Letteratura. Addio a Toni Morrison prima donna afroamericana a ricevere il Nobel

Fra le sue opere più famose ‘Beloved’, Amatissima, che le è valso il premio Pulitzer

Toni Morrison (Ansa/Ap)

Toni Morrison (Ansa/Ap)

da Avvenire

Il premio Nobel per la Letteratura Toni Morrison è morta all’età di 88 anni. Morrison è stata la prima donna afroamericana a ricevere il Nobel per la Letteratura. Fra le sue opere più famose ‘Beloved’, Amatissima, che le è valso il premio Pulitzer. 

Morrison ha trascorso la sua infanzia in Ohio e ha iniziato a scrivere, per usare le sue parole, rubando del tempo alla sua attività di ragazza madre. Acclamata dai critici e amata dal pubblico, ha ricevuto molti riconoscimenti. Nelle sue storie i protagonisti sono gli afroamericani, soprattutto donne, messi al centro in momento storico in cui erano relegati ai margini della letteratura e della vita.
‘Beloved’, Amatissima, del 1987 ha introdotto al pubblico Sethe, una mamma schiava perseguitata dalla memoria della figlia che
aveva ucciso per evitare che continuasse a vivere in schiavitù. Il suo debutto da scrittrice risale al 1970 con ‘The Bluest Eye’, L’Occhio più azzurro. Nel 2012 Barack Obama l’ha insignita della Medaglia della Libertà, il più alto riconoscimento civile conferito negli Stati Uniti.

A Sarajevo e Spalato l’Incontro per la pace nel Mediterraneo

La porta della sagrestia è in un lato della Cattedrale. Sul marciapiede vicino ai gradini si scorge quella che agli occhi di uno straniero appare come una macchia rossa. Invece è una delle «rose del dolore », come le chiamano a Sarajevo, e formano una sorta di “Via Crucis di guerra” lungo le strade della capitale della Bosnia ed Erzegovina. Perché indicano i punti in cui hanno seminato morte e sangue le bombe cadute sulla città nell’assedio durato dal 1992 al 1996. Il cardinale Vinko Puljic, che mai ha abbandonato la sua gente negli oltre mille giorni di attacchi da parte dei militari serbi, la sfiora appena esce dal Duomo. Gli si avvicinano due ragazzi e una coppia di sposi. Cappello in testa e sorriso sul volto, li saluta con calore e ascolta le loro confidenze. «Nel Paese – racconta – erano 800mila i cattolici prima della guerra; oggi non si raggiungono i 450mila. E qui a Sarajevo abbiamo una delle situazioni più drammatiche: siamo passati da 528mila a 180mila. Un autentico esodo». Cattolici significa per lo più croati, uno dei “popoli” che compongono la Bosnia ed Erzegovina. Sono poco meno del 15% degli abitanti: la metà è bosniaca, quindi musulmana, e oltre un terzo serba, cioè ortodossa. Insomma, i cattolici sono una minoranza che si sta sempre più assottigliando «in una nazione ancora turbolenta», dice Puljic.

Il cardinale arcivescovo di Sarajevo, Vinko Puljic, e il cardinale Gualtiero Bassetti

Il cardinale arcivescovo di Sarajevo, Vinko Puljic, e il cardinale Gualtiero Bassetti

Al suo fianco ha il cardinale Gualtiero Bassetti, presidente della Cei, giunto per lanciare nei Balcani l’Incontro dei vescovi del Mediterraneo per la pace e il dialogo che si terrà a Bari nel febbraio 2020 e che si concluderà alla presenza di papa Francesco. «Eminenza, la attendiamo il prossimo anno», sussurra Bassetti mentre prende sottobraccio l’arcivescovo. «Certo – risponde Puljic – . Porterò le attese, le speranze, le difficoltà di una Chiesa che vive immersa in una realtà multiculturale e multireligiosa, marcata da tre identità ». Una terra ancora divisa. L’accordo di Dayton che ha chiuso il conflitto nell’ex Jugoslavia ha congelato gli attriti, senza indicare vie per superarli. Tre i presidenti. Tre i ministri in ogni dicastero. E giù fino alle amministrazioni locali, imponendo ovunque una “troika” etnica che paralizza le istituzioni. «Se la politica non crea condizioni di effettiva uguaglianza fra le tre comunità e qualcuno viene considerato più uguale dell’altro, non potrà mai esserci una convivenza serena», denuncia il cardinale.

