L’anniversario. Tienanmen, 30 anni dopo per la Cina è un incidente

Nella notte tra il 3 e il 4 giugno, veniva repressa nel sangue la protesta degli studenti. Oggi tutto sembra ricoperto dal velo del silenzio. Il monito degli Usa: «Rendete conto delle persone uccise o scomparse». Maggio 1989: gli studenti in piazza prima della repressione (Foto Ansa)

Trent’anni fa, nella notte tra il 3 e il 4 giugno 1989, veniva repressa nel sangue la protesta degli studenti che, in piazza Tienanmen a Pechino, chiedevano partecipazione, diritti e minore della corruzione ma non la fine del comunismo o la caduta del regime. Trent’anni sono molti, ma non abbastanza per consegnare Tienanmen all’oblio.

Ancor più perché quest’anno la vicinanza al 70esimo anniversario della nascita della Repubblica popolare il prossimo ottobre rende quei fatti ancor più significativi e il loro ricordo più ingombrante. È un fatto che il ricordo sia stato ravvivato anche quest’anno a Hong Kong o all’estero, mentre da Pechino sono al massimo filtrate voci che ancora rivendicano l’utilità – anche se non la giustizia – della repressione.

Da Taiwan è arrivato l’appello del Consiglio per gli Affari continentali,incaricato dei rapporti ufficiali tra Taipei e la Cina continentale, in cui si chiede alle autorità della Repubblica popolare di «pentirsi con sincerità» per la repressione, con tanto di invito «a guardare agli errori storici e a scusarsi sinceramente il prima possibile». Anche gli Usa – per voce del segretario di Stato Mike Pompeo, dopo avere parlato di speranze «svanite» per una società più aperta nel Paese estremo-orientale – hanno invitato Pechino «a rendere completamente e pubblicamente conto delle persone uccise o scomparse per dare conforto alle molte vittime di questo oscuro capitolo della storia».

Appelli che difficilmente saranno accolti, e non solo per i rapporti internazionali problematici: la censura prima di tutto, ma anche necessità diverse dopo trent’anni di crescita tumultuosa e di benessere hanno portato in Cina a qualcosa di molto prossimo all’oblio rispetto a quegli eventi tragici. L’immensa spianata di Tienanmen, sui cui si affacciano la Città Proibita e la Grande Sala del Popolo che è sede delle maggiori assise del Partito comunista e dei poteri dello Stato, è oggi guardata da decine di videocamere; i turisti che l’affollano sono infiltrati da poliziotti in borghese; gli accessi sono custoditi da uomini delle forze speciali. Anche ieri interdetta ai mass media, piazza Tienanmen resta un luogo esemplare del Paese e vetrina delle sue contraddizioni. I fatti che vi si svolsero tra aprile e giugno 1989 sono un “buco nero” della storiografia ufficiale, non trovano posto sui libri di testo e nei notiziari. I rari accenni sono all’“incidente del 4 giugno” con, a volte, un commento inneggiante al pericolo sventato per la stabilità della nazione e al ruolo egemone del partito.

Una ‘necessità’ repressiva a cui anche ieri hanno accennato fonti ministeriali ma che non tutti condividono. Tra questi lo scrittore esule Ma Bo (noto anche con il significativo nome d’arte di Lao Gui, “vecchio fantasma”), che nei giorni di Tienanmen si era recato nella piazza con la figlioletta di sei anni. Allora giornalista e militante studentesco, aveva sperato che fosse l’avvio di un cambiamento. Invece, «fu davvero terrificante… indimenticabile ». «Non avrei mai pensato che potessero dare il via al massacro», ha dichiarato al quotidiano di Hong Kong, South China Mornig Post. Un massacro di proporzioni incerte che le “madri di Tienanmen” hanno contribuito a ricordare nel tempo come loro possibile, chiedendo certezze sulla sorte dei propri figli e, per tutti, giustizia senza strumentalizzazioni. Sottoposta a repressione e censura, negli anni del boom economico la memoria di Tienanmen, è diventata perlopiù aneddotica. Come l’inserzione a pagamento in cui si lodava l’impegno delle “madri di Tienanmen” apparsa 12 anni fa in un quotidiano locale di Chengdu, sfuggita alla censura per l’incapacità della giovane impiegata che la ricevette a ricordare un evento già lontano.

Oppure l’ingegnosità di dissidenti che si sono dotati di numeri telefonici terminanti in 8964: un impegno patetico davanti alla smemoratezza dilagante. Oggi però la storia corre sulle superstrade digitali; new media e social media anche in Cina affiancano il mainstream e viaggiano sovente controcorrente. È così che molti vengono a conoscenza delle proteste e del massacro attraverso Internet, strumento attentamente filtrato all’interno ma ovviamente non all’estero che sempre più accoglie un gran numero di cinesi.

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