Amazzonia: un Sinodo contrastato

In un’intervista concessa da Cláudio Hummes a padre Antonio Spadaro, direttore della Civiltà cattolica (n. 8, maggio 2019), ora pubblicata integralmente anche sul mensile tedesco Stimmen der Zeit (n. 8, agosto 2019), il cardinale brasiliano ha parlato della “grandezza” di questo Sinodo che si celebrerà dal 6 al 27 ottobre prossimo. Ovvio quindi che nella Chiesa universale ci sia attesa, anche se qua e là non mancano resistenze, persino ad alto livello, come nel caso dei cardinali Ludwig Müller, già prefetto della Congregazione per la dottrina della fede, e Walter Brandmüller.

La grandezza di questo Sinodo

Nell’intervista, il card. Hummes – presidente della Rete panamazzonica ecclesiale REPAM e relatore generale del Sinodo -– ha messo bene in risalto la posta in gioco di questa assemblea sinodale, che giustifica appunto le grandi attese.

«Abbiamo un grande bisogno – ha affermato – di nuovi cammini, di non temere la novità, di non ostacolarla, di non fare resistenza. Dobbiamo evitare di portarci appresso ciò che è vecchio, come se fosse più importante di ciò che è nuovo. Vecchio e nuovo devono coniugarsi, la novità deve rafforzare e incoraggiare il cammino. L’affermazione del Pontefice è molto forte: dobbiamo camminare e andare avanti, senza opporre resistenza (…).

Tante volte, ci preoccupiamo dell’eventualità di trapiantare i modelli dei sacerdoti europei nei sacerdoti indigeni. Ma qualcuno, a ragione, ha fatto notare che si attribuisce troppa importanza e priorità al profilo del ministro ordinato, anteponendolo alla comunità che deve riceverlo. Dev’essere il contrario: la comunità non è per il suo ministro, ma è il ministro per la sua comunità. Egli dev’essere adeguato ai bisogni della comunità.

Verso il Sisnodo

Questo bisogno della comunità, forse, dovrà spingerci a pensare a ministeri differenziati a partire dal fatto che una certa comunità, in un posto specifico, ha bisogno di una presenza adeguata.

Non mettiamoci a difendere una sorta di figura storica a cui un ministro deve attenersi senza possibili variazioni, in modo che le comunità debbano accettarlo e tenerselo perché è così che noi glielo inviamo.

Sì, i ministri sono inviati, ma dobbiamo saper inviare, in modo da rispettare quella concreta comunità che ha necessità proprie e specifiche. Anche i ministeri vanno pensati a partire dalla comunità: dalla sua cultura, dalla sua storia e dalle sue necessità. L’apertura significa questo».

Ha quindi aggiunto: «La Chiesa indigena non si fa per decreto. Il Sinodo deve aprire la strada affinché sia possibile provocare un processo che abbia la sufficiente libertà e che riconosca la dignità propria di ogni cristiano e di ogni figlio di Dio. Ecco la grandezza di questo Sinodo. Il Papa sa quanto esso possa risultare storico per tutta la Chiesa. Ma la strada da seguire ci esorta a badare che non si riproduca e non si ripeta l’esistente».

Resistenze

Il cardinale ha parlato anche di resistenze che ci sono «sia nella Chiesa sia al suo esterno, ad esempio nei governi, nelle imprese e dappertutto. Dobbiamo discernere come comportarci davanti a queste opposizioni, sapere che cosa si deve fare… Gli interessi economici e il paradigma tecnocratico avversano qualsiasi tentativo di cambiamento e sono pronti a imporsi con la forza, violando i diritti fondamentali delle popolazioni nel territorio e le norme per la sostenibilità e la tutela dell’Amazzonia. Ma noi non dobbiamo arrenderci. Sarà necessario indignarsi. Non in modo violento, ma certamente in maniera decisa e profetica».

Ha ricordato quindi le continue violazioni dei diritti umani e la distruzione dell’ambiente, affermando che ci troviamo di fronte una situazione “drammatica”. «Peggio ancora – ha sottolineato – è che questi crimini rimangono per lo più impuniti».

Per questa ragione, nel Sinodo, oltre alla teologia e alla pastorale si dovrà trattare anche degli interessi degli indigeni, dei diritti umani e della difesa dell’ambiente.

Ha aggiunto anche che i nuovi bisogni pastorali dovranno spingere a pensare a ministeri differenziati a partire dal fatto che una certa comunità, in un posto specifico, ha bisogno di una presenza adeguata.