I vescovi dell'Umbria con il nunzio apostolico Luigi Pezzuto nella nunziatura di Sarajevo

I vescovi dell’Umbria con il nunzio apostolico Luigi Pezzuto nella nunziatura di Sarajevo

«Più che di emigrazione, dovremmo parlare di fuga dei cattolici. Nel senso che non si ritorna », spiega il nunzio apostolico, l’arcivescovo Luigi Pezzuto. Accogliendo la delegazione dei vescovi dell’Umbria guidata da Bassetti e dall’arcivescovo di Spoleto-Norcia, Renato Boccardo, presidente della Conferenza episcopale regionale, l’“ambasciatore” della Santa Sede ammette che si sta registrando un’allarmante «emorragia di giovani», diretti per lo più in Germania e Austria, ma anche in Nord America o Australia. Lasciano una città dove il salario medio è di 400 euro e le pensioni di 150. «Se un medico si trasferisce a Berlino, guadagna anche dieci volte tanto – osserva Pezzuto –. E ciò attrae».

La redazione del settimanale diocesano di Sarajevo, 'Katolicki tjednik'

La redazione del settimanale diocesano di Sarajevo, “Katolicki tjednik”

La Chiesa si sta mobilitando per arginare il fenomeno. «Investiamo sulle scuole, per citare un caso», riferisce Puljic. Ce ne sono cinque legate all’arcidiocesi che accolgono 5mila ragazzi, dalle elementari alle superiori. «Se non esistessero, i cattolici sarebbero forse molti di meno – annota –. E sono le uniche davvero aperte a tutti, dove studiano fianco a fianco cattolici, ortodossi e musulmani ». Anche la Cei le sostiene. «Insieme con molti altri progetti che ci testimoniano la vicinanza della Chiesa italiana ai nostri bisogni», chiarisce il porporato. Finanziando ad esempio un nuovo studentato che sarà inaugurato nelle prossime settimane e che si aggiunge ai sette esistenti. «La comunità ecclesiale vuole favorire chi investe nel proprio futuro qui», fa sapere don Miroslav Cavar, direttore del settimanale diocesano Katolicki tjednik. E don Marko Skraba racconta come la Chiesa locale distribuisca oltre mille borse di studio. L’arcidiocesi fa anche da ufficio di collocamento. «Siamo in grado di offrire un’occupazione a 5mila persone nelle realtà cattoliche e di aiutare i giovani a trovare un impiego – spiega il prete giornalista Dražen Kustura –. Vogliamo dire che si può vivere in questo Stato da cristiani in comunione con Roma». La redazione è un appartamento sequestrato nei decenni del regime comunista di Tito. Vennero arrestati tutti i cronisti quando la rivista fu soppressa. Oggi i giornalisti sono tredici, in massima parte laici.

Il cardinale Bassetti di fronte a uno scorcio di Sarajevo

Il cardinale Bassetti di fronte a uno scorcio di Sarajevo

C’è chi ha chiamato Sarajevo la “Gerusalemme d’Europa”. Definizione che resta più che mai attuale. Campanili e minareti si stagliano gli uni accanto agli altri verso il cielo. Poi qualche targa o cartello in ebraico rimanda al piccolo drappello del popolo dell’Alleanza ancora presente. E come Gerusalemme la città mostra lo “scandalo” della divisione fra i cristiani e i muri (mentali, in questo caso) alzati dai seguaci delle tre religioni monoteiste. I petroldollari arabi stanno cambiando il volto della metropoli. «Oltre la metà delle mille moschee di Sarajevo è stata costruita dopo la guerra», spiega il caporedattore del settimanale diocesano, don Josip Vajdner. A riprova di un’evidente influenza islamica. E basta passeggiare fra le vie dello shopping per incontrare decine di donne con il burqa.

A Sarajevo il memoriale dei bambini caduti durante la guerra in Bosnia ed Erzegovina

A Sarajevo il memoriale dei bambini caduti durante la guerra in Bosnia ed Erzegovina

«Si vive da separati in casa in una regione che però non può restare prigioniera del passato – avverte il nunzio –. La sfida è quella dell’unità nella diversità». Don Tonino Bello si sarebbe affidato alla formula «convivialità delle differenze». Bassetti ricorda il vescovo pugliese “sul passo degli ultimi” che da presidente di Pax Christi e già piegato dalla malattia aveva marciato per la pace sotto le bombe nel dicembre 1992. «In numerosi angoli del Mediterraneo – insiste il presidente della Cei – la violenza è ancora all’ordine del giorno. Ecco perché le tre fedi nate da Abramo sono chiamate a costruire nel quotidiano la pace e a favorire la riconciliazione».

