Francesco, vescovi e tribunali: la riforma mancata

papa francesco

settimananews

Il santo padre, nel discorso ai vescovi italiani del 20 maggio scorso, al secondo punto del suo intervento ha parlato esplicitamente della mancata attuazione della riforma del processo breve per le nullità matrimoniali (cf. qui su Settimananews).

Egli ribadisce quanto disposto dai due Motu proprio Mitis Iudex Dominus Iesus e Mitis et Misericors Iesus,pubblicati nel 2015, con i quali ha introdotto un nuovo tipo di processo, chiamato breviore che si applica – parole del papa – «nei casi in cui l’accusata nullità del matrimonio è sostenuta dalla domanda congiunta dei coniugi, argomenti evidenti, essendo le prove della nullità matrimoniale di rapida dimostrazione. Con la domanda fatta al vescovo, e il processo istruito dal vicario giudiziale o da un istruttore, la decisione finale, di dichiarazione della nullità o di rinvio della causa al processo ordinario, appartiene al vescovo stesso, il quale – in forza del suo ufficio pastorale – è con Pietro il maggiore garante dell’unità cattolica nella fede e nella disciplina.»

Ha aggiunto tre note: «Sia il processo ordinario che quello breviore sono comunque processi di natura prettamente giudiziale, il che significa che la nullità del matrimonio potrà essere pronunciata solo qualora il giudice consegua la certezza morale sulla base degli atti e delle prove raccolte».

La seconda nota: «Ribadisco con chiarezza che il rescritto da me dato, nel dicembre 2015, ha abolito il motu proprio di Pio XI Qua cura (1938), che istituiva i Tribunali ecclesiastici regionali in Italia e, pertanto, auspico vivamente che l’applicazione dei due suddetti motu proprio trovi la sua piena ed immediata attuazione in tutte le diocesi dove ancora non si è provveduto».

Per concludere: «Quindi non permettiamo che gli interessi economici di alcuni avvocati oppure la paura di perdere potere di alcuni Vicari giudiziari frenino o ritardino la riforma».

Le ragioni del ritardo

Ad un attento esame il ritardo della riforma ha diverse cause.

La prima: molte diocesi italiane sono talmente piccole da non avere gli “strumenti” necessari per la costituzione di un vero e proprio tribunale diocesano. La storia dice che lo stesso vicario giudiziale, obbligatorio per ogni diocesi, non sempre ha affrontato (e conosce) il processo di nullità. Il meccanismo giudiziale presuppone una specifica conoscenza e preparazione non sufficientemente diffusa sul territorio italiano.

La seconda: le riforme precedenti – con la riorganizzazione dei tribunali regionali – hanno coinvolto personale specializzato, molto spesso laico, che ha comportato un grande impegno di specializzazione e di risorse economiche (sedi, giudici, difensori del vincolo, cancellieri, notai, periti, segreteria, oltre i patroni stabili avvocati del tribunale), sostenuti finanziariamente dalla CEI i cui importi sono accreditati alle Conferenze episcopali regionali.

Sicuramente, dopo il richiamo pubblico del papa, la Conferenza episcopale nazionale si impegnerà a dettare nuove linee guida di costituzione dei tribunali diocesani, con le relative risorse economiche.

Il nodo da sciogliere: sacramento o contratto

Rimane comunque il grosso nodo della natura della dichiarazione della nullità matrimoniale. La riforma di papa Bergoglio insiste molto sulla funzione del vescovo «quale capo della diocesi, chiedendogli di pronunciarsi personalmente nei casi più manifesti di nullità. E questo poiché la dimensione pastorale del vescovo, comprende ed esige anche la sua funzione personale di giudice. Il che non solo manifesta la prossimità del pastore diocesano ai suoi fedeli, ma anche la presenza del vescovo come segno di Cristo sacramento di salvezza».

L’equivoco è qui: il processo di nullità riguarda il foro esterno: prove, dichiarazioni, testimoni, perizie, osservazioni etc. derivante – a ben conoscerlo – dalla procedura di un giudizio contenzioso, anche se speciale. Non solo: data la complessità della materia lo stesso votum Episcopi subisce l’istruttoria del vicario giudiziale che deve attenersi ai dati e ai fatti dimostrabili che non sempre rivelano tutta la verità.

È arrivato il momento di ritornare alla natura sacramentale del matrimonio e affrontare la materia non in schema giudiziale, ma in schema amministrativo. Si andrebbe a rispettare il sacramento che non è semplicemente un contratto. Materia complessa che si spera venga almeno approfondita teologicamente e giuridicamente.

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