L’autodissoluzione della Chiesa

Duramente critico su questo Sinodo e le sue finalità è il card. Gehrard Ludwig Müller. In un libro, appena pubblicato, dal titolo Römische Begegnungen (Incontri romani) egli accusa papa Francesco di lavorare per la dissoluzione (Auflösung) della Chiesa.

«La secolarizzazione della Chiesa secondo il modello del protestantesimo non è il primo passo della sua modernizzazione, ma l’ultimo della sua autocancellazione (Selbstabschaffung)». Rimprovera anche al Vaticano di essere una cricca di potere e accusa il capo della Chiesa di sensazionalismo.

Müller mette in guardia la Chiesa da un orientamento verso lo «spirito del tempo» e «la tendenza dominante» (mainstream). Una «riforma della Chiesa – scrive – c’è solo attraverso un rinnovamento in Cristo». Ci vuole «più fede e testimonianza, meno politica, intrighi e giochi di potere». Critica anche la celebrazione fatta in Germania nel 2017 del giubileo 500 anni della Riforma. Il 1517 – afferma – non costituisce alcuna «ragione per giubilare».

Verso il sinodo

Il cardinale ha denunciato i contenuti dell’Instrumentum laborisdel Sinodo anche in un lungo articolo pubblicato sul Die Tagespost il 19 luglio scorsoIl tono caustico dell’articolo è così sintetizzato dal giornale nell’introduzione al testo: «Il cardinal Müller ha pubblicato una forte denuncia del contenuto, ne descrive la verbosità, le ambiguità, gli aspetti “autoreferenziali” che derivano dal progressismo tedesco, la piaggeria verso papa Francesco e gli errori che contiene. Più ancora, dopo qualche espressione cortese di pura formalità, segnala gli errori fondamentali, aberranti, scandalosi persino – per usare il tono della sua critica – e non esita a mettere in risalto la dimensione inquietante di un testo che si inchina davanti ai rituali pagani attraverso “una cosmovisione” con i suoi miti e la magia rituale di Madre Natura o i suoi sacrifici alle “divinità” e agli “spiriti”».

Ben diversamente parla il cardinale Hummes nell’intervista sopra citata: «L’inculturazione della fede e anche il dialogo interreligioso sono necessari a partire dal fatto indubbio che Dio è sempre stato presente anche nei popoli indigeni originari, nelle loro specifiche forme ed espressioni e nella loro storia. Essi già posseggono una propria esperienza di Dio, così come altri antichi popoli del mondo, in particolare quelli dell’Antico Testamento. Tutti hanno avuto una storia in cui c’era Dio, una bella esperienza della divinità, della trascendenza e di una conseguente spiritualità. Noi cristiani crediamo che Gesù Cristo sia la vera salvezza e la rivelazione definitiva che deve illuminare tutti gli uomini. L’evangelizzazione dei popoli indigeni deve mirare a suscitare una Chiesa indigena per le comunità indigene: nella misura in cui accolgono Gesù Cristo, esse devono poter esprimere quella loro fede tramite la loro cultura, identità, storia e spiritualità».

Il papa non può

Duramente critico verso il Sinodo anche il cardinale Walter Brandmüller. Per dare maggior risalto al suo pensiero ha scelto il prestigioso quotidiano Frankfurter Allgemeine Zeitung (22 luglio 2019). È convinto che nel Sinodo per l’Amazzonia non si tratterà tanto della regione latino-americana e dei suoi problemi. Nessuno che osserva attentamente l’attuale situazione della Chiesa cattolica crede seriamente che l’incontro di ottobre «riguarderà realmente il destino delle foreste amazzoniche e dei loro abitanti, ma la messa in questione del celibato e una radicale ristrutturazione (Umbau) della Chiesa voluta da papa Francesco».

A questa insinuazione ha risposto il gesuita, esperto di problemi vaticani, Bernd Hagenkord. Secondo Brandmüller – ha affermato il gesuita – sarebbe da cancellare con un tratto di penna tutto il programma stabilito per «concentrarsi sui temi eterni (quelli di sempre, ndr), in particolare sulla difesa del celibato nella sua forma attuale». Nel suo intervento Brandmüller ha scritto infatti che il celibato è un «servizio al vangelo» e non può essere abolito da un «atto legislativo del papa o di un Concilio», poiché fa parte della Tradizione fondata sulla vita di Gesù e degli Apostoli.