Il cardinale Bassetti davanti alla «rosa del dolore» che ricorda il massacro al mercato Markale di Sarajevo

Il cardinale Bassetti davanti alla «rosa del dolore» che ricorda il massacro al mercato Markale di Sarajevo

La palazzina che ospita la rappresentanza diplomatica è a poche centinaia di metri dal mercato coperto chiamato da tutti Markale. Bassetti si muove fra i banchi per raggiungere la “rosa del dolore” che contiene ancora un frammento dell’“ordigno del massacro”che aveva fatto 68 morti. Si ferma in preghiera mentre i venditori spostano casse di angurie e mele. Poco prima, nel Veliki park, ossia nel Grande parco, aveva reso omaggio al memoriale dei bambini uccisi nel conflitto: oltre mille. «La speranza ha comunque il volto dei ragazzi», ripete il cardinale mentre entra nel Centro giovanile “Giovanni Paolo II” realizzato anche grazie alla Cei. Otto piani con palestra, foresteria, asilo, sale per la musica. «È anche un laboratorio di dialogo – afferma il direttore don Simo Marsic –. La politica e il clima sociale non lo incoraggiano. Ma noi non ci arrendiamo. Consapevoli che non c’è domani senza cultura dell’incontro».

Uno scorcio di Spalato in Croazia

Uno scorcio di Spalato in Croazia

«La nostra Chiesa si sta impoverendo». Ha un’espressione preoccupata Marin Barišic, arcivescovo di Spalato-Macarsca. Anche la cattolica Croazia fa i conti con l’emorragia di fedeli che lasciano il Paese. «Sono 400mila i croati all’estero – spiega l’arcivescovo –. E fra loro ci sono medici, insegnanti, ingegneri. Insomma, professionalità di rilievo, per assicurare lo sviluppo di una nazione, che vengono a mancare». Barišic accompagna il presidente della Cei, il cardinale Gualtiero Bassetti, e i vescovi dell’Umbria fra le vestigia del palazzo di Diocleziano, simbolo della città affacciata sull’Adriatico. «Siamo una polis nata dai profughi. Perché Spalato si è formata dopo la distruzione della vicina Salona, capitale della provincia romana della Dalmazia».

Il cardinale Bassetti con Marin Barišic, arcivescovo di Spalato-Macarsca, nel centro della città croata

Il cardinale Bassetti con Marin Barišic, arcivescovo di Spalato-Macarsca, nel centro della città croata

Oggi sono i migranti che si muovono lungo la “rotta balcanica” a bussare alle porte della Croazia. In 10mila sono fermi sul confine, nel territorio della Bosnia ed Erzegovina, sperando di entrare nel Paese che fa parte dell’Ue per raggiungere in primo luogo la Germania. «Dopo la chiusura totale dell’Ungheria – racconta Daniele Bombardi, referente di Caritas italiana nei Balcani – si punta verso la Bosnia e la Croazia. I due Paesi sono totalmente impreparati all’accoglienza. E la Croazia non usa mezzi termini per i respingimenti». I profughi sono siriani, iraniani cristiani perseguitati, afgani, pachistani che transitano dalla Turchia e si immergono nell’ex Jugoslavia. «Con la riduzione degli sbarchi sulle coste europee del Mediterraneo – afferma Bombardi – la “rotta balcanica” si sta rivelando un’alternativa che alletta. Ciò dimostra che le migrazioni non si fermano a tavolino».

