Sinodo Amazzonia, il Vaticano pensa di aprire ai preti sposati

Sinodo Amazzonia, il Vaticano pensa di aprire ai preti sposati (e alle donne)

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Nel prossimo Sinodo sull’Amazzonia, convocato da Francesco in Vaticano dal 6 al 27 ottobre, si discuterà la possibilità di ordinare in zone remote dei«viri probati», uomini anziani e sposati di provata fede per rimediare alla carenza del clero. Ne aveva parlato lo stesso Papa ed ora la svolta – che tuttavia non mette in discussione il celibato sacerdotale nella Chiesa latina – si fa sempre più concreta, messa nero su bianco nel documento di lavoro del Sinodo, l’«Instrumentum Laboris» che servirà da traccia: «Affermando che il celibato è un dono per la Chiesa, si chiede che, per le zone più remote della regione, si studi la possibilità di ordinazione sacerdotale di anziani, preferibilmente indigeni, rispettati e accettati dalla loro comunità, sebbene possano avere già una famiglia costituita e stabile». Poiché nella regione amazzonica «le comunità hanno difficoltà a celebrare frequentemente l’Eucaristia», diventa necessario che «si cambino i criteri di selezione e preparazione dei ministri autorizzati a celebrarla» anziché lasciarle senza Comunione. Un’altra novità, seppure più sfumata, riguarda il ruolo delle donne. Non si parla di diaconato femminile – un tema sul quale una commissiona vaticana disposta dal Papa ha discusso, studiandone le radici storiche nelle prime comunità cristiane, senza arrivare ad una soluzione condivisa – però si riconosce il «contributo decisivo» delle «vocazioni autoctone di uomini e donne», si ammette che la presenza femminile non è sempre valorizzata», si invita a «garantire alle donne la loro leadership, nonché spazi sempre più ampi e rilevanti nel campo della formazione: teologia, catechesi, liturgia e scuole di fede e di politica» fino a concludere, nel capitolo dedicato alla «organizzazione delle comunità», che bisogna «identificare il tipo di ministero ufficiale che può essere conferito alle donne, tenendo conto del ruolo centrale che esse svolgono oggi nella Chiesa amazzonica».

Viri probati

Al contrario di quanto credono molti, nella Chiesa cattolica esistono già i preti sposati. La millenaria disciplina monastica del celibato vale solo nella Chiesa latina, ma nelle Chiesa cattoliche orientali non c’è obbligo. Da tempo si parla della possibilità che in futuro si vada verso una doppia disciplina anche nella Chiesa latina, magari con le stesse regole: solo i celibi possono diventare vescovi. Ma questo è un altro discorso e non c’entra con la questione dei «viri probati». Lo stesso Papa ha ricordato che nel rito orientale «si fa l’opzione celibataria o di sposo prima del diaconato». In ogni caso Francesco ha chiuso questa ipotesi: «Per quanto riguarda il rito latino, mi viene alla mente una frase di san Paolo VI: “Preferisco dare la vita prima di cambiare la legge del celibato”. Personalmente penso che il celibato sia un dono per la Chiesa e non sono d’accordo a permettere il celibato opzionale. No. Io non lo farò, questo è chiaro. Sono uno chiuso? Forse, ma non sento di mettermi davanti a Dio con questa decisione». Nel caso dei «viri probati», invece, non si parla di giovani ma di «anziani sposati» che verrebbero ordinati seguendo condizioni precise. Di ritorno dal viaggio a Panama in gennaio, Francesco ne aveva parlato con chiarezza ai giornalisti. Sarebbe una «possibilità» da valutare «nei posti lontanissimi, penso alle isole del Pacifico, ma è qualcosa da pensare quando c’è necessità pastorale». Il papa si era riferito al libro «Preti per domani» del vescovo missionario tedesco Fritz Lobinger: «Padre Lobinger dice: la Chiesa fa l’eucaristia e l’eucaristia fa la Chiesa. Ma dove non c’è eucaristia né la comunità , Lobinger chiede: chi fa l’eucaristia? I direttori e gli organizzatori di quelle comunità sono diaconi o suore o laici. Lobinger dice: si potrebbe ordinare prete un anziano sposato. Ma che eserciti solo il “munus sanctificandi”, cioè celebri la messa, amministri il sacramento della riconciliazione e dia l’unzione degli infermi. L’ordinazione sacerdotale dà i tre munera: il “munus regendi” (il pastore che guida), il “munus docendi” (il pastore che insegna), e il “munus sanctificandi”. Il vescovo gli darebbe solo licenza per il “munus sanctificandi”». Francesco aveva concluso: «Questa è la tesi, il libro è interessante e forse questo può aiutare a come rispondere al problema. Credo che il tema debba essere aperto in questo senso per i luoghi dove c’è un problema pastorale per la mancanza dei sacerdoti. Non dico che si debba fare, non ci ho riflettuto, non ho pregato sufficientemente su questo. Ma i teologi ne discutono, devono studiare». Il Papa aveva ricordato i precedenti: «Parlavo con un officiale della Segreteria di Stato, un vescovo che ha dovuto lavorare in un Paese comunista all’inizio della rivoluzione, e quando hanno visto come arrivava quella rivoluzione negli anni ’50, i vescovi hanno ordinato di nascosto dei contadini, bravi e religiosi. Poi passata la crisi, trent’anni anni dopo, la cosa si è risolta. E lui mi diceva l’emozione che aveva avuto quando in una concelebrazione vedeva questi contadini con mani da contadino mettersi il camice per concelebrare con i vescovi». Insomma, «nella storia della Chiesa questo si è verificato», concludeva, citando il suo predecessore: «Penso all’”Anglicanorum coetibus” di Benedetto XVI, per i sacerdoti anglicani che sono diventati cattolici mantenendo la loro vita come se fossero orientali. Ricordo a un’udienza del mercoledì, ne ho visti tanti col colletto e con tante donne e bambini…».

La situazione in Amazzonia

Il territorio amazzonico è sterminato – sette milioni e mezzo di chilometri quadrati, nove Paesi -, i sacerdoti scarseggiano, il problema è sentito e annoso. «Una delle cose principali da ascoltare è il gemito di migliaia di comunità private dell’Eucaristia domenicale per lunghi periodi», si leggeva già nel documento preparatorio al Sinodo. Ci sono comunità che possono fare la comunione solo una o due volte l’anno. Il missionario austriaco Erwin Kraeutler, per venticinque anni vescovo della più grande diocesi amazzonica brasiliana, ne aveva parlato al Papa e riassunto la sua esperienza così: «Ho un territorio sterminato, 700 mila fedeli, 800 comunità e appena 27 preti». Di «viri probati», del resto, si discute da tempo. Il cardinale Carlo Maria Martini fu tra i primi a parlarne. Il cardinale brasiliano Claudio Hummes, amico di lunga data di Bergoglio, sostiene questa possibilità dal 2006. Lo stesso Bergoglio ne aveva parlato già al settimanale tedesco «Die Zeit», nel 2017: «Dobbiamo riflettere se i “viri probati” siano una possibilità e dobbiamo anche stabilire quali compiti possano assumere, ad esempio in comunità isolate. La Chiesa deve riconoscere il momento giusto nel quale lo Spirito chiede qualcosa».

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