Ciò che scrive Brandmüller, osserva ancora Hagenkord, mostra che «per lui le altre culture, i loro problemi e le loro preoccupazioni non sono importanti»; le sue argomentazioni non costituiscono affatto una «difesa della Tradizione», ma una «distruzione del dialogo». Papa Francesco con la sua enciclica Laudato si’ ha affermato chiaramente che la difesa dell’ambiente per i cristiani non è «un fatto opzionale».

Al cardinal Brandmüller «non interessano – ha aggiunto Hagenkord – le altre culture, le loro domande e preoccupazioni, fintanto che queste non rientrano nei suoi temi». «L’Amazzonia per lui sarebbe pertanto solo l’etichetta sulla bottiglia, ma lo spirito che c’è dentro è un’altra cosa, cioè la radicale ristrutturazione della Chiesa».

Il gesuita ha poi concluso: «Se la nostra risposta fosse solo andare a discutere sul celibato, per verificare chi è favorevole e chi contrario, mi sentirei depresso».

Maturata a lungo nel cuore

Le affermazioni di Brandmüller sono contraddette anche dal card. Hummes, sempre nella sua intervista, secondo cui al cuore del Sinodo si trova il problema della creazione di una Chiesa indigena. E ha spiegato bene cosa s’intende per Chiesa indigena:

«Noi sappiamo che ora è necessario un altro passo: dobbiamo promuovere e far crescere una Chiesa indigena per le popolazioni indigene. Le comunità aborigene che ascoltano e accettano il Vangelo in questo o quel modo, che accettano cioè Gesù Cristo, devono essere messe in condizione tale che la loro fede trovi la sua espressione culturale in un processo appropriato nella loro realtà tradizionale. Quindi, nel contesto della loro cultura e identità, della loro storia e spiritualità, una Chiesa indigena in cui possano emergere i suoi pastori e ministri, sempre in unità con la Chiesa cattolica universale, ma inculturata nelle culture indigene. Nella storia delle popolazioni indigene, si trovano numerose tracce di Dio. Dio è sempre stato presente nella loro storia. Dalla loro identità e cultura, si possono cogliere chiari segni della presenza di Dio. Questi popoli millenari provengono da una radice diversa da quella dell’Europa, ma anche da quelle dell’Africa, dell’India o della Cina. In mezzo alla loro identità e spiritualità, e sulla base del loro rapporto con la trascendenza, dobbiamo creare una Chiesa con un volto indigeno».

In vista del sinodo

Hummes ha infine ricordato che l’idea di un Sinodo per l’Amazzonia è frutto di un’ispirazione che è maturata un po’ alla volta nella mente e nel cuore del papa: «L’idea di un Sinodo risponde a un sogno. Già nel 2015 il Papa cominciava a dirmi: “Sto pensando di fare una riunione con tutti i vescovi dell’Amazzonia. Ancora non so che tipo di riunione o di assemblea, ma penso che potrebbe anche essere un Sinodo”. Mi ha detto: “Preghiamoci insieme”, e ha cominciato a parlare con vescovi, con le Conferenze episcopali dei Paesi amazzonici, su come fare tale assemblea, e così in lui è andata maturando l’idea del Sinodo, finché infine esso è stato convocato nel 2017. Abbiamo lavorato molto per il Sinodo, e continueremo a farlo in questo servizio così importante per il futuro della Chiesa. Il Sinodo serve per trovare e tracciare nuovi cammini per la Chiesa».

Una cosa pertanto è certa: questo Sinodo sarà diverso dagli altri.

Settimana News

Storia, Bibbia e possibilità della politica

Politica

Nella Bibbia esiste un gruppo di libri definiti “storici” (anche se tra di essi vi sono anche testi che appartengono a generi letterari diversi: si pensi ai romanzeschi “racconti esemplari” di Rut, Tobia, Giuditta, Ester). Se si chiedessero al cristiano medio delle notizie in merito, forse egli saprebbe citare qualche titolo (Giudici, Samuele, Re…) e probabilmente saprebbe narrare anche qualche episodio (a cominciare dalle storie di Davide e da quelle di Elia): i brani utilizzati in contesti liturgici e catechistici per i loro possibili riferimenti ai temi del Nuovo Testamento o per i loro contenuti morali. Allo storico, questi libri servono a ricostruire le vicende dell’antico Israele, dall’insediamento nella Terra promessa (descritta nel libro di Giosuè) fino alle rivolte dei Maccabei, nel II secolo a.C.; pur essendo evidentemente necessario cercare riscontri a quanto vi viene affermato e dovendosi ricostruire per quali motivi e con quali intenzioni un certo episodio è stato narrato in un certo modo.