Uno dei condomini in Bosnia che ancora portano i segni della guerra

Uno dei condomini in Bosnia che ancora portano i segni della guerra

Mostar, come a Sarajevo, le ferite della guerra segnano ancora non solo la società ma anche i condomini che restano crivellati di colpi. Il ponte-simbolo, distrutto nel 1993 e poi ricostruito, è ormai un’attrazione turistica, attraversato da migliaia di visitatori e persino dai pellegrini che arrivano nella vicina Medjugorje. Anche il pavimento della Cattedrale, pesantemente danneggiata dagli ordigni e adesso risorta, mostra le piaghe della devastazione: sono i fori delle 1800 pallottole cadute sulla chiesa. «Negli ultimi quindici anni l’Ergezovina ha perso 15mila cattolici», spiega il vescovo di Mostar-Duvno, Ratko Peric. Accanto ha il giovane segretario don Pero Milicevic: con il fratello gemello è l’ultimo di nove figli e ha visto la madre morire sotto le bombe. «Odi e divisioni rimangono – osserva Peric –. Ma come Chiesa investiamo tutto nel dialogo. Che è la sola alternativa alla vendetta».

La Messa a Mostar con il vescovo di Mostar-Duvno, Ratko Peric (a destra)

La Messa a Mostar con il vescovo di Mostar-Duvno, Ratko Peric (a destra)

«La Chiesa che testimonia il Vangelo nei Balcani ci insegna che le differenze non sono una minaccia ma una ricchezza». L’arcivescovo di Spoleto-Norcia, Renato Boccardo, commenta il viaggio dei vescovi dell’Umbria in Croazia e in Bosnia ed Erzegovina. A guidare la delegazione il presidente della Cei e arcivescovo di Perugia-Città della Pieve, il cardinale Gualtiero Bassetti, e il presidente della Conferenza episcopale regionale, l’arcivescovo di Boccardo. Cinque giornate nei Balcani per «conoscere queste Chiese sorelle e portare la vicinanza della Chiesa italiana», afferma Boccardo. Hanno partecipato i vescovi Luciano Paolucci Bedini (Gubbio), Domenico Cancian (Città di Castello), Mario Ceccobelli (emerito di Gubbio), Giuseppe Piemontese (Terni-Narni-Amelia), Marco Salvi (ausiliare di Perugia-Città della Pieve) e Benedetto Tuzia (Orvieto-Todi). «La comunità ecclesiale – sottolinea Boccardo – ha attraversato la guerra e oggi è voce di speranza in una terra multietnica e multireligiosa. Tutto ciò dice che, in un frangente come quello attuale dove le diversità sono presentate come aggressive, la convivenza non è impossibile. La Chiesa italiana è rimasta vicina a una regione, che porta ancora i segni dei conflitti, nella fase della ricostruzione». E la mente va alla ricostruzione in Umbria dopo il terremoto. «Non si procede – afferma Boccardo –. Nonostante le passerelle politiche, ci scontriamo con una burocrazia che rischia di fare più danni del sisma».

I vescovi dell'Umbria a Spalato in Croazia

I vescovi dell’Umbria a Spalato in Croazia

da Avvenire

Lo storico ponte di Mostar, distrutto nel 1993 durante la guerra in Bosnia ed Erzegovina e poi ricostruito

Chiesa e Sinodo sono sinonimi

Pubblichiamo qui di seguito l’articolo comparso sul n. 2/2019 del bimestrale “Missione Oggi” a firma di Franco Ferrari, redattore della rivista e presidente della associazione dei “Viandanti” una rete di realtà del cattolicesimo di base nata nel 2010. L’articolo da da editoriale al sito della rete (www.viandanti.org)

Durante il secondo Sinodo sulla famiglia (4-25 ottobre 2015), papa Francesco volle commemorare il cinquantesimo anniversario dell’istituzione del Sinodo dei vescovi, l’organismo permanente creato da Paolo VI in risposta al desiderio dei padri conciliari, per mantenere vivo l’autentico spirito formatosi nell’esperienza conciliare.

Una preziosa eredità del Vaticano II

Bergoglio, al di là della commemorazione, fece un discorso con un forte intento programmatico precisando il modello di Chiesa al quale pensa per ridare attuazione e slancio al processo conciliare, che da qualche decennio sembra essersi interrotto o, almeno, essere stato profondamente limitato dai due pontificati che l’hanno preceduto. Un discorso appassionato che iniziò proprio così: “Fin dall’inizio del mio ministero come vescovo di Roma ho inteso valorizzare il Sinodo, che costituisce una delle eredità più preziose dell’ultima assise conciliare”.

“Chiesa e Sinodo sono sinonimi”, disse Francesco rifacendosi ad un padre della Chiesa, Giovanni Crisostomo (Antiochia 344/354 – Comana Pontica 407), per invitare a «capire che la Chiesa non è altro che il “camminare insieme” sui sentieri della storia» di tutto il popolo di Dio per andare incontro al Salvatore.

