Preti sposati non si tratta di un problema di fede, né il celibato è un dogma

settimananews

Il card. Walter Kasper, con la chiarezza e l’equilibrio teologico che lo caratterizzano, in un intervento sulFrankfurter Rundschau del 4 giugno scorso ha spiegato perché il sacerdozio ordinato alle donne non è possibile. Ha criticato anche lo sciopero di “Maria 2.0”, quale strumento inadeguato per promuovere le riforme nella Chiesa. Sulla questione dell’ordinazione dei “viri probati” non vede invece un ostacolo insuperabile in quanto non si tratta di un problema di fede, né il celibato è un dogma. Ha aggiunto, inoltre, di pensarla diversamente dal card. Müller sul problema dei tribunali amministrativi ecclesiastici, presieduti da laici, in quanto non giudicano la persona del vescovo ma alcune sue decisioni.

Per quanto riguarda il ministero sacerdotale – ha affermato Kasper – «in base al Nuovo Testamento esiste una tradizione ininterrotta non solo nella Chiesa cattolica, ma in tutte le Chiese del primo millennio», secondo cui l’ordinazione sacerdotale e, di conseguenza, la consacrazione episcopale sono riservate agli uomini». «Questa tradizione è stata applicata anche nelle Chiese luterane e in quelle anglicane fino a circa l’ultimo terzo del secolo 20°».

Nella discussione sull’ordinazione delle diaconesse – ha aggiunto – «attualmente c’è poco movimento». L’interpretazione delle testimonianze storiche tra gli esperti qualificati è diversificata. Il papa a questo scopo aveva istituito una commissione che però non ha prodotto alcun chiaro risultato.

«Le donne fanno oggi molto di più delle diaconesse di un tempo»

Non tutti i compiti di leadership nella Chiesa richiedono tuttavia la consacrazione, ha sottolineato Kasper: «Più importante mi sembra notare che già oggi le donne possono fare dieci volte di più come referenti pastorali di comunità, come ministre straordinarie dell’eucaristia e come lettrici, nella Caritas e catechesi, in teologia e nell’amministrazione, di quanto le diaconesse di un tempo abbiano mai fatto». Ogni diocesi e ogni parrocchia senza questo servizio delle donne «collasserebbe già domani», sostiene il cardinale. «Sarebbe importante rendere visibile liturgicamente questo servizio e riconoscerlo pubblicamente».

Il cardinale ha espresso preoccupazione per le manifestazioni di protesta come «Maria 2.0» o il Tag der Diakonin(Giornata della diaconessa) con cui le donne cattoliche hanno dimostrato per l’ammissione agli ordini sacri. Ha detto di dubitare che uno sciopero nella Chiesa rappresenti un metodo appropriato: «In tutti i casi, non bisogna strumentalizzare la Madre di Dio». Ciò non esclude «che si debbano affrontare le domande che vengono poste e compiere al più presto i passi che sono possibili».

Kasper ha quindi sottolineato: «Santa Caterina da Siena non era né diaconessa né sacerdote, tuttavia ha fatto di gran lunga molto più di tutti i cardinali dell’epoca». Santa Ildegarda di Bingen ha letto nelle prediche, pubblicamente, davanti al clero di Colonia e altrove, il libro dei Leviti in modo tale che oggi nessun vescovo e nessun papa potrebbe permettere. «Di donne così coraggiose, piene di Spirito Santo, ci si può servire anche oggi».

Kasper si è detto curioso di vedere i possibili risultati del dibattito sulla riforma annunciata dai vescovi tedeschi. Nelle stesso tempo, si è mostrato scettico circa la capacità decisionale su problemi di portata universale nel contesto del «percorso sinodale» che, tra l’altro, non è ancora stato chiaramente definito. Decisioni vincolanti possono essere prese solo da un sinodo «su un chiaro fondamento canonico».

Per esempio, ciò potrebbe avvenire nel sinodo per l’Amazzonia convocato da papa Francesco in autunno. «In quella regione ci sono otto conferenze episcopali competenti». Nel caso, per esempio, che i vescovi, di comune accordo, chiedessero di ordinare sacerdoti uomini sposati – i cosiddetti “viri probati” – «a mio modo di vedere, il papa sarebbe in linea di principio disposto a farlo».

Alla rinnovata domanda secondo cui i problemi di fede devono essere decisi unitariamente sul piano della Chiesa universale, Kasper ha risposto che i “viri probati” non costituiscono un problema di fede. «Il celibato dei ministri ordinati ha un intimo rapporto con l’ordinazione, ma non è un dogma, non è una prassi immutabile. Io sono del tutto favorevole al celibato in quanto forma legata alla donazione totale di sé per la causa di Cristo. Ma ciò non esclude che, in situazioni particolari, anche degli sposati possano assumere il servizio sacerdotale».

Un’opinione diversa dal card. Müller

Nella lotta contro gli abusi nella Chiesa l’imperativo del momento è – secondo Kasper – «trattamento e prevenzione». È stato importante creare «spazi di apertura», ha affermato, «spazi, in cui le vittime possono parlare liberamente, dove trovano ascolto e dove poi vengono tirate le conseguenze in tutta apertura».

Il vescovo emerito di Rottenburg-Stuttgart ha spiegato che già allora aveva avuto il problema di trattare dei casi sospetti, ma le famiglie delle vittime si erano opposte facendo «massicciamente» muro. «Volevano ad ogni costo impedire che l’accaduto diventasse di dominio pubblico. Come vescovo avevo le mani alquanto legate riguardo alle possibilità giudiziarie di quel tempo. Perciò, la sensibilizzazione è l’alfa e l’omega».

Diversamente dal suo collega, il card. Gerhard Ludwig Müller, Kasper si è dichiarato favorevole ai tribunali amministrativi ecclesiastici quali istanze a cui potersi appellare. Müller aveva esortato a considerare inopportuno che i laici potessero sedere in tribunale per giudicare i vescovi. «Io la penso diversamente» ha affermato Kasper. «Non si tratta di un giudizio sulle persone, ma sulle loro decisioni. Gli atti amministrativi della Chiesa devono corrispondere alle norme della Chiesa. Ciò dovrebbe essere una cosa ovvia e un presupposto dell’agire dei vescovi».

Inoltre, un tribunale amministrativo non emana nessuna legge, ma verifica soltanto il rispetto di quelle esistenti. «Se è avvenuto qualcosa nella Chiesa, ciò rafforzerebbe il significato di ogni vescovo in materia di legalità e di rispetto della legge. Chiedere a un vescovo che osservi le sue leggi o quelle di Roma non è ingiusto né lo limita indebitamente. Non toglierebbe nulla alla sua autorità in senso teologico, al contrario, la rafforzerebbe, contribuendo ad una maggiore trasparenza e credibilità.

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