Quelle pagine – soprattutto quelle che narrano di vicende definibili, in senso lato, “politiche” – sono state nei secoli compulsate anche alla ricerca di modelli, logiche, ispirazioni utili per istruire i cristiani che si trovavano nelle condizioni di dedicarsi alla difficile arte della leadership. Ci sarà stato un motivo se il popolo eletto si era organizzato in un certo modo. Anche in questo caso la selezione è stata piuttosto drastica: è stata esaltata la regalità benedetta di Davide (ma non le sue avventure extraconiugali o le sue tentazioni calcolatorie), la sapienza di Salomone (ma non le sue tendenze idolatriche) e poco altro (tra i re di Giuda, una certa attenzione ha avuto Ezechia). In tempi più recenti si è preferito cercare in questi libri soprattutto la polemica anti-regale – più la pars destruens che la pars costruens, dunque – quasi che la storia dell’antico Israele non comunichi e riveli nient’altro che la frustrante attesa del Messia: un Messia capace di superare le limitate possibilità umane e di instaurare un Regno di tutt’altro genere.

Però, a proposito del potere e della sua gestione, nel Vangelo c’è poco più della dichiarazione del tentatore (Lc 4,6: «Ti darò tutto questo potere e la loro gloria, perché a me è stata data e io la do a chi voglio»). Una frase che è risuonata senza che Gesù la confermasse o la smentisse. Quasi che la domanda sulla radice del potere umano e sulla sua natura debba rimanere priva di risposta.

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Chi scrive questi appunti ha vissuto con profondo senso di smarrimento gli avvenimenti degli ultimi anni. A lungo ci siamo chiesti come sia stato possibile che l’Europa abbia potuto piombare, nei primi decenni del Novecento, in una “guerra dei Trent’anni” capace di distruggere persone e principi, popoli e ricchezze, culture e dignità. Ora lo sappiamo, perché il nazional-socialismo (oggi lo chiamano sovranismo, ma è lo stesso), la “globalizzazione dell’indifferenza”, la ricerca di paradisi artificiali (chimici o elettronici), un protezionismo ottuso come proiezione politico-economica dell’insicurezza, il rifiuto (a tutti i livelli) di accettare un coordinamento collettivo di fronte alle tragedie presenti e future sono (tornati) tra noi. Hanno messo in dubbio i meccanismi della democrazia partecipativa e hanno cominciato a erodere anche i fondamenti della convivenza civile pacifica. Eventi che ci sembravano consegnati al passato sono tornati, presenti e incombenti. Conquiste che dovevano durare per sempre sono state ridotte a nuvole di fumo, pronte a essere spazzate via dal primo refolo di vento.

Di fronte a questa situazione mi sembrava necessario agire per fare più spazio alla dimensione pubblica, collettiva. Tutti i giorni la politica viene disprezzata perché è sentita come incapace di affrontare i problemi grandi e piccoli dell’esistenza; le vengono tolte, conseguentemente, forza e legittimazione, con il risultato di renderla ancora più debole. Un circolo vizioso che andava spezzato diminuendo la distanza tra sovranità popolare e governo, così da evitare che la partecipazione alla vita politica e il voto stesso fossero sentiti come una perdita di tempo. Perché se partecipare alla vita politica è considerato inutile, non diminuirà solo la percentuale dei votanti: diminuirà la legittimazione del governo, che non potrà certo dire di avere dietro di sé il sostegno dei propri rappresentati sia di fronte alle entità internazionali, sia di fronte ai cittadini stessi. Un sistema democratico delegittimato, inoltre, non ha alcuna possibilità di fare fronte agli altri poteri (da quelli economico-finanziari a quelli criminali), che non sono espressione della sovranità popolare. Bisognava dunque invertire la tendenza che ci ha allontanato dalla politica: aumentare le possibilità di riconoscersi responsabili dell’azione collettiva.