Tre anni dopo, il 15 settembre 2018, Francesco ha tradotto i principi del suo discorso celebrativo in un preciso atto di governo (la Costituzione apostolica Episcopalis communio), realizzando una vera e propria “rifondazione” del Sinodo, tendendo ad inquadrarlo stabilmente entro la cornice di una Chiesa costitutivamente sinodale, cioè in permanente cammino sinodale.

Il Sinodo un tassello della riforma

L’intervento di Francesco sull’organizzazione del Sinodo non è un semplice maquillage, necessario dopo cinquant’anni di vita, ma un tassello della riforma, che non ha trovato un gran riscontro sulla stampa, non offrendo spunti per titoli di richiamo o elementi di gossip.

Oltre al già importante tema dell’ascolto, vi sono altre innovazioni che qualificano questo intervento legislativo nel senso della riforma, con un evidente rafforzamento del valore magisteriale del Sinodo. Al n. 7 della Costituzione Francesco, citando un discorso di Giovanni Paolo II al Consiglio della Segreteria generale del Sinodo dei vescovi del 30 aprile 1983, scrive: «Pertanto il voto dei padri sinodali, “se moralmente unanime, ha un peso qualitativo ecclesiale che supera l’aspetto semplicemente formale del voto consultivo”». Il principio “moralmente unanime” è piuttosto indeterminato, ma sembra sostenere due rilevanti conseguenze innovative.

La prima riguarda il documento finale. I padri sinodali alla fine dei lavori devono presentare al papa un documento organico sul tema affidato alla loro discussione. Non più una serie di proposizioni disarticolate che rispondevano al compito, affidato al Sinodo dal motu proprio di Paolo VI, di “dare informazioni e consigli”. Documento organico che, ed ecco la rilevante novità, se “approvato espressamente dal romano pontefice” diventa un atto di magistero ordinario (articolo 18).

La dinamica della processualità

Il Sinodo diventa un organismo dinamico, al quale si applica il principio della processualità, caro a Bergoglio. Un processo per tappe: “inizia ascoltando il popolo di Dio”, con una consultazione condotta a tutto campo, con il diritto dei fedeli, singolarmente o associati, di poter inviare direttamente i loro contributi alla Segreteria generale del Sinodo; “prosegue ascoltando i pastori” nell’assemblea sinodale; culmina nell’ascolto del vescovo di Roma, chiamato a pronunciarsi come “pastore e dottore di tutti i cristiani”, poi le conclusioni recepite dal papa ritornano nelle Chiese locali, dove dovranno essere tradotte in pratica con un processo necessariamente di inculturazione.

Un’andata e ritorno dal basso verso l’alto e viceversa, con l’intento di coinvolgere tutti i battezzati nel processo sinodale, per questo l’ascolto è il principio che regola le tre fasi del percorso. Per questo è previsto che, a giudizio del papa, un’Assemblea si possa svolgere in più periodi per permettere di utilizzare il tempo intermedio tra un incontro e l’altro per i necessari approfondimenti sul tema che si sta trattando. È stato il caso del Sinodo sulla famiglia che si è svolto con un primo incontro nel 2014 e un secondo conclusivo dopo un anno.

L’applicazione, però, fino ad ora si è dimostrata uno dei punti deboli dei Sinodi celebrati; il risultato dei dibattiti sinodali, tradotto in magistero ordinario attraverso lo strumento dell’esortazione apostolica redatta dal papa, a fatica trova applicazione nelle Chiese locali. L’esempio più eclatante riguarda indubbiamente l’applicazione dell’ottavo capitolo dell’Amoris laetitia, dedicato all’integrazione nella vita ecclesiale delle coppie cosiddette irregolari.

Forse è anche per questo che la nuova normativa, all’articolo 20, prevede che la Segreteria del Sinodo, su mandato del papa, possa emanare documenti applicativi.

Quasi un piccolo concilio

Il secondo aspetto riguarda il potere deliberativo. Al momento dell’istituzione, Paolo VI aveva dovuto subire alcune critiche per il fatto di aver dato al Sinodo solo un potere consultivo, pur avendo lasciata aperta la possibilità di un potere deliberativo conferito a discrezione del papa, al quale spettava comunque il potere di ratificare le decisioni. La Costituzione di papa Francesco, pur muovendosi nella stessa logica, compie un passo ulteriore definendo la modalità di un’assemblea deliberativa con un preciso comma dell’articolo 18 della Costituzione Episcopalis communio.

