Sinodo Amazzonia. Mea culpa per la complicità col colonialismo che ancora continua. Preti sposati e mnistero femminile al centro dei lavori

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“Sono i popoli dell’Amazzonia, soprattutto i poveri e i culturalmente diversi, i principali interlocutori e protagonisti del dialogo. Ci mettono di fronte alla memoria del passato e alle ferite provocate durante lunghi periodi di colonizzazione”. L’Instrumentum laboris del Sinodo sull’Amazzonia torna a chiedere “umilmente perdono, per i crimini contro le popolazioni indigene durante la cosiddetta conquista dell’America”. “In questo passato – si legge nel testo pubblicato oggi in vista dei lavori del prossimo ottobre – la Chiesa è stata a volte complice dei colonizzatori e ciò ha soffocato la voce profetica del Vangelo. Molti degli ostacoli ad un’ evangelizzazione dialogica e aperta all’alterità culturale sono di carattere storico e si nascondono dietro alcune dottrine pietrificate. Il dialogo è un processo di apprendimento, facilitato dall”apertura alla trascendenza’ e ostacolato dalle ideologie”.

Nel documento, i vescovi dell’Amazzonia non dimenticano il prezioso lavoro svolto nel tempo dai missionari e la presenza secolare della Chiesa ma ribadiscono che c’è ancora una ferita aperta per gli abusi passati. Giustamente, nel 1912 Papa Pio X ha riconosciuto la crudeltà con cui gli indigeni sono stati trattati nell’Enciclica Lacrimabili Statu Indorum. L’episcopato latinoamericano a Puebla ha accettato l’esistenza di ‘un gigantesco processo di dominazioni’ pieno di ‘contraddizioni e lacerazioni’. Ad Aparecida, i vescovi hanno chiesto di ‘decolonizzare le menti’. Nell’Incontro con i popoli dell’Amazzonia a Puerto Maldonado, Papa Francesco ha ricordato le parole di San Turibio de Mogrovejo: ‘non solo nei tempi passati sono state fatte a questi poveri tante offese e violenze con tanti eccessi, ma … anche oggi molti continuano a fare le stesse cose’. Poiché persiste ancora una mentalità coloniale e patriarcale, è necessario approfondire un processo di conversione e riconciliazione”.

Ed anche oggi “la vita in Amazzonia è minacciata dalla distruzione e dallo sfruttamento ambientale, dalla sistematica violazione dei diritti umani fondamentali della popolazione amazzonica”: lo ricorda l’Instrumentum laboris, il documento di lavoro del sinodo sull’Amazzonica convocato dal Papa ad ottobre prossimo, pubblicato oggi dal Vaticano. La vita in Amazzonia è minacciata “soprattutto da: a) la criminalizzazione e l’ assassinio di leader e difensori del territorio; (b) l’ appropriazione e la privatizzazione di beni naturali, come l’ acqua stessa; (c) le concessioni a imprese di disboscamento legali e l’ ingresso di imprese di disboscamento illegali; (d) caccia e pesca predatorie, soprattutto nei fiumi; (e) megaprogetti: idroelettrici, concessioni forestali, disboscamento per produrre monocolture, strade e ferrovie, progetti minerari e petroliferi; (f) inquinamento provocato dall’ intera industria estrattiva che crea problemi e malattie, in particolare ai bambini/e e ai giovani; (g) il narcotraffico; (h) i conseguenti problemi sociali associati a tali minacce come l’ alcolismo, la violenza contro la donna, il lavoro sessuale, il traffico di esseri umani, la perdita della loro cultura originaria e della loro identità (lingua, pratiche spirituali e costumi), e l’ intera condizione di povertà a cui sono condannati i popoli dell’Amazzonia”.

“Essere Chiesa in Amazzonia in modo realistico significa porre profeticamente il problema del potere, perché in questa regione le persone non hanno la possibilità di far valere i loro diritti contro le grandi imprese economiche e le istituzioni politiche”, sottolinea inoltre l’Instrumentum laboris, il documento di lavoro per l’assemblea sinodale per l’Amazzonica che si svolgerà dal 6 al 27 ottobre prossimo in Vaticano. “Oggi, mettere in discussione il potere nella difesa del territorio e dei diritti umani è mettere a rischio la propria vita, aprendo un cammino di croce e martirio. Il numero di martiri in Amazzonia è allarmante (solo in Brasile, tra il 2003 e il 2017, 1.119 indigeni sono stati uccisi per aver difeso i loro territori). La Chiesa non può rimanere indifferente a tutto questo; al contrario, deve sostenere la protezione dei difensori dei diritti umani e ricordare i suoi martiri, tra cui donne leader come Suor Dorothy Stang”.

Nel documento sono evocati i “viri probati”, ossia uomini sposati di provata fede che possano celebrabre l’eucaristia in zone sperdute dell’Amazzonia dove i sacerdoti riescono ad arrivare solo raramente, ma anche un “ministero ufficiale” per le donne. Il testo sottolinea che bisogna “promuovere vocazioni autoctone di uomini e donne in risposta ai bisogni di un’attenzione pastorale sacramentale; il loro contributo decisivo sta nell’ impulso ad un’ autentica evangelizzazione dal punto di vista indigeno, secondo i loro usi e costumi. Si tratta di indigeni che predicano agli indigeni con una profonda conoscenza della loro cultura e della loro lingua, capaci di comunicare il messaggio del Vangelo con la forza e l’ efficacia di chi ha il loro bagaglio culturale. E’ necessario passare da una “Chiesa che visita” ad una “Chiesa che rimane”, accompagna ed è presente attraverso ministri che emergono dai suoi stessi abitanti. Affermando che il celibato è un dono per la Chiesa, si chiede che, per le zone più remote della regione, si studi la possibilità di ordinazione sacerdotale di anziani, preferibilmente indigeni, rispettati e accettati dalla loro comunità, sebbene possano avere già una famiglia costituita e stabile, al fine di assicurare i Sacramenti che accompagnano e sostengono la vita cristiana. Identificare il tipo di ministero ufficiale che può essere conferito alle donne, tenendo conto del ruolo centrale che esse svolgono oggi nella Chiesa amazzonica”.

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