Gli italiani, per un motivo o per l’altro, si sono rifiutati di fare passi in questa direzione: e non mi turba tanto l’essermi trovato in minoranza (càpita), quanto piuttosto l’aver scoperto che tanti di coloro con i quali avevo pensato che si potesse costruire una proposta politica forte non abbiano colto l’importanza della posta in gioco (potrei sbagliarmi: forse la vittoria del “Sì” al referendum del 4 dicembre 2016 non ci avrebbe fatto fare passi avanti. Sono però certo che non ce ne ha fatti fare la vittoria del “No”).

Ecco allora come appare il nostro Paese, e forse non solo il nostro: uomini e donne che diffidano di qualunque cosa si presenti come “azione collettiva”; uomini e donne che si ripetono l’un l’altro che l’unica cosa seria da fare è difendere i propri interessi e i propri piccoli privilegi. Una società di diffidenti e rancorosi individualisti, che in nome del loro piccolo rancoroso individualismo non alzano un dito per difendere segni e strumenti della dimensione collettiva dell’esistenza.

Mi trovo allora a raccontare la storia degli ultimi decenni come una storia di speranze fallite. Speranze “penultime”; speranze in obiettivi che non stanno necessariamente nel piano di Dio (mi rendo conto che essere invece certi del fatto che le proprie speranze stiano nel piano di Dio porterebbe pericolosamente vicini alla bestemmia). Ma speranze in qualcosa che – ci era sembrato – avrebbe reso la convivenza umana meno misera e ingiusta. Speranza in una legge elettorale che desse ai cittadini il diritto di scegliere i propri rappresentanti e i propri governanti. Speranza in una magistratura capace di colpire la grande criminalità e il malaffare, senza riguardo ai privilegi sociali. Speranza in un’Europa capace di unire i suoi cittadini e di essere davvero un «luogo privilegiato della speranza umana». Speranza in un’alleanza che riunisse le parti migliori della cultura politica italiana. Speranza in un partito aperto, permeabile ai cittadini e impermeabile alle lobbies. Speranza nel valore delle regole. Speranza nell’impegno delle persone.

E invece ci ritroviamo di nuovo negli anni Ottanta. E non sappiamo neppure di quale secolo.

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Apro la Bibbia per cercarvi non dico delle risposte, ma almeno qualche orizzonte. Per vedere se e come gli uomini che Dio ha amato abbiano tratto dall’Alleanza qualche intuizione circa il modo di agire collettivamente.

Nel libro dei Giudici trovo l’eterna ricaduta: una storia ciclica che vede rincorrersi l’infedeltà, l’accedersi dell’ira del Signore, le disgrazie conseguenti, le grida di dolore, l’intervento di Dio a salvezza del popolo, il nuovo oblio dell’alleanza e il nuovo ricadere nell’infedeltà. Nei libri di Samuele trovo la domanda: ma Dio, da che parte sta? Di fronte alla richiesta del popolo di avere un re, contesta o approva? Accetta o subisce? Ma c’è una risposta?… E poi il lungo autunno dei due libri dei Re, che comincia con Salomone, prosegue con la rottura del regno e la divisione delle dodici tribù, che seguono due distinte linee di re: monarchi generalmente deboli e peccatori, quasi che l’infedeltà dei capi sia inevitabile. Due regni che cadono l’uno dopo l’altro in mani straniere (e idolatre). A questo periodo appartiene una ricca elaborazione del pensiero teologico, l’emersione della riflessione deuteronomica, grandi profeti come Isaia e Geremia (grandi anche nel loro opporsi a capi più o meno irresponsabili). Ma che dire delle vicende politiche in senso stretto? Davvero il camminare di fronte a Dio può non avere a che fare con la Storia dei governi e dei popoli?… E poi le Cronache: per dare coraggio ai ricostruttori la storia – quella storia – viene smussata e riscritta. E poi i Maccabei, i cui dissidi interni di lì a pochi decenni avrebbero aperto la strada a Pompeo (a Roma) e alla dinastia di Erode. Era possibile fare diversamente? E se non ci sono riusciti loro, cosa ci autorizza a pensare che saremo noi a giungere a risultati migliori o più duraturi?