Anche in questo caso il documento finale partecipa del magistero ordinario del papa e avrà un percorso e una dignità che richiama i documenti conciliari; infatti, si prevede che una volta ratificato e promulgato dal romano pontefice il documento venga pubblicato con la firma del papa e di tutti i membri del Sinodo.

Ma l’intervento foriero di maggiori novità lo troviamo al comma 3 del primo articolo della Costituzione: “Se lo ritiene opportuno, particolarmente per ragioni di natura ecumenica, il romano pontefice può convocare un’Assemblea sinodale secondo altre modalità da lui stesso stabilite”. Una potenzialità della quale non è facile prevedere gli sviluppi, anche per l’indeterminatezza normativa con la quale viene enunciata.

Sullo sfondo probabilmente c’è un altro delicato tema della riforma: la questione della conversione del papato in chiave ecumenica, in altre parole la ricerca di un modo diverso di esercizio del primato di Pietro; una questione molto sentita da ortodossi e protestanti, già posta da Giovanni Paolo II nel 1995 (enciclica Ut unum sint, 95) e ripresa fortemente da Bergoglio.

Novità che affondano le radici nella Tradizione

Le costanti contestazioni riservate agli atti più innovativi di questo pontificato, con l’accusa di discostarsi dalla Tradizione e dalla Dottrina, devono aver consigliato il papa e il suo entourage di giocare d’anticipo nel predisporre e presentare questo aggiornamento della normativa sinodale.

La Costituzione contiene un’ampia premessa teologica di 10 paragrafi con la quale Francesco tende a dimostrare: la continuità con i suoi predecessori; l’evoluzione dei concetti di collegialità e sinodalità che si richiamano a vicenda; l’esigenza di cambiamenti in senso evolutivo auspicata sia da Paolo VI sia da Giovanni Paolo II.

Alla difesa teologica del documento si è prestato attenzione anche nella presentazione ai giornalisti; in sala stampa vaticana accanto al segretario generale del Sinodo, card. Baldisseri, e al suo vice, il vescovo Fabene, ha preso la parola un docente di teologia dogmatica dell’Università Gregoriana, il prof. Dario Vitali, che ha sottolineato come “questa novità affondi le sue radici nella Tradizione vivente della Chiesa”, come “la custodia dell’unità della Chiesa si deve alla pratica sinodale”, per poi rispondere, conclusivamente, alla possibile obiezione che l’esercizio della sinodalità nella Chiesa in Occidente è caduto in disuso a partire dal secondo millennio.

Sinodalità: “Pedro adelante con juicio”

La prima verifica dell’accoglienza tra i vescovi dell’impostazione fortemente sinodale voluta da Francesco è stata la votazione del Documento finale del Sinodo sui giovani, che si è tenuto subito dopo nel successivo mese di ottobre.

La batteria di paragrafi relativi alla sinodalità (i numeri dal 119 al 124) è l’unica ad aver ottenuto in blocco un elevato numero di voti contrari (non placet) e alcune astensioni. In particolare i numeri 121 e 122 (La forma sinodale della Chiesa) hanno ottenuto 191 e 199 voti favorevoli su 248, i contrari sono stati 51 e 43, mentre 6 si sono astenuti; la maggioranza richiesta, i due terzi, era di 166. Una consistente contrarietà si è manifestata anche sul n. 3 (43 contrari e ben 15 astenuti) che ricorda come il percorso sinodale preveda una fase attuativa.

Anche in questa occasione, come già era accaduto nel Sinodo sulla famiglia, ha preso forma una consistente minoranza trasversale, sia tra le provenienze continentali sia tra novatori e conservatori, che rivela la difficoltà ad accettare il cambiamento.

