I preti in direzione ostinata e contraria

repubblica

Quando la Genova dei diecimila scese in piazza, a gennaio, a chiedere porti aperti, in molti si stupirono che ad aprire il corteo ci fossero gli scout. Eppure, nella città di don Gallo, il prete di strada che trasformò il verso di De André “in direzione ostinata e contraria” in un manifesto programmatico, bisogna partire proprio da questa immagine: la Chiesa in prima fila. In campo senza esitazioni per l’accoglienza degli ultimi, anche contro un’amministrazione spesso ostile sul tema (almeno a parole). Emblematico fu, l’anno scorso, il caso Multedo: con uno scatenato Stefano Garassino, assessore leghista alla Sicurezza, che definì don Giacomo Martino, a capo dell’ufficio Migrantes, braccio operativo della Diocesi sul fronte migrazione, il suo “nemico pubblico numero uno”, perché difendeva la decisione di trasferire dodici richiedenti asilo in un quartiere in rivolta. Salvo poi andare a Canossa, in visita – ufficiosa – al campus dei migranti di Coronata gestito dal monsignore come un college, e finire per complimentarsi. Don Martino ci ride sopra, quando lo definiscono il Che Guevara genovese, il paladino degli ultimi: ma la battuta rivela un vuoto, lasciato dalla sinistra anche locale, spesso meno pronta a mettere la faccia su un tema scomodo come l’accoglienza.

E infatti, ora che con i tagli del decreto sicurezza voluto da Salvini il gioco si fa duro, per le cooperative e onlus che devono far quadrare i conti nell’ospitare i richiedenti asilo, la voce più ferma è stata – altra sorpresa – quella del cardinale Angelo Bagnasco. Che, con una nota ufficiale, ha ribadito la decisione della Chiesa locale ad andare avanti, nonostante le difficoltà, con un titolo che era già una dichiarazione di intenti: “Ero straniero e mi avete accolto”. Parola di Matteo, l’evangelista naturalmente. Per poi confutare, punto per punto, i più triti pregiudizi, sottolineando come le nuove norme finiranno per “depotenziare la cosiddetta accoglienza diffusa” e far aumentare gli stranieri irregolari. Tono di velluto, ma volontà di ferro: non è un caso che Bagnasco fosse al fianco di don Giacomo Martino alla presentazione delle attività del campus di Coronata, a metà marzo. Facendo appello a privati e aziende perché vengano a investire in una struttura che continua a puntare sull’integrazione nonostante il nuovo decreto. “Il quadro normativo è mutato, ma la nostra intenzione no – ha rimarcato in quell’occasione Bagnasco – la volontà è di non retrocedere, di non terminare forzosamente questo servizio di accoglienza e integrazione. Voglio anche confidare che, sulle nuove normative, ci siano aggiustamenti”.

L’ultimo caso di disobbedienza civile – ancora ad opera di un sacerdote – arriva da Spezia. Dove il parroco don Francesco Vannini, pochi giorni fa, ha fatto suonare “a morto” le campane della chiesa di Nostra Signora della Salute: per protestare contro la presentazione di un libro edito da AltaForte, la casa editrice espulsa dal Salone del Libro di Torino perché vicina a CasaPound, che si stava svolgendo poco lontano, in una sala pubblica intitolata a un antifascista. Ancora: l’alleanza tra portuali in sciopero, uniti nel presidio insieme ad Acli, Salesiani del Don Bosco e Libera contro la cosiddetta “nave delle armi”, si è rivelata vincente. La Bahri Yanbu, il mercantile con bandiera saudita al centro d’una querelle internazionale, alla fine è ripartito, senza poter procedere all’imbarco di materiale bellico.

Ma nelle parrocchie di Genova, sono tante e variegate le voci che portano avanti una resistenza più o meno silenziosa. Tra i più agguerriti c’è Paolo Farinella, il don di San Torpete: che a Natale, per protestare contro i porti chiusi, ha sprangato la porta della sua chiesa. Dal 24 dicembre al 6 gennaio. “La mia porta chiusa – rivendica anche ora – ha avuto effetto, ne hanno discusso in Francia, in Brasile, negli Stati Uniti. Avevo capito che quel decreto era contro qualsiasi forma di civiltà: non avevo altro mezzo per metterne in evidenza l’immoralità. Vedere Salvini con il rosario in mano è un’impudicizia. Se il Vangelo lo aprisse, leggerebbe parole come “beati i poveri”. Invece, quest’uomo è un seminatore di odio e razzismo: avrei voluto che il Papa lo scomunicasse”.

Tra i sacerdoti più social, spicca don Valentino Porcile, su Facebook semplicemente “don Vale”, parroco della Santissima Annunziata di Sturla. L’ultimo polverone fu a Natale, quando scrisse sulla sua pagina di aver regalato oltre trecento immagini del presepe da portare a scuola, e “in quei posti dove oggi si dice: nessun simbolo religioso deve entrare”. Il suo prossimo post, spiega, sarà “sul reddito di cittadinanza: ho sentito dire da Di Maio che abolirebbe la povertà. Ma ci sono tante forme di povertà nelle nostre città che a quel contributo non arriveranno mai”. Sul tema migranti dice: “È estremamente sensibile, e viene affrontato male – riflette don Valentino – quello che noto è che su alcune questioni di solidarietà le persone non ci sentono affatto, nemmeno i credenti. Ma io non mi arrendo: vado avanti. Il sangue è rosso nelle vene di tutti. Io cerco di metterne in evidenza il volto, non l’etichetta”.

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