Mi rendo conto che queste annotazioni sono dilettantesche, nel senso che non sono scritte da un biblista (ma non vorrei che – a 500 anni da Lutero – qualcuno tornasse a dire che la lettura della Bibbia è riservata agli specialisti). E mi rendo conto che sono annotazioni personali, quando invece la Parola di Dio dovrebbe invece essere letta insieme, nella Chiesa (vale a dire in un contesto assembleare, collettivo). Può essere dunque che da una riflessione ulteriore e dal dialogo comunitario io possa imparare un modo diverso di leggere i libri storici; anzi, spero di incontrare altri che vogliono discutere di questo tema per aiutarmi a progredire nella conoscenza della Parola di Dio. Ma non penso che sia giusto liquidare il problema in modo facile, consegnando all’oblio (vale a dire considerando appartenente a un passato irrilevante per l’oggi) il modo in cui l’Alleanza si è realizzata dentro la storia. Perché sappiamo che la relazione tra Dio e il suo popolo sta dentro la storia degli uomini e delle donne di questo universo.

In questa disgraziata storia umana Dio non ci abbandona, ed è questo l’orizzonte di fede che ci salva dalla disperazione. L’amore gratuito di Dio attraversa e pervade la storia; è lui la fedeltà che supera ogni infedeltà. Ma, detto questo, davvero ci si deve accontentare del fatto che la sciagura non colpisca la propria generazione? «Allora Isaia disse a Ezechia: “Ascolta la parola del Signore: ‘Ecco, verranno giorni nei quali tutto ciò che si trova nella tua reggia e ciò che hanno accumulato i tuoi padri fino ad oggi verrà portato a Babilonia; non resterà nulla, dice il Signore. Prenderanno i figli che da te saranno usciti e che tu avrai generato, per farne eunuchi nella reggia di Babilonia’”. Ezechia disse a Isaia: “Buona è la parola del Signore, che mi hai riferita”. Egli pensava: “Perché no? Almeno vi saranno pace e stabilità nei miei giorni”» (2 Re 20,16-19).

Come il salmista, siamo in attesa: stanchi di gridare, con la gola riarsa e gli occhi consumati (Sal 69,4). Come la donna del Cantico, abbiamo cercato ma non abbiamo trovato (Ct 3,1.2). Non vi è nulla di nuovo e nulla di strano nel dover attendere la Salvezza. Ma ci sono epoche nelle quali il tempo dell’attesa trascorre in un buio più fitto.

Articolo pubblicato su “Il Margine” n. 6/2017.

Avanzamento ecclesiale e turbamenti delle teologie di corte

10 idee sull’Istituto Giovanni Paolo II

Non vorrei entrare nei singoli aspetti che caratterizzano le polemiche sorte intorno all’Istituto accademico che negli ultimi 40 anni si è occupato, come nessun altro, dei temi del matrimonio e della famiglia. Ne ha fornito un’ottima lettura Luciano Moia, sull’Avvenire del 2 agosto, rispondendo ad una lettera firmata da alcuni professori dell’Istituto. Mi sembra interessante osservare una serie di paradossi, che talvolta segnano la vita della Chiesa e la portano ad un’evoluzione inaspettata ma provvidenziale. Tali paradossi riguardano la vita della Chiesa in rapporto al ministero dei teologi. Li presento in successione, quasi come aforismi in sequenza.