La sinodalità sembra, perciò, trovare ancora tiepidi i vescovi che la dovrebbero attuare anche nelle loro diocesi per restare «connessi col “basso”», cioè con la gente, dando così forma ad una Chiesa pienamente sinodale.

adista.it

DA OGGI IL TEMPO PEGGIORA AL NORD, FINO A 40 GRADI AL SUD

ansa

ENTRO GIOVEDÌ TEMPORALI ANCHE IN TOSCANA, WEEKEND SARÀ BELLO In arrivo, da oggi a giovedì, un peggioramento del tempo nel Nord Italia e in Toscana, mentre al Sud una nuova ondata di caldo porterà le temperature massime a superare i 40 gradi nelle aree interne di Sicilia, Sardegna, Calabria e Puglia. Il weekend, secondo le prime indicazioni dei meteorologi di 3bmeteo.com., dovrebbe invece essere all’insegna del sole ovunque, con caldo in intensificazione.(ANSA).

CARL LEWIS CONTRO PRESIDENTE TRUMP ‘RAZZISTA E MISOGINO’

ansa

PLURIOLIMPIONICO ATLETICA SI SCHIERA PER PARITÀ SALARI-PREMI L’ex fuoriclasse dell’atletica, e pluriolimpionico Carl Lewis attacca il presidente Trump: “un Presidente razzista – dice-, che è misogino e pieno di pregiudizi e non dà valore che a se stesso”. Ed invita a battersi per i diritti delle persone. Da Lima, dove si trova per presenziare ai Giochi Panamericani, Lewis si dice “totalmente a favore” dell’equità salariale e dei premi per gli atleti uomini e donne. E spiega: “Se mia madre non avesse praticato l’atletica negli anni ’50, adesso io non sarei qui. La verità è che ci sono un sacco di pregiudizi”.(ANSA).

‘ITALIA PARALIZZATA’, PD LANCIA MOBILITAZIONE CONTRO GOVERNO

ansa

‘DANNEGGIA GLI INTERESSI DEGLI ITALIANI, SERVE UNA RISPOSTA’ ‘Il Pd sta promuovendo nel Paese una mobilitazione popolare per fermare un Governo che sta danneggiando gli interessi degli italiani e che sta paralizzando l’Italia. L’indegno spettacolo che siamo costretti a sopportare ogni giorno merita una risposta di grande mobilitazione, insieme al percorso della Costituente delle Idee, che porti ad una manifestazione nazionale contro Salvini e Di Maio così come promossa dal segretario Zingaretti’. Lo scrive in una nota la vicesegretaria del Pd Paola De Micheli. 

Tempo: previsioni per i prossimi giorni

3bmeteo.com comunica le previsioni del tempo sull’Italia per i prossimi giorni. MERCOLEDI’ 7 AGOSTO Al Nord nuvolosità variabile con temporali su Alpi, Prealpi ed a tratti anche sulla Val Padana. Locali piovaschi la notte lungo le coste. Temperature stabili, massime tra 31 e 36. Al Centro nubi in aumento ma di scarsa consistenza di tipo stratiforme, a tratti compatte tra Toscana, Umbria e Marche. Temperature in generale rialzo, massime tra 31 e 36. Al Sud alta pressione e bel tempo su tutte le regioni con cieli sereni o poco nuvolosi, poche nubi anche in Appennino. Temperature in locale rialzo, massime tra 32 e 37. GIOVEDI’ 8 AGOSTO Al Nord residui rovesci al mattino su Emilia Romagna e Triveneto; al pomeriggio su Appennino ed Est Alpi, meglio altrove e ovunque dalla serata. Temperature in diminuzione, massime tra 28 e 32. Al Centro locale instabilità tra Toscana, Umbria e Marche con qualche piovasco in veloce transito, meglio altrove. Temperature in lieve calo, massime tra 29 e 34. Al Sud alta pressione su tutte le regioni anche se con cielo non sempre sereno per il transito di nubi stratiformi. Temperature in aumento, massime tra 34 e 39. VENERDI’ 9 AGOSTO Al Nord si rinforza l’anticiclone garanzia di una fase stabile. Cielo pertanto sereno o poco nuvoloso non solo su coste e Val Padana ma anche sulle Alpi. Temperature in rialzo, massime tra 30 e 35. Al Centro bel tempo salvo annuvolamenti diurni sull’Appennino e locali brevi temporali sui rilievi della Toscana. Temperature stazionarie, massime tra 29 e 34. Al Sud bel tempo su tutte le regioni, salvo innocui annuvolamenti diurni sui monti. Temperature in diminuzione, massime tra 30 e 35, valori superiori sulla Sicilia. (ANSA)