La solitudine di Francesco nell’era dei due Papi

Dopo la richiesta di dimissioni da parte dell’ex Nunzio Vigano, nel settembre 2018, un vescovo latino americano incontrando Papa Francesco gli disse: “Coraggio Santo Padre”. Aggiungendo “In ogni comunità c’è un Giuda”. Francesco lo ha guardato un attimo e ha replicato: “Sì, ma il Giuda non è qui in curia, ma in America”. L’episodio è raccontato nell’ultimo libro di Marco Politi “La Solitudine di Francesco” (Editori Laterza) un libro dichiaratamente dedicato al “secondo tempo” del Pontificato di Francesco che dal punto di vista geopolitico coincide con la presidenza americana di Donald Trump. 

Finita la luna di miele planetaria in questo “secondo tempo “ sono riemersi gli stessi problemi che avevano afflitto la seconda parte del Pontificato di Benedetto XVI, quando alla presidenza americana di George W. Bush seguì quella di Barack Obama: pedofilia, scandali finanziari, continui incidenti di percorso e lo stesso “sterminatore di Papi”, l’ex Nunzio Viganò, che già fu il protagonista della prima Vatileaks ai tempi di Ratzinger.

Perché ancora una volta sono fuori sincrono il Trono del mondo e l’Altare.

L’episodio citato sorprende però non tanto per la lettura geopolitica che Francesco ha fatto degli attacchi subiti, quanto per la sicurezza con la quale Francesco sottolinea che i suoi nemici ormai non sono nella curia. Cade così uno stereotipo che potrebbe essere stato per molto tempo anche un gigantesco falso bersaglio massmediatico (di quelli che i sommergibili lanciano per evitare si essere colpiti). 

Tanto più importante l’episodio riportato se letto in coincidenza con la apertura dell’Assemblea generale di primavera dei vescovi americani a Baltimora dall’ 11 al 14 giugno, chiamati a resecare le linee guida della Chiesa degli Stati Uniti sugli scandali degli abusi sessuali. E mentre l’ultimoreportage del Washington Post  dimostra come la “corruzione” finanziaria sia andata ancora una volta di pari passo con gli abusi (dopo i casi del fondatore dei Legionari, Maciel e quello dello stesso  ex cardinale “spretato “ McCarrick).

Naturalmente, questo sconta il fatto che nel corso degli anni che sono trascorsi da quel marzo 2013, la curia è stata ampiamente rinnovata: alla Sfinge sono stati ripuliti i denti con qualcosa di più di un spazzolino (l’immagine della Curia-Sfinge è di Francesco in uno dei memorabili auguri alla Curia per Natale), ma è significativo che Francesco adesso, proprio nel momento dell’attacco più duro si sia sentito sicuro del “suo” recinto, del suo brand, del “Non prevalebunt” stampato sul suo giornale di “partito” (come ha chiamato al ritorno dal suo ultimo viaggio in Romania, l’Osservatore romano). 

Anche perché Francesco, da buon gesuita, è un uomo scaltro e abile nell’usare il potere. Quanto abbia inciso finora anche nel governo del piccolo Stato Vaticano (il 7 giugno 2019 è entrata in vigore la nuova legge fondamentale) lo dimostra Francesco Clementi nell’appena pubblicato ’Città del Vaticano’ (Il Mulino).

Sicuramente il Papa, come sostiene Politi nella sua disamina accurata, è solo. Ma è solo come lo è una roccia. E nonostante tutte le ingenuità e anche i numerosi passi falsi compiuti (a cominciare  da molte nomine sbagliate) nessuno può dire che la “sua” Chiesa, (che si badi bene non è sua nel senso di una new age di una pur folta corte bergogliana, la prima destinata a sciogliersi come neve al sole, ma è sua, più propriamente e teologicamente, in quanto costruita su di lui) non abbia mostrato anche nei fallimenti, nelle mosse persino più avventate, di essere viva.

Forse, proprio la sfida di essere vivo è il motivo per cui Francesco inquieta un po’ tutti, e anche vescovi e cardinali si affacciano poco sulla scena a difendere il Papa, come nota Politi.

Eppure lo standard, il metro di giudizio, per giudicarlo non può essere quello del ruolo delle donne e nemmeno quello dell’efficienza burocratica e finanziaria, della ripulitura degli antichi privilegi,  delle cerchie e delle lobby. Questo mandato, tra l’altro, glielo avevano dato tra gli altri proprio gli “americani”, suoi grandi elettori nel Conclave.

Francesco è come Innocenzo Smith, il personaggio corpulento, esuberante, allegro e infantile, de “Le avventure di un uomo vivo” di Chesterton, che fa a piedi il giro del mondo con la giacca del pigiama e un rastrello sulle spalle, contravvenendo a tutte le convenzioni e compiendo ogni sorta di stranezze (ha confessato, come ricorda Politi, persino di aver avuto bisogno ad un certo punto della sua vita di un sostegno psichiatrico). Mentre gli anni passano e molti avversari sono morti (“Chi mangia Papa crepa” recita un vecchio motto italiano).

La solitudine di Francesco nell'era dei due

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