  1. Lo sviluppo di una “teologia del matrimonio e della famiglia” ha subito, nel corso degli ultimi 40 anni, molte forme di pressione: prima fra tutte è stata l’idea, non nuova, di “difendere la famiglia dal nuovo mondo che la modernità stava edificando”. Un pensiero “antimodernistico” sulla famiglia e sul matrimonio riprendeva fiato, dopo essere stato un cavallo di battaglia dal 1880 al 1931, poi fino al Concilio Vaticano II, e poi di nuovo a partire da Familiaris consortio, nel 1981, con la fondazione nello stesso anno dell’Istituto Giovanni Paolo II.
  2. Questo Istituto ha formato molte centinaia di pastori e di professori, sulla base di una lettura fondamentalistica e integralistica della tradizione matrimoniale e familiare. Salvo rarissime eccezioni, è sempre rimasto all’interno di una lettura “antimoderna” della tradizione, alimentata dai fantasmi della lotta frontale alla cultura liberale e alla “dissoluzione della famiglia” che essa vorrebbe realizzare, in ragione del suo individualismo.
  3. Si è sviluppata, così, una cultura accademica cattolica sulla famiglia e sul matrimonio che ha progressivamente assunto la figura di una “ideologia”, incapace di leggere lo sviluppo sociale, culturale, civile se non con i paradigmi ottocenteschi della “illegittimità”, della “incompetenza” e della “minaccia” per la tradizione.
  4. Questa cultura accademica ha rigenerato se stessa per due generazioni, arrivando fino al duplice Sinodo sulla famiglia, del 2014 e 2015, al cui interno non ha potuto più esercitare il suo “potere di veto” con cui aveva di fatto paralizzato la riflessione teologica all’interno della ufficialità cattolica, per quasi 40 anni. Ricorrendo spesso ai metodi più inusuali per far tacere tutti coloro che volevano continuare a ragionare e non accettavano di ripetere slogan ideologici.
  5. Era inevitabile, che dopo i due Sinodi e la pubblicazione di Amoris lætitia i detrattori di questa nuova fase, che vedevano ogni sviluppo come “corruzione”, “perversione” o “errore” fossero costretti alla ritirata. Non avendo argomenti, hanno usato il potere finanziario o l’intimidazione per cercare di far valere ancora le loro ideologie.
  6. Una intera “teologia di corte” si era creata intorno al matrimonio e alla famiglia. Una teologia che non serviva la Chiesa, ma solo se stessa. Una teologia immobile, bloccata, impaurita dalle nuove forme di vita, preoccupata soltanto di scomunicare ogni espressione di intelligenza della fede che non procedesse in modo rigido, aprioristico e definitorio. E che non creasse sulla “materia familiare” (dalla sessualità alla convivenza) una serie di barriere, di divieti, di blocchi, di ostacoli.
  7. Ma l’esperienza ecclesiale di matrimonio e di famiglia ha camminato lo stesso, nonostante questi tentativi, spesso goffi e poco intelligenti, di bloccare, di scomunicare, di escludere. La ricca esperienza naturale e civile di relazione, di convivenza, di generazione ha saputo convincere la tradizione ecclesiale migliore che era giunto il momento di uscire dagli stili e dalle modalità con cui il secolo XIX aveva affrontato e risolto le nuove questioni sulla unione e sulla generazione.
  8. La ricostruzione della svolta sinodale e papale, presentata avventatamente come un “colpo di mano”, tradisce la natura “cortigiana” della teologia elaborata dall’Istituto lungo la sua storia. Non riesce a riconoscere che si tratta piuttosto della “legittima difesa” con cui la sana tradizione reagisce al colpo di mano imposto a partire dagli anni ’80 e che ha reso il pensiero ufficiale della Chiesa su matrimonio e famiglia largamente autoreferenziale e altamente infecondo.
  9. La Chiesa non ha bisogno di teologie di corte. Né della corte di Giovanni Paolo II, né di quella di Benedetto XVI, né di quella di Francesco. Al teologo non si addice mai la logica della corte. Anzi, non c’è teologia alcuna finché la forma di vita è quella della corte. La teologia deve essere molto più rispettosa e molto più critica di una corte. Non deve né mormorare di nascosto, né compiacere ostentatamente. Per questo la teologia dell’Istituto è irrimediabilmente tramontata. Non ha onorato la realtà, ma ha idealizzato le cose e le persone, le opere e i giorni. Per questo è diventata non una risorsa ma un problema.
  10. Quando una teologia di corte è lasciata libera di imperversare per 40 anni, non è facile ritrovare credibilità. Va detto che l’Istituto non agiva in regime di monopolio: altre istituzioni hanno potuto elaborare un sapere credibile e argomentato sui temi della famiglia. Ma la rilevanza dell’Istituto è stata comunque grande e forte, anche come influsso sul magistero ecclesiale, centrale e locale. Ora si deve correre ai ripari. Creando una nuova generazione di teologi davvero autorevoli, che non cadano in quelle forme di idealizzazione non equilibrata, che sempre genera mostri.

Pubblicato il 2 agosto 2019 nel blog: Come se non.

Programma della Christian Conference of Asia per superare la discriminazione femminile. L’uguaglianza ha radici bibliche

L’Osservatore Romano

(Riccardo Burigana) Sempre e comunque contro ogni forma di violenza nei confronti delle donne per essere fedeli testimoni della Parola di Dio: con queste parole si può riassumere il programma Ecumenical Women’s Action Against Violence (Ewaav), promosso dalla Christian Conference of Asia (Cca). Il programma della Cca, organizzazione fondata nel 1957 raccogliendo oltre cento denominazioni cristiane, dalla Nuova Zelanda all’Iran, dall’Australia al Pakistan, fa parte di una testimonianza ecumenica che vuole intervenire nella vita delle Chiese e, soprattutto, nella società per rimuovere ogni ostacolo alla costruzione di una pace, fondata sul pieno rispetto dei diritti umani.