Famiglia del governo giallo-verde e fedelissimo di Matteo Salvini. I due eurodeputati leghisti decidono all’epoca di portare a Strasburgo la Madonna di Fatima. “Il programma” ha raccontato Andrea Fabozzi sul “manifesto”  “prevedeva una processione dal sagrato della cattedrale di Strasburgo alle porte della sede dell’europarlamento”. In testa la statua della madonna di Fatima, o meglio una delle tante repliche dell’originale portoghese, questa però benedetta direttamente da Paolo VI durante il primo storico viaggio di un Papa a Fatima. Attesa a Strasburgo da Montreal accompagnata da padre Nicholas Gruner, fondatore della “Crociata internazionale del Rosario di Fatima” e custode unico della preziosa immagine, la statua però fu inutilmente attesa all’aeroporto francese. Si dev’essere persa durante lo scalo ad Amsterdam, spiegarono gli addetti della compagnia Klm ai momentaneamente increduli organizzatori dello sbarco in Alsazia. Con Borghezio, Fontana e lo sfortunato padre custode c’era Christopher Ferrara. Un avvocato americano integralista cattolico che sarebbe diventato qualche anno dopo tra i più tenaci sostenitori dell’eresia di Papa Bergoglio, assieme all’ex banchiere dello Ior Ettore Gotti Tedeschi, cioè il coautore con Fontana del saggio La culla vuota della civiltà. I paladini mariani di Strasburgo però non si arresero e il 22 ottobre 2012 tennero ugualmente la conferenza stampa di presentazione della “marcia” pur sapendo di non avere più la statua. Si arrangiarono, il giorno dopo, con una statuetta rimediata all’ultimo minuto: madonne di Fatima di discrete dimensioni si trovavano e si trovano anche su Amazon a partire da 20 euro. La madonna “originale” riapparve quattro giorni dopo nei magazzini dello scalo olandese. Troppo tardi per la marcia di Borghezio e Fontana, anche se in perfetto tempismo con il novantesimo anniversario della marcia su Roma; ma allora per fortuna a nessuno venne in mente”.
A Matteo Salvini, però, è tornato utile, alla vigilia delle elezioni europee, rispolverare quell’immaginario. Non solo per intercettare i voti di qualche movimento cattolico, non tanto per rimarcare ancora una volta la sua distanza dalla Lega secessionista di Umberto Bossi che, negli anni ruggenti, si scagliava contro i “vescovoni”, anche loro in fondo parte integrante di Roma ladrona, e tanto meno per marcare, rosario alla mano, la geografia politica che un giorno fu della Democrazia cristiana, ora che il Carroccio è primo partito del paese come allora fu la Balena bianca. Usare simboli religiosi semplici e popolari è piuttosto un segnale di fumo destinato a un elettorato smarrito dalla globalizzazione e dalla crisi economica, una rassicurazione a buon mercato a chi mal sopporta una società secolarizzata, multiculturale e liquida, a quanti per paura di perdere i privilegi conquistati nel secondo dopoguerra cercano un nemico, che sia un immigrato musulmano, una coppia omosessuale che vuole sposarsi o una donna che rivendica la propria autonomia, a coloro che, per timore del futuro, hanno nostalgia di un piccolo mondo antico. Salvini in Italia, come Jair Bolsonaro in Brasile, Donald Trump negli Stati Uniti, Nigel Farage in Gran Bretagna, Viktor Orbán in Ungheria, sono i portabandiera di un movimento reazionario – “sovranista” e “populista” – che si intesta la rottamazione, pardon l’archiviazione, delle vecchie élites, e la difesa degli interessi nazionali. Ma che ha altresì un disperato bisogno di trovare miti, riti e simboli che assicurino colore e durata al proprio exploit. Cosa di meglio della religione? E quale miglior avversario di Papa Francesco?

Eh sì, perché Jorge Mario Bergoglio e il politico sovranista sono in contraddizione perfetta. Sono entrambi l’espressione di un cambiamento epocale, in Santa Romana Chiesa e nella politica mondiale. Ma hanno idee opposte su quasi tutto. Il Pontefice argentino ha virato la rotta della barca di Pietro, archiviando un’era ecclesiale che ha avuto in Karol Wojtyla la sua incarnazione. Sospinge la Chiesa lontano dall’ossessione per la precettistica morale sessuale, lontano da un’identificazione con le ragioni delle cancellerie occidentali, lontano dalla prevalenza dell’ortodossia sulla pastorale, verso una Chiesa misericordiosa, “ospedale da campo” missionario, aperta a peccatori, non credenti e diversamente credenti, attenta ai temi delle migrazioni, della povertà, della cura dell’ambiente, non per militanza sociale ma per fedeltà al Vangelo. Si è creato nemici e oppositori, ha sconcertato non pochi cardinali vescovi preti o semplici fedeli – basta farsi una passeggiata nei blog dei devoti più oltranzisti di Fatima, ad esempio nei commenti di Christopher Ferrara… – e ha scoperto un fianco, quello reazionario. Che i politici sovranisti occupano agilmente, quasi intestandosi l’opposizione al Papa. Magari ignari del Vangelo, ma gelosi del cristianesimo come identità e vessillo, pronti ad “appartenere senza credere”, a usare le “radici cristiane” dell’Europa per sigillare il territorio anziché per accogliere lo straniero. Lo scontro è tanto più schietto perché avviene, per così dire, sullo stesso terreno: i “populisti” affermano di rappresentare il “popolo”, mentre nel nome di un altro popolo, il “popolo di Dio”, Jorge Mario Bergoglio ha ripreso le fila del Concilio vaticano II per riformare la Chiesa, promuovere la sinodalità e la collegialità, coinvolgere maggiormente i laici, spingere i chierici ad abbandonare il clericalismo.

