da Avvenire

Non avrei creduto che la chiusura di un negozio, al mio paese (Frattaminore), mi facesse tanto male.

Invece è accaduto. Da più di 50 anni, sulla piccola piazza, dominata dalla chiesa parrocchiale, si affacciava, umile e discreta, la “Giornaleria Concetta”. Da più di 50 anni, ogni mattina, si ritrovavano in quel luogo tanti miei concittadini, e io con loro. Per leggere, parlare, commentare. A Maurizio, il giornalaio, si chiedevano informazioni, notizie, pareri. E lui, sempre disponibile, educato, non dava mai segni di noia. 

Non creava problemi nemmeno quando, a corto di tempo o di denaro, qualcuno si fermava solo per sbirciare i titoli, sfogliare qualche pagina dei quotidiani o ripararsi dalla pioggia. Ogni mattina, fatti pochi passi, svoltato l’angolo, trovavo le mie copie di Avvenire in bella mostra.

Un saluto, quattro chiacchiere con gli amici di sempre, qualche domanda, qualche osservazione, poi ognuno prendeva la sua strada. Quando ero costretto ad assentarmi, sul tardi, resosi conto della mia assenza, il giornalaio, mi faceva portare i giornali a casa. Dal padre, la rivendita, era passata al figlio. Pietro aveva preso il posto di Maurizio. Le cose, però, non andavano come una volta. Si stentava a tirare avanti. Tanta gente i giornali li legge online. Lo sapevo, lo immaginavo, me ne rendevo conto. Ne avevo parlato anche con Pietro. Speravo, però, che non avvenisse. Speravo che, in qualche modo, si sarebbe potuto far fronte alla crisi della vendita. 

Purtroppo è accaduto: “Concetta” ha dovuto chiudere i battenti. E per noi è stato come subire un furto, sopportare un lutto. Perché quel negozio chiuso, quella serranda abbassata, quel marciapiede vuoto, sono come un pugno nello stomaco. La piazza in questi giorni è come morta, le manca qualcosa. Lo sguardo sul mondo che spaziava attraverso i giornali in vetrina, è venuto meno. Il paese sembra più piccolo, più povero, più marginale. Non è venuta meno l’informazione, ognuno legge a casa sua, ma qualcosa di più. L’edicola era un luogo di aggregazione, di confronto, di ritrovo. Faceva parte, quel piccolo negozio, dell’identità di un paese. 

Il senso di appartenenza di cui tutti avvertiamo la necessità, passava anche di lì. Guardo la piazza. È rimasta, grazie a Dio, la chiesa. Da cinquecento anni, maestosa, guarda verso le case che nel tempo le si sono strette attorno. Dall’alto, una campana antica, ha accompagnato i momenti tristi e lieti della vita nostra e dei nostri antenati. Oggi, imperterrita, continua a fare il suo dovere. La osservo. È molto più di un luogo di culto, la nostra chiesa. È casa, è presenza, è fiducia. È memoria. Racconta la nostra storia, la storia di chi ci ha messo al mondo, la loro fede, i loro limiti, le loro tappe. Ha raccolto nei secoli le loro lacrime; le ha asciugate, custodite. Ha dato speranza anche quando era impossibile sperare. All’angolo della piazza, s’ innalza una croce. Umile, semplice, povera. Fatta di due modesti pezzi di ferro. Fu messa lì dopo una missione popolare. La gente, passando, fa il segno della croce e farfuglia una preghiera. C’è. Ci basta. Luoghi, simboli, icone che fanno parte di te, della tua vita, della tua storia. Che ti appartengono più di quanto tu stesso possa credere. Guardo la piazza, la mia piazza, la piazza dove ho giocato da bambino, con la chiesa tirata a lucido di recente e la giornaleria chiusa. Non riesco a immaginarlo senza la chiesa il mio paese. Mi sentirei spaesato, senza radici, una sorta di apolide. Sento di essere parte di un popolo, di questo popolo, che nel bene e nel male, non mi ha mai lasciato solo, mi ha tenuto e mi tiene compagnia, mi rimanda all’infanzia, alla prima giovinezza. Un popolo col quale ho in comune più cose di quanto possa credere. Un popolo cui essere riconoscente per il solo fatto di esistere. Penso a Maurizio, a Pietro, a Concetta. E mi ritrovo a ingoiare un boccone amarissimo per la “mia” giornaleria che non c’è più. Penso ai tanti centri storici sempre più deserti e abbandonati. Non ce ne rendiamo conto, ma ci stiamo facendo male. Certo, i tempi cambiano, le società cambiano. È vero, sarebbe opportuno, però, che ci dessimo da fare per farli cambiare in meglio. Agli antichi giornalai il grazie sincero del paese che amiamo. 

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