Il Papa popolare e i politici populisti non evitano lo scontro aperto, anzi. E del resto la contro-testimonianza altrui rinvigorisce la propria testimonianza. Dire che costruire muri, come fa Trump, non è cristiano, non è una provocazione, ma illustra concretamente che cosa comporta la fede, cristianamente incarnata. Con la politica italiana, la diplomazia lascia il passo al franco parlare, il reciproco rispetto concordatario è messo a dura prova, la ricerca di un terreno comune è surclassata dalla sfiducia ostentata.
 Quando Salvini sventola il rosario in campagna elettorale, il gesuita Antonio Spadaro, bergogliano doc, lo rimbrotta pubblicamente, quando vince le elezioni il cardinale Segretario di Stato Pietro Parolin commenta che la Santa Sede dialogherà anche con lui, sì, perché “il dialogo si fa soprattutto con quelli che non la pensano come noi e con i quali abbiamo qualche difficoltà e qualche problema”, più che un’apertura di credito la certificazione di una distanza colmabile solo dalla misericordia… Salvini cita con insistenza Giovanni Paolo II e Benedetto XVI, indossa in pubblico la maglietta “il mio Papa è Benedetto”, frequenta il cardinale statunitense Raymond Leo Burke, capofila della opposizione curiale al Pontefice, e non nasconde la stima per Steve Bannon, l’ex stratega in capo di Donald Trump apertamente ostile a Jorge Mario Bergoglio. Il Papa, da parte sua, difende a voce alta i diritti dei migranti in tempi di porti chiusi, dialoga con quella Cina guardata con sospetto da ogni buon nazionalista europeo, non manca di inviare messaggi di apprezzamento ai musulmani quando l’islamofobia garantisce il successo elettorale ai partiti razzisti di tutta Europa, riceve i rom in Vaticano mentre nelle periferie romane scoppia la rabbia dell’estrema destra contro le famiglie rom a cui viene assegnata una casa popolare.

E quando le famiglie, straniere e italiane, che abitano in un immobile occupato a Roma, a poca distanza dalla basilica di San Giovanni in Laterano, restano per giorni senza elettricità, al buio e con i frigoriferi spenti, per una vicenda di 300mila euro di bollette non pagate, Francesco manda il cardinale elemosiniere, il polacco Konrad Krajewski, a riattaccare l’elettricità. Calandosi in un tombino dell’Acea per sabotare i sigilli apposti al contatore. “E luce fu”, commenta il centro Spin Time Labs che gestisce il luogo, “La Repubblica” apre sul “Robin Hood del Papa”. Un porporato elettricista? “Ma no, questo no!”, commenta lui scanzonato al “Corriere della sera”. “In Polonia abbiamo avuto un presidente, Lech Walesa, che era stato elettricista, si saranno confusi con lui! Io non sono un elettricista, sono un liturgista. Ma in fondo i liturgisti accendono candele, spostano i microfoni, qualcosa ne capiscono…”. Il cardinale scelto dal Papa per dare plastica visibilità alla Carità cristiana, che insieme alla Speranza dovrebbe avere lo stesso peso della Fede, non è nuovo a imprese del genere: ha aperto docce e barberia per i clochard sotto il colonnato di piazza San Pietro, va in giro la notte con un furgone e una squadra di volontari a dar da mangiare ai poveretti, ha portato pacchi di viveri per gli immigrati al Baobab sfrattato dal Campidoglio, a inizio pontificato il Papa lo inviò addirittura al sit-in davanti Montecitorio a favore del controverso metodo Stamina… Ma, questa volta, infrangere la legge lascia non pochi cattolici turbati, i conservatori impazziscono ma anche persone ragionevoli faticano a capire. Salvini, da parte sua, va subito all’attacco: il cardinale, intima, paghi le bollette. “Da questo momento, da quando è stato riattaccato il contatore, pago io, non c’è problema… anzi, pagherò anche le sue, di bollette”, replica ironico il porporato. Che in una sola mossa, calandosi nel tombino, ha cambiato l’immaginario collettivo della figura del cardinale: non l’uomo degli arcana imperii, elegante ed equilibrista, anziano e irraggiungibile, ma un militante della disobbedienza civile, un luddista del XXI secolo, pronto a sabotare i sigilli del potere costituito per aiutare un gruppo di famiglie disperate. Sul confine della legalità non per gusto della provocazione o amore del gesto irredentista, ma per fedeltà alla giustizia sostanziale. Vangelo e tuta da operaio. Perché, è vero: tornano i nazionalismi, torna il razzismo. Ma torna anche lo scandalo di un cristianesimo che si schiera con gli ultimi.

tratto da Il